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Dal 2016 è in atto una svolta politica caratterizzata dal fatto che “in un numero crescente di paesi imperialisti, i partiti e gli esponenti del sistema delle Larghe Intese che negli ultimi quarant’anni ha promosso e gestito l’attuazione del programma comune della borghesia imperialista, sono scomparsi o sono stati messi in grosse difficoltà o addirittura sono stati scalzati dal governo da avventurieri alla Trump e alla Macron o da persone di buoni propositi alla Di Maio e alla Tsipras” – Comunicato della direzione Nazionale del 2 agosto 2018 “Sulla situazione politica e i compiti dei comunisti – A due mesi dall’insediamento del governo M5S Lega”.
Non si tratta di una parentesi fra un periodo di dominio dei partiti delle Larghe Intese e un altro, non è una “tregua” nell’attuazione del programma comune della borghesia imperialista. Si tratta un corso nuovo delle cose dettato dalla combinazione dell’avanzamento della crisi e dall’aggravamento dei suoi effetti sulle masse popolari e l’uso da parte delle masse popolari di quanto rimane dei diritti democratici conquistati durante la prima ondata della rivoluzione proletaria (anche nei paesi imperialisti: suffragio universale, assemblee elettive, ecc.) per manifestare insofferenza e ribellione verso i partiti e gli esponenti delle Larghe Intese e il programma comune della borghesia imperialista. Principalmente attraverso il voto (elezioni, referendum) le masse popolari dei principali paesi imperialisti hanno aperto una crepa nel sistema politico borghese che per sua natura funziona solo grazie a una combinazione di consenso e rassegnazione delle ampie masse. In Italia ciò è avvenuto il 4 marzo scorso: in termini di consenso hanno dato una sonora legnata ai partiti delle Larghe Intese e a tutti i loro esponenti e portavoce; in termini di ribellione alla rassegnazione hanno votato in massa per i partiti, M5S e Lega, che agitavano parole d’ordine e promesse di riscossa e si sono mostrati più affidabili di tutti gli altri nel voler perseguire un cambiamento.
Dobbiamo valorizzare la crepa che le masse popolari hanno aperto nel sistema politico con le elezioni del 4 marzo scorso da cui è nato il governo M5S-Lega, consapevoli che si tratta di un governo di compromesso, di conciliazione e quindi provvisorio.
Un governo di compromesso, poiché è il frutto dell’insofferenza e della ribellione delle masse popolari per il corso delle cose imposto dalla classe dominante, espresse sul terreno elettorale, combinate con l’accordo fra M5S e Lega e i vertici della Repubblica Pontificia affinché il governo si installasse (che si è espresso nella scelta di alcuni ministri in ruoli chiave: Tria al Ministero dell’Economia e Moavero al Ministero degli Esteri, ad esempio);
un governo di conciliazione, poiché dietro l’ambizione di redistribuire la ricchezza e “abolire la povertà” c’è la velleità di far convivere pacificamente interessi contrapposti, quelli dei capitalisti e quelli delle masse popolari, che sono invece inconciliabili;
un governo provvisorio nel senso che per natura e caratteristiche la sua esistenza è legata alla rottura che deve compiere e alla prospettiva che aprirà compiendola: o una rottura verso i vertici della Repubblica Pontifica e la loro Comunità Internazionale, assumendo quindi un ruolo positivo nella mobilitazione e organizzazione delle masse popolari e spianando in questo modo la strada al Governo di Blocco Popolare, oppure una rottura verso le masse popolari stralciando il contratto di governo e collocandosi nel solco dell’attuazione del programma comune della borghesia imperialista.

Ai fini dell’avanzamento della rivoluzione socialista nel nostro paese, oggettivamente e al di là delle intenzioni e degli obiettivi dei suoi esponenti, il governo M5S-Lega ha prodotto in 5 mesi più risultati di 40 anni di piagnistei e rivendicazioni della sinistra borghese.

1. Pur con mille reticenze e timidezze, è entrato in collisione con i vertici della Repubblica Pontificia e con la Comunità Internazionale degli imperialisti UE, USA e sionisti e ha irrimediabilmente allargato il distacco fra essi e le masse popolari. La sua stessa esistenza e l’indirizzo a cui dichiara di voler attenersi contribuiscono all’ingovernabilità dall’alto del paese e scompaginano le prassi tipiche della Repubblica Pontificia e del teatrino della politica borghese. Ne sono esempio la politica del fatto compiuto sulla questione immigrazione (chiusura dei porti) e la violazione degli accordi che le Larghe Intese avevano preso con la Commissione Europea sul contenuto del DEF per citare due casi. Di conseguenza, l’esistenza e l’opera del governo alimentano lo schieramento in due fronti contrapposti: da una parte quelli che in nome della governabilità promuovono la sottomissione del governo e del paese alla Comunità Internazionale degli imperialisti UE, USA e sionisti e dall’altra chi si fa promotore degli interessi delle masse popolari “anche a costo di alimentare lo scontro con la UE”. E di questo ne è dimostrazione pratica quanto accaduto il 29 ottobre a Torino in occasione del voto del Consiglio Comunale (maggioranza M5S) contro il TAV: da una parte il fronte NO TAV e dall’altra PD, Forza Italia, CISL, UIL, Confindustria e altre 40 associazioni di categoria e ordini professionali.

2. L’attuazione delle misure del contratto di governo e le misure per fare fronte alle catastrofiche conseguenze in cui versa il paese dopo decenni di attuazione del programma comune della borghesia (come il crollo del ponte Morandi a Genova) pongono con forza la questione della sovranità nazionale, quella che fin dalla fine della Seconda Guerra Mondiale i vertici della Repubblica Pontificia hanno sottomesso agli interessi della guerra contro il comunismo (sottomissione alla NATO, ruolo del Vaticano, Concordato e articolo 7 della Costituzione) e che hanno costantemente sottoposto all’attuazione del programma comune della borghesia imperialista dall’inizio della seconda crisi generale del capitalismo. Quel contraddittorio campo che il sistema di intossicazione dell’opinione pubblica chiama “sovranista” è la manifestazione di un sentimento antimperialista (anti-globalizzazione) che emerge in una fase di debolezza del movimento comunista cosciente e organizzato, ma che solo nella rinascita del movimento comunista cosciente e organizzato può avere uno sviluppo positivo (non esiste lotta per la sovranità nazionale che non sia parte integrante della lotta per l’instaurazione del socialismo – vedi Resistenza n. 10/2018 “Quattro tesi sulla relazione fra sovranità nazionale e rivoluzione socialista”).

3. I boicottaggi dei decreti legge da parte delle “manine” che cambiano parte del testo fino a stravolgerlo (è accaduto per il Decreto dignità, per la nota di aggiornamento sul DEF riguardo allo stanziamento di fondi non previsti alla Croce Rossa e sul condono fiscale) contribuiscono a chiarire la natura e il ruolo dello Stato borghese e la differenza fra essere al governo e detenere il potere. Dimostrano inoltre la necessità di portare fino in fondo la rottura con i vertici della Repubblica Pontificia: se le “manine” sono libere di operare (una prassi corrente per tutti i governi delle Larghe Intese e anche prima, dei governi del regime DC) è per la combinazione di due fattori: le reticenze nell’epurare la pubblica amministrazione dei funzionari installati dalla Larghe Intese e da loro dipendenti direttamente; le reticenze a “estirpare il marcio partendo dalla testa”, dall’alto. “Darsi i mezzi per la propria politica” per il governo M5S-Lega significa, in questo caso: a. epurare la pubblica amministrazione dagli agenti delle Larghe Intese; b. mobilitare le masse popolari organizzate per attuare dal basso le misure favorevoli ai loro interessi che il governo assume dall’alto, saltando il collo di bottiglia della burocrazia statale e dei suoi boicottaggi e sabotaggi.

Questo è ciò da cui dobbiamo partire nell’analisi della situazione. Che prevalga nel governo M5S-Lega la tendenza a sottomettersi ai vertici della Repubblica Pontificia e alla Comunità Internazionale o che ad opera delle masse popolari organizzate sarà invece spinto a rompere, non ci sono più le condizioni per un ritorno pacifico e indolore a una situazione “come prima del 4 marzo”: le masse popolari non vogliono tornare indietro e la loro esperienza concreta dimostra invece in ogni ambito e occasione il bisogno di un governo che affermi senza se e senza ma i loro interessi, il bisogno del Governo di Blocco Popolare.
Per i comunisti, per gli operai e i lavoratori avanzati, per la parte già organizzata delle masse popolari approfittare della situazione politica creata dal governo M5S-Lega ai fini della costituzione del Governo di Blocco Popolare, del consolidamento e del rafforzamento del nuovo potere, nelle prossime settimane e mesi significa alcune cose specifiche:
– approfittare dell’ingovernabilità dall’alto e alimentarla dal basso: ad esempio manifestazioni, iniziative, assemblee, presidi che abbiano al centro la sovranità nazionale (contro la sottomissione alle autorità economiche e politiche della UE, l’infeudamento agli imperialisti USA e sionisti e alla NATO; contro i privilegi, le regalie e le ingerenze del Vaticano, lotta per tenere aperte, funzionanti e in Italia le aziende e contro la svendita alle multinazionali straniere dell’apparato produttivo italiano);

– occuparsi di quello che il governo fa o non fa a partire dal rispetto del Contratto di governo, entrare nel particolare, seguire tema per tema e ambito per ambito le misure che il governo prende o non prende e confrontarle con quelle di cui c’è bisogno per fare fronte agli effetti della crisi, contrastare quelle che portano acqua al mulino dei capitalisti e degli speculatori, promuovere la mobilitazione popolare (manifestazioni, presidi, lettere aperte, articoli sui giornali locali) per incalzare il governo su quelle che affrontano i problemi solo parzialmente, imporle con la mobilitazione (attuare direttamente le misure necessarie per far fronte agli effetti della crisi che è possibile attuare localmente ed esigere che il nuovo governo le appoggi) dove il governo tergiversa;

– legare ogni singola battaglia alla lotta politica generale, alla lotta per un governo di emergenza delle masse popolari organizzate, che attua senza se e senza ma le misure di cui esse hanno bisogno, il Governo di Blocco Popolare. Ogni singola battaglia, grande o circoscritta, è rafforzata dal resto delle mobilitazioni delle masse popolari e rafforza tutto il campo delle masse popolari che si mobilitano. Una singola battaglia può anche essere persa momentaneamente, il suo valore non si misura sul risultato immediato, ma su quanto ha sedimentato in termini di esperienza, quanto ha contribuito ad alimentare l’ingovernabilità dall’alto del paese e su quanto e come ha contribuito a consolidare e sviluppare il nuovo potere.

La conferma della Germania. L’affermazione dei Verdi alle elezioni in Baviera (14 ottobre) e Assia (28 ottobre), in Germania, non fa capo a una “formula vincente a cui ispirarsi per la rinascita della sinistra”, ma è il frutto della svolta politica in atto in tutti i paesi imperialisti. Il partito dei Verdi, che per caratteristiche e orientamento è assimilabile a un partito della sinistra radicale italiana, condivide con la Lega di Salvini il fatto di aver partecipato a pieno titolo all’attuazione del programma comune della borghesia imperialista: i verdi in coalizione con la SPD dal 1998 al 2005 (cioè i governi della guerra in Kosovo e in Afghanistan e della gestazione del Piano Hartz); la Lega in coalizione con Berlusconi e diventando parte integrante della sua banda. Entrambi si sono sottratti alla partecipazione della “grossa coalizione” (dal 2005 in Germania con l’alleanza CDU-SPD, dal 2011 al 2018 in Italia con i governo Monti, Letta, Renzi, Gentiloni), passando all’opposizione. Ciò che distingue il partito dei Verdi dalla Lega di Salvini è che i promotori delle Larghe Intese in Germania non lo indicano come “un pericolo per la democrazia”, ruolo che affibbiano invece al AfD, il partito di estrema destra. Il successo del partito dei Verdi è anzitutto, quindi, l’indice della crisi politica in Germania e dello sgretolamento della Grossa Coalizione: Angela Merkel ha annunciato il suo ritiro dalla politica a fine legislatura (2021).
Anche la vittoria di Bolsonaro in Brasile è frutto della svolta politica in atto, ma alle condizioni di un paese oppresso in cui l’indirizzo e l’orientamento del governo è deciso all’estero, nello specifico negli USA. La svolta in Brasile non è in alcun modo “un affare interno del Brasile”, ma è soprattutto il tentativo di isolare e assediare i governi progressisti dell’America Latina, Venezuela in primis, alla maniera di Trump. Ciò significa che il contenuto della svolta politica in Brasile (quello che Bolsonaro farà o non farà e come lo farà) inciderà prima di tutto sulla lotta interna all’apparato militare-industriale-economico degli USA.

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Perseguendo l’obiettivo di conciliare gli interessi dei capitalisti con quelli delle masse popolari il governo M5S-Lega può promuovere solo misure parziali e passeggere. Parziali, perché come anche dicono i suoi principali protagonisti “per risanare l’Italia e riportare la giustizia sociale ci vogliono tempo e soldi” ed entrambi dipendono dal fatto che UE, BCE, FMI e NATO siano d’accordo e vadano contro gli interessi per la tutela e affermazione dei quali sono invece nate; passeggere, perché per quanto sembrino faticose le manovre del governo M5S-Lega per attuare misure in favore degli interessi delle masse popolari (le penali in caso di sospensione delle opere inutili e dannose, gli indennizzi per le nazionalizzazioni, il debito pubblico per il reddito di cittadinanza e il diritto alla pensione, ecc.), un governo che voglia rientrare nei ranghi dell’attuazione del programma comune della borghesia imperialista riesce facilmente a dare carattere prioritario e a trovare fondi straordinari per attuare le misure conseguenti (ricordiamo i 20 miliardi di Euro dati al salvataggio delle banche dal governo Renzi, trovati in una notte, o lo stanziamento di fondi per l’invio di truppe italiane in Niger, disposto dal governo Gentiloni a Camere sciolte e durante la fase del “disbrigo degli affari correnti”).

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“Da quando, a causa dei limiti della loro ala sinistra e della svolta del XX Congresso del Partito Comunista dell’Unione Sovietica (1956), sono caduti sotto la direzione dei revisionisti moderni (Togliatti, Thorez, ecc.), i partiti comunisti dei paesi imperialisti hanno imboccato la “via democratica e parlamentare al socialismo”. Su questa via le elezioni a suffragio universale sono diventate, come le conquiste strappate dalle masse popolari alla borghesia nel campo economico e dei diritti, uno dei mezzi con cui i revisionisti moderni hanno fatto il loro sporco lavoro al servizio della borghesia e hanno fuorviato il movimento comunista fino a ridurlo nelle condizioni attuali.
Ma con lo sviluppo a partire degli anni ’70 della seconda crisi per sovraccumulazione assoluta di capitale siamo entrati in una nuova crisi generale del capitalismo e in una nuova situazione rivoluzionaria in sviluppo. Da allora le elezioni a suffragio universale sono diventate una gabbia per i gruppi imperialisti. Essi hanno facilmente estromesso le masse popolari dalle assemblee elettive distruggendo gli strumenti principali della loro partecipazione (i partiti comunisti) e rafforzando gli strumenti di intossicazione e confusione delle idee e dei sentimenti, di diversione dalla lotta di classe, di abbrutimento delle masse popolari (vedi l’articolo Le tre trappole di La Voce n. 54). Hanno facilmente svuotato le assemblee elettive del potere legislativo e le hanno ridotte a camere di registrazione delle decisione governative. Ma si ritrovano con le elezioni a suffragio universale che sono diventate uno dei terreni di scontro tra i gruppi imperialisti, un’altra delle armi con le quali ognuno di essi cerca di sopraffare i propri concorrenti e avversari e accaparrarsi il governo e proprio per questo non riescono a disfarsene benché siano un elemento di disturbo del loro dominio sulle masse popolari. Infatti le elezioni a suffragio universale mettono la scalata al potere a disposizione di ogni gruppo che ha i mezzi necessari per montare un’adeguata campagna di manipolazione dell’opinione pubblica e la sovraccumulazione di capitale crea contrasti antagonisti tra gruppi imperialisti ognuno dei quali deve valorizzare il capitale che amministra. Le elezioni USA dell’8 novembre 2016 sono state la dimostrazione più nota di questo ruolo delle elezioni a suffragio universale, tanto clamorosa che gli avversari di Donald Trump non si sono ancora rassegnati alla sconfitta della loro campionessa, Hillary Clinton. Ma la stessa dimostrazione l’hanno data le elezioni presidenziali francesi del 23 aprile e 7 maggio 2017 che hanno portato al potere Emmanuel Macron” – dal Comunicato del (nuovo)PCI del 27 gennaio 2018 “Valorizziamo i risultati della campagna elettorale!”.

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