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A fine settembre in uno dei palazzi occupati a scopo abitativo a Napoli, dove ha sede anche la Segreteria Federale del nostro partito, si è verificato un grave episodio di tentata violenza ai danni di una compagna che lì vive e fa attività politica. La Schipa Occupata è uno dei luoghi che diversi anni fa abbiamo “riaperto” assieme ad altre forze politiche e sociali allo scopo di esercitare il diritto delle masse popolari ad avere luoghi di aggregazione sociale sana e un tetto sulla testa, occupazione che oggi fa parte della rete che anima la campagna cittadina “Magnammece o’ Pesone”, che ha promosso anche altre occupazioni in città.
Il fatto ha scosso la comunità della Schipa che ha reagito al clima di paura e smarrimento che episodi sempre più frequenti di violenza contro le donne generano. Questo vale particolarmente quando tali fatti avvengono in luoghi in cui si presuppone viga uno stato di “civiltà superiore” rispetto al resto della società borghese, proprio perché vissuti da compagne e compagni che a vario titolo lottano per il cambiamento dello stato di cose presente. La reazione degli abitanti del palazzo, una volta individuato l’aggressore (un frequentatore occasionale di una delle abitazioni della struttura) è consistita nell’adozione di una serie di misure volte a impedire che potesse ripetere il gesto e anche l’espulsione dall’occupazione chi lo aveva ospitato e si è ostinato a prenderne le difese a seguito della denuncia da parte della compagna aggredita. Già il giorno dopo, la comunità del palazzo assieme alla rete di Magnammece o’ Pesone e al movimento Non Una di Meno Napoli ha indetto un presidio per rendere pubblico l’accaduto e denunciare il clima di violenza e sopraffazione contro le donne che dilaga nel paese. Questi, per sommi capi, i fatti a cui rivolgo le mie riflessioni in questa lettera.
Nel 2018 che deve ancora finire, più di 50 donne sono state uccise in Italia e il numero di violenze fisiche, sessuali, psicologiche, denunciate o meno, è incalcolabile e solo i casi più brutali e odiosi, come l’omicidio di Desirè a Roma, ricevono l’attenzione mediatica. Sebbene spesso siano anch’essi ulteriormente strumentalizzati per alimentare la cappa di maschilismo e paternalismo e per consolidare stereotipi e luoghi comuni per intossicare le masse popolari.
Va riconosciuto, e da qui parte la mia riflessione, che non è la prima volta che in un’occupazione avvengono casi di violenza contro le donne: alcuni anni fa avvenne a Parma, dove in una sede “antifascista” un gruppo di “antifascisti” ha prima stordito, poi violentato a turno e torturato una giovane compagna riprendendo tutto con il cellulare. Fu lei ad essere prima allontanata dal movimento e poi a essere additata come “infame” perché non ha smentito il fatto alle Forze dell’Ordine che hanno scoperto tutto anni dopo, durante le indagini a cui erano sottoposti alcuni degli aggressori per manifestazioni e scontri. Quello fu un caso di una gravità eclatante che deve farci riflettere. E che mi ha fatto riflettere anche sul caso della Schipa. Quanti sono i casi di violenza contro le donne che nel movimento (inteso in senso ampio: nei collettivi, nelle Sezioni, nei circoli, fino agli ambiti in cui il movimento si intreccia con gli strati popolari come nelle occupazioni, ecc.) avvengono e non vengono denunciati? Che cadono nel vuoto e verso cui viene utilizzato il principio “i panni sporchi si lavano in famiglia”?
So perfettamente, anche per esperienza diretta, che troppo spesso non vengono denunciati pubblicamente per timore di mettere a repentaglio percorsi di lotta, la coesione dei collettivi, i collettivi stessi. C’è paura di dare appigli al nemico per aumentare la criminalizzazione e la repressione, di contribuire a mettere in secondo piano quanto di positivo e vitale invece esiste. La verità è che c’è molto timore di mostrare e affrontare le contraddizioni che anche in ambienti politici esistono come derivato dalla società in cui tutti siamo immersi. E’ la paura che deriva dal non sapere dare risposte concrete, in modo particolare poi quando i violentatori sono soggetti che si definiscono compagni e che effettivamente militano in un collettivo politico. Del resto è una consuetudine che la denuncia di violenza, di molestia sessuale, da parte di una donna sia messa in discussione anche negli ambienti più “progressisti” e “di sinistra”. Succede anche che le compagne che denunciano “l’amico fraterno con cui si milita” siano messe alla gogna e che diverse tra le compagne che hanno subito violenza (fisica o verbale) o hanno assistito ad episodi simili si ritirino a vita privata o semplicemente decidano di sottomettersi al “senso comune maschilista” della comunità d’appartenenza per non essere isolate a loro volta, tirando avanti facendo finta non sia accaduto nulla, anche se quell’episodio brucia e scava dentro.
Il punto è, compagni, che i nostri ambienti non sono affatto immuni dalle contraddizioni che vivono le masse popolari.
Come compagna, come comunista che “vive” la Schipa pur non abitandoci, mi sono sentita in dovere di intervenire sostenendo innanzitutto i compagni di partito che l’abitano attraverso un confronto serrato sul che fare e come muoversi. Certamente ritengo che grazie all’intervento dei nostri compagni ci sia stata una spinta importante a denunciare pubblicamente l’episodio di violenza e alla mobilitazione che ne è seguita. Tuttavia in qualità di segretaria Federale del P.CARC in Campania ho avuto difficoltà a portare pubblicamente, chiaramente e tempestivamente, l’orientamento del Partito su quanto accaduto. Nella mia esitazione hanno certamente pesato gli screzi e le battaglie interne avvenute nel recente passato nei collettivi (eterogenei politicamente) e negli organismi popolari, avvenute ogni qual volta ho sollevato la denuncia di azioni di maschilismo o quando ho sostenuto compagne che denunciavano una violena fisica o verbale. In queste occasioni ho subito sistematicamente forti attacchi personali, il Partito è stato isolato, ho perso alcune compagne e altre ancora oggi pagano “scotto” di quelle denunce attraverso l’isolamento cui sono sottoposte sul territorio dove militano. Ciò che è avvenuto, le reazioni che ho riscontrato non sono state diverse da quanto avviene nel resto della società, anzi qualche compagno mi ha detto che “sbagliavo atteggiamento” o che non stavo applicando la “linea di massa” (e quando mai una compagna che fa valere le sue ragioni non è tacciata di essere “prepotente”, “arrogante”, “supponente”, “fuori testa”… e chi più ne metta!). Esattamente quindi le situazioni che scoraggiano comunemente le donne dal denunciare violenza e maschilismo, i dissuasori dalla partecipazione alla lotta fomentati dal Vaticano, che vuole le donne “angeli del focolare” e servizievoli con gli uomini. Ho temuto che non “abitando” la Schipa avessi meno diritto di parola di chi lì ha trovato casa. Ho pensato fosse più proficuo non comparire pubblicamente.
Solo dopo una più profonda discussione con i compagni e le compagne del Partito e un’attenta riflessione sono riuscita a guardare le cose dall’alto, a inquadrare l’accaduto nella situazione generale e a comprendere meglio il ruolo che i comunisti possono e devono avere. E il ruolo che io posso e devo avere.
La doppia oppressione, di classe e di genere, la subiscono le donne delle masse popolari. Riporto in proposito uno stralcio dell’articolo pubblicato sul sito del Partito che chiarisce bene la questione “Le donne appartenenti alla borghesia non vivono gli stessi problemi delle donne delle masse popolari: hanno i mezzi economici per uscire da situazioni di violenza, per abortire privatamente visto che negli ospedali pubblici la Legge 194 è troppo spesso violata, per la cura e l’educazione dei loro figli (anzi spesso prediligono le loro scuole private a quelle pubbliche fatiscenti e sempre più degradate), per girare sicure (mica hanno bisogno di metropolitane o autobus…), per vivere in case più che dignitose e per, le più disagiate, disintossicarsi in cliniche di lusso e ricevere ogni tipo di cura. Anzi, le donne esponenti della borghesia imperialista, in quanto tali, sono dall’altro lato della barricata e al di là di proclami e attestati di solidarietà concorrono allo sfruttamento e all’oppressione delle donne e degli uomini della classe operaia e delle masse popolari, di chi per vivere ha bisogno di lavorare”. Ma la doppia oppressione non risparmia le compagne perché il maschilismo non risparmia i compagni: non basta dichiararsi “compagno”, comunista, progressista, lottatore o “duro e puro” per essere immune dai miasmi e i veleni della società in cui la borghesia marcisce e con lei ci trascina nel baratro.
La contraddizione uomo/donna è un lascito della cultura medievale che pianta le radici nella divisione in classi della società e che il capitalismo ha inglobato, mantenuto e sviluppato. Il Vaticano ne è, non a caso, il principale centro di promozione e baluardo, a cui tutto è concesso impunemente e che diffonde le perversioni sessuali di cui è portatore tra le masse popolari (dalla pedofilia alla violenza sulle donne, fisica morale e psicologica), è il principale promotore della ricaduta anche nel nostro campo (del movimento, dei circoli, della “sinistra”, ecc.) delle contraddizioni della classe dominante. Cosa se non una concezione clericale del mondo può portare a difendere un molestatore in nome del “amicizia”, della “famiglia”, del “clan”? Cosa se non la concezione clericale del mondo può portare una donna a subire in silenzio violenze verbali, psicologiche e in fine fisiche da parte del proprio compagno di lotta o di vita o del proprio amico? Cosa se non una concezione clericale del mondo può portare una donna a non solidarizzare con un’altra che subisce violenza e chiede aiuto contro l’ingiustizia?
Solo la concezione comunista del mondo, intesa come strumento per l’analisi e strumento per l’azione, può offrire una via d’uscita all’asfissia cui ci condannano la borghesia e il suo clero, spingerci e sostenerci nel cercare soluzioni anche per il qui e ora, perché non possiamo liquidare la questione rinviando ogni esperienza a quando faremo dell’Italia un nuovo paese socialista (sebbene l’esperienza dei primi paesi socialisti dell’URSS abbia ampiamente dimostrato come ribaltando le condizioni strutturali della società sia possibile compiere un balzo in avanti nella coscienza e nel costume delle stesse masse popolari, la Russia prima del ‘17 era martoriata dalla violenza sulle donne tanto che era considerata “normale”).
Allora, ecco la mia conclusione: essere isolati e attaccati quando si hanno posizioni che vanno controcorrente è normale, ma non significa che chi ci isola abbia ragione. Non diffondere pubblicamente e con tempestività l’analisi e la linea del Partito per timore di ricevere attacchi dalla parte più arretrata della comunità della Schipa è stato un errore perché ci impedisce di parlare alla parte avanzata, quella che cerca un’analisi giusta e delle soluzioni concrete anche e soprattutto di fronte all’avvenimento più destabilizzante. Non fornire analisi e orientamento significa venir meno al nostro ruolo di comunisti.
Su spinta del Partito ho scritto questa lettera pubblica. Perchè era giusto farlo e perché questa lettera credo sia utile. Lo è alle mie compagne e ai miei compagni, ma anche a tutti coloro, uomini e donne, che lottano, si mobilitano, promuovono organizzazione e mobilitazione, mettendo le mani in pasta nelle contraddizioni di questa società corrotta, malata e patogena.
Rendere pubbliche le titubanze, le incertezze, i dubbi, i limiti, gli errori consente di attingervi a chi ha la volontà di imparare per contribuire meglio alla lotta per costruire una società nuova sullo schifo che ci lascia la vecchia classe dominante, per contribuire meglio alla costruzione del nuovo potere. Ecco cosa significa essere contro il principio feudale che “i panni sporchi si lavano in famiglia”.

Fabiola D’Aliesio
segretaria della Federazione Campania del P.CARC

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Come donne abitanti delle occupazioni di Roma sentiamo il bisogno di prendere parola dopo l’orribile violenza avvenuta nel quartiere di San Lorenzo su Desirée Mariottini, ancora di più dopo la vile operazione di sciacallaggio del Ministro Salvini che, respinto dalla reazione determinata che si è prodotta nel quartiere, ha comunque minacciato ritorsioni contro le occupazioni abitative con una nuova campagna di sgomberi.
Il ministro dell’Interno, incurante delle dinamiche e dei numeri che sottendono la violenza quotidiana contro le donne, ha approfittato del terribile massacro di una sedicenne per paragonare strumentalmente un luogo abbandonato, e lasciato volontariamente in stato di degrado, alle occupazioni abitative della città. (…)
Come donne occupanti conosciamo bene la differenza tra posti abbandonati e spazi occupati, di fatto liberati non solo dal predominio della rendita, dove il rifiuto di qualunque forma di violenza, inclusa quella di genere, è parte del nostro sforzo quotidiano di costruire comunità solidale. (…) Molte di noi sono arrivate nelle occupazioni dopo aver subito violenza dai propri partner o in famiglia, spesso nella totale indifferenza dei propri familiari e della società attorno; dopo aver subito uno sfratto o essersi trovate nell’impossibilità di avere una vita indipendente, autonoma e piena; dopo aver avuto un figlio o una figlia ed essersi ritrovate di fronte alla necessità di scegliere tra l’affitto e le esigenze di base della propria famiglia; dopo aver toccato con mano l’impossibilità di pagare un affitto o attendere per decenni una casa popolare a fronte di redditi precari, discontinui e ancora più a rischio per le donne; dopo aver affrontato lunghi viaggi da altri paesi per costruirsi una vita migliore e piena.
In questi spazi liberati, abbiamo trovato il coraggio per riprendere in mano la nostra vita, essere indipendenti, sperimentare la solidarietà nella lotta così come nella vita di ogni giorno, condividere il ‘lavoro di cura’ troppo spesso scaricato solo ed esclusivamente sulle spalle delle donne. (…) La sicurezza di cui abbiamo bisogno sono i diritti, alla casa, al reddito, alla salute, alla cultura. Per questo saremo in piazza il 10 novembre contro il ddl Pillon e il decreto Salvini e il 24 novembre all’interno della mobilitazione di Non Una Di Meno, continuando a combattere quotidianamente contro la violenza delle istituzioni e il patriarcato nelle nostre comunità aperte, includenti e meticce.
Giù le mani dai nostri corpi e dai nostri spazi!

2 novembre 2018
Le donne delle occupazioni di Roma

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