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I “due modi di uccidere”: il caso di Antonio Gramsci e quello di Nadia Lioce, di Roberto Morandi e degli altri carcerati sottoposti al regime del art. 41 bis del Codice Penale.

Note su un convegno di Firenze del 20 ottobre 2018.

La Commissione Gramsci del Partito dei CARC prosegue nell’opera intrapresa a febbraio: seguire la vita di Antonio Gramsci e trovare cosa in ciascun mese dell’uno o l’altro anno fece o scrisse, cosa gli successe, cosa successe al Partito che aveva fondato.[1]

Siamo a ottobre. Il 2 ottobre del 1932 Gramsci consegnò dei libri a suo fratello Carlo che era andato a trovarlo in carcere. È una cosa normale, pensa uno, e si chiede se è materia per un anniversario, se è una cosa da ricordare per qualche motivo. Lo è, perché oggi lo Stato italiano non consente a chi si dichiara comunista (ma non solo a lui o lei) e sta in carcere il diritto a leggere, e anzi gli nega anche il diritto a parlare. Mi riferisco a Nadia Lioce, Roberto Morandi e altri che sono sottoposti al regime dell’articolo 41 bis del Codice Penale. Dobbiamo fare una campagna per garantire loro questi diritti fondamentali dell’essere umano, e quando porteremo libri nelle loro celle allora quella sarà una data da ricordare nella storia della lotta di classe nel nostro paese.

Uno potrebbe obiettare, perché proprio il 2 ottobre del 1932? Gramsci ha sempre avuto libri e trattato quasi ogni mese dell’anno e tutti gli anni con parenti e amici perché il flusso di libri fosse continuo. In una lettera del 23 marzo alla cognata le nomina almeno sedici titoli di libri che gli interessano (altro che 41 bis!). Il 2 ottobre 1932, però, tra i libri consegnati a Carlo c’è n’è uno in francese, che si intitola La vita di Goya. Da questo libro Gramsci aveva tratto un passo che aveva riportato in francese nei suoi quaderni.[2]Lo riporto tradotto in italiano:

Ci sono due modi di uccidere: uno che viene indicato esplicitamente con il verbo “uccidere”; l’altro, che resta d’abitudine sottinteso dietro a questo delicato eufemismo: “rendere la vita impossibile”. È un modo di assassinare lento e oscuro, consumato da una massa di complici invisibili. È un rogo senza “coroza”[3]e senza fiamme, perpetrato da una Inquisizione senza giudice né sentenza.

Gramsci parla di questa seconda forma di uccidere perché è quella che lo riguarda: non è stato condannato a morte, ma gli vengono tolte le condizioni per potere vivere, e per questo alcuni anni dopo, nel 1937, muore, all’età di quarantasei anni. Questa seconda forma di uccidere è quella adottata nei confronti dei detenuti in regime di 41 bis, in maniera disumana e in forma terribilmente più aspra di quella a cui Gramsci fu sottoposto.

Di tutto ciò abbiamo parlato in un convegno  tenuto a Firenze il 20 ottobre, alla facoltà di legge dell’università.[4]La Commissione Gramsci ne propone un resoconto con considerazioni e commenti, affinché si sappia in dettaglio la forma in cui questo Stato uccide e tortura in modo occulto i suoi oppositori, primi fra i quali quelli che teme possano rovesciare il suo ordine, e che si pongano le basi per smascherare quest’opera occulta e i suoi esecutori, sottrarre chi ne è vittima alla loro ferocia, restituire ai detenuti la garanzia di poter vivere e pensare, legare la resistenza di chi è in carcere alla resistenza più ampia che le classi delle masse popolari del nostro paese e la classe operaia per prima portano avanti per garantire i propri interessi materiali e spirituali.

Note sul convegno Il 41 bis, una tortura (s)conosciuta?, Firenze, 20 ottobre 2018[5]

Innanzitutto, parliamo a chi considera strano che si metta Gramsci insieme a Lioce, Morandi e altri che si sono richiamati all’esperienza delle Brigate Rosse e che oggi sono in carcere. Noi, effettivamente, a differenza di quello che fanno parecchi, riconosciamo che l’esperienza delle Brigate Rosse è parte integrante del movimento comunista del nostro paese e perciò quelli che a questa esperienza si richiamano sono compagni e compagne. Non pretendiamo di convincere di questo tutti quelli che leggono questo scritto, ma mostriamo a tutti che Lioce, Morandi e altri 700 detenuti sono sottoposti a un regime che mira al loro annientamento e che è una forma di tortura, che quindi è contro i diritti umani sanciti anche dalla Costituzione che nacque dalla Resistenza contro il nazifascismo.

In secondo luogo, diciamo che questo regime, detto del carcere duro, viene propagandato come strumento necessario per la lotta alla mafia, ma la sua origine è di strumento adottato per reprimere la lotta di classe, mentre la sua efficacia rispetto alla lotta alla mafia è da dimostrare, visto che la mafia continua a esistere e non risulta che sia arretrata dopo l’adozione  di questo articolo, nel 1992.[6]

Torniamo a quella data, e raccontiamo la storia di quell’anno a chi non c’era. C’era il governo Amato, con le sue manovre economiche “lacrime e sangue”, a cui la classe operaia rispondeva con la “stagione dei bulloni”, un movimento spontaneo contro le misure antipopolari varate dal governo e contenute nel famigerato accordo del 31 luglio che, sottoscritto da CGIL-CISL-UIL, sancì la fine della scala mobile e il congelamento delle retribuzioni. L’episodio più significativo della protesta operaia si verificò a Firenze, il 22 settembre: mentre il Segretario della CGIL, Bruno Trentin, parlava dal palco partì un fitto e ripetuto lancio di bulloni, uova e monetine al suo indirizzo. Contestazioni simili si moltiplicarono nei giorni successivi in varie città: Napoli, Bologna, Torino, Roma e altre. Il 13 ottobre, a Milano, il Segretario della Cisl, Sergio D’Antoni, veniva colpito da una moneta al labbro e terminò il suo discorso con la ferita ancora sanguinante.

Nel 1992, quindi, la classe operaia subisce uno degli attacchi più pesanti dell’ultimo mezzo secolo. Contemporaneamente nelle carceri si istituisce un regime di carcere duro ancora più aspro di quello previsto dall’articolo 90 del Codice Penale, strumento che nel corso del decennio precedente era servito a colpire i militanti più determinati delle Brigate Rosse e di altre Organizzazioni Comuniste Combattenti, separandoli da quelli che si pentivano o si dissociavano dalla lotta di classe. Questo lo premettiamo, perché non è una coincidenza e perché nel convegno non lo si è tenuto in considerazione, data la tendenza a trattare la questione del carcere duro dal punto di vista esclusivamente giuridico o dei diritti umani intesi in modo astratto e quindi come “cosa fuori dalla storia”. Nonostante questa tendenza, la consapevolezza che il carcere duro è uno strumento della lotta di classe e non un modo in cui lo Stato difende la collettività dal crimine è emersa chiaramente e in più interventi.

Dopo alcuni interventi di presentazione è seguita la lettura di uno scritto di Nadia Lioce, letto dall’attrice Marcella Vitiello. La compagna Lioce rivendica l’appartenenza alla sua organizzazione politica e il riferimento alla classe operaia. Denuncia le misure che l’articolo prevede, prime fra le quali l’isolamento e la negazione del diritto di parola. Sotto processo per avere “disturbato la quiete delle detenute” nel suo braccio quando per protesta batté una bottiglietta di plastica sulle sbarre, risponde che non poteva rendersi conto di disturbarle dato che esse non potevano dirglielo, perché l’applicazione del 41 bis comporta sanzioni per chi parla (o mormora, o canta). Si criminalizza la parola, modo che qualifica il genere umano rispetto alle altre specie viventi, dice. Inoltre, le donne sottoposte al 41 bis possono riunirsi in “gruppi” soltanto di due persone e lei ha rifiutato di farlo: per farle compagnia le avrebbero assegnato una detenuta che avrebbe dovuto condividere con lei tutte le vessazioni che le vengono imposte.[7]

Una giurista qualificata come la massima esperta dell’argomento informa che i detenuti ordinari hanno 6 colloqui al mese, quelli a carcere duro un’ora al mese con vetro divisorio. Sono sempre in cella, a differenza di chi può circolare nelle sezioni delle carceri. Subiscono queste condizioni per periodi lunghi e indeterminati, o infiniti (nel senso che finiscono con la morte). Qualcuno è in queste condizioni dal 1992.

La giurista ricorda che fine del carcere è la rieducazione, e il detenuto deve avere possibilità di accesso ai libri, di studiare, dice. Siamo quindi in una situazione peggiore di quella delle carceri fasciste. Gramsci aveva libri a volontà, infatti.

La parola passa a un avvocato di Prato, che racconta dei suoi assistiti sottoposti a carcere duro. Dalla sua testimonianza si conclude che da questo regime si esce o diventando “collaboratori di giustizia”, cioè informatori, o con la morte. Riferisce del caso avvenuto il 30 ottobre del 2007. Il suo assistito Vincenzo era arrivato nel carcere di Parma[8]dove avrebbe subito il trattamento previsto dal 41 bis. Gli disse, durante l’ultima visita, che le modalità di applicazione dell’articolo lo terrorizzavano, e che lì ci sarebbe morto, cosa accaduta tre quarti d’ora dopo. Non aveva patologie cardiache, ma il cuore non ha retto.

Interviene di seguito Laura Longo, ex magistrato di sorveglianza all’Aquila. Il 41 bis non va modificato o migliorato, ma abolito, dice. È una legge che è un mostro, per il comma 2 quater che dà potere e dovere alle amministrazioni di inasprire la pena con ordini di servizio ancora più pesanti. Quello dell’Aquila è uno degli istituti dove il rigore è massimo e che tiene 360 detenuti in quel regime, cosa che va al di là delle sue capacità. L’Aquila non è in condizione di garantire nemmeno due ore d’aria perché i locali adibiti al passeggio sono pochi. Sono corridoi coperti da maglie con doppia griglia econ alte mura per i detenuti normali. Le aree riservate a quelli sotto 41 bis sono sepolcri. Ci sono celle con doppie griglie anche quando davanti alla finestra non c’è il cielo, ma un muro.[9]Per le donne va anche peggio, dato che sono in numero minore e toccaloro sopportare tutta la pressione che il regime prevede. Oggi sono nove. Le otto, esclusa la compagna Lioce, sono divise in gruppi di due. Sono ridotte a un silenzio mortale. Sono sepolte vive e private di ogni dignità. Hanno paura di tutto.

Dal 2009 il regime ha assunto ruolo di simbolo di deterrenza, dice. Infatti, è di questa data la cosiddetta “Novella 2009” che inasprisce il regime. Ecco un’altra data importante nella storia del nostro paese e del mondo: siamo negli anni in cui la condizione delle masse popolari si avvia a un progressivo e rapido peggioramento dopo l’inizio della fase terminale della crisi, quella che gli economisti borghesi dicono dovuta all’esplosione della bolla speculativa sui mutui subprime.[10]

Al momento in cui la crisi si inasprisce è possibile che le mobilitazioni dei lavoratori e delle masse popolari crescano. Laura Longo sa che il carcere duro può essere usato per i “reati sociali”. Dichiara che questo regime è supplizio e tortura che la classe borghese non osa più infliggere come facevano i signori feudali, con i loro giudici e i loro boia, che straziavano i corpi dei condannati apertamente e pubblicamente. La borghesia traspone il supplizio sul piano dello spirito, creando condizioni per deteriorare la sensibilità e la coscienza, e quindi, come dice lo psichiatra che ha lavorato con lei all’Aquila, e dopo di lei interviene, per deteriorare la mente e il corpo.

Lo psichiatra spiega che l’isolamento è un problema che riguarda la salute delle persone. Qui ne parliamo in termini di diritti umani, ma genera malattia. È, dice, un killer sociale, meschino e serpeggiante che, induce modificazioni strutturali all’interno del cervello in quell’area di un paio di cm2che regola la vita affettiva. Aumentano aggressività e passività, perdita della memoria e apatia, tutto ciò di cui è sintesi la depressione. Induce problemi al sistema immunitario, le cui difese sono abbassate, generando uno stato infiammatorio esteso a tutto l’organismo. Colpisce nell’anima ma anche nel corpo. È un killer che tortura, e che non si fa riconoscere, che si manifesta a lungo andare. È tristezza, sfiducia, cattiveria, ignoranza dell’amore, dice.

Il pomeriggio, dopo una performance teatrale, ungiurista costituzionalista italiano che ha relazione con la Corte Europea dei diritti dell’uomo interviene per dire che non dovremmo usare parole dure come “carcere duro” o parole che in ogni caso rimandano alla violenza, come se fosse il parlare ciò che genera il problema. Se la parola avesse il potere che il giurista le attribuisce, allora sarebbe giusto impedire di parlare a Nadia Lioce e a qualsiasi altro: le basterebbe dire “apriti Sesamo!” e sarebbe subito fuori. Il giurista farà di seguito una serie di affermazioni alcune delle quali discutibili come questa prima, e concluderà, se ho ben capito, con l’affermare la superiorità del trattamento penitenziario norvegese rispetto a quello italiano, facendo l’esempio dell’assassino razzista Anders Breivik, che uccise più di 70 giovani nel luglio 2011, che oggi è in regime di isolamento ma in tre celle, una per viverci, una per lavorare (con accesso a Internet), una per l’attività sportiva. Breivik dichiara “disumano” l’isolamento che deve sopportare, e uno dei giovani norvegesi scampato alla strage, che dirige la associazione delle vittime, gli dà ragione.

Che dite? Uno che ha assassinato più di 70 giovani scambiandoli per “comunisti” e che dice lo rifarebbe (e che per quanto isolato ha comunque a disposizione tre vani per le proprie necessità materiali e spirituali, cosa che molti proletari che non hanno ucciso alcuno non hanno) ha diritto di parola, e se lo avesse, ha diritto a dire cosa è o non è umano?

Al convegno è intervenuto Beniamino Deidda, uno dei magistrati che a Firenze si sono più spesi in difesa dei diritti democratici di imputati e detenuti nel corso degli ultimi quaranta anni, ricordando al giurista che lo ha preceduto che la durezza del carcere non dipende dalla parola usata per descriverlo. Ha concluso dicendo che la lotta alla mafia ha bisogno di norme dello stato di diritto, e il 41 bis è la negazione dello stato di diritto.

Caterina Calia è avvocato e viene dalla Camera Penale di Roma. Ricorda che il 41 bis avrebbe la finalità di recidere il legame con l’organizzazione di appartenenza, e quindi non avrebbe ragion d’essere quando l’organizzazione non esiste più, come è nel caso di Nadia Lioce. Ma, dicono decreti che lei legge, le Brigate Rosse potrebbero tornare “nel lungo o medio periodo”! Ecco la ragion d’essere del 41 bis. Con esso, dice Calia, è stato costruito un Tribunale Speciale come quello del fascismo. Non stiamo andando nella condizione di migliorare la condizione dei detenuti del 41 bis, aggiunge, ma a una estensione della sua applicazione. In teoria si può applicare anche ai NoTAV. Denuncia l’aggravamento delle misure liberticide di Salvini sulla falsariga dell’opera intrapresa da Minniti (il DASPO agli operai, ad esempio)

CarlaSerra,l’avvocato che difende Nadia Lioce, in un intervento determinato e limpido dice, tra le altre cose, come alla compagna è stato contestato da uno dei suoi giudici il diritto a usare termini come comunismo, classe, controrivoluzione. Chiude il filosofo napoletano Giuseppe Antonio di Marco, che concorda con Calia e dice che il diritto penale si organizza in previsione di futuri eventi sovversivi, ricordando che il diritto non si muove nell’astrazione, ma è frutto del conflitto di classe. Parla della rivoluzione in corso, che non è una cosa che scoppia, un evento cui prendono parte i “più coraggiosi”[11], ma un evento che si prolunga nel tempo, non immediatamente visibile, frutto della combinazione di una serie di processi collettivi, e necessario, perché lo stato di cose presente non è più sostenibile, e lo sanno, dice, le masse popolari che mostrano la loro insofferenza votando i cosiddetti “partiti populisti”. Le rivolte sono all’orizzonte, sembra dire il filosofo, ricordando quelle degli anni ’70 proprio nelle carceri, che accompagnarono il movimento operaio e studentesco.

Il filosofo parla anche di Gramsci, e ricorda un suo scritto dell’aprile 1918. In quello scritto Gramsci dice come dopo la Rivoluzione d’Ottobre i detenuti del carcere di Odessa furono liberati. Tra di essi però ci furono quelli che, a fronte dei rivoluzionari, ammisero di avere commesso dei crimini e che quindi era giusto seguissero un processo di rieducazione e a ciò si disponevano per libera volontà, e non perché obbligati da guardie e sbarre. Ecco il modo di affrontare i problemi della rieducazione nella società socialista, dice Gramsci.

E il modo nostro qual è? E’ quello di organizzarsi per affrontare un sistema repressivo che, come mostra il convegno, usa una ferocia che non osa mostrare, ma che è pronto a estendere a fronte del crescere della protesta contro una società che indirizza le masse popolari e la classe operaia nel nostro e negli altri paesi verso un futuro di devastazione, miseria e guerra. Organizzarsi significa costituirsi in comitati contro la repressione, come ce ne sono stati in passato nei momenti più aspri della lotta di classe.[12]Significa pretendere dalle forze che sono al governo che cambino rotta riguardo alla repressione rispetto alle forze che le hanno precedute, se veramente sono diverse da loro, e che quindi garantiscano il rispetto dei diritti umani che vengono sbandierati come fondamento del vivere comune. Significa garantire a chi è in carcere il diritto di parola, diritto di leggere e di scrivere, come fu per Gramsci, diritto che è un dovere. È diritto di parola, quello che il diritto dello Stato borghese proclama, ed è dovere di parlare alla classe operaia e alle altre classi delle masse popolari, e particolarmente alle giovani generazioni di queste classi. Il muro del silenzio e dell’ignoranza eretto da 26 anni a questa parte si può rompere, unendo la resistenza di chi è in carcere alla lotta di chi fuori difende i suoi diritti fino alla solidarietà delle masse popolari che tanto più si estende quanto più è chiaro che la classe al potere porta nel paese miseria, devastazione e guerra.

Commissione Gramsci del Partito dei CARC

Ottobre 2018

[1]Febbraio: La scuola nuova, in http://www.carc.it/wp-admin/post.php?post=13078&action=edit.

Marzo, Ottimismo della ragione e della volontà, in http://www.carc.it/2018/03/22/ottimismo-della-ragione-e-della-volonta/.

Aprile, Fiducia nella classe operaia, fiducia in noi stessi, in http://www.carc.it/2018/04/22/gli-anniversari-della-vita-di-antonio-gramsci-aprile/.

Maggio, Il nuovo partito di cui parla Gramsci un secolo dopo, un nuovo governo per le masse popolari italiane, un nuovo CLN!, in http://www.carc.it/2018/05/25/il-nuovo-partito-di-cui-parla-gramsci-un-secolo-dopo-un-nuovo-governo-per-le-masse-popolari-italiane-un-nuovo-cln/.

Giugno, Il fascismo, in http://www.carc.it/2018/06/23/il-fascismo/.

Luglio, Il partito che c’è, in http://www.carc.it/2018/07/26/il-partito-che-ce/.

Agosto, Pensare e non solo ricordare, in http://www.carc.it/2018/08/29/pensare-e-non-solo-ricordare/

Settembre, Agli operai e alle operaie di ieri e di oggi, in http://www.carc.it/2018/09/21/agli-operai-e-alle-operaie-di-ieri-e-di-oggi/

[2]Quaderno 3, Nota 32. Vedi in Quaderni del carcere a cura di Valentino Gerratana, Einaudi, 2001 (prima ed. 1975), Torino, p. 310.

[3]La “coroza” era il cappuccio di carta a forma di cono che si metteva in testa agli eretici condannati ad essere arsi vivi.

[4]“Il 41 bis, una tortura (s)conosciuta”, in https://www.facebook.com/associazioneliberarsi/photos/fpp.117031788962397/246006409398267/?type=3&theater

[5]Informazioni sull’iniziativa in https://www.liberarsi.net/convegno-41-bis-20-ottobre-2018.html. L’iniziativa è stata interamente registrata da Radio Radicale, ed è disponibile in https://www.radioradicale.it/scheda/555053/il-41-bis-una-tortura-sconosciuta-a-26-anni-dalla-sua-istituzionale-le-restrizioni.

[6]Vedi al riguardo http://www.carc.it/2018/01/15/italia-sul-41-bis-non-facciamo-gli-ingenui-padroni-alti-prelati-e-funzionari-della-borghesia-rimangono-sistematicamente-impuniti/

[7]Dal gennaio 2013 quindi Nadia Lioce è in isolamento assoluto. Vedi in https://www.infoaut.org/varie/nadia-lioce-l-orrore-del-41-bis.

[8]Nel carcere di Parma fu rinchiuso due anni dopo Alessandro della Malva, segretario federale della Toscana del Partito dei CARC, sotto l’accusa (poi rivelatasi falsa) di avere “devastato” una sede di Casa Pound (la “devastazione” consisteva in un computer buttato dal tavolo e in una vetrata rotta). Il compagno non era sotto il 41 bis, anche se fu in isolamento e gli fu bloccata la posta. Riferisce che a quel tempo nella sezione del carcere duro c’era Marco Mezzasalma, militante delle Brigate Rosse.

[9]In uno degli interventi sarà descritto anche il carcere di Sassari (Bancali), dove la sezione del 41 bis è due piani sotto il livello stradale e le finestre sono a due metri di altezza. I detenuti non hanno mai luce diretta.

[10]La crisi in realtà è iniziata alla metà degli anni ’70, e il suo nome scientifico è “crisi generale per sovrapproduzione assoluta di capitale”. E’ una crisi che ha solo due soluzioni possibili, la rivoluzione socialista o la guerra, e una di queste, effettivamente, è la prospettiva che abbiamo davanti. La ragione per cui tutto questo è ignorato dalle masse popolari del nostro paese è relativamente semplice: la stessa borghesia imperialista ignora la natura della crisi, perché per conoscerla dovrebbe usare la scienza marxista. In secondo luogo, capire la natura della crisi significa capire che bisogna fare la rivoluzione socialista e quindi togliere il potere alla classe borghese, posto per assurdo che questa classe lo sapesse, cioè sapesse che la campana suona a morto per lei, di certo farebbe ogni sforzo perché nessuno lo capisca.

[11]Si riferisce a quello che diceva il giurista di cui parlo sopra, quello del riferimento all’assassino norvegese. Raccomandava cautela, altrimenti a volere andare a fondo nello scontro si finiva per fare la rivoluzione, cosa per la quale confessava di non avere abbastanza animo.

[12]Ci riferiamo ai Comitati contro la Repressione il cui Coordinamento Nazionale si costituì all’inizio degli anni ’80 e fu un baluardo nella storia della lotta di classe per tutto un decennio. Da esso ha preso avvio il percorso per la ricostruzione del partito comunista italiano, la carovana del (n)PCI, di cui il Partito dei CARC è parte.

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