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Editoriale

 

Nei paesi imperialisti è in corso una svolta nel sistema politico. I gruppi e i partiti, di “destra” e di “sinistra”, che negli ultimi quattro decenni hanno governato e attuato il “programma comune” della borghesia imperialista, sono in crisi profonda in alcuni paesi (come in Germania, Regno Unito e Spagna) o sono già stati scalzati dal governo come negli USA con l’elezione di Trump, in Francia con l’elezione di Macron (due operazioni provenienti dall’interno della classe dominante) e in Italia con la vittoria elettorale del M5S il 4 marzo e con la formazione del governo M5S-Lega il 1° giugno scorso. Il nocciolo della svolta risiede nel fatto che essa è il frutto del malcontento e della ribellione delle ampie masse popolari al “programma comune” che quei partiti hanno imposto loro per decenni, una ribellione su ampia scala consumata nel terreno più favorevole alla classe dominante, la lotta politica borghese, le elezioni: con le astensioni e con il voto contro i partiti che da quarant’anni o più componevano i governi. Una ribellione che è nata sul lascito delle prima ondata della rivoluzione proletaria che 1. ha abituato le masse a una larga partecipazione alla lotta politica borghese, pilastro del sistema di controrivoluzione preventiva, 2. ha reso buon senso comune che lo Stato (governo e parlamento) è responsabile dell’andamento dell’attività economica del paese (che quindi implicitamente è una funzione pubblica), 3. ha introdotto il suffragio universale.

Se non si parte da questo non è possibile comprendere cosa sta succedendo né nel nostro paese né a livello internazionale. Chi non parte da questo non riesce a darsi una linea per approfittare della svolta politica in corso e avanzare nella rivoluzione socialista.

Il periodo che va dal 1975 a oggi è caratterizzato da tre fattori legati e dipendenti fra loro:

– la seconda crisi generale per sovrapproduzione assoluta di capitale, cioè l’inizio della fase in cui “a livello mondiale e considerando tutti i settori produttivi, il capitale accumulato è tanto che, se i capitalisti lo impiegassero tutto nelle loro aziende che producono merci (beni e servizi), estrarrebbero una massa di plusvalore (quindi di profitto) inferiore a quella che estraggono impiegandone solo una parte. In un sistema di relazioni sociali capitaliste, la borghesia deve valorizzare il capitale, ma, stanti gli ordinamenti esistenti, la borghesia non poteva investirlo tutto nella produzione di merci. Questo ha dato luogo a tutti gli sviluppi che constatiamo e che compongono i cinque campi del “programma comune”: spremitura delle masse popolari (riduzione dei redditi ed eliminazione dei diritti e delle conquiste), finanziarizzazione dell’economia reale e sviluppo del capitale speculativo, ricolonizzazione dei paesi oppressi e sfruttamento dei paesi ex socialisti, devastazione della Terra (saccheggio delle risorse naturali, cambiamento climatico, inquinamento dell’ambiente, devastazione del territorio), lotta tra capitalisti ognuno dei quali cerca di ingrandirsi a spese di altri capitalisti” – da Resistenza n. 1 / 2016 “Sei tesi sulla situazione attuale e sulla tendenza alla guerra”;

le ricadute dell’esaurimento della prima ondata della rivoluzione proletaria mondiale, iniziata nel 1917 con la Rivoluzione d’Ottobre in Russia e conclusasi nel 1976 con la sconfitta della Grande Rivoluzione Culturale Proletaria in Cina e con il consolidamento dei revisionisti moderni alla testa del movimento comunista internazionale. In termini pratici l’esaurimento ha significato essenzialmente tre cose: a. non esiste più un campo socialista contrapposto ai gruppi imperialisti europei, USA e sionisti che ostacola le loro scorrerie; b. non esistono più nei paesi imperialisti partiti comunisti che raccolgono la maggioranza della classe operaia e ampi settori delle masse popolari; c. non esiste più nei paesi imperialisti un punto di riferimento autorevole che promuove la mobilitazione della classe operaia e delle masse popolari, a fronte degli attacchi portati dalla borghesia imperialista;

dalla combinazione dei due aspetti precedenti, in ogni paese imperialista si è aperta una lunga fase in cui la classe operaia e le masse popolari hanno resistito all’attuazione del “programma comune” della borghesia imperialista senza la guida, l’orientamento, l’organizzazione, il patrimonio di teoria ed esperienza di un partito comunista: quella che chiamiamo “resistenza spontanea delle masse popolari”.

Negli scorsi 40 anni, nel nostro paese il fattore principale (l’elemento motore) del movimento economico è stato lo sviluppo della crisi generale del capitalismo, quello del movimento politico la resistenza delle masse popolari al procedere della crisi, quello del movimento rivoluzionario il lavoro dei comunisti per ricostruire il partito comunista, ma questa volta adeguato a condurre fino alla vittoria la rivoluzione socialista.

I tre fattori sono tra loro connessi. Chi li considera separatamente cade per forza in errori di analisi e quindi in errori di linea.

Considerare isolatamente la crisi generale del capitalismo e i suoi effetti economici, politici e d’altro genere, senza considerare la resistenza delle masse popolari, è un tipico errore che porta a concludere che la borghesia imperialista è troppo forte per poterla vincere, non c’è nulla da fare: al disfattismo. In verità, per imporre il “programma comune”, per smantellare i diritti e le tutele conquistate dalla classe operaia e dalle masse popolari, i vertici della Repubblica Pontificia ci hanno messo 40 anni (e non sono ancora riusciti a farlo del tutto). Hanno incontrato non solo una strenua resistenza fatta di mobilitazioni, scioperi, manifestazioni, ma addirittura nel campo in cui hanno relegato l’attivismo delle masse popolari, nonostante abbiano costantemente cambiato a loro favore le regole e violato sistematicamente i risultati – il campo della lotta politica borghese, le elezioni, i referendum, ecc. – le masse popolari li hanno infine messi sotto scacco il 4 marzo 2018.

Considerare isolatamente il lavoro di ricostruzione del partito comunista, limitarsi a ragionare solo in funzione di quanto il partito comunista raccolga già oggi i consensi e la fiducia delle masse popolari – benché, attenzione, la rinascita del movimento comunista cosciente e organizzato sia effettivamente l’aspetto principale e dirigente per la rivoluzione socialista – porta a minimizzare il ruolo delle masse popolari, a considerarlo accessorio. Da lì a finire al carro della classe dominante, per cui le masse popolari sono solo massa di manovra, il passo è breve. Ed effettivamente è l’errore in cui cadono la sinistra borghese e i soggettivisti, quelli che non vedono alcuna mobilitazione delle masse popolari perché non vedono grandi scioperi o grandi manifestazioni sotto le bandiere rosse, quelli che tendono a denigrare le masse popolari che “si sono spostate a destra”, “sono fasciste e razziste”, “non capiscono un’acca perché continuano a votare partiti che le prendono in giro”. La rinascita del movimento comunista cosciente e organizzato è senza dubbio l’aspetto principale e dirigente per avanzare nella rivoluzione socialista, ma il suo legame con la classe operaia e con le masse popolari è l’aspetto decisivo, esattamente come il cervello è il centro nevralgico del corpo umano, ma senza il cuore esso non può vivere, senza le braccia, le gambe, gli occhi, le orecchie e il naso è incompleto e, oggettivamente, limitato. Fuor di metafora: senza il cervello della rivoluzione socialista non è possibile alcuna rivoluzione socialista, ma la forza della rivoluzione socialista sono le ampie masse, i milioni di uomini e donne che di fase in fase pensano e agiscono sulla base del senso comune predominante in quel momento storico.

Se prendiamo in esame i 40 anni passati, il senso comune sulla base del quale hanno agito le masse popolari è stato una miscela di quanto il vecchio movimento comunista aveva sedimentato (comprese le tare storiche del movimento comunista nei paesi imperialisti: l’elettoralismo, l’economicismo e il militarismo), di concezione clericale (fatalismo, concezione metafisica del mondo) e di concezione borghese (individualismo, carrierismo, mito dell’uomo che si fa da solo e si salva da solo). In questo brodo di coltura le masse popolari hanno resistito all’attuazione del “programma comune” in mille modi e forme, con mille strumenti improvvisati, in modo contraddittorio e in ordine sparso. Questa esperienza collettiva, strettamente radicata nelle condizioni oggettive, è entrata anch’essa nel senso comune corrente (ciò che le ampie masse pensano oggi). Sbaglia chi rimprovera oggi le masse popolari di essere poco combattive a fronte della situazione sempre più grave verso cui la classe dominante porta il paese e il mondo. Sbaglia chi le accusa di affidarsi ai loro carnefici. Sbaglia e si frustra chi fantastica di grandi mobilitazioni popolari, combattive e prolungate che sfocino nell’instaurazione del socialismo. Mobilitazioni popolari ce ne possono essere e ci saranno. Come ci sono state negli ultimi 40 anni: dagli operai di Crotone nel 1992 a quelli di Terni nel 2014, passando da quelli di Melfi nel 2004, dalle mobilitazioni contro la guerra del 2001-2003 al movimento NO TAV. Ci sono e ci saranno piccoli focolai di rivolta, alimentati dalla caparbietà e dal coraggio di piccoli gruppi, come la lotta contro i licenziamenti politici nella FCA di Pomigliano. Sia le prime che le seconde sono la dimostrazione pratica del fuoco che cova sotto la cenere e smentiscono praticamente tutti i corvi e gli avvoltoi che fanno da cassa di risonanza alle tesi disfattiste della classe dominante. Ma la trasformazione del fuoco che cova sotto la cenere in un incendio che trasforma il mondo richiede l’opera del partito comunista che sia capace di diventare centro autorevole di aggregazione delle masse popolari.

 

Nel 2008 la crisi della società borghese è entrata nella fase acuta e terminale, la mobilitazione spontanea delle masse popolari si è estesa e si sono moltiplicate anche le manifestazioni del suo carattere contraddittorio. In concorrenza con il partito comunista, la borghesia arruola ai suoi ordini una parte delle masse popolari che si ribellano al corso delle cose. Nella classe dominante ci sono già numerosi centri autorevoli: influenzano e arruolano. Questo è alla base del fenomeno che la sinistra borghese descrive come il dilagare del neofascismo, del razzismo, del populismo. Tuttavia, la borghesia imperialista non può dare alcuna risposta positiva né a chi si ribella partendo da idee di sinistra, né a chi si ribella partendo da idee di destra. Nel secolo scorso la borghesia sviluppò la mobilitazione reazionaria scimmiottando l’Unione Sovietica e il movimento comunista, dando il via alle sue rivoluzioni (fascismo in Italia, nazismo in Germania, New Deal negli USA sono i casi più celebri) senza emancipazione delle masse popolari dai capitalisti, ma con mille strutture organizzative dell’attività sociale in ogni campo. Ma questa strada ora la borghesia non l’ha più e anzi per far fronte alla nuova crisi ha distrutto essa stessa quelle strutture. Invece il movimento comunista offre a tutti una prospettiva di riscatto e di riscossa, di conquiste e di emancipazione. È un ambito di formazione ed educazione non solo e non sempre sui banchi a “studiare la teoria” e a “capire il mondo e le cose” (aspetto che è essenziale per i comunisti), ma anche, e in certi casi soprattutto, nelle fila della lotta di classe combattuta con le idee e la coscienza che le masse popolari hanno oggi.

 

Torniamo alla situazione attuale e al che fare. A noi comunisti interessa solo in seconda istanza se la classe operaia e le masse popolari si mobilitano per chiedere al governo M5S – Lega di mantenere le promesse, per chiedere misure urgenti per fare fronte alla crisi o si mobilitano per cacciare il governo da cui sono deluse o in cui non hanno mai avuto fiducia. L’aspetto decisivo è che la breccia che le masse popolari hanno aperto con le elezioni del 4 marzo sia allargata in ragione del fatto che dalle urne, la mobilitazione arrivi nelle piazze, nelle fabbriche, nelle scuole, nei quartieri, nei paesi e nelle città. E che la breccia si estenda, in ragione del fatto che dal rivolgersi alle autorità e alle istituzioni, la parte più organizzata delle masse popolari inizi a fare direttamente, ad attuare autonomamente, di sua iniziativa, le misure che ritiene necessarie per fare fronte agli effetti della crisi e si ponga come organizzatrice di quella parte di masse che non è ancora organizzata.

Questo è il movimento che i comunisti devono sostenere e promuovere per fare dell’esperienza pratica quella scuola di comunismo attraverso cui la classe operaia e le masse popolari comprendono, aderiscono e imparano a combattere la guerra popolare rivoluzionaria e a vincere.

 

Mille manifestazioni, scioperi, cortei e iniziative di tipo rivendicativo sono la scuola elementare della lotta di classe, ma non bastano a fare la rivoluzione socialista. Occorre la spinta alla costruzione di un sistema di potere basato sul legame fra le masse popolari e il movimento comunista cosciente e organizzato. Questo legame non nasce su iniziativa delle masse popolari che “sviluppano spontaneamente la loro coscienza e diventano comuniste e rivoluzionarie”. Esso è il frutto dell’opera dei comunisti che le conquistano alla lotta politica rivoluzionaria a partire da ciò che esse pensano e fanno oggi per affermare i loro interessi, dei comunisti che valorizzano la resistenza spontanea di cui le masse sono già protagoniste. Quanto più si rafforza questo legame, tanto più aumentano organizzazione, combattività e coscienza delle masse popolari. Quanto più la mobilitazione delle masse popolari si innesta e si lega alla rinascita del movimento comunista cosciente e organizzato, tanto più il carattere della loro mobilitazione cambia di senso: dalla difesa passa all’attacco.

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