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Il 20 settembre giornali, organi stampa e trasmissioni televisive hanno celebrato la breccia di Porta Pia, evento che nel 1870 sancì la fine dello Stato Pontificio al termine di un processo cui la borghesia che, diresse l’unificazione d’Italia, ha dato il nome di “Risorgimento”. Questo periodo viene descritto come una serie di fatti e di tendenze politiche che vanno grossomodo dal 1815 al 1870 (dal Congresso di Vienna alla breccia di Porta Pia).

Nelle ricostruzioni ufficiali il lungo percorso che ha portato all’unità d’Italia appare, quindi, come una successione e una combinazione di eventi casuali e arbitrari: “la storia va come deve andare”.Un’analisi adeguata e profonda dei fenomeni e dello sviluppo dell’umanità non può non considerare ciascun fatto o periodo all’interno del più complessivo percorso che l’umanità ha compiuto e compie: individuare il filo che unisce la storia dell’umanità, il senso logico della sua storia, lo spirito profondo che la muove. Ogni periodo storico, in sintesi, va analizzato a seconda del modo in cui gli uomini si danno i mezzi per sopravvivere, riprodursi e replicare la propria specie, quindi innanzitutto rispetto a come organizzano la produzione e la conseguente gestione della società.

Leggendo la storia con queste coordinate il “Risorgimento” va visto come il momento in cui la lotta tra il modo di produzione feudale (di cui lo Stato Pontificio era il centro più importante a livello mondiale) e il nascente modo di produzione capitalista, che rappresentava un sistema molto più avanzato e rispondente alle necessità oggettive e materiali dell’umanità.Anche oggi ci troviamo nelle condizioni per cui un modo di produzione arretrato, il capitalismo, deve cedere il passo a un modo di produzione più avanzato e conforme allo sviluppo sempre più collettivo dei rapporti di produzione. La crisi generale del sistema capitalista in cui siamo immersi è la manifestazione di questo salto epocale che l’umanità sta compiendo. Le ricette antipopolari del programma comune della borghesia (il ritiro delle conquiste strappate dalla classe operaie e dalle masse popolari con dure lotte nel secolo scorso) rappresentano la resistenza del vecchio mondo al cambiamento di cui la società è gravida.La rinascita del movimento comunista, l’insofferenza e la mobilitazione crescente delle masse popolari al procedere della crisi rappresentano il nuovo mondo che nasce. In tutti i paesi imperialisti è crescente oggi la difficoltà a raccogliere il consenso delle masse popolari e imporre i propri governi delle Larghe Intese: è così negli USA, in Inghilterra, Spagna, Francia, Germania, Grecia e Italia.

La declinazione italiana di questo processo in corso a livello internazionale è rappresentata oggi da una nuova breccia, quella che hanno aperto le masse popolari nel sistema politico del nostro paese con le elezioni del 4 marzo votando in massa M5S e Lega o astenendosi e i cui prodromi sono stati l’esito del referendum sull’acqua pubblica del 2011, delle elezioni politiche del 2013, delle elezioni amministrative dal 2011 in qua, del referendum sulla Costituzione del 2016.

“Allargare la breccia” deve essere la parola d’ordine di tutti coloro i quali sono intenzionati a farla finita con le ricette lacrime e sangue dei governi delle Larghe Intese e di chi oggi ha a cuore la costruzione di un’alternativa valida per le masse popolari del nostro paese.

“Allargare la breccia” consapevoli che questo governo è frutto sì dell’indignazione popolare ma anche di un accordo dei suoi promotori con i vertici della Repubblica Pontificia (USA, UE, Vaticano, Confindustria, Mafia ecc.) rendendo impossibile che questo governo possa rispettare fino in fondo le promesse fatte in campagna elettorale.

“Allargare la breccia” mobilitandosi a sostegno dell’attuazione delle misure positive per le masse popolari che questo governo svilupperà, proporre misure giuste dal basso e rivoltare quelle più reazionarie e contro gli interessi delle masse popolari. Questo devono fare tutti i comitati operai e popolari diffusi nel paese, tutti gli elettori e la base del Movimento 5 Stelle e della Lega, gli esponenti più autorevoli delle organizzazioni politiche, sindacali e del mondo culturale della sinistra borghese e tutti gli individui e organismi che si staccano dai partiti e governi delle Larghe Intese di cui hanno fatto parte fino all’altro ieri.

“Allargare la breccia” vuol dire, in definitiva, favorire sempre più le condizioni per imporre l’unico governo che potrà attuare le misure più urgenti che rispettino gli interessi delle masse popolari organizzate, il Governo di Blocco Popolare.
Consigliamo di approfondire la storia del Risorgimento italiano e della formazione del regime politico del nostro paese leggendo il Manifesto Programma del Nuovo Partito Comunista Italiano, in particolare i paragrafi 1 e 2 del Capitolo II che riportiamo di seguito.Invitiamo infine alla lettura del Comunicato DN del 2 agosto del Partito dei CARC sulla fase politica attuale e l’approfondimento delle parole d’ordine “allarghiamo la breccia”!

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2.1.1. Il presupposto e il contesto del movimento comunista in Italia
È proprio in Italia che incominciò a svilupparsi l’odierno modo di produzione capitalista che nel corso dei secoli si sarebbe esteso a tutta l’Europa e da essa al mondo. Esso prese il via dalla piccola produzione mercantile che viveva ai margini e nelle pieghe del mondo feudale, dalla ricchezza monetaria concentrata nelle mani del clero e dei signori feudali, dal lusso e dal fasto della Chiesa e delle corti feudali più avanzate. Già nel secolo XI Amalfi e altri comuni della penisola avevano sviluppato un’economia capitalista ad un livello relativamente alto. La forma principale del capitale era il capitale commerciale, che abbiamo già descritto nel capitolo 1.1.2. di questo MP. Lo sviluppo del modo di produzione capitalista proseguì da allora per alcuni secoli in varie parti della penisola.Lo sviluppo del capitalismo è, in campo politico, alla base delle guerre che nei secoli XI-XVI imperversarono nella penisola, comportarono la rovina di molte famiglie e corti feudali e portarono nella penisola un colpo insanabile all’ordinamento feudale. In campo culturale è alla base della rigogliosa cultura del periodo e dell’influenza che per la seconda volta nella sua storia l’Italia ebbe in Europa e nel mondo.(78) La ragione alla base dei contrasti politici e culturali dei secoli XI-XVI è la lotta tra il nascente modo di produzione capitalista e il mondo feudale che opponeva una resistenza accanita, tanto più che esso trovava sostegno e alimento nelle relazioni con il resto d’Europa allora più arretrato. È solo alla luce di questa lotta che i vari episodi della vita politica e culturale dell’epoca cessano di essere una successione e una combinazione di eventi casuali e arbitrari ed emerge il nesso dialettico che li unisce.(79)
Il Papato è stato la causa principale per cui nella penisola non si è formata una vasta monarchia assoluta, quando esse si formarono nel resto d’Europa, nel corso dei secoli XV e XVI. Data la forza che allora aveva il Papato, era ancora inconcepibile un’unità statale della penisola costruita eliminando lo Stato Pontificio. D’altra parte né alle altre potenze europee né al Papato conveniva che la penisola venisse unificata politicamente sotto la sovranità del Papa. Per gli altri Stati europei era intollerabile uno Stato che combinasse l’autorità internazionale della corte pontificia con i mezzi politici ed economici di uno Stato comprendente l’intera penisola. D’altra parte per porsi alla testa di un vasto paese, comprendente regioni economicamente e intellettualmente già molto avanzate nello sviluppo borghese, il Papato avrebbe dovuto trasformarsi a somiglianza delle altre monarchie assolute. Questa trasformazione lo avrebbe coinvolto in un destino analogo a quello delle altre dinastie europee. Esso era incompatibile con il suo ruolo internazionale e con la sua natura intrinsecamente feudale.(80) Non a caso le iniziative prese dai Papi per porsi alla testa di una unificazione della penisola furono sporadiche e velleitarie.Nella penisola la lotta tra il nascente modo di produzione capitalista e il vecchio mondo feudale ebbe una svolta nel secolo XVI. Con la Riforma protestante il Papato aveva e avrebbe perso il suo potere su vari paesi europei. Nella penisola con la Controriforma esso si mise con decisione alla testa delle altre forze feudali, uscì vincitore da una lotta accanita e impose un nuovo ordinamento sociale. In questo le istituzioni e le correnti borghesi venivano soffocate o mortificate e i residui feudali (in primo luogo il Papato) occupavano il posto di comando. Fu tuttavia impossibile cancellare tutto quello che era già avvenuto. Tanto più che gli elementi, le istituzioni e i portavoce dello sviluppo borghese nella penisola (delle relazioni commerciali, dell’economia monetaria, della ricerca scientifica, delle libertà individuali, ecc.) trovavano alimento nelle relazioni con il resto d’Europa oramai più avanzato. La Controriforma aspirava ad essere un movimento internazionale, quindi essa non poteva tagliare tutti i legami tra la penisola e il resto d’Europa. Il Papato stesso per trionfare aveva dovuto favorire l’intervento degli Stati europei nella penisola. Ma nel resto d’Europa l’influenza della Controriforma fu o nullo (nei paesi protestanti, ostili al Papato) o attenuato (dall’interesse delle monarchie assolute). Quindi lo sviluppo del capitalismo e della connessa società borghese continuò e mantenne la sua influenza sull’intera penisola. Anche qui quindi continuò, benché in condizioni diverse, la decadenza delle istituzioni e relazioni feudali. Essendo però esse alla direzione del paese, la loro decadenza determinò da allora la decadenza dell’intero paese, quella decadenza rispetto agli altri paesi europei da cui l’Italia non si riprese neanche con il “Risorgimento” nel secolo XIX e da cui non si è ancora ripresa (“imperialismo straccione”, “anomalia italiana”, ecc.).Il sopravvento della Controriforma bloccò nella penisola lo sviluppo dei rapporti di produzione capitalisti. Represse e in vari modi ridusse l’attività imprenditoriale della borghesia. La indusse a rinunciare in tutto o in parte agli affari e a trasformarsi in proprietaria terriera pur mantenendo la propria residenza nelle città. Con la riforma del clero e grazie anche alla scomparsa del ruolo politico proprio dei proprietari terrieri feudali, rafforzò l’egemonia della Chiesa sui contadini.(81) Stabilì in ogni classe il monopolio della Chiesa nella direzione spirituale delle donne e nell’educazione dei fanciulli. La separazione delle attività manifatturiere dall’agricoltura ad opera dei capitalisti venne interrotta. Le industrie che continuarono a sussistere e in alcuni casi anche, stentatamente, a svilupparsi, non ebbero come clienti i contadini che pur costituivano la stragrande maggioranza della popolazione. La separazione economica tra la campagna e le città venne accentuata. A grandi linee, nei tre secoli che seguirono, l’economia nella penisola risultò ovunque fondata su una massa di contadini tagliati fuori dall’attività mercantile: essi producevano in modo primitivo e nell’ambito di rapporti servili tutto quanto era loro necessario per vivere e quanto dovevano consegnare ai proprietari, al clero e alle Autorità. I proprietari terrieri, in gran parte cittadini, le Autorità e il clero, sia che consumassero direttamente sia che commerciassero nelle città o all’estero quello che estorcevano ai contadini, comunque lo scialacquavano parassitariamente.(82) Le città avevano già e conservarono un’abbondante popolazione. Essa era composta di servitori, impiegati, addetti ai servizi pubblici, poliziotti, soldati, fannulloni, ladri, prostitute, artigiani, intellettuali, artisti e professionisti che soddisfacevano, per lo più retribuiti in denaro, ai bisogni e ai vizi dei proprietari terrieri, delle Autorità e del clero. Le città, è in particolare il caso di Roma e Napoli, divennero quindi enormi strutture parassitarie: consumavano quello che il clero, i proprietari terrieri e le Autorità estorcevano ai contadini e non davano nulla in cambio ad essi. Politicamente l’Italia rimase divisa in vari Stati. Ognuno di essi divenne sempre più una versione arretrata e su scala minore delle monarchie assolute del resto d’Europa. Per tre secoli, dalla prima metà del secolo XVI alla prima metà del secolo XIX, la penisola venne dominata politicamente in successione dalla Francia, dalla Spagna e dall’Austria, a secondo degli equilibri che si formavano altrove tra le potenze europee.L’Italia costituisce quindi un esempio storico di come, quando un paese ha sviluppato un modo di produzione superiore, se la lotta tra le classi che sono portatrici del vecchio e del nuovo modo di produzione non si conclude con una trasformazione rivoluzionaria dell’intera società, essa si conclude con la comune rovina delle due classi.(83)
L’Italia come Stato unico e indipendente è stata creata poco più di 150 anni fa, tra il 1848 e il 1870, quando il regno dei Savoia venne esteso all’intera penisola. La borghesia che diresse l’unificazione ha dato il nome di “Risorgimento” a questo periodo e alla sua opera. Con questa pomposa denominazione essa ha preteso rappresentare nell’immaginaria resurrezione di una nazione che non era mai esistita, l’opera di costruzione di una nazione (“fare gli italiani”, disse realisticamente Massimo D’Azeglio) che non poteva compiere nella realtà perché avrebbe richiesto la mobilitazione della massa della popolazione.Il movimento per l’unità e l’indipendenza fu effetto e riflesso dell’evoluzione generale dell’Europa, con cui la borghesia della penisola e i suoi intellettuali avevano mantenuto uno stretto legame, nonostante la Controriforma. In particolare fu un aspetto del movimento messo in moto dalla Rivoluzione francese del 1789 e culminato nella Rivoluzione europea del 1848. Questa diede infatti il via all’unità e all’indipendenza dell’Italia e della Germania, i paesi sede delle due istituzioni politiche più tipiche del mondo feudale europeo: il Papato e il Sacro Romano Impero Germanico.Alla metà del secolo XIX il modo di produzione capitalista si era già pienamente sviluppato in Inghilterra, in Belgio, in vaste zone della Francia e altrove. Aveva eretto l’attività industriale a settore economico autonomo dall’agricoltura e ne aveva fatto il centro della produzione e riproduzione delle condizioni materiali dell’esistenza della società. Esso aveva conquistato in qualche misura anche l’agricoltura, aveva già chiaramente sviluppato l’antagonismo di classe tra proletariato e borghesia e iniziava già ad entrare nell’epoca imperialista.Quale era nella penisola la posizione delle varie classi rispetto al processo a cui il movimento europeo la spingeva? L’unificazione politica della penisola e lo sviluppo capitalista della sua economia comportavano per forza di cose l’abolizione dello Stato Pontificio e quindi comunque andava a danno del clero e del resto delle forze e istituzioni feudali. Ma l’ostacolo non era più insormontabile. Il Papato era arrivato al fondo della sua decadenza. Il sostegno delle potenze europee gli era venuto in gran parte meno. Il resto delle istituzioni feudali aveva seguito il Papato nella sua decadenza. Non poche delle residue famiglie nobili erano già assimilate alla borghesia o subordinate ad essa da ipoteche e da altri vincoli. La borghesia italiana non poteva restare estranea al movimento europeo che a prezzo dei propri interessi, lesi dalla borghesia dei paesi vicini che era già entrata in una fase di espansione oltre i propri confini nazionali. La borghesia aveva quindi tutto da guadagnare dall’unificazione e dall’indipendenza, ma il sistema sociale fissato dalla Controriforma contrapponeva direttamente gran parte di essa ai contadini. La variopinta popolazione delle città dipendeva economicamente dal parassitismo delle classi dominanti: era quindi incapace di un movimento politico proprio. Il proletariato nel senso moderno del termine era ancora debole numericamente e ancora di più politicamente: era quindi escluso che esso prendesse la direzione del movimento. A Milano, dove era più sviluppata, la classe operaia fu la forza principale della rivoluzione del 18 marzo 1848, fece le barricate e pagò di persona, ma fu la borghesia a raccogliere i frutti anche di quella rivoluzione. Per i contadini, che nel secolo XIX costituivano ancora gran parte della popolazione della penisola, i problemi prioritari erano il possesso della terra e l’abolizione delle residue angherie feudali. Essi erano però dispersi, disponibili a lasciarsi trascinare in rivolte ogni volta che altri ne creavano l’occasione, ma costituzionalmente incapaci di elaborare una direzione loro propria indipendente dal resto della borghesia e dal clero.Il risultato di questi contrastanti interessi di classe fu che il movimento per l’unificazione e l’indipendenza della penisola fu diretto dall’ala conservatrice della borghesia, i moderati della Destra capeggiati da Cavour sotto la bandiera della monarchia dei Savoia. Essa riuscì a far lavorare al proprio servizio anche l’ala rivoluzionaria e popolare della borghesia, la Sinistra i cui esponenti più illustri furono Mazzini e Garibaldi. Questa infatti non volle mettersi alla testa dei contadini. Il movimento dei contadini per la terra e per l’abolizione rivoluzionaria delle residue angherie feudali cercò di farsi strada nel corso della lotta per l’unificazione politica della penisola, ma fu schiacciato proprio dalla borghesia in lotta per l’unificazione e l’indipendenza della penisola.A causa del suo contrasto di interessi con i contadini, la borghesia unitaria dovette rinunciare a mobilitare la massa della popolazione della penisola a migliorare la proprie condizioni materiali, intellettuali e morali. Rinunciò quindi anche a stabilire la sua egemonia, la sua direzione morale e intellettuale sulla massa della popolazione. Quella riforma morale e intellettuale di massa tuttavia era necessaria per un rigoglioso sviluppo del modo di produzione capitalista. Ma il proposito di realizzarla si ridusse a tentativi e sforzi velleitari di gruppi borghesi marginali. Solo la mobilitazione in massa della popolazione a migliorare le proprie condizioni poteva infatti creare una nuova morale indipendente dalla religione, che traesse i suoi principi, i suoi criteri e le sue regole dalle condizioni pratiche di esistenza delle masse stesse. La storia unitaria del nostro paese è segnata in ogni aspetto da questo sviluppo, nel Meridione e nelle zone montane del Centro e del Nord più che altrove. Fu il nascente movimento comunista, con le sue leghe, le sue mutue, le sue cooperative, i suoi circoli, i suoi sindacati, le sue camere del lavoro, il suo partito che, dall’epoca del Risorgimento in poi, assunse il ruolo di promotore dell’iniziativa pratica delle masse popolari e quindi anche della loro emancipazione da una concezione superstiziosa e metafisica del mondo e della loro emancipazione da precetti morali che derivano da condizioni sociali di altri tempi. Un po’ alla volta si formò un’avanguardia di lavoratori. Essi, man mano che si liberavano dalla melma del passato (sostenuta dalla forza e dal prestigio dello Stato, della Chiesa e delle altre Autorità e organizzazioni parallele della classe dominante), con limiti, errori ed esitazioni ma anche con tenacia, eroismo e continuità, anziché usare la propria liberazione in termini di emancipazione e carriera personali, si organizzarono per moltiplicare le loro forze e diffondere più ampiamente la riforma intellettuale e morale necessaria per porre fine alla decadenza inaugurata dalla Controriforma. Tale riforma infatti è oramai anche la riforma necessaria per uscire dal marasma in cui la dominazione della borghesia imperialista ha condotto anche il nostro paese, per costruire un’Italia comunista.Dovendo ribadire l’asservimento e sfruttamento della massa dei contadini, la borghesia unitaria dovette appoggiarsi alla Chiesa che da tempo assicurava le condizioni morali e intellettuali di quell’asservimento ed evitava quindi che fosse necessario ricorrere ad ogni passo alle costrizioni delle armi e degli altri mezzi coercitivi statali. La borghesia ridusse al minimo indispensabile le trasformazioni che impose alla Chiesa. Assunse la difesa di gran parte degli interessi e privilegi del clero e pagò in varie forme un riscatto per quelli che per forza di cose dovette abolire. Assicurò inoltre ai funzionari, ai notabili e ai dignitari dei vecchi Stati il mantenimento degli appannaggi, dei privilegi e in molti casi anche dei ruoli di cui i vecchi governi li avevano dotati. Accollò al nuovo Stato persino i debiti contratti dagli Stati soppressi. Infine dove, con il concorso della Chiesa e con le forze ordinarie del suo Stato non poteva assicurare la repressione dei contadini, delegò forze armate locali (mafia siciliana e organismi affini) a condurla sotto l’alta protezione e supervisione del suo Stato.(84)Riassumendo, a causa del suo contrasto di interessi con i contadini, la borghesia unitaria non poteva spazzare via le residue forze feudali: il Papato, la sua Chiesa, la monarchia, i grandi agrari latifondisti e le restanti istituzioni, sette, ordini, congregazioni e società segrete del mondo feudale. Essa optò per la loro integrazione graduale nella nuova società borghese. Così infatti avvenne. Ma esse, integrandosi, hanno a loro volta marcato e inquinato permanentemente i più importanti aspetti politici, economici e culturali della formazione economico-sociale borghese italiana. I borghesi italiani sono rimasti a metà strada tra il loro ruolo di “funzionari del capitale”, protesi a investire il profitto estorto ai lavoratori per aumentare ulteriormente la produzione e le abitudini del clero e delle altre classi dominanti feudali protesi ad usare per il proprio lusso e sfarzo quanto estorcevano ai lavoratori. Questo è il fondamento della “anomalia italiana”, di ciò che di specifico la borghesia italiana presenta rispetto alla borghesia degli altri paesi europei: la sua tanto lamentata scarsa propensione all’investimento produttivo, alla ricerca, al rischio, ecc.(82)Il Risorgimento fu quindi un movimento anticontadino. I contadini, cioè la stragrande maggioranza dei lavoratori della penisola, non solo non ebbero né la terra né l’abolizione delle residue angherie feudali, ma dovettero sobbarcarsi, oltre agli obblighi verso i vecchi proprietari, anche i nuovi oneri imposti dal nuovo Stato: imposte e servizio militare. Di conseguenza il Risorgimento tra i contadini generò uno stato endemico di ribellione. Essi per anni formarono ovunque una massa di manovra per quanti nelle fila della nobiltà e del clero si opponevano all’unificazione della penisola o, più concretamente, ricattavano le Autorità del nuovo Stato con la minaccia di mobilitare i contadini contro di esse.(85) Questo ruolo dei contadini venne meno solo quando e nella misura in cui la classe operaia stabilì la propria direzione sul loro movimento di ribellione alle condizioni intollerabili in cui la borghesia unitaria li aveva ridotti e lo integrò nel movimento comunista.Il Risorgimento non fu direttamente una rivoluzione nei rapporti sociali. Esso però instaurò nella penisola un diverso assetto politico (l’unificazione politica) e determinò un diverso inserimento di essa nel contesto politico ed economico europeo. La borghesia unitaria diede il via a una serie di trasformazioni e di opere (rete di comunicazione stradale e ferroviaria, sistema scolastico nazionale, forze armate e di polizia, sviluppo industriale e scientifico, sistema ospedaliero e di igiene pubblica, lavori pubblici, apparato e spese di rappresentanza dello Stato, ecc.) che modificarono i rapporti di produzione che la Controriforma aveva fissato. Con il rafforzamento generale delle relazioni commerciali e capitaliste e con l’espansione dei lavori pubblici, il mercato delle terre ebbe grande impulso. La terra divenne un capitale e il suo rendimento venne confrontato con quello dei capitali investiti negli altri settori.(86) Questo e lo sviluppo degli scambi interni e internazionali trasformarono sempre più i rapporti nelle campagne tra proprietari e contadini in rapporti mercantili e capitalisti. L’espulsione in massa dei contadini dal lavoro agricolo che ne seguì, il reclutamento di contadini per i lavori pubblici, l’emigrazione all’estero, lo sviluppo industriale nelle città del Nord e le migrazioni interne cambiarono la composizione di classe del paese.Non solo quindi le masse contadine non furono mobilitate per trasformare la propria condizione, ma esse subirono, con tribolazioni e sofferenze inenarrabili, la trasformazione che la borghesia imponeva ad esse con la forza dei propri rapporti economici e del proprio Stato. L’Italia divenne comunque un paese imperialista. Da allora parlare di “completamento della rivoluzione borghese” in Italia, in senso diverso da quello che vale per ogni altro paese europeo, e andare a pescare i “residui feudali” per sostenere tale linea, è diventata una bandiera dell’opportunismo rinunciatario dell’unica ulteriore trasformazione che il movimento comunista poteva e doveva compiere nel nostro paese: la rivoluzione socialista.(87)La rivoluzione borghese anticontadina è la causa della nascita della “questione contadina”. Questa venne risolta solo nei venti anni successivi alla Seconda Guerra Mondiale, con l’eliminazione dei contadini. Ma è la causa anche della nascita della “questione meridionale”, della “questione vaticana”, del ruolo politico e sociale di organizzazioni armate territoriali semiautonome dallo Stato centrale come la mafia siciliana e di altre caratteristiche specifiche della borghesia italiana che perdurano tuttora.
2.1.1.1. La rivoluzione borghese incompiuta
Con l’unificazione la borghesia mantenne in vita molte delle vecchie istituzioni, relazioni e abitudini feudali col loro localismo, accontentandosi di sovrapporre ad esse gli organismi del nuovo Stato. Esse furono solo gradualmente assorbite nella nuova società borghese. Quindi venne conservata a lungo la diversità sociale delle varie regioni ed in parte essa permane tuttora benché nei venti anni successivi alla Seconda Guerra Mondiale la massa dei contadini sia stata cacciata dalle campagne e milioni di persone siano state costrette a migrare dal Sud al Nord e dal Nord-Est al Nord-Ovest. Qui sta il motivo per cui in Italia i contrasti tra classi e i contrasti tra settori produttivi sono ripetutamente diventati contrasti territoriali e hanno messo in pericolo l’unità dello Stato (movimenti federalisti e secessionisti). La questione della grande industria è stata per decenni principalmente la questione della Lombardia, del Piemonte e della Liguria; la questione della piccola e media impresa è stata principalmente la questione del Veneto e dell’Emilia-Romagna; la questione del latifondo, della piccola produzione col suo variopinto mondo di padroncini, lavoratori autonomi e dipendenti, del semiproletariato e del pubblico impiego è stata principalmente la questione delle regioni meridionali.(88) I caratteri specifici delle singole regioni e zone in parte permangono e il movimento comunista deve tenerne il debito conto, oggi nella lotta per instaurare il socialismo e domani nell’ordinamento che la rivoluzione socialista instaurerà. In particolare dobbiamo appoggiare e favorire in linea di massima i movimenti nazionali (Sardegna, Sud Tirolo, ecc.): indipendentemente dalla capacità delle piccole nazioni di assurgere effettivamente a vita autonoma, il loro movimento è oggi un aspetto importante della lotta delle masse popolari contro la borghesia imperialista per la difesa e l’ampliamento dei loro diritti democratici.
La Chiesa fu la maggior beneficiaria del carattere anticontadino del Risorgimento. La borghesia non condusse con energia, e data la sua natura non poteva condurre con successo, un’attività per eliminare o almeno ridurre l’egemonia morale e intellettuale che la Chiesa aveva sui contadini, sulle donne e su una parte della popolazione urbana. La sua iniziativa fu pressoché nulla sul piano morale, del comportamento individuale e sociale, per promuovere una morale adeguata alle condizioni della società moderna. La borghesia rinunciò a formulare e promuovere in termini di morale (di principi e norme di comportamento individuale) il complesso di relazioni sociali (della società civile) che il suo Stato tutelava con la violenza ed esprimeva in termini giuridici nella sua legislazione. Il poco che la borghesia fece con la scuola pubblica, ebbe effetti limitati perché riguardò solo la scuola frequentata da una minoranza delle nuove generazioni. L’analfabetismo, l’influenza della Chiesa nelle scuole inferiori specialmente nelle campagne e la permanenza di un diffuso sistema di collegi e scuole gestito dal clero prolungarono l’egemonia della Chiesa nella formazione intellettuale e morale delle nuove generazioni. Lo Stato si limitò a formare i candidati allo strato superiore della classe dominante: esso per forza di cose, per essere per quanto poco all’altezza dei suoi compiti, doveva avere una formazione intellettuale e morale diversa da quella che tramite la Chiesa la borghesia imponeva alle classi delle masse popolari e in generale alle donne.Non solo mancarono del tutto nel Risorgimento e nei decenni successivi la mobilitazione in massa della popolazione per migliorare le proprie condizioni economiche, l’istruzione, le condizioni igieniche e sanitarie, ecc. e per promuovere tutti gli altri aspetti dell’iniziativa di massa che solo una rivoluzione contadina e la fiducia in se stessi confortata dai risultati avrebbero sviluppato in milioni di individui. Ma vi fu addirittura lo sforzo congiunto della Chiesa, dello Stato e di gran parte della classe dominante per mortificare, reprimere e scoraggiare l’iniziativa pratica e, a monte, l’emancipazione morale e intellettuale della massa degli uomini e delle donne. L’emigrazione dalla campagna nelle città venne sistematicamente usata per rafforzare l’egemonia ecclesiastica anche nelle città: le parrocchie sfruttarono il loro ruolo di ufficio di collocamento per estendere il controllo ecclesiastico sugli operai e gli altri lavoratori delle città.La lotta della borghesia per un generale rinnovamento morale e intellettuale del paese si ridusse a iniziative private scoordinate e in gran parte settarie ed elitarie, idealiste perché prescindevano dal movimento pratico che solo avrebbe potuto farle diventare iniziative di massa.(89) Nella società borghese su una concezione del mondo e un programma politico è possibile costruire un partito. Le masse popolari è possibile mobilitarle e unirle solo in un movimento pratico, per un obiettivo pratico, quale appunto sarebbe stato il miglioramento delle loro condizioni tramite la conquista della terra e l’eliminazione rivoluzionaria delle residue angherie feudali, obiettivo che l’ala sinistra della borghesia unitaria non seppe fare proprio.(90)Si aggiungono a tutto ciò la duratura contrapposizione che allora si instaurò e si mantenne poi tra la massa della popolazione e le Autorità del nuovo Stato che si presentavano solo o principalmente nei panni del carabiniere, dell’esattore d’imposte o dell’usciere, il servizio militare obbligatorio al servizio di uno Stato nemico imposto dopo l’Unità, l’azione di sobillazione e boicottaggio promossa a lungo dalla Chiesa e dagli altri gruppi antiunitari di cui la borghesia aveva rispettato per intero il potere sociale (ricchezza, prestigio e spesso anche cariche pubbliche). In particolare la Chiesa da una parte ottenne ricchezze, privilegi e potere dal nuovo Stato e dall’altra si atteggiò a protettrice e porta voce delle masse popolari di fronte alle Autorità del nuovo Stato in una posizione sistematica di ricatto.La legislazione del nuovo Stato e ancor più la sua applicazione e l’attività pratica delle Autorità del nuovo Stato e della sua Pubblica Amministrazione tutelarono gli interessi della Chiesa e sostennero la sua integrazione nelle nuove condizioni della ricchezza del paese. La Chiesa e la sua “aristocrazia nera” romana trasformarono, alle condizioni dettate da loro stesse, le loro proprietà terriere ed immobiliari tradizionali in nuova ricchezza finanziaria.
La scarsa disponibilità di capitali per investimenti è stata un lamento che ha accompagnato tutta la storia del nostro paese dopo l’Unità e che gli storici borghesi, clericali e no, hanno riversato, compiacenti, nei loro trattati di storia a giustificazione della persistente miseria di tanta parte della popolazione e della subordinazione economica e politica dell’Italia alla borghesia tedesca, francese e inglese. In effetti i capitalisti imprenditori e persino lo Stato dovettero largamente ricorrere a banche di prestito e d’investimento straniere e alle Borse estere per finanziare gli investimenti e la Spesa Pubblica. In realtà, quando iniziò il Risorgimento, l’economia monetaria era già molto sviluppata in Italia e la ricchezza monetaria del paese era abbondante e concentrata. Ma essa fu usata solo in misura minima per investimenti capitalisti. Proprio il carattere anticontadino del Risorgimento impedì che si creassero le condizioni di classe e politiche necessarie perché la ricchezza monetaria del paese si incanalasse verso lo sviluppo economico e civile del paese e perché l’imposizione fiscale fosse trasparente, equamente ripartita e all’altezza delle spese della Pubblica Amministrazione. I proprietari terrieri continuarono fino al secondo dopoguerra a spremere ai contadini le rendite e le prestazioni personali che avevano spremuto prima dell’Unità. Ma che fine facevano queste rendite? Per la gran parte, e la Chiesa era l’esempio più macroscopico, i proprietari terrieri non erano capitalisti che investivano in imprese industriali quello che spremevano ai contadini. Erano parassiti che continuavano a scialacquare come avevano fatto prima dell’Unità, nelle città o all’estero. La speculazione finanziaria, l’usura, la speculazione fondiaria ed immobiliare, gli investimenti finanziari all’estero, la tesaurizzazione, le spese per il consumo, il lusso e lo sfarzo dei ricchi e la magnificenza della Chiesa e delle pubbliche Autorità, le loro spese di rappresentanza e di prestigio continuarono ad assorbire larga parte della ricchezza monetaria e delle forze lavorative del paese, così come, parallelamente, la retorica, la teologia e l’arte degli azzeccagarbugli continuarono ad assorbire larga parte delle sue energie intellettuali.La Chiesa rimase il centro promotore e la fonte principale del parassitismo della classe dominante che, attraverso mille canali e capillari, ha inquinato nei 150 anni di storia unitaria e ancora oggi inquina tutto il paese, assorbe tanta parte delle sue forze produttive, occupa tanta parte della sua forza-lavoro e impone la sua ombra e impronta malefiche e detta la sua legge ovunque nel nostro paese. Non a caso in Italia la beneficenza, i favori e le elemosine sono sempre stati e sono in proporzione inversa ai diritti delle masse popolari e ai salari. È il “conservatorismo benevolo”: i lavoratori sono alla mercé del buon cuore dei ricchi, i ricchi non devono esagerare – la cultura feudale a cui la Chiesa ha messo il vestito della festa: la dottrina sociale della Chiesa! Il pizzo che la mafia e altre organizzazioni criminali pretendono, non è che la loro forma specifica di questo stato generale di sfruttamento parassitario che è oramai confluito nel generale parassitismo della borghesia imperialista.(91)Anziché attingere risorse finanziarie per lo sviluppo dalle sacche di parassitismo che aveva trovato fino a prosciugarle, la borghesia unitaria ampliò la Spesa Pubblica per finanziare e allargare il vecchio parassitismo che divenne una nuova piaga. Queste spese si aggiunsero a quelle che il nuovo Stato dovette fare per creare le condizioni di uno Stato moderno, indipendente e con un minimo di autorità nel contesto europeo e le accrebbero: basta anche solo considerare la pletora di ufficiali di grado superiore e di funzionari pubblici invalsa già nei primi anni del Regno, dato che questi assorbì gran parte della burocrazia e delle forze armate degli Stati soppressi.Assieme, gli oneri ereditati e i nuovi, gonfiarono enormemente la Spesa Pubblica. Vennero corrispondentemente elevate le imposte che nei primi decenni colpivano principalmente i contadini. Queste e il servizio militare obbligatorio accrebbero ulteriormente la loro ostilità verso il nuovo Stato. Crearono un terreno più favorevole alle manovre e ai ricatti delle forze antiunitarie, in primo luogo del Papa e della Chiesa che pure erano i massimi beneficiari della politica della borghesia unitaria. L’ostilità dei contadini, frutto delle condizioni oggettive e aggravata dalla sobillazione delle vecchie Autorità e in particolare della Chiesa, rese necessarie ulteriori spese per l’ordine pubblico (basti pensare al costo della guerra al “brigantaggio”) e la sicurezza nazionale.
Un altro lamento che ha accompagnato tutta la storia del nostro paese dopo l’Unità e che gli storici borghesi, clericali e no, compiacenti hanno riversato nei loro trattati di storia è la ristrettezza del mercato interno. Ma quale fu la fonte di tale ristrettezza?I contadini furono ancora per molti decenni dopo l’Unità, fino al secondo dopoguerra, la maggioranza della popolazione. Essi furono oberati oltre ogni limite immaginabile dalle vecchie rendite e dalle nuove imposte. Il carico complessivo all’incirca raddoppiò con l’Unità, secondo valutazioni attendibili.(92) La situazione dei contadini fu aggravata dal fatto che ad un certo punto lo Stato, per incassare quel denaro che non aveva la forza di prendere ai ricchi come imposte, mise all’asta e svendette le terre demaniali e dei conventi, sopprimendo senza alcun indennizzo gli “usi civici” (pascolo, legnatico, ecc.) di cui i contadini da tempi immemori godevano su questi terreni. Gli usi civici, assieme alle mense dei conventi, erano state fonti dalle quali la massa dei contadini, in particolare i più poveri e tanto più nelle annate peggiori, aveva fino allora tratto di che sopravvivere.È quindi ovvio che in queste condizioni i contadini non comperavano né attrezzi agricoli e beni strumentali per migliorare la produttività del loro lavoro né beni di consumo. Si accontentavano di poco e quel poco cercavano di produrlo direttamente essi stessi (economia naturale). Da qui la causa prima della ristrettezza del mercato interno.Infatti il mercato interno era costituito 1. dalla domanda dei capitalisti per investimenti e dalla Spesa Pubblica per acquisto di merci, 2. dalla domanda dei capitalisti e delle classi parassitarie per i loro consumi, 3. dalla domanda di beni di consumo e di attrezzi da parte delle famiglie e dei lavoratori urbani, 4. dalla domanda di beni di consumo e di attrezzi da parte delle famiglie contadine. Il capitale si crea parte del suo mercato proprio scorporando dall’agricoltura le attività manifatturiere ausiliarie e complementari (filatura, tessitura, produzione di attrezzi, edilizia, lavorazione dei prodotti agricoli, ecc.) che nell’ambito di una economia naturale le famiglie contadine svolgono per sé e per i loro padroni ed erigendole in settori produttivi a se stanti dell’economia mercantile e capitalista che vendono i loro prodotti l’uno all’altro e alle famiglie contadine (divisione sociale del lavoro). Questa ultima quota del mercato interno era particolarmente importante per il capitalismo italiano postunitario perché le prime due quote per la loro natura e per lunga tradizione erano in larga misura soddisfatte dall’offerta dei paesi più progrediti d’Europa. Per di più il ruolo del mercato interno venne accresciuto dal fatto che subito dopo il compimento dell’Unità d’Italia incominciò la Grande Depressione (1873-1895) con il connesso ristagno o addirittura riduzione del mercato estero.
2.1.1.2. Lo Stato a sovranità limitata
Il nuovo Stato non affermò mai pienamente la sua sovranità unica su tutta la popolazione vivente nei suoi confini, benché questa godesse di poca o nessuna autonomia locale. Né ebbe mai la volontà di instaurare la sua sovranità unica né la fiducia di avere la forza per farlo. Nel Centro e nel Nord del paese il nuovo Stato assunse in proprio l’esercizio della violenza, la repressione e la tutela dell’ordine pubblico e contò sulla Chiesa che teneva a bada i contadini e le donne su cui essa esercitava una efficace direzione intellettuale e morale. Nel Meridione la direzione intellettuale e morale della Chiesa sui contadini era meno forte. Qui lo Stato sostenne zona per zona la forza sociale capace di tenere a bada con mezzi propri i contadini, di dettare la legge e le regole e di farle osservare. Ovviamente dovette acconsentire a che ognuna di esse dettasse la sua propria legge e le sue proprie regole e le facesse rispettare a suo modo, sia pure nell’ambito di un certo riconoscimento di una certa supremazia dello Stato.(93)La Chiesa è stata la causa principale e il maggiore beneficiario anche della limitazione della sovranità del nuovo Stato. Già al compimento dell’Unità la borghesia riconobbe alla Chiesa e si impegnò pubblicamente e per legge a rispettare esenzioni, immunità e l’extraterritorialità. Con la legge delle Guarentigie (1871) il nuovo Stato lasciò al Papa e si impegnò a non esercitare in alcun caso e in alcun modo la sua autorità (giudiziaria, di polizia, doganale, militare, fiscale, ecc.) su una parte della città di Roma e sui rapporti che il Papa e la sua corte tenevano con il clero italiano e con l’estero. Mise inoltre a disposizione insindacabile del Papa 50 milioni di lire all’anno, più delle imposte che il Papa ricavava dallo Stato Pontificio.(94)
Di fatto la Chiesa, con il Papa alla testa, continuò a funzionare in tutto il paese come un potere sovrano, uno Stato nello Stato, con la sua rete di funzionari (sostanzialmente sottratti all’autorità dello Stato) che dal centro copriva tutto il paese, fino al più remoto villaggio. Ebbe inoltre il vantaggio che ora erano la polizia, la magistratura, l’amministrazione penitenziaria del nuovo Stato, operanti sull’intera penisola, che facevano rispettare i suoi interessi, il suo potere, le sue speculazioni e il suo prestigio e ne assumevano la responsabilità presso le masse popolari. I funzionari della Chiesa erano selezionati, formati, nominati e dimessi su insindacabile giudizio del Papa o di funzionari superiori (vescovi) da lui delegati allo scopo. Essi però godevano delle rendite dei beni diocesani e parrocchiali, di edifici pubblici e di altre prerogative e poteri sulla popolazione (battesimi, matrimoni, funerali, ecc.). Il nuovo Stato si accontentò di stabilire che per godere dei benefici, dei poteri e delle immunità, garanzie, protezioni ed esenzioni tutelati dalle Autorità del nuovo Stato, i funzionari superiori (i vescovi) nominati dal Papa dovevano avere anche il benestare dello Stato: cosa che di fatto per tacito accordo lo Stato non fece mai mancare. La Chiesa, se da una parte faceva la fronda, dall’altra esigeva sempre di più dallo Stato, minacciando di fare peggio (nei suoi intrighi internazionali e nella sobillazione dei contadini e delle donne) e facendo leva sulla soggezione morale e la paura che essa incuteva alla Corte e alla maggior parte dei più alti esponenti della classe dirigente. Questa era infatti in larga misura composta da pie persone su cui la minaccia della scomunica, delle pene dell’inferno domani nell’aldilà e delle maledizioni di Dio subito qui in terra aveva un grande effetto. Forte di questa situazione, la Chiesa, la “aristocrazia nera” romana, parenti e uomini di fiducia del Papa e degli altri esponenti della Curia di Roma parteciparono, per conto proprio e per conto della Chiesa, al “sacco di Roma” (la speculazione sui terreni e sugli immobili) che ebbe luogo nei decenni dopo l’Unità e alla speculazione finanziaria i cui scandali da allora hanno ripetutamente sconvolto il sistema finanziario e bancario dell’intero paese, fino ai recenti affari Sindona (Banca Privata Italiana), Calvi (Banco Ambrosiano), Parmalat, Fazio. Queste attività della Chiesa non ebbero e non hanno effetti solo finanziari. Esse paralizzarono il sistema giudiziario dello Stato, che deve arrestarsi ogni volta che va a sbattere su esponenti o mandatari della Chiesa. Limitarono il potere legislativo dello Stato, che deve contenersi ogni volta che le disposizioni toccano interessi della Chiesa – che sono presenti in ogni campo. Condizionarono gli apparati investigativi e polizieschi dello Stato. Accrebbero il segreto di cui la borghesia già di per sé circonda l’attività del suo Stato e della sua Pubblica Amministrazione. Gettarono un’ombra sull’affidabilità dell’intero sistema finanziario e statale italiano e ne sminuirono il ruolo nel sistema capitalista internazionale. Cose di cui ovviamente hanno approfittato e approfittano tutti gli avventurieri nazionali e stranieri che hanno interesse a farlo.La situazione di doppia sovranità (o di sovranità limitata) determinata dalla sopravvivenza della Chiesa ha contribuito a conservare e a creare altri poteri sovrani nel paese. Il più noto tra quelli di antica data, a parte la Chiesa, è la mafia siciliana. Al momento dell’unificazione della penisola essa rimase un potere, di fatto riconosciuto e delegato dallo Stato italiano, nella zona occidentale della Sicilia. Successivamente allargò il suo terreno d’azione negli USA, in Italia e in altri paesi. Dalla situazione di sovranità limitata in cui è lo Stato italiano dalla sua nascita, trae origine la situazione attuale. Sotto l’apparente sovranità ufficiale dello Stato italiano, in Italia esistono zone territoriali e relazioni sociali in cui non vale la sua legge. Operano una serie di poteri sovrani, indipendenti dallo Stato italiano. Ognuno di essi detta le sue regole e dispone di mezzi propri per imporre la sua volontà ed esercita un’influenza extralegale sulle Autorità dello Stato e sulla Pubblica Amministrazione. Questa è ampiamente infiltrata da ognuno dei poteri sovrani. Ognuno di essi dispone di uomini che gli devono la loro carriera e il loro ruolo nella Pubblica Amministrazione. Questi operano quindi nella Pubblica Amministrazione e per conto di essa, ma secondo le direttive di un potere che non porta ufficialmente responsabilità alcuna delle operazioni e dei comportamenti che esso comanda. Il Vaticano è il principale di questi poteri. Nel nostro paese oggi non c’è angolo o ambiente in cui esso non possa raccogliere informazioni ed esercitare la sua influenza. Esso ha nel paese un’influenza ben più capillare, efficace e centralizzata di quella dello Stato ufficiale. Per di più, può avvalersi di gran parte della struttura dello Stato e della Pubblica Amministrazione. Al Vaticano seguono gli imperialisti USA (direttamente e tramite la NATO), i gruppi sionisti, la mafia, la camorra, la n’drangheta e altri gruppi della criminalità organizzata e quanti altri hanno la volontà e i mezzi per approfittare della situazione. Le vicende della Loggia P2 hanno mostrato uno dei modi per farlo.La doppia sovranità Stato/Chiesa sulla penisola ha tuttavia un carattere particolare. Essa ha creato un regime unico nel suo genere. La sua particolarità consiste nel fatto che in Italia la Chiesa non è una religione. La religione è solo il pretesto e la veste ideologica di una struttura politica monarchica feudale. Questa ha a Roma e in ogni angolo del paese dirigenti nominati dal monarca. Essi sono selezionati in funzione della loro fedeltà al capo, giurano fedeltà a lui, le fortune e il ruolo di ognuno di essi dipendono dalla insindacabile volontà del monarca il cui potere è assoluto e si pretende di origine divina. Ai suoi fedeli la Chiesa domanda fedeltà e obbedienza. Le loro opinioni e la loro esperienza non decidono dell’orientamento dell’attività della Chiesa: al contrario esse devono adeguarsi alle decisioni della Chiesa. Le sue direttive sono insindacabili e pretendono addirittura di godere di un’autorità divina. Essa e il suo capo assoluto, il Papa, formano il governo supremo di ultima istanza dell’Italia. Essa non annuncia né programmi né orientamenti né presenta alcun bilancio del suo operato, perché sul suo operato essa non riconosce al popolo italiano alcun diritto di voto e nemmeno d’opinione. Questo governo, occulto e irresponsabile, dirige però il paese attraverso una struttura statale che pretende essa di essere, come in ogni repubblica borghese costituzionale, legittimata dalla volontà popolare e di avere alla sua testa un Parlamento e un governo che devono essere sanzionati dal voto popolare. Ufficialmente questa struttura è l’unico Stato. A differenza di ogni altra monarchia costituzionale, i confini delle competenze tra lo Stato costituzionale e la Chiesa sono arbitrariamente, insindacabilmente e segretamente decisi dalla Chiesa caso per caso. Proprio questo conferisce a tutto il regime una certa dose di precarietà, ma anche quella flessibilità che consente rapporti di unità e lotta con tutti gli altri poteri autonomi che hanno piede nel paese. Un simile regime non è descritto in nessun manuale di dottrine politiche, ma non per questo esso è meno reale ed è quello con cui il movimento comunista deve fare i conti nel nostro paese. La storia della sua formazione ha attraversato cinque fasi diverse.
Fase 1La borghesia ha condotto il Risorgimento con l’intenzione di creare un suo Stato, ma riconoscendo che per governare aveva bisogno della collaborazione della Chiesa, stante l’ostilità dei contadini. Oggetto del contendere era la delimitazione dei poteri tra le due istituzioni. Si ebbe allora una fase di guerra non guerreggiata, di armistizio Stato/Chiesa, riassunta per quanto riguarda lo Stato nella Legge delle Guarentigie e per quanto riguarda la Chiesa nella linea del “non expedit”(95) Questa fase va all’incirca dal 1848 al 1898. Nella borghesia hanno ancora un certo peso le correnti che vorrebbero promuovere una propria diretta egemonia sulle masse popolari e disfarsi della Chiesa. Il distacco tra l’ala sinistra della borghesia unitaria e il nascente movimento comunista italiano non è ancora netto. La borghesia lascia alla Chiesa il tempo e le condizioni per riorganizzare le sue forze in Italia e nel mondo. Nella seconda parte del secolo XIX la borghesia passa a livello internazionale alla fase dell’imperialismo, della controrivoluzione preventiva, della mobilitazione delle residue forze feudali in una nuova “santa alleanza” per arrestare l’avanzata del movimento comunista. È la trasformazione già descritta nel capitolo 1.3. di questo MP. La Chiesa Cattolica, diretta tra il 1878 e il 1903 dal Papa Leone XIII, sfrutta questa situazione internazionale per uscire dalle difficoltà in cui l’ha messa l’unificazione della penisola. Essa diventa il principale puntello della borghesia imperialista a livello internazionale e da questa nuova condizione affronta la definizione del suo nuovo ruolo in Italia.
Fase 2La borghesia e la Chiesa riconoscono, con accordi come il Patto Gentiloni (1913), che esse devono collaborare nell’interesse comune contro il movimento comunista, dividendosi i compiti. Il movimento comunista ha oramai raggiunto una discreta autonomia ideologica e politica dalla borghesia. Per tenerlo a bada e limitare il nascente collegamento operai-contadini la borghesia chiede alla Chiesa di restaurare e rafforzare la sua egemonia sui contadini e sulle donne indebolita dall’avanzata del movimento comunista e di prendere iniziative per stabilire la sua egemonia almeno su una parte degli operai. La Chiesa accetta la sfida, ma esige l’aiuto della borghesia per realizzare quest’opera dall’esito incerto. Questa fase va grosso modo dai moti contadini e operai del 1893-1898 fino al 1928. I cattolici partecipano alle elezioni parlamentari e all’attività parlamentare a sostegno del governo. La Chiesa crea organizzazioni di massa in ogni classe e ceto, in particolare tra i lavoratori per bloccare l’avanzata del movimento comunista, impedire l’unità degli operai e ostacolare l’unità operai-contadini. Con esse la Chiesa appoggia l’azione del governo, dall’impresa libica (1911) alla partecipazione dell’Italia alla Prima Guerra Mondiale (1915-1918). Quando la guerra incomincia a produrre una rivolta generale delle masse popolari, il cui momento più alto è la Rivoluzione d’Ottobre, assume la direzione del movimento per la conclusione di un armistizio. Di fronte alla diffusa ribellione delle masse popolari che segue la conclusione della guerra, la Chiesa accetta il fascismo, dittatura terroristica della borghesia imperialista, come soluzione necessaria di governo per ristabilire l’ordine. Essa appoggia il suo avvento al potere e il consolidamento del regime.
Fase 3La borghesia per bocca di Benito Mussolini (1883-1945) riconosce formalmente la sovranità particolare della Chiesa in cambio del suo impegno ufficiale e pubblico di fedeltà alle Autorità dello Stato – sulla base di un giuramento fatto a Dio da cui la Chiesa può sciogliere i propri funzionari quando vuole, mentre i reati contro lo Stato di cui questi si rendono responsabili sono protetti dalle immunità e comunque vanno in prescrizione. Il Trattato del Laterano, il Concordato e la Convenzione finanziaria, firmati l’11 febbraio 1929 inaugurano questa fase che si protrarrà fino al 1943. La Chiesa rinuncia ufficialmente alla pretesa di restaurare il vecchio Stato Pontificio e riceve a compenso delle imposte perdute 750 milioni di lire in contanti, 1 miliardo in Buoni del Tesoro al 5% al portatore e una serie interminabile di privilegi, proprietà, diritti, esenzioni e immunità. Ma il fascismo era anche l’estremo tentativo della borghesia di rendersi pienamente padrona del paese e quindi anche politicamente autonoma dalla Chiesa. La Chiesa contrattò accuratamente e incassò tutto quanto il fascismo le dava, ma si oppose con fermezza al tentativo condotto dalla borghesia tramite il fascismo di costruire una propria diretta egemonia sulle masse popolari. A questo lato del fascismo corrispondono uno sforzo e un dinamismo eccezionali della borghesia per rafforzare la struttura economica e politica del paese. Durante il fascismo essa ha cercato di estendere il potere dello Stato italiano nel Mediterraneo e ha introdotto gran parte delle innovazioni sul piano strutturale di cui è vissuto anche il regime DC; banca centrale, industria di Stato, grandi lavori pubblici, strutture per la ricerca, consorzi agrari, enti previdenziali, ecc. Insomma le innovazioni e gli istituti che si riassumono nella creazione di un sistema di capitalismo monopolistico di Stato. Il tentativo della borghesia si concluse però in modo per essa disastroso. Il fascismo fu travolto dall’esito della guerra e dall’avanzata del movimento comunista. Il rischio che in Italia la classe operaia guidasse le masse popolari a instaurare il socialismo non era mai stato così grave. Per scongiurare il rischio, la borghesia si rimise completamente alla Chiesa e all’imperialismo americano. Le sue velleità di governare politicamente il paese cessarono definitivamente.
Fase 4È la fase della direzione della Chiesa sullo Stato legale tramite la Democrazia Cristiana; una fase che va all’incirca dal 1947 al 1992. Con l’accordo dell’imperialismo americano, l’Italia divenne un nuovo tipo di Stato Pontificio allargato. La Chiesa è la più alta autorità morale del regime, una specie di monarchia costituzionale senza però costituzione. Lo Stato legale opera sotto la sua alta e insindacabile direzione. La Chiesa dirige lo Stato ufficiale e governa il paese indirettamente, tramite il suo partito, la DC. La Chiesa mantiene intatta e anzi rafforza la sua struttura territoriale (curie, parrocchie, associazioni, congregazioni e ordini religiosi, scuole, strutture ospedaliere e opere pie, istituzioni finanziarie, ecc.) indipendente da quella dello Stato e in più stringe una salda alleanza con l’imperialismo americano per condurre insieme a livello internazionale la lotta contro il movimento comunista. L’imperialismo americano comunque si installa in Italia anche direttamente, con forze proprie. Lo Stato ufficiale fa valere l’autorità papale, nei limiti richiesti dalle necessità della Chiesa e nei limiti consentiti dalla effettiva composizione di classe del paese e dai rapporti di forza interni e internazionali risultati dalla sconfitta del nazifascismo ad opera del movimento comunista. La Costituzione dello Stato ufficiale è una finzione: ogni istituzione repubblicana deve fingere di prenderla sul serio (e quindi imbrogliare le masse), mentre in realtà serve solo a ordinare l’attività subordinata degli organismi dello Stato legale, a tacitare con promesse da attuare in un indefinito futuro le esigenze degli “amici del popolo” e a stendere un velo di bell’aspetto sulle relazioni reali. In compenso il Vaticano non porta alcuna responsabilità per le conseguenze del proprio governo. È insomma un potere irresponsabile e di ultima istanza, tacitamente accettato da tutti i firmatari del “patto costituzionale” e dai loro eredi.
Fase 5

È la fase attuale, caratterizzata da un intervento più diretto della Chiesa nel governo del paese. La crisi politica, un aspetto della crisi politica generale del capitalismo, travolge nel 1992 il regime DC costituito alla fine della Seconda Guerra Mondiale. La Chiesa è costretta dalle circostanze a impegnarsi nel governo del paese più direttamente. I contrasti tra i gruppi imperialisti e i contrasti tra la borghesia imperialista e le masse popolari sono giunti a un livello tale che gli esponenti politici della borghesia non riescono più a formare una struttura stabile e affidabile, che governi il paese tacitamente per conto del Vaticano dandogli quello di cui esso e la sua Chiesa hanno bisogno e che nello stesso tempo riesca a essere espressione di una maggioranza elettorale, per quanto l’opinione pubblica sia manipolata e intossicata. Siamo nella fase attuale: della putrefazione del regime DC i cui veleni appestano il nostro paese e della rinascita del movimento comunista nell’ambito della seconda ondata della rivoluzione proletaria che avanza in tutto il mondo.
L’obiettivo del movimento comunista è l’instaurazione di un nuovo ordinamento sociale: l’adeguamento dei rapporti di produzione al carattere già collettivo delle forze produttive e l’adeguamento corrispondente del resto dei rapporti sociali e delle idee e dei sentimenti che vi corrispondono. La rivoluzione politica, la conquista del potere politico da parte della classe operaia alla testa del resto delle masse popolari, è la premessa indispensabile della rivoluzione sociale. Conquistare il potere politico in Italia in concreto significa soprattutto eliminare la Chiesa: gli altri puntelli dell’attuale regime politico (l’imperialismo americano, le organizzazioni criminali, i partiti e le altre organizzazioni politiche della borghesia, i sionisti, la Confindustria, ecc.) hanno infatti un ruolo ausiliario. Il Vaticano e la sua Chiesa sono il principale pilastro del regime politico che impone e mantiene il dominio della borghesia imperialista nel nostro paese, a tutela del suo ordinamento sociale. Non è possibile per la classe operaia condurre le masse a instaurare la dittatura del proletariato senza eliminare il Vaticano e la sua Chiesa. In Italia non è possibile compiere alcuna rivoluzione sociale senza eliminare questo ostacolo. Quindi è per noi comunisti essenziale da una parte portare alla classe operaia e alle masse popolari questo compito e dall’altra distinguere nettamente la lotta per realizzare il compito politico di eliminare il Vaticano e la sua Chiesa e con loro il regime politico di cui sono l’asse principale, dalla lotta per realizzare quella riforma morale e intellettuale di cui le masse popolari hanno bisogno per assumere quel ruolo dirigente senza del quale non è possibile un nuovo ordinamento sociale all’altezza delle forze produttive, materiali e spirituali, di cui oggi dispone l’umanità.La prima lotta è tra classi antagoniste e in definitiva le masse popolari dovranno risolverla con la forza.La seconda è una trasformazione interna alle masse popolari, riguarda contraddizioni non antagoniste e non può essere condotta e risolta che attraverso un movimento delle masse popolari stesse, riguarda contraddizioni in seno al popolo. Ovviamente le due lotte sono per molti versi connesse. La Chiesa e la borghesia hanno bisogno della religione e la religiosità delle masse popolari trova nella Chiesa una facile via di appagamento.La borghesia e la Chiesa hanno tutto l’interesse a confondere le due lotte, a difendere il loro potere all’ombra della religione. È invece nell’interesse delle masse popolari, della classe operaia e nostro distinguerle più nettamente possibile.L’eliminazione della Chiesa e del Vaticano è una questione che riguarda tutto il movimento comunista internazionale, dato il ruolo controrivoluzionario che il Vaticano e la sua Chiesa svolgono a livello internazionale, parallelo al ruolo di gendarme mondiale che svolge l’imperialismo americano. Tuttavia nell’adempimento di questo compito internazionale il movimento comunista italiano ha un ruolo particolare, analogo a quello che il movimento comunista americano ha nell’adempimento del compito internazionale di eliminare l’impe-rialismo americano.

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