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Agli operai e alle operaie di ieri e di oggi.

Gli anniversari della vita di Gramsci, le lettere agli operai della FIAT nel settembre 1919 e agli operai della Bekaert nel settembre 2018.

La Commissione Gramsci del Partito dei CARC prosegue nell’opera intrapresa a febbraio: segue la vita di Antonio Gramsci e va a trovare cosa in ciascun mese dell’uno o l’altro anno fece o scrisse, cosa gli successe, cosa successe al Partito che aveva fondato.[1]

Ieri 20 settembre è giunta al Partito dei CARC una lettera del Comitato del (nuovo)PCI Aurora agli operai e alle operaie della Bekaert, che l’Agenzia Stampa del Partito ha pubblicato in http://www.carc.it/2018/09/21/firenze-agli-operai-e-alle-operaie-della-bekaert-di-figline-valdarno/. La Commissione Gramsci del Partito invita a leggerla. La possiamo esaminare in relazione a un’altra lettera rivolta alla punta più avanzata della classe operaia, quella di cui parliamo in questo “Anniversario di Settembre” della vita di Gramsci

Quasi cento anni fa, infatti, Antonio Gramsci, pubblicava su L’Ordine Nuovo una lettera rivolta “Ai commissari di reparto delle officine FIAT Centro e Brevetti”.

Siamo nel settembre del 1919 e in Italia, sulla spinta dell’ondata aperta dalla Rivoluzione d’Ottobre, si sviluppa un ampio movimento rivoluzionario delle masse popolari: il cosiddetto “Biennio Rosso” (1919 – 1921). In questo periodo nelle principali fabbriche italiane vengono istituiti i primi organi di rappresentanza degli operai: le commissioni interne, trasformate poi in consigli di fabbrica proprio in virtù di una campagna condotta tra gli operai (in particolare tra quelli torinesi) da L’Ordine Nuovo, che diventa così “il giornale dei consigli di fabbrica”. Mentre le commissioni interne, con delegati scelti dall’apparato sindacale erano di fatto una protesi del sindacato nell’azienda, i consigli di fabbrica, i cui membri erano eletti direttamente dagli operai, erano di fatto organi di esercizio del potere degli operai dentro e fuori l’azienda.

Gramsci vede nei consigli di fabbrica la scuola di organizzazione e di coscienza tramite cui gli operai impareranno a diventare nuova classe dirigente, la spina dorsale del nuovo potere in grado di sostituire il potere della borghesia, l’ossatura del nuovo stato socialista.

Nella lettera scrive:

E se è vero che la società nuova sarà basata sul lavoro e sul coordinamento delle energie dei produttori, i luoghi dove si lavora, dove i produttori vivono e operano in comune, saranno domani i centri dell’organismo sociale e dovranno prendere il posto degli enti direttivi della società odierna.

Come, nei primi tempi della lotta operaia, l’organizzazione per mestiere era quella che meglio si prestava agli scopi di difesa, alle necessità delle battaglie per il miglioramento economico e disciplinare immediato, così oggi, che incominciano a delinearsi e sempre maggior consistenza vengono prendendo nelle menti degli operai gli scopi ricostruttivi, è necessario sorga accanto e in sostegno della prima, una organizzazione per fabbrica, vera scuola delle capacità ricostruttive dei lavoratori. La massa operaia deve prepararsi effettivamente all’acquisto della completa padronanza di se stessa, e il primo passo su questa via sta nel suo più saldo disciplinarsi, nell’officina, in modo autonomo, spontaneo e libero. 

Né si può negare che la disciplina che col nuovo sistema verrà instaurata condurrà a un miglioramento della produzione, ma questo non è altro che il verificarsi di una tesi del socialismo: quanto più le forze produttive umane, emancipandosi dalla schiavitù cui il capitalismo le vorrebbe per sempre condannate, prendono coscienza di sé, si liberano e liberamente si organizzano, tanto migliore tende a diventare il modo della loro utilizzazione: l’uomo lavorerà sempre meglio dello schiavo. A coloro poi che obiettano che in questo modo si viene a collaborare con i nostri avversari, con i proprietari delle aziende, noi rispondiamo che invece questo è l’unico mezzo di dominio, perché la classe operaia concepisce la possibilità di fare da sé e di fare bene: anzi, essa acquista di giorno in giorno più chiara la certezza di essere sola capace di salvare il mondo intiero dalla rovina e dalla desolazione[2]

Gramsci, in sintesi, indica la necessità che la classe operaia faccia dei consigli di fabbrica gli organismi del suo dominio e diventi così in grado di sostituire i capitalisti e le loro autorità nella direzione della società, andando oltre le rivendicazioni, gli scioperi, le proteste e assumendo un ruolo politico, da autorità, che corrisponde a ciò che dice oggi il Partito dei CARC quando parla delle Organizzazioni Operaie che diventano Nuove Autorità Pubbliche. È un fatto mostrato anche nella lettera del Comitato di Partito Aurora sopra citata che gli operai e le operaie quando si mobilitano diventano punto di riferimento delle masse popolari, guida della loro mobilitazione per la difesa delle conquiste e per il progresso generale della società, è

Tuttavia la forza e l’autorevolezza dei consigli di fabbrica non bastò a far vincere la rivoluzione socialista. Ciò che Gramsci non aveva compreso, e che comprenderà solo dopo aver studiato e assimilato il marxismo – leninismo alla scuola dell’Internazionale Comunista, durante il suo soggiorno in URSS, e di seguito nel corso della sua detenzione in carcere, è che senza un Partito comunista fondato sulla concezione comunista del mondo e in grado di essere Stato Maggiore della rivoluzione socialista, la lotta, la mobilitazione e l’organizzazione spontanea della classe operaia possono arrivare fino ad un certo punto e non sono in grado, di per sé, di determinare la costruzione di una nuova società.

La Carovana del (n)PCI, di cui il P. CARC è parte, ha dedicato molta della sua attività all’elaborazione del bilancio della prima ondata della rivoluzione proletaria e del primo movimento comunista del nostro paese. In particolare ha compreso che la rivoluzione è una guerra, una Guerra Popolare Rivoluzionaria di Lunga Durata (Gramsci la chiama “guerra di posizione”) diretta dal Partito Comunista e che ogni iniziativa della classe operaia per quanto radicale possa essere è inefficace e insufficiente se non rientra in un preciso piano di guerra e non costituisce un’occasione per alimentare coscienza e organizzazione degli operai e delle operaie.

Su questa base ha dato vita al (n)PCI, che nella clandestinità (cioè liberamente) lavora a rafforzarsi fino a diventare Stato Maggiore della Guerra Popolare, e al P. CARC che lavora ad allargare la breccia aperta dalle elezioni del 4 marzo e dalla formazione del governo M5S – Lega fino alla costituzione di un governo di emergenza che sia espressione delle masse popolari organizzate e accresca il loro ruolo di Nuove Autorità Pubbliche.

Un esempio del livello cui è giunta questa comprensione è stata quest’ultima edizione della Festa Nazionale della Riscossa Popolare (14 – 17 agosto) a Massa. In essa gli operai che vi hanno partecipato, contribuendo alla logistica, ai dibattiti o alle squadre di lavoro non si sono limitati a denunciare, a protestare, o a fare testimonianza delle loro esperienze di organizzazione e di lotta (dalla Beckaert alla Rational, dai lavoratori di “Camping CIG”, fino alla Maserati di Grugliasco, alla FCA di Melfi, alla Piaggio di Pontedera). Essi sono stati effettivi protagonisti della costruzione di un laboratorio della società futura che sarà da loro diretta (una scuola per le loro capacità ricostruttive) e partecipando in gran numero ai seminari su Marx hanno dato dimostrazione di quanto sia grande la loro sete di scienza (a dispetto di chi li vorrebbe “gorilla ammaestrati”) e di quanto la concezione comunista del mondo, il marxismo – leninismo – maoismo, sia la loro scienza, la sintesi delle loro migliori aspirazioni, quella che fornisce loro gli strumenti necessari per comprendere la realtà e trasformarla.

Esemplari in questo senso sono le parole di Gianni Di Vincenti della Maserati di Grugliasco, uno degli operai che ha preso parte alla Festa:

Della mia esperienza in fabbrica posso dire che sono un operaio combattivo. Quando ci sono da promuovere scioperi e mobilitazioni non mi sono mai tirato indietro. Con l’esperienza di questa Festa ho però capito che mi manca qualcosa e non è la generosità o il coraggio di lottare, ma la scienza. A me manca il marxismo e ho capito che senza la giusta concezione del mondo non posso dare alla causa degli operai il contributo che invece voglio dare. Per questo ringrazio i compagni e le compagne del P.CARC per l’esperienza che ho fatto, ma li incalzo e chiedo espressamente di dedicarsi a curare la concezione mia e degli altri operai come hanno fatto e stanno facendo con altri.

In conclusione, l’umanità deve compiere un salto epocale e solo la classe operaia guidata dal suo Partito Comunista può farglielo compiere.

Agli operai e alle operaie che vogliono darsi un progetto di società da costruire e imparare a mobilitare e a dirigere da subito su questo progetto il resto delle masse popolari e tutte le persone di buona volontà, chiediamo di rompere gli indugi, di costituire Organizzazioni Operaie in ogni azienda, di moltiplicarisi, di coordinarsi, di lottare per spingere il governo Conte a realizzare quanto hanno promesso in campagna elettorale le forze che lo costituiscono, di creare un governo di emergenza delle masse popolari, di riacquistare la consapevolezza che Gramsci e gli operai di Torino avevano, che la rivoluzione socialista è possibile e di imparare a costruire questa rivoluzione socialista, fino alla vittoria.

[2]L’Ordine nuovo, Einaudi, Torino, 1954, pp. 32-33.

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