500 Visite

«La nostra “guerra” sarà finita solo quando sarà messo a punto un solido piano di reindustrializzazione per noi e per tutti gli altri stabilimenti a rischio come il nostro; solo quando in questo paese tornerà ad esserci una politica industriale che permetta davvero a questo nostro paese di essere una repubblica fondata sul lavoro».

Questa estate durante la Festa nazionale della Riscossa Popolare si è tenuto un dibattito sulla morte lenta delle aziende in Toscana e in Italia e sul protagonismo operaio e popolare necessario per contrastare gli effetti più gravi della crisi generale del sistema capitalista in cui siamo immersi. Tra le esperienze che hanno suscitato maggiore interesse in quella discussione c’è stata sicuramente quella della Bekaert di Figline Valdarno, lotta che in poco tempo ha assunto una valenza nazionale sia per l’importanza che essa ricopre per tutto il Valdarno e la provincia di Firenze ma soprattutto per gli insegnamenti e l’entusiasmo che questa esperienza può fornire alla classe operaia di tutto il resto del paese.

La Bekaert di Figline Valdarno (Firenze) è un’azienda che produce da quasi sessant’anni lo steelcord (una cordicella metallica impiegata all’interno degli pneumatici). Lo stabilimento di Figline Valdarno è stato da sempre un comparto strategico della Pirelli, grazie al quale in tutto il mondo via via sono stati aperti stabilimenti in cui produrre lo steelcord. Questo fino a quando la Pirelli ha venduto tutti gli stabilimenti ad una multinazionale belga, la Bekaert.

Nel mese di giugno di quest’anno la multinazionale ha annunciato che a causa di un buco nel bilancio lo storico stabilimento di Figline Valdarno avrebbe chiuso i battenti. Senza dare troppe spiegazioni e vista l’immediata mobilitazione degli operai dell’azienda e di alcuni elementi delle istituzioni del Valdarno, i manager si sono dileguati lasciando l’azienda allo sbando e limitandosi ad inviare qualche lettera di licenziamento agli operai.

A fronte della strafottenza e dell’incuranza dei vertici aziendali (chiudere la Bekaert significa mettere in ginocchio oltre 400 famiglie se comprendiamo anche l’indotto) gli operai della Bekaert hanno deciso di mettere in sicurezza stabilimento e macchinari per poi dichiarare uno sciopero con assemblea permanente e continuare a presidiare la fabbrica.

Da subito gli operai hanno deciso di tenere aperta l’azienda, di organizzare iniziative pubbliche e di lotta davanti allo stabilimento e non solo (al corteo convocato a fine giugno erano presenti in migliaia) ma anche di andare in giro per tutto il paese a portare la propria esperienza (dal presidio al MISE fino alla Festa nazionale della Riscossa Popolare a Marina di Massa).

L’esperienza degli operai della Bekaert è esperienza innanzitutto di protagonismo della classe operaia che ha saputo raccogliere attorno a sé interi pezzi della popolazione del Valdarno, solidarietà di organizzazioni operaie e popolari del resto del paese e spinto tante organizzazioni politiche e sindacali ad esprimere la propria solidarietà. Il caso è diventato nazionale tanto da spingere un artista di fama internazionale come Sting a tenere un concerto gratuito di solidarietà davanti allo stabilimento.

In definitiva questa esperienza ci dimostra che: a) le aziende possono funzionare anche senza i padroni; b) le aziende non sono dei padroni ma della comunità in cui sono inserite e che cuore di tale comunità è la classe operaia; c) un gruppo compatto e ben organizzato di operai se intenzionato a vincere può sfruttare al meglio il governo Lega-M5S sfidando i suoi ministri e i suoi esponenti ad essere conseguenti alle promesse fatte prima e dopo la campagna elettorale. La lotta degli operai Bekaert mostra come l’unica strada per vincere in questa fase della crisi sia quella di occupare l’azienda e uscire dall’azienda[1]. La recente dichiarazione da parte del Ministro per lo Sviluppo Economico Luigi Di Maio rispetto alla reintroduzione della Cassa integrazione per cessata attività (eliminata con il Jobs act) è una prova di quanto appena scritto perché si tratta di una misura che rafforza la lotta e che dà entusiasmo e ossigeno agli operai.

Al contempo i lavoratori della Bekaert hanno già fatto sapere attraverso canali social che: «la nostra “guerra” sarà finita solo quando sarà messo a punto un solido piano di reindustrializzazione per noi e per tutti gli altri stabilimenti a rischio come il nostro; solo quando in questo paese tornerà ad esserci una politica industriale che permetta davvero a questo nostro paese di essere una repubblica fondata sul lavoro».

È evidente come gli operai della Bekaert avanzando nella lotta che stanno conducendo comprendono sempre più che “nessuno si salva da solo” e che occorre mettere in piedi un piano industriale che rispetti i diritti, la dignità e la volontà della classe operaia. Un progetto del genere, però, richiede che l’intera attività economica del paese sia regolata secondo un piano, che risponde alle esigenze di beni e servizi della popolazione e degli scambi internazionali organizzati nel quadro di rapporti di collaborazione e solidarietà tra i popoli, e quindi occorre creare istituzioni che dirigono con questi criteri non solo Figline Valdarno, ma tutto il paese. Il piano industriale che serve può essere solo frutto della mobilitazione della classe operaia e del resto delle masse popolari dell’intero paese nel prendere via via in mano il controllo delle aziende e dei territori, proprio sulla base di esperienze come quella condotta dagli operai della Bekaert, della Rational di Massa, della Lucchini di Piombino e di tante altre aziende pubbliche e private disseminate in tutto il paese. Il piano industriale che serve, in sostanza, è un piano che può essere elaborato e applicato fino all’ultima virgola solo da un governo che non passa per le elezioni che si forma per iniziativa delle organizzazioni operaie e popolari, che risponde a loro e non ai circoli della finanza e degli affari, che mette le esigenze delle masse sopra le pretese e le regole della comunità internazionale e si fonda sulla loro azione e iniziativa, è l’unico modo per iniziare davvero a rimediare agli effetti peggiori della crisi; un governo che sarà insieme una scuola di autorganizzazione e un passo avanti nella lotta di classe in corso nel nostro paese per fare dell’Italia un nuovo paese socialista!

Le condizioni, le forze e le intelligenze ci sono tutte e la lotta degli operai della Bekaert lo dimostrano. Non sono i padroni ad essere forti sono le masse popolari che ancora non fanno valere fino in fondo la loro forza!

Alleghiamo a questo scritto, la video intervista all’operaio Bekaert Daniele Righi.

 

[1]                  Ogni gruppo o collettivo di operai e di lavoratori che ha illuminato il buio della crisi, che ha condotto lotte vincenti, che ha resistito alla chiusura, che ha strappato una conquista in questa fase della crisi, ha combinato, anche se inconsapevolmente e spontaneamente, due movimenti distinti: ha “occupato la fabbrica” ed è “uscito dalla fabbrica”Occupare la fabbrica. Significa che attorno a una avanguardia di lotta si è costituito un gruppo più o meno vasto di operai e di lavoratori che ha iniziato a occuparsi direttamente del futuro della fabbrica, che ha iniziato ad essere punto di riferimento, voce e presenza alternativa e antagonista alla direzione ufficiale e “legale”, il padrone, e alla sua longa manus (le dirigenze nazionali e spesso anche locali dei sindacati di regime, o comunque di forze sindacali filo padronali).

               Uscire dalla fabbrica. Significa che nella conduzione della specifica battaglia di fabbrica o d’azienda, il gruppo o il collettivo di operai che la dirige assume un ruolo politico anche al di fuori, fa valere l’orientamento della classe operaia, raccoglie e valorizza le forze e la capacità e la disponibilità a mobilitarsi del resto delle masse popolari, si coordina con altre organizzazioni operaie e organizzazioni popolari.

Scrivi

La tua email non sarà pubblicata