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Lo scorso 25 luglio è morto a Zurigo Sergio Marchionne. Prima di medici e famiglia, la sua dipartita è stata comunicata dai vertici FCA, attenti più di tutto a modulare la notizia secondo gli umori della borsa. Un saluto “singolare” per “il manager che ha salvato il gruppo”, confezionato su una retorica priva di ogni riscontro pratico: molti articoli di giornale e molte trasmissioni televisive hanno celebrato il genio di Marchionne – non si sa bene se abbiano iniziato quando ancora fosse in vita o meno – ma tutti i cronisti e i reporter hanno fatto una gran fatica a trovare, in tutto il paese, un solo operaio FCA che fosse autenticamente addolorato. All’annuncio della morte non ci sono state scene di giubilo come nel caso della morte di Margaret Thatcher, che la classe operaia inglese accompagnò alla tomba fra feste e cortei e cartelli ingiuriosi e bottiglie di spumante… erano altri tempi ed era un altro paese, altre situazioni e condizioni.

In Italia, la retorica papalina, la doppia morale del Vaticano, impone di essere tristi e mesti anche quando non ce ne è motivo perché “di fronte alla morte si è tutti uguali” e “la vita è sacra”. Se muore un Marchionne, dunque, il senso comune impone che anche l’operaio perseguitato, punito, licenziato, rovinato debba rendergli onore mostrando tristezza e mestizia. E’ ciò che pretende la classe dominante, è ciò a cui si piega la sinistra borghese, pretendedolo a sua volta dalle masse popolari.

Alla FCA, inoltre, “morto un Marchionne se ne fa un altro” (infatti un nuovo amministratore delegato è stato nominato: Mike Manley) e non sarà più illuminato, progressista, umano e disponibile di Marchionne. Anche lui dovrà amministrare l’azienda sulla pelle e sulle spalle degli operai per far guadagnare i padroni.

Incertezza e preoccupazione per il futuro è quello che hanno raccolto i cronisti e i reporter ai cancelli degli stabilimenti del gruppo FCA. Gli operai si domandano, molto praticamente, “e ora? Che succederà?”.

Il paese è allo sbando, sotto la morsa della fame di profitto dei padroni, sotto i colpi della propaganda di regime, sotto l’incuria e il degrado a cui lo condanna la classe dominante. Alla FCA stanno scadendo gli ammortizzatori sociali per migliaia di operai, i “piani industriali” parlano di tagli e licenziamenti, gli Agnelli hanno spostato sulla finanza e sulle speculazioni il centro dei loro affari…

I più acuti commentatori della situazione politica ed economica fanno notare che da Valletta a Marchionne, passando per Romiti, gli Amministratori della FIAT sono stati da sempre i più esposti, i capofila, nella repressione della classe operaia, nella violazione dei diritti acquisiti e nel loro smantellamento e nell’imposizione di un regime da caserma nei reparti di tutte le aziende del gruppo.  Ma i commentatori commentano, non scrivono la storia dei popoli e dei paesi, quella la scrivono gli operai e le masse popolari. E gli operai FIAT ne hanno scritto pagine che, rileggendole oggi, sono istruttive e ispiratrici. Dal Biennio Rosso agli scioperi del marzo 1943 contro il nazifascismo fino agli scontri di Corso Traiano nel ‘69 e l’occupazione di Mirafiori del 1973, la classe operaia FIAT si è sempre distinta come la parte avanzata dei metalmeccanici, a loro volta la punta avanzata della classe operaia italiana. Mussolini definì Torino “città porca” perché migliaia di operai risposero in ordinato e compatto silenzio al termine di uno dei suoi “roboanti comizi” che in genere venivano seguiti dalle acclamazioni. Più recentemente: le 21 giornate di lotta a Melfi del 2004, la mobilitazione contro il piano Marchionne partita da Pomigliano nel 2010, che ha innescato un’ondata di mobilitazione che ha condizionato il “cambiamento” della scena politica e sindacale degli anni successivi. Quel movimento aveva coinvolto il resto della classe operaia e delle masse popolari in tutto il paese e, appresso a loro, tutta la società civile, creando una diffusa ingovernabilità. Un movimento rientrato nei ranghi solo perché la FIOM (Landini in testa), non ha voluto assumere fino in fondo il ruolo politico che la classe operaia le aveva affidato. Marchionne ha inoltre impiegato anni per avere ragione della caparbia resistenza dei licenziati politici di Pomigliano, ottenendo una vittoria legale nei tribunali borghesi che non ha affatto placato la lotta politica all’esterno, ha suscitato ampia solidarietà nel resto dei lavoratori del nostro paese e ha dato spinta alla costituzione del Movimento Operai Autorganizzati FCA.

Quindi… cosa succederà ora? Succederà quello che gli operai e le masse popolari faranno succedere. Marchionne sarà dimenticato dalla storia tanto in fretta quanto in fretta la sua morte è stata liquidata dagli altri “funzionari del capitale”. Quello che gli operai hanno fatto, fanno e faranno è ciò che permette al mondo di funzionare e di progredire.

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