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Francesco Sale porta i saluti del Partito Comunista guidato da Marco Rizzo al Congresso del Partito Comunista Italiano guidato da Mauro Alboresi

Nei giorni 6, 7 e 8 luglio si è tenuto ad Orvieto (Umbria) il primo Congresso Nazionale del Partito Comunista Italiano guidato da Mauro Alboresi [da qui in poi:PCI, N. d. R.] che al suo termine ne è stato rieletto segretario.[1] Il Partito Comunista Italiano è uno dei partiti che in Italia si definiscono comunisti ed è stato costituito nel giugno 2016 per confluenza del Partito dei Comunisti Italiani di Cossutta e Diliberto e di alcune componenti dell’ex area “Essere Comunisti” del Partito della Rifondazione Comunista. Dunque, parliamo di un’organizzazione che si richiama al comunismo ed è uno dei numerosi raggruppamenti sorti dopo la fine del primo Partito Comunista Italiano (1991) e che di quel partito hanno proseguito la deriva verso la concezione e linea della sinistra borghese (per sapere cosa è la sinistra borghese vedi in http://www.carc.it/2018/04/04/cose-la-sinistra-borghese/).

Questi partiti sono molti, tanto è vero che anche nel Congresso del PCI sono intervenuti a portare il loro saluto più esponenti di altri partiti che pure si dichiarano comunisti. Uno è il Partito Comunista guidato da Marco Rizzo, [da qui in poi, PC (senza “i”), N. d. R.] per il quale è intervenuto Francesco Sale, membro del Comitato Centrale.[2]

Punto centrale dell’intervento di Sale è stato quello dell’unità dei comunisti, tema importante e sentito da molti tra le masse popolari del nostro paese. Molti non capiscono perché esistono tanti partiti comunisti e vorrebbero che ce ne fosse uno solo, così come in un posto di lavoro molti lavoratori vorrebbero che ci fosse un solo sindacato. Tutti questi si chiedono il perché di questa moltitudine e magari pensano che ciascuno vuole stare distinto dagli altri per cattiva volontà o per stupidità di fronte alla classe dominante che invece pare unita contro gli operai, i lavoratori e tutte le masse popolari.

Se però pensiamo a moltissime attività in cui gli esseri umani sono impegnati, vediamo come unire e unirsi non è facile e spesso richiede tempo, scienza e arte. Unire in campo sindacale in uno sciopero molti lavoratori, unire in un coordinamento molti lavoratori di fabbriche diverse di una stessa azienda (la FCA, ad esempio), o di uno stesso ramo produttivo (quello dell’acciaio, ad esempio) sono alcuni pochi esempi di come mettere insieme più cose o persone per un risultato che sia di qualità e che duri nel tempo richiede scienza e arte e capacità intellettuali e morali via via più elevate. Tanto più questo è vero per unire varie forze, organismi e singoli in un unico partito comunista all’altezza della situazione, attività per cui non basta “fare rete” o unirsi sulla base di buoni sentimenti e aspirazioni e che invece necessita di una profonda unità ideologica e politica sulla scienza di cui i comunisti intendono avvalersi per dirigere la rivoluzione socialista nel nostro paese.

Il partito si unisce sull’elaborazione e sperimentazione di una scienza, la teoria rivoluzionaria che, spiega Lenin, è elemento indispensabile per lo sviluppo di un movimento rivoluzionario (unità non è somma o combinazione di opinioni). Elementi di questa scienza sono il bilancio del movimento svolto, l’esame della situazione, la prospettiva, tre elementi di cui ha parlato anche Francesco Sale.

Dare risposte giuste e comuni ai quesiti relativi al bilancio dell’esperienza della prima ondata e a quali siano i suoi insegnamenti è il primo e fondamentale passo della costruzione di un’unità reale dei comunisti, che non si fondi su calcoli elettorali e che miri veramente alla rinascita del movimento comunista nel nostro paese.

Infatti, tra le varie leggi che governano l’opera di chi vuole unire insieme i comunisti una è quella di non ripetere gli errori che hanno portato alla disgregazione del partito che c’era, che era uno, e cioè il primo Partito Comunista Italiano. Questo è anche un aspetto a cui  Francesco Sale ha dato particolare rilevanza, ed è giusto. Senza un bilancio che individui questi errori, unirsi è un processo inutile e anzi dannoso: perché usare un metodo che ha portato a esito negativo, e costruire qualcosa che si disferà alla prima occasione?

Nel suo intervento Sale ha posto la sua organizzazione tra le forze impegnate nella ricostruzione del movimento comunista e determinate a unire coloro che si dichiarano marxisti leninisti e propone una discussione franca con tutti quelli che hanno come obiettivo questa unità. Precisa quindi che per unirsi bisogna distinguersi e che i comunisti non sono la stessa cosa della sinistra anticapitalista, antiliberista e quant’altro. Oltre alla distinzione nel presente da questo tipo di forze bisogna distinguersi anche, entro il movimento comunista, rispetto a scelte che sono state causa della disgregazione a cui oggi tutti dicono di volere porre rimedio (questo è quello che sopra è indicato come scoprire e spiegare gli errori per non ripeterli).

Sale ripercorre quindi il movimento comunista partendo dalle sue origini. Dice che l’unità non è possibile “senza una chiara riflessione teorica che riscopra quelle che furono le analisi ancora attualissime di Marx e di Engels, troppo spesso gettate al vento nelle pratiche passate”. Bisogna anche riconoscere il valore della Rivoluzione d’Ottobre e della costruzione del socialismo in Unione Sovietica. Sono stati sbagliati, dice, il “ripiegamento tutto istituzionale avuto dal partito comunista nel dopoguerra, che non faceva assolutamente i conti con la concezione marxista dello Stato,[3] orientamenti e punti di linea politica che hanno portato alla successiva mutazione genetica del PCI in una forza socialdemocratica”. Sbagliata la causa, sbagliati gli effetti, dice Sale, che parla della “negatività dell’eurocomunismo”, della “accettazione dell’ombrello della NATO”, della “politica del compromesso storico” e di quella della “solidarietà nazionale”. Sta descrivendo un percorso che va dagli anni ’50, dove si impone la “revisione del comunismo” a opera di Kruscev in URSS e di Togliatti in Italia, agli anni ’70, quando Berlinguer distingue “un comunismo europeo” da quello sovietico ed elemento distintivo è quello di mettersi sotto la protezione dell’imperialismo americano e sotto il suo strumento militare (la NATO), il che significa nient’altro che lasciare un campo per passare a quello del nemico. Questo passaggio fu nominato, appunto, “compromesso storico” a cui seguì la politica della “solidarietà nazionale”: al passaggio in campo nemico a livello internazionale corrispondeva sul piano nazionale l’alleanza con la DC, il partito che dal secondo dopoguerra alla fine degli anni ’80 del secolo scorso eseguì le direttive del Vaticano.

L’analisi scientifica del fenomeno di cui parla Sale, e cioè il sopravvento dei revisionisti moderni, accompagna tutto il percorso precedente alla costituzione della Carovana del (nuovo)PCI nei primi anni ’80, perché quel percorso inizia proprio come reazione sul piano ideologico e organizzativo al “ripiegamento” che fece diventare il primo PCI “un partito socialdemocratico”, secondo i termini che usa il compagno. Sale ha ragione quando dice che l’unità si costruisce in base al giudizio che diamo di quella svolta e pone la disponibilità della sua organizzazione allo sviluppo del dibattito su questi temi entro il campo delle forze comuniste del paese. E’ un appello al confronto che il P.CARC, come ha già fatto in passato, raccoglie ed intende stimolare. Siamo d’accordo con il compagno Sale che, in sintesi, per far rinascere il movimento comunista non basta rimettere insieme i cocci e occorre capire perché il vaso si è rotto e che un’unità senza condivisione di una prospettiva strategica è peggiore del non essere uniti.

Aggiungiamo a quanto detto dal compagno Sale che il giudizio sulla deriva intrapresa dal primo PCI [quello fondato da Gramsci nel 1921 e chiuso da Occhetto nel 1991, N. d. R.] (prima nel campo del revisionismo moderno e poi in quello della sinistra borghese) deve includere la comprensione delle cause: perché allora si imposero i revisionisti moderni capeggiati da Togliatti e la sinistra del vecchio PCI (i Secchia, Alberganti, Vaia che il PC eleva a punto più alto raggiunto dal movimento comunista nel nostro paese) fu sconfitta? A questa domanda il (nuovo)Partito comunista italiano ha risposto che causa della sconfitta fu anzitutto la debolezza ideologica della sinistra del vecchio PCI in termini di assimilazione della concezione comunista del mondo e per conseguenza la sua incapacità di indicare una strategia adeguata per fare la rivoluzione socialista nel nostro paese approfittando della situazione favorevole determinata dalla vittoriosa Resistenza al fascismo (per approfondimenti leggere Pietro Secchia e due importanti lezioni, in La Voce n.26, in http://www.nuovopci.it/voce/voce26/secchia.html).

In questo periodo di tempo che dura da quegli anni, un periodo superiore al mezzo secolo, la carovana del (nuovo)PCI di cui il P.CARC è parte integrante, ha studiato i limiti e gli errori della sinistra del primo PCI in modo tale da comprendere come superarli e mettere a frutto anche tutto il grande patrimonio positivo che quel PCI e tutto il primo movimento comunista internazionale ci lasciano in eredità. I risultati di questa ricerca sono base del nostro lavoro odierno e sono il nostro contributo alla discussione franca e aperta con il PC di Marco Rizzo di cui fa parte Sale, con il PCI Alboresi che ha tenuto il suo congresso a Orvieto e con tutte le forze che si dichiarano comuniste, per l’unità dei comunisti di cui in questo congresso tanti hanno parlato e che è richiesta da tanta parte delle masse popolari del nostro paese. Una richiesta sana e avanzata cui rispondiamo fuori da ogni retorica e dando continuità alla nostra azione tesa al dibattito franco e aperto con le altre forze che si richiamano al comunismo.

[1]                     Vedi in https://www.ilpartitocomunistaitaliano.it/2018/07/02/6-7-8-luglio-il-1-congresso-del-pci-il-programma-dei-lavori/.

[2]                     In https://www.facebook.com/PCItaliano/videos/1858688427525964/?hc_ref=ARSJMZjovIqfp-Vb6JbMBq7yLD3Z6JtAAjQ15vdxYTv0J1h5TL30eOcLsCNsq1VziBo sono riportati tutti gli interventi del Congresso. Sale parte dalla seconda ora e quindici minuti in poi del video sopra indicato.

[3]                     Lo stato, secondo il marxismo, è uno strumento tramite cui una classe mantiene il proprio potere su un’altra. Garantisce la coesione sociale in una società divisa in classi e quindi serve a unire ciò che è diviso, tramite la ricerca del consenso o tramite la violenza. Esiste quindi perché esistono le classi, serve a giustificare o imporre il potere dell’una sull’altra, non esisteva prima della comparsa della divisione in classi nella storia dell’umanità e scomparirà quando scomparirà questa divisione. Non può quindi esistere uno “Stato di tutto il popolo”, come hanno detto i revisionisti moderni e loro capofila come Togliatti e Kruscev. Quando esisterà tutto un popolo dove non esisteranno le classi, non ci sarà bisogno di uno strumento che alle classi serviva per imporre la propria dittatura. Per una comprensione scientifica della materia vedi Manifesto programma del (n)PCI, ed. Rapporti Sociali, Milano, 2008, pp. 23-24, e in http://www.nuovopci.it/scritti/mpnpci/01_02_Classi_lotta_di_classe.html#1.2.2._La_lotta_di_classe_e_lo_Stato

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