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Editoriale

Uno dei principali limiti che caratterizza la vasta e articolata area di coloro che vogliono cambiare il corso delle cose attiene all’analisi della fase storica (economica e quindi politica) in cui viviamo. La debolezza del movimento comunista cosciente e organizzato permette che abbiano credito e seguito analisi e teorie del tutto inadeguate a interpretare il movimento oggettivo della società, sbagliate. Alcune di queste teorie scambiano la crisi generale per sovrapproduzione assoluta di capitale per crisi per sovrapproduzione di merci (e individuano la soluzione nella “redistribuzione della ricchezza” che nelle loro teorie farebbe “ripartire la domanda e rilancerebbe i consumi”), altre indicano la globalizzazione come un nuovo modo di produzione che ha superato la divisione della società in classi (“non esiste più la classe operaia, bisogna cercare altri referenti per fare la rivoluzione”), altre ancora imputano alla speculazione finanziaria e alla rendita la causa di tutti i mali, come se bastasse tornare al vecchio capitalismo industriale per risolvere la situazione.
Senza una analisi scientifica della fase economica e politica, ogni ambizione di cambiare il corso delle cose è velleità, poiché le cure, le soluzioni, le alternative al cattivo presente poggiano sui desideri, non sulla realtà.
In questo articolo si sintetizzano gli elementi essenziali per analizzare la fase economica e politica con “la lente” della concezione comunista del mondo (marxismo-leninismo-maoismo) e si fissano i principali criteri di cui chi vuole invertire il corso delle cose deve tenere conto per rendere efficace i suoi sforzi e il suo impegno.
Per la stesura di questo articolo è stato utilizzato il testo, di cui consigliamo lo studio: “A duecento anni dalla nascita di Marx” pubblicato su La Voce del (nuovo)PCI n. 58 e da cui sono tratte tutte le citazioni.

Il nucleo del modo di produzione capitalista. “Benché le apparenze siano molto cambiate, il modo di produzione della società attuale funziona ancora secondo la stessa logica descritta da Marx in Il capitale. È ancora oggi combinazione di produzione e circolazione di merci (beni e servizi) promossa dai capitalisti ognuno per valorizzare il suo capitale, facendo compiere agli operai un pluslavoro che si traduce in profitti, in rendite e in interessi. Oggi le merci non sono più scambiate, come nell’economia mercantile semplice da cui nasce il capitalismo, ognuna secondo il suo valore (tempo di lavoro socialmente necessario per produrla), ma vendute e comperate secondo prezzi determinati dall’andamento generale degli affari e dei traffici finanziari, dalla concorrenza e dai monopoli, dalle politiche monetarie e in generale dalle politiche dei vari Stati. Sbagliano sia quelli che sostengono che la società attuale funziona ancora tramite lo scambio di merci secondo il loro valore, e quindi identificano più o meno direttamente i prezzi con i valori, sia quelli che sostengono che la legge del valore-lavoro è superata. La legge del valore-lavoro è superata storicamente (la ricchezza della società non dipende più principalmente dalla quantità di tempo che gli uomini dedicano alla produzione, ma dall’applicazione della scienza alla produzione), ma non lo è ancora di fatto: la legge del valore-lavoro e il furto da parte del capitalista del tempo di lavoro dei proletari sono ancora alla base dei rapporti di produzione e quindi della vita complessiva della società attuale. I capitalisti stessi le fanno riemergere alla luce del sole accanendosi a ridurre pause dal lavoro e durata delle singole operazioni produttive, ad aumentare i ritmi di lavoro, ad aumentare la produttività del lavoro (la quantità delle merci prodotte nell’unità di tempo per ognuno dei lavoratori salariati), a ridurre il numero degli operai a parità di produzione, a rendere ognuno più competitiva la sua azienda. Solo con la vittoria della rivoluzione socialista e l’avvio della transizione al comunismo la legge del valore-lavoro sarà superata non solo storicamente ma anche di fatto.

La crisi generale per sovrapproduzione assoluta di capitale e la fase imperialista del capitalismo. “Nell’economia della società borghese attuale si combinano un andamento ciclico degli affari (crisi cicliche) e crisi per sovraccumulazione assoluta (cioè relativa a tutti i settori dell’economia) di capitale che, se non sopravviene la rivoluzione socialista, si traducono in guerre tra gruppi imperialisti e tra Stati. Fino alla fine dell’800 (quindi nella fase pre-imperialista, in cui il capitalismo era caratterizzato dalla libera concorrenza), le grandi crisi economiche della società borghese erano crisi cicliche di squilibrio tra domanda e offerta dovute al carattere anarchico del modo di produzione capitalista: un sistema produttivo in cui da una parte tutti i suoi attori dipendono l’uno dall’altro per l’acquisto e la vendita di merci, ma, in antitesi con questo, ognuno agisce come se fosse indipendente dagli altri e tutti agiscono senza alcuna intesa tra loro su cosa ognuno deve produrre, come, quando e per chi. La soluzione delle crisi cicliche veniva dallo stesso movimento economico della società borghese. Le merci la cui produzione si era sviluppata più velocemente della loro domanda, o la cui domanda era caduta per eventi accidentali, restavano invendute, le aziende produttrici chiudevano i battenti e licenziavano e nel giro di un certo tempo la domanda sopravanzava la produzione o sopravveniva la domanda di altre merci e nuove aziende produttrici aprivano i battenti. Le crisi cicliche sono scientificamente analizzate e dettagliatamente descritte da Marx in Il capitale. Infatti esse ricorrevano già al suo tempo.
Con l’ingresso del capitalismo nella sua fase imperialista, le crisi per squilibrio tra domanda e offerta continuano a esistere, ma perdono di importanza (diventano oscillazioni relativamente poco ampie tra periodi di sviluppo e periodi di depressione) e il fenomeno determinante diventano le crisi per sovraccumulazione assoluta di capitale. Queste sono dovute al fatto che il capitale accumulato è talmente grande che i capitalisti non riescono più a valorizzarlo tutto facendo produrre e vendendo merci. Sono crisi che, pur nascendo dall’economia, diventavano generali – cioè anche politiche, culturali, sociali e, per quanto riguarda quella attuale, ambientale – e trovano la loro soluzione sul terreno politico, cioè nello sconvolgimento degli ordinamenti sociali a livello di ogni singolo paese e del sistema di relazioni internazionali (tra paesi). Esse sono interrotte da rivoluzioni socialiste e guerre. La storia della prima metà del secolo scorso è caratterizzata dalla prima crisi generale di questo tipo, a cui pose fine la combinazione delle guerre mondiali con la prima ondata della rivoluzione socialista. In Il capitale Marx indica che tali crisi sarebbero sopravvenute (in particolare vedasi vol. 3 cap. 15), ma non poteva analizzarle perché ancora non si erano prodotte. Uno dei limiti principali del movimento comunista della prima parte del secolo scorso (cioè agli inizi del ‘900, all’epoca della prima crisi generale per sovrapproduzione assoluta di capitale: 1900-1945 – ndr) sta nell’incomprensione del fatto che era in corso una crisi generale per sovraccumulazione assoluta di capitale. La seconda di tali crisi è incominciata negli anni ’70 del secolo scorso ed è entrata nella sua fase acuta e terminale nel 2008. Quelli che si ostinano a non considerare questa crisi non sono in grado di capire la logica del corso generale delle cose con cui il movimento comunista deve fare i conti in questi anni. Essi si ostinano a cercare o annunciare una fine della crisi di cui ignorano la natura.
L’imperialismo è l’ultima fase del capitalismo, l’anticamera del socialismo. Cinque sono i suoi tratti caratteristici: la prevalenza del monopolio sulla libera concorrenza, la prevalenza del capitale finanziario che nasce dalla fusione del capitale industriale con il capitale monetario sul capitale industriale e commerciale, la prevalenza dell’esportazione di capitale rispetto all’esportazione di merci, la divisione del mondo in paesi imperialisti e paesi oppressi dalle potenze imperialiste, la spartizione del mondo tra monopoli capitalisti. L’umanità è oramai unificata, ogni popolo, nazione e paese è connesso ad altri nella produzione dei mezzi necessari alla sua vita e nell’opera che deve compiere per vivere. La rivoluzione dei paesi imperialisti e la rivoluzione dei paesi oppressi sono rivoluzioni con caratteristiche diverse, ma si combinano nella rivoluzione proletaria mondiale. Le difficoltà che l’umanità incontra sono le difficoltà a porre fine all’epoca dell’imperialismo instaurando il socialismo”.

L’epoca imperialista si divide in tre parti:
1. dal 1900 al 1945, prima crisi generale per sovrapproduzione assoluta di capitale con conseguente crisi dei regimi politici nei singoli paesi e delle relazioni tra gli Stati a livello mondiale, una lunga situazione rivoluzionaria nel corso della quale in una serie di paesi trionfa la rivoluzione proletaria (rivoluzioni socialiste e rivoluzioni di nuova democrazia);

2. dal 1945 alle metà degli anni ‘70 del secolo scorso, temporanea ripresa dell’accumulazione del capitale a livello internazionale, con il “capitalismo dal volto umano” nei paesi imperialisti, con la trasformazione delle colonie in neocolonie nei paesi oppressi, con le lotte per la transizione dal capitalismo al comunismo (la grande rivoluzione culturale proletaria cinese) e il tentativo di restaurazione graduale e pacifica del capitalismo condotto dai revisionisti moderni nei paesi socialisti;

3. dalla metà degli anni ‘70 del secolo scorso fino ad oggi, esaurimento della prima ondata della rivoluzione proletaria mondiale e inizio della seconda crisi generale per sovrapproduzione assoluta di capitale.

La rivoluzione socialista in Italia. “La particolarità della rivoluzione socialista rispetto alle precedenti rivoluzioni prodottesi nel corso della storia umana consiste nel fatto che, contrariamente alla rivoluzioni precedenti, non è la sostituzione di una classe dominante ad un’altra. Essa al contrario porta all’eliminazione della divisione dell’umanità in classi di oppressi e oppressori, di sfruttati e di sfruttatori. In questo sta anche la sua difficoltà: essa comporta l’emancipazione della massa della popolazione che le classi dominanti hanno da sempre tenuto ai margini delle attività umane superiori, hanno escluso dalla gestione della vita sociale e trattato come massa di manovra e animali da lavoro. Le masse, escluse dalla coscienza e dalla scienza anche nella più avanzata e più ricca società borghese, devono compiere l’opera che richiede più scienza di ogni altra trasformazione sociale finora compiuta. Esse devono governare: imparare a governare governando. Lo fanno grazie all’azione del partito comunista che è parte di esse, distinta da esse, ma in mille modi legata ad esse pena il divenire sterile se se ne distacca: è la loro classe dirigente di nuovo tipo, che le mobilita e dirige a fare la rivoluzione socialista, a instaurare il socialismo e nella transizione verso il comunismo.
La rivoluzione socialista è una guerra popolare rivoluzionaria promossa dal partito comunista che diventa il partito degli operai d’avanguardia i quali a loro volta mobilitano e organizzano il resto degli operai e delle masse popolari fino a instaurare il socialismo: dittatura del proletariato, gestione pubblica delle attività economiche, crescente partecipazione universale alla gestione della società e alle attività umane superiori. Sbagliano quelli che aspettano una rivoluzione socialista che dovrebbe scoppiare, quelli che concepiscono la rivoluzione socialista come transizione pacifica (di riforma in riforma), quelli che la concepiscono come traduzione nella pratica di una egemonia culturale della parte avanzata sulla parte arretrata dell’intera società, quelli che la concepiscono come sempre principalmente scontro armato. La rivoluzione socialista è sinergia e concatenazione di varie forme di lotta, tra le quali in ogni fase una è quella decisiva del corso delle cose. Il partito comunista deve essere capace di praticare tutte le forme di lotta, di individuare di fase in fase quella che è principale, di concentrare su di essa le forze principali.
(…) Al fine di far avanzare la rivoluzione socialista, quando nel 2008 la crisi generale si è aggravata e ha posto con più urgenza la biforcazione tra la via delle mobilitazione rivoluzionaria delle masse popolari e la via della loro mobilitazione reazionaria, tenuto conto della debolezza attuale del movimento comunista cosciente e organizzato, noi (nuovo)Partito comunista italiano abbiamo adottato la linea del Governo di Blocco Popolare. Essa consiste nel creare le condizioni (mobilitazione, organizzazione e orientamento a svolgere il ruolo di pubbliche autorità) perché le masse popolari organizzate, e in primo luogo la classe operaia, inducano gli esponenti della sinistra borghese (intesa come l’insieme degli oppositori del catastrofico corso delle cose che non si propongono di instaurare il socialismo) che godono ancora della loro fiducia e hanno prestigio e autorità anche sulle masse popolari non ancora organizzate, a costituire un governo d’emergenza (che chiamiamo Governo di Blocco Popolare, GBP) che esse faranno ingoiare ai vertici della Repubblica Pontificia rendendo per essi ingovernabile il paese e che sosterranno schiacciando i tentativi di restaurazione e l’aggressione della borghesia imperialista italiana e internazionale. (…) La costituzione del GBP non è l’instaurazione del socialismo, impossibile senza l’aggregazione della classe operaia attorno al partito comunista. Ma il GBP, prendendo misure sia pure parziali e precarie contro gli effetti della crisi sulle condizioni di vita e di lavoro delle masse popolari e facendo fronte con successo all’aggressione della Comunità Internazionale (NATO, UE, BCE, FMI, USA), darà il via a una lotta nel corso della quale il movimento comunista cosciente e organizzato si rafforzerà e la rivoluzione socialista avanzerà fino ad arrivare all’instaurazione del socialismo”.

 

Le trasformazioni della struttura della società capitalista realmente attuate nei decenni della seconda crisi generale consistono:
1. nel progresso nella divisione del lavoro, che ha trasformato singole operazioni del processo produttivo (ad es. la ricerca, la pulizia dei locali, il trasporto, ecc.) in servizi prodotti, comperati e venduti come merci e ha trasformato in merci a se stanti i prodotti parziali dei precedenti processi produttivi;
2. nella sussunzione nel capitale (cioè nella trasformazione in merci prodotte da lavoratori salariati, da operai) di attività che ancora non lo erano, in particolare i servizi alla persona,
3. nella riduzione se non eliminazione dei diritti dei lavoratori (un numero crescente di lavoratori sono diventati nuovamente precari, come lo erano fino alla prima ondata della rivoluzione proletaria),
4. nell’eliminazione o nella forte riduzione delle frontiere industriali, commerciali, finanziarie e monetarie tra la gran parte dei paesi sottomessi in vari modi e in gradi diversi alla Comunità Internazionale dei gruppi imperialisti europei, USA e sionisti e dei gruppi ad essa annessi di altri paesi (giapponesi, canadesi, australiani e altri).
Quindi la globalizzazione non è un nuovo modo di produzione, ma uno sviluppo del vecchio capitalismo, una sovrastruttura del vecchio capitalismo. Se viene rotta, se crolla, se i confini statali vengono ristabiliti, ecc., compare il vecchio capitalismo. Perché anche nel “mondo globalizzato”, la base, il nocciolo economico delle relazioni sociali resta sempre il capitalista che assolda in cambio di un salario il lavoratore, lo fa lavorare e vende il prodotto del suo lavoro.

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