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Entra nel vivo il XVIII Congresso della CGIL, che terrà la sua fase finale dal 22 al 25 gennaio 2019 alla Fiera del Levante a Bari. Inizialmente era previsto per il maggio di questo anno, ma la concomitanza con le elezioni e il relativo sommovimento, hanno spinto gli organi dirigenti a spostarne le date. Il 6 e 7 giugno il Direttivo approverà i due documenti definitivi che verranno presentati alla discussione, uno della maggioranza e l’altro dell’area dell’opposizione interna (il Sindacato è un’Altra Cosa). Dal 20 giugno al 5 ottobre si terranno le assemblee congressuali di base, con pausa dal 6 al 19 agosto. Dal 6 al 31 ottobre si terranno invece i congressi delle Categorie territoriali, delle Camere del Lavoro Territoriali, delle Camere del Lavoro Metropolitane e delle Categorie regionali per poi passare ai congressi regionali (dal 5 al 24 novembre) e delle categorie nazionali (dal 26 novembre al 20 dicembre).

Dal 7 al 12 gennaio si terrà il Congresso nazionale dello SPI, categoria particolarmente “pesante” per i tre milioni di iscritti che rappresentano più della metà del totale dell’intera confederazione; infine a fine mese si terrà il Congresso nazionale, in cui verranno eletti il nuovo segretario generale e i vari organismi dirigenti. In corsa per la successione a Susanna Camusso ci sono tre candidati (cosa mai successa prima nei 112 anni di storia del sindacato e segno della lotta intestina): Serena Sorrentino, giovane segretaria della Funzione Pubblica indicata dalla maggioranza; Vincenzo Colla, segretario dell’Emilia Romagna esponente dell’ala riformista e firmatario dell’accordo con il Governo del piano Industria 4.0; Maurizio Landini, ex segretario della FIOM.

Anche in CGIL è in corso, in forme proprie e specifiche, lo stesso sommovimento che, provocato dalla crisi generale, scuote la società intera: la perdita di circa 700mila tessere in poco più di quattro anni è un “risultato” ben chiaro delle politiche di concertazione e compromesso con i governi delle Larghe Intese che hanno portato alla classe operaia il Jobs Act, rinnovi peggiorativi dei CCNL, sicurezza sul lavoro sempre più scarsa e soglie pensionistiche al limite dell’irraggiungibile a cui anche la dirigenza della CGIL ha prestato il fianco. Per questo la base è uno “specchio del paese”: un terzo degli iscritti ha votato per il M5S o per la Lega e anche Susanna Camusso ha dovuto ammetterlo, benché a denti stretti, spiegando che “i populisti hanno preso in carico le principali rivendicazioni del mondo del lavoro”.

L’aggravarsi della crisi economica e politica renderà il dibattito interno estremamente “movimentato”, con la lotta di classe che si sviluppa nel paese per fare fronte agli effetti della crisi; nel corso del 2018 scadono gli ammortizzatori sociali nel gruppo FCA e alle acciaierie di Piombino con migliaia di posti di lavoro a rischio, TIM ha appena dichiarato 5mila esuberi e la messa in cassa integrazione di trentamila lavoratori, la crisi di Alitalia è tutt’altro che risolta. Questi sono alcuni fra gli esempi più eclatanti del processo di distruzione del tessuto produttivo nel nostro paese, la vera sfida e il bivio che la CGIL dovrà affrontare: rimettersi a organizzare e mobilitare i lavoratori per far fronte concretamente agli effetti sempre più devastanti della crisi, facendo fruttare la capillarità della sua struttura mettendola al servizio del paese, oppure perdere quello che resta del suo ruolo, tanto agli occhi dei lavoratori che dei padroni (un sindacato che non ha ascendente sui lavoratori non serve neppure ai vertici della Repubblica Pontificia!).

Noi comunisti parteciperemo al dibattito nelle assemblee della CGIL, portando con convinzione la linea di costruire organizzazioni operaie nelle aziende capitaliste e organizzazioni popolari in quelle pubbliche, che ne impediscano lo smantellamento e ne costruiscano il coordinamento fra loro, contribuendo così alla costituzione di un governo di emergenza che faccia gli interessi delle masse popolari. Questo è l’uso positivo che oggi i lavoratori possono fare della CGIL che fu gloriosa, un uso che va oltre la sua natura sindacale, ma che è l’unica via possibile di salvezza dei lavoratori e della CGIL stessa, oltre che possibile e necessaria prospettiva per il paese.

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