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Editoriale

La crisi politica e istituzionale in corso nel nostro paese non ha soluzioni, può solo aggravarsi e noi comunisti dobbiamo fare in modo che si aggravi in un senso favorevole agli interessi delle masse popolari. Questa è in sintesi la situazione e il quadro in cui dobbiamo decidere cosa fare e valutare i propositi dei vari attori, distinguere quello che effettivamente faranno da quello che dicono.

La crisi politica e istituzionale è la crisi del sistema politico della borghesia imperialista, cioè in Italia dei vertici della Repubblica Pontificia. Riescono sempre meno a governare il paese secondo i loro interessi. La crisi del loro sistema politico è il risultato della crisi economica generale del capitalismo che è mondiale e tra alti e bassi si aggrava da anni. Questo provoca contrasti di interessi tra i vertici della Repubblica Pontificia, riflesso dei contrasti tra i capitalisti che dominano l’economia del nostro paese e in definitiva la vita complessiva di tutta la popolazione. Marchionne, l’amministratore delegato di FCA, qualche anno fa ha riassunto la situazione dei capitalisti dicendo: “siamo in guerra”. Per una volta ha detto la verità. Ogni capitalista deve valorizzare il suo capitale. Chi resta indietro è spazzato via dagli altri. I capitalisti sono in guerra tra loro a livello internazionale e in Italia e in questa guerra coinvolgono le masse popolari e rendono sempre più miserabile la loro vita.

Fra il 1945 e il 1975, nel nostro paese, e in varia misura in tutti i paesi imperialisti, le masse popolari hanno costretto i capitalisti a concedere diritti e miglioramenti nelle condizioni di vita e di lavoro. Vi sono riuscite, grazie a gloriose mobilitazioni, in ragione di due condizioni: 1. la fase della ricostruzione dopo la prima e la seconda guerra mondiale ha consentito all’economia capitalista di “decollare” nuovamente e si aprì una nuova fase di accumulazione di capitale;  2. la forza del movimento comunista internazionale e l’esistenza del campo dei primi paesi socialisti spinsero i capitalisti a cedere alle rivendicazioni operaie e popolari per paura che anche in Italia e negli altri paesi imperialisti le masse popolari instaurassero il socialismo. Quel periodo storico è chiamato periodo del capitalismo dal volto umano.

La situazione in cui siamo oggi è profondamente diversa. Il capitalismo è in una crisi irreversibile e “l’economia non gira” e per quel tanto che gira produce sempre più inquinamento e una percentuale crescente di cibo scadente e di prodotti superflui e di breve durata: l’aumento del PIL è una finzione contabile, non a caso le condizioni generali della massa della popolazione, lo stato delle infrastrutture e del territorio peggiorano in ogni paese. Il rimedio necessario a questo corso delle cose è l’instaurazione del socialismo, ma la borghesia e il clero vi si oppongono in ogni modo, ancora più con l’intossicazione delle menti e dei cuori, con la confusione delle idee e dei sentimenti che con la repressione. I primi paesi socialisti non esistono più e il movimento comunista è debole in Italia e nel resto del mondo. In questo contesto le illusioni negli istituti della democrazia borghese, che nel periodo del capitalismo dal volto umano si erano sviluppate al massimo, si sciolgono come neve al sole: la classe operaia e le masse popolari non possono influire sul governo del paese tramite la lotta politica borghese. Tanto meno possono diventare classe dirigente della società, finché il sistema economico e politico rimane quello plasmato in funzione degli interessi dei capitalisti.

La storia recente del nostro paese, da quando la seconda crisi generale ha chiuso l’epoca del capitalismo dal volto umano (1975), ma in modo più evidente e brutale da quando è iniziata la fase acuta della crisi generale (2008), è caratterizzata:

a livello economico dalla progressiva eliminazione dei diritti e delle conquiste strappate dagli operai e dalle masse popolari con le lotte dei decenni passati (aumentare la produttività del lavoro a scapito di diritti e tutele, di salubrità e sicurezza sul lavoro, della regolamentazione degli orari di lavoro), dalle privatizzazioni (trasformare i servizi pubblici in merci, cioè in strumenti di valorizzazione del capitale), dallo sviluppo del capitale finanziario a discapito del capitale produttivo (aumento della speculazione finanziaria e chiusura di aziende);

a livello politico dal progressivo svuotamento del ruolo delle assemblee elettive (parlamento) e degli enti locali, dal progressivo accentramento dei poteri, dalla violazione delle leggi che ostacolano la valorizzazione del capitale (a partire dalla Costituzione) e dai tentativi di limitare al massimo l’influsso delle masse popolari sull’andamento delle cose.

La combinazione dei due aspetti, economico e politico, genera la resistenza spontanea delle masse popolari e una crescente ribellione. Le manifestazioni sono varie e dispiegate, riassumibili in due filoni principali:

– le mobilitazioni per difendere direttamente i diritti, le conquiste e le tutele strappate con le lotte dei decenni passati;

– la mobilitazione nel teatrino della politica borghese si esprime nella progressiva crescita in termini di voti di partiti che apertamente (in modo genuino o in modo strumentale è per certi versi secondario) si oppongono alle Larghe Intese.

Chi, di fronte alle molte e continuative manifestazioni di resistenza, ribellione e insofferenza delle masse popolari si ostina a dire che “non si muove niente”, o addirittura che “il paese si è spostato a destra”, rovescia le responsabilità della situazione. Per mobilitare in senso rivoluzionario le larghe masse occorre una direzione politica che trasformi il movimento spontaneo di resistenza delle masse popolari in mobilitazione cosciente per la rivoluzione socialista (il partito comunista) e promuova un percorso adeguato alle condizioni odierni.

A chi usa la concezione comunista del mondo per capire come vanno le cose e cosa fare, è evidente  che per risolvere la crisi economica e politica è necessario e possibile far avanzare la rivoluzione socialista, cioè sviluppare la mobilitazione rivoluzionaria della classe operaia e delle masse popolari che, dirette dal partito comunista, instaurano un sistema basato sulla dittatura del proletariato, sulla proprietà collettiva dei mezzi di produzione e sulla crescente partecipazione delle masse popolari alla gestione della società.

Il collo di bottiglia, la questione decisiva, non è l’attuale livello di combattività delle masse popolari, ma il rafforzamento ideologico e organizzativo del movimento comunista cosciente e organizzato.

La classe operaia e le masse popolari hanno bisogno del loro partito comunista che sappia trasformare la mobilitazione spontanea contro gli effetti della crisi in mobilitazione per la rivoluzione socialista. Caratteristica delle condizioni concrete in cui dobbiamo farlo è che la parte avanzata della classe operaia e delle masse popolari oggi non è raccolta nel partito comunista, ma si è affrancata dai grandi partiti che, avvalendosi del legame con il vecchio movimento comunista, hanno usato quel legame per tradirle. Larga parte delle masse popolari, fra cui molti operai, anche avanzati, anche “con la falce e il martello nel cuore”, ripongono speranza in partiti che si presentano come “antisistema” (M5S e Lega). Questi a loro volta non possono dare soddisfazione ad alcuna loro ambizione di cambiamento perché l’alternativa che perseguono (bene o male intenzionati che siano) resta nell’orizzonte del capitalismo: le cose positive che hanno proclamato sono incompatibili con gli interessi dei capitalisti nazionali e internazionali, le cose reazionarie e antiimmigrati che hanno proclamato sono quelle che già praticavano i governi delle Larghe Intese (dalla Turco-Napolitano, alla Bossi-Fini fino a Minniti). Quella gente che li ha votati e che oggi ripone fiducia in Di Maio o Salvini è la nostra gente, è la nostra classe. Chi la attacca o la denigra “perché ha votato i populisti” la spinge verso la mobilitazione reazionaria e alla disperazione. Dobbiamo invece valorizzarla per ciò che ha fatto già oggi, per la sonora legnata che ha dato alle Larghe Intese con le elezioni del 4 marzo. Dobbiamo mobilitarla, organizzarla e orientarla perché pretenda dai partiti che hanno formato il nuovo governo che mantengano le promesse che hanno fatto a favore delle masse popolari e attuino le parti progressiste della Costituzione del 1948. Le organizzazioni che queste costituiranno, di fronte al fallimento del nuovo governo, alla sua rinuncia ad attuare le promesse favorevoli alle masse popolari, ai cedimenti ai capitalisti e alle loro istituzioni italiane e internazionali (Unione Europea, Banca Centrale Europea, NATO, Fondo Monetario Internazionale, ecc.), lottando contro questi cedimenti diventeranno organizzazioni per la costituzione del Governo di Blocco Popolare. Noi comunisti non siamo astensionisti. Noi interveniamo energicamente nella lotta politica borghese per realizzare i nostri obiettivi. Mobilitiamo e organizziamo le masse popolari con lo sguardo rivolto al futuro che dobbiamo e possiamo costruire, all’instaurazione del socialismo ad opera del protagonismo delle masse popolari e della loro mobilitazione attorno al movimento comunista cosciente e organizzato.

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