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E’ del 22 maggio la notizia della volontà da parte dei padroni delle Acciaierie Venete di sospendere dal lavoro attraverso la cassa integrazione 350 operai su 500 dello stabilimento di Padova, lo stesso stabilimento dove domenica 13 maggio quattro operai sono stati travolti da una colata di 90 tonnellate di acciaio fuso, e che versano tutt’oggi in gravissime condizioni. Alle indagini della magistratura e al fermo della produzione in seguito all’incidente, causato dalle sempre più precarie condizioni di sicurezza delle aziende, dallo scarso impiego di risorse nella formazione del personale e nei ritmi sempre più serrati di lavoro a cui sono costretti gli operai per permettere alle aziende maggiore profitto, i padroni di Acciaierie Venete decidono di avviare le procedure per la cassa integrazione: un bel ricatto contro chi conduce le indagini e contro gli operai, un tentativo arrogante di scaricare sulla pelle degli operai che non sono stati coinvolti nell’incidente le responsabilità aziendali di aver ridotto in fin di vita quattro lavoratori!

Per questo motivo facciamo appello a tutte le realtà in lotta del Veneto e di tutta Italia, a tutti gli operai combattivi, ai sindacati di base, agli organismi operai e popolari a esprimersi pubblicamente in solidarietà agli operai delle Acciaierie Venete sotto ricatto e a mobilitarsi per ribaltare l’attacco padronale, chiaro tentativo di scaricare due volte sulla pelle della classe operaia le responsabilità dei danni provocati dal loro profitto!

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Padova, produzione ferma alle Acciaierie Venete dopo l’incidente con l’acciaio fuso. Azienda: ‘350 operai in cassa integrazione’

Lo stabilimento di riviera Francia è sotto sequestro dal giorno dell’incidente, provocato dalla caduta di una “cesta”, contenente circa 90 tonnellate di acciaio incandescente, che ha ferito gravemente quattro operai, due dei quali ricoverati ancora in condizioni critiche. Lunedì la comunicazione ai sindacati della richiesta che verrà avanzata. Fiom-Cgil: “Una soluzione che rifiutiamo, venerdì in assemblea”

di F. Q. | 22 maggio 2018

Cassa integrazione per 350 lavoratori su cinquecento. È questo lo scenario che Acciaierie Venete, l’azienda in cui domenica 13 maggio una siviera con acciaio fuso si è staccata travolgendo 4 operai, ha prospettato ai sindacati in un incontro avuto lunedì pomeriggio. “Una soluzione che noi rifiutiamo e per questo motivo venerdì ci riuniremo in assemblea”, ha spiegato dopo cinque ore di faccia a faccia con i vertici il segretario della Fiom-Cgil di Padova, Loris Scarpa. Parole che lasciano presagire un lungo braccio di ferro con l’acciaieria.

Lo stabilimento di riviera Francia, a Padova, è sotto sequestro dal giorno dell’incidente, provocato dalla caduta di una “cesta”, contenente circa 90 tonnellate di acciaio incandescente, che ha ferito gravemente quattro operai, due dei quali sono ancora ricoverati nei reparti grandi ustionati di Padova e Cesena in condizioni critiche: due, i più gravi, erano dipendenti diretti; gli altri della Hamaya Tech, ditta che lavora in appalto all’interno del siderurgico.

Da una settimana quindi la produzione è ferma e la procura di Padova – che nel frattempo ha iscritto nel registro degli indagati 7 persone tra rappresentanti legali dell’azienda e della ditta Danieli, produttrice del perno che sosteneva la siviera e che ha ceduto – non ha ancora restituito alla proprietà l’area del forno elettrico, indispensabile per il funzionamento dello stabilimento. Da qui, la mossa delle Acciaierie Venete che avrà ripercussioni economiche sugli operai.

I feriti – due italiani, uno dei quali di origine francese, un romeno e un moldavo – hanno un’età compresa tra i 35 e i 44 anni. Le situazioni più delicate restano quelle di Marian Bratu e del moldavo Sergiu Todita che hanno riportato ustioni su tutto il corpo. Sono migliorate invece le condizioni di Simone Vivian, nato a Dolo ma residente a Vigonovo, dimesso con una prognosi di 15 giorni. Serio viene giudicato, invece, il quadro clinico di David Federic Di Natale, che ha riportato ustioni su diverse parti del corpo.

Il suo avvocato Paolo Dalla Vecchia, lunedì, ha spiegato a Padova Oggi che “a più di una settimana dall’accaduto, la moglie non ha neppure ricevuto una telefonata” dalla ditta di cui è dipendente né da Acciaierie Venete. Il legale ha aggiunto che le gambe “sono state investite dal calore, la situazione è molto seria” e Di Natale “ha subito diversi interventi chirurgici ma non è più in pericolo di vita, i medici stanno cercando di staccargli delle parti di tuta e metallo fuso che sono ancora appiccicate alla sua pelle”.

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