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Mobilitarsi contro l’indegno teatrino di Di Maio, Salvini, Berlusconi e PD

Cacciare al più presto Gentiloni e le Larghe Intese

Il 4 marzo si sono svolte le elezioni politiche, il 24 marzo Gentiloni si è dimesso da Presidente del Consiglio, nel frattempo si sono installati i nuovi deputati e senatori e il 24 marzo sono stati eletti i presidenti di Camera e Senato. Ma mentre Di Maio gioca a farsi corteggiare dai vertici della Repubblica Pontificia e civetta con Salvini, le Larghe Intese operano attraverso Gentiloni, dimissionario ma ancora in carica, che dietro il paravento del “disbrigo degli affari correnti”, senza rendere conto a nessun altro che non siano i vertici della Repubblica Pontificia e la Comunità Internazionale degli imperialisti, ha:

– espulso due diplomatici russi, accodandosi alla “sceneggiata” promossa dal governo britannico (26 marzo);

– messo a disposizione di USA, Francia e Gran Bretagna le basi e le strutture di sostegno per l’attacco alla Siria;

– fatto accordi con il governo sionista di Israele per ricevere in Italia migliaia di profughi africani che Israele vuole cacciare (23 marzo);

– approvato la dotazione del Taser (la pistola a scariche elettriche, un’arma “non letale” che provoca invece decine di vittime ogni anno) per la polizia italiana (23 marzo);

– avallato la sentenza del Consiglio di Stato che espelle più di 40mila maestri dal sistema scolastico, sentenza che l’Avvocatura di Stato ha confermato: le prime 2000 espulsioni hanno decorso immediato (20 aprile);

– condotto la trattativa per la svendita delle aziende siderurgiche (ex Lucchini e ILVA) e dell’Alitalia;

– avallato la morte lenta degli stabilimenti FCA a opera di Marchionne.

Rompere gli indugi e assumere la responsabilità di governare, pretendere di governare! È quello che deve fare il M5S ed è quello che, visto che non lo fa spontaneamente, i suoi elettori, la sua base e tutti coloro che già si stanno mobilitando contro le Larghe Intese, devono obbligarlo a fare. Gli elettori del M5S e più in generale tutti coloro che si sono schierati contro le Larghe Intese devono mobilitarsi per porre fine, con le buone o con le cattive, al vergognoso siparietto fra Di Maio, Salvini e Berlusconi (con il PD che spera di fare la parte di “quello che si accontenta e gode”) e pretendere che con urgenza sia formato un governo che attua il programma votato il 4 marzo: via subito il Jobs Act e la Legge Fornero, via lo Sblocca Italia e la Buona Scuola, redito di cittadinanza e, soprattutto, misure per difendere i posti di lavoro esistenti e per crearne di nuovi.

Due strade istituzionali e la forza per la loro attuazione:

  1. Il Parlamento è già inseiato, è pienamente operativo e può iniziare a lavorare. Anziché perdere tempo a rilasciare dichiarazioni che lasciano il tempo che trovano e con esercizi di opinionismo, i gruppi parlamentari delle forze contro le Larghe Intese si mettano all’opera! Il taglio dei vitalizi, il taglio dei rimborsi, i regolamenti vanno bene, ma sono cose secondarie: lavorino da subito per abrogare il Jobs Act e la legge Fornero, per reintrodurre l’articolo 18 e estenderlo. Questo è il modo più efficace per far contribuire gli eletti a formare un governo che mantiene gli impegni e a contrastare i colpi di mano, le manovre e gli inciuci che i vertici della Repubblica Pontificia hanno in cantiere.
  2. Un governo formato per attuare il programma elettorale e deciso a perseguirlo, agisce contro Jobs Act e legge Fornero per decreto. Come il governo Renzi ha operato – novembre 2015 – per “salvare le banche” (Monte dei Paschi di Siena, Popolare di Vicenza, Veneto Banca) e in una notte ha trovato e stanziato i soldi, 26 miliardi di euro, per evitare la bancarotta. Abolire per decreto Jobs Act e legge Fornero, ripristinare l’articolo 18, abbassare l’età pensionabile e calcolarla su base retributiva sono misure che sbloccano subito alcuni milioni di posti di lavoro per i giovani. Allo stesso modo, per decreto, vanno nazionalizzate ILVA, ex Lucchini e Alitalia.

“È impossibile farlo”, “non ce lo lasceranno mai fare”, dicono i vertici del M5S. Hanno ragione e torto allo stesso tempo. Hanno ragione, perché in effetti autorità e istituzioni della Repubblica Pontificia non daranno mai, spontaneamente, il mandato a un governo che si prefigge questi obiettivi e è disposto a perseguirli. Ma hanno torto, perché la forza per intraprendere questa strada ce l’hanno: la devono chieere ai loro elettori, alla loro base, ai milioni che il 4 marzo hanno dato un segnale incontrovertibile ai vertici della Repubblica Pontificia, la devono chieere alle organizzazioni operaie che già si mobilitano contro gli effetti di Jobs Act e legge Fornero, che lottano per difendere i posti di lavoro, la devono chieere alle organizzazioni popolari che già lottano contro gli effetti dello Sblocca Italia, contro la devastazione ambientale e la speculazione. Devono chiamarle alla mobilitazione, alla vigilanza, alla partecipazione diretta. Di Maio deve fare oggi quello che Beppe Grillo ha avuto il coraggio di iniziare, ma non ha avuto il coraggio di portare fino in fondo, quando nel 2013 aveva chiamato le masse popolari ad asseiare Roma contro il golpe bianco di Napolitano.

È possibile che Di Maio non abbia né il coraggio né la volontà di farlo, ma la battaglia per costringere i vertici della Repubblica Pontificia a rispettare l’esito del voto non riguarda solo il M5S; è un terreno su cui tutti coloro che si mobilitano a vario modo e a vario titolo contro le Larghe Intese possono e devono contribuire: le amministrazioni locali oppresse dal debito tutelato dal governo centrale e dai patti di stabilità, le organizzazioni sindacali, gli esponenti e i movimenti della società civile, ma soprattutto i lavoratori e le masse popolari.

Ognuno di coloro che ha un seguito e un riconoscimento fra le masse popolari deve attivarsi da subito. Questo è il compito immeiato del fronte contro le Larghe Intese che già spontaneamente esiste.

Se il fronte contro le Larghe Intese non riesce a svolgere questo compito, è probabile che la spinta propulsiva del M5S, iniziata nel 2013, si esaurisca con la sua integrazione tra gli organismi politici della Corte Pontificia e con la sottomissione alla Comunità Internazionale degli imperialisti. Il suo fallimento, che momentaneamente farà tirare il fiato ai vertici della Repubblica Pontificia, sarà stato comunque una scuola pratica per i milioni di elementi delle masse popolari che lo hanno votato, che hanno sperato in un cambiamento e che hanno aspettato che tale cambiamento avvenisse per iniziativa degli eletti del M5S.

Se il fronte spontaneo contro le Larghe Intese riuscirà a imporre ai vertici della Repubblica Pontificia il rispetto dell’esito del voto e al gruppo dirigente del M5S di assumersi la responsabilità di governare, per il M5S inizierà una nuova fase del suo percorso: si batterà per attuare il suo programma o mollerà subito la presa? Anche solo iniziare ad attuare il programma comporta la rottura netta con i vertici della Repubblica Pontificia e con la Comunità Internazionale. L’aspetto decisivo, ancora una volta non è e non sarà la volontà di Di Maio o di Casaleggio, ma la spinta delle masse popolari. Se esse si mobiliteranno, obbligheranno Di Maio e il gruppo dirigente del M5S ad avanzare, pena essere scalzati dalla base. Di Maio e il gruppo dirigente del M5S, per avanzare, dovranno basare le loro forze sulla spinta della base, altrimenti faranno la fine ingloriosa che ha fatto Tsipras in Grecia: da paladino dei diritti a principale esecutore dei diktat della Troika e della svendita del paese.

Le elezioni regionali (29 aprile in Friuli, in autunno in Basilicata e in data da definirsi in Trentino e Val d’Aosta, mentre scriviamo è in corso lo spoglio delle regionali in Molise) e amministrative della prossima primavera (il 10 giugno) sono un ingrediente importante della mobilitazione per rafforzare il fronte anti Larghe Intese. Non tanto alla luce dell’esito (chi vincerà, chi prenderà più voti…), ma alla luce del fatto che sono una grande occasione per:

– promuovere la costruzione di organizzazioni operaie e di organizzazioni popolari e di promuovere il coordinamento fra quelle già esistenti;

– continuare a promuovere l’unità di azione fra tutte le forze sane, democratiche, progressiste, di sinistra contrastando le divisioni e lo spirito di concorrenza che deriva dall’elettoralismo (unire quello che l’elettoralismo divide);

– favorire la mobilitazione nelle aziende private e pubbliche, nelle scuole e nei quartieri contro i vertici della Repubblica Pontificia e le manovre per ribaltare l’esito del voto;

– favorire lo schieramento di Amministrazioni Locali contro le Larghe Intese e in favore degli interessi dei lavoratori e delle masse popolari (vei l’esempio di Napoli a pag. 6 e di Massa a pag. 5).

Condizioni generali e condizioni particolari spingono le masse popolari alla mobilitazione, alla ricerca di soluzioni agli effetti della crisi e a una via di uscita dalla crisi. In mille campi si dispiega la lotta di classe. A noi comunisti il compito di trovare la strada per far confluire la mobilitazione spontanea nella costruzione del Governo di Blocco Popolare, il compito di fare di ogni lotta spontanea una scuola di comunismo, il compito, infine, di usare anche la lotta politica borghese ai fini della lotta politica rivoluzionaria.

Politicizzare la lotta economica vs scuola di comunismo

“Politicizzare la lotta economica” per gli economicisti significa passare dalle rivendicazioni di miglioramenti presentate al padrone o alle associazioni padronali e di solito gestite da sindacati di lavoratori, alla rivendicazione di leggi favorevoli ai lavoratori, rivendicazione avanzata e sostenuta da gruppi e partiti che fanno da “sponda politica”, cioè da portavoce delle rivendicazioni dei lavoratori nelle istituzioni della democrazia borghese. In sintesi: passare dalla lotta puramente sindacale alla lotta politica nell’ambito della democrazia borghese.

Noi comunisti invece facciamo leva su ogni lotta economica e su ogni forma di rivendicazione spontanea e di protesta per portare i lavoratori alla lotta per instaurare il socialismo, farli passare dalla sola resistenza alla rivoluzione socialista. Quindi promuoviamo e appoggiamo le lotte economiche e ogni rivendicazione e protesta e ne facciamo una “scuola di comunismo”, un mezzo per far avanzare la coscienza e l’organizzazione dei lavoratori e quindi far avanzare la rivoluzione socialista e verso l’instaurazione del socialismo

“Proposta di un presidio permanente a Montecitorio che impedisca ogni manovra per ribaltare l’esito del voto”

Dopo l’articolo del 13 marzo che abbiamo citato nel numero scorso di Resistenza, ancora sul Fatto Quotidiano, il 13 aprile, un articolo a firma Mattei e Lucarelli: (…) La felice intuizione di Di Maio circa la necessità di un Contratto di governo su alcuni punti va riempita identificando i soggetti (la composizione di classe si sarebbe detto un tempo) i cui interessi emersi maggioritari dal voto devono dare contenuto all’accordo. Così si può renderlo votabile da quanti devono rappresentare “senza vincolo di mandato”, ma anche senza tradire la volontà popolare.

OCCORRE innanzitutto che il Contratto rifletta e sostenga le vertenze in aziende private e pubbliche di ogni dimensione, dai grandi gruppi come Fca-Fiat a quelle piccole come la Rational di Massa, in difesa dei posti di lavoro e delle condizioni di vita e di lavoro. Bisogna sostenere il coordinamento degli Operai Autorganizzati Fca che ha fatto lo sciopero di 8 ore proclamato dal SI Cobas, dalla Usb di Melfi, dal Soa di Termoli e dalla Confeerazione Cobas di Mirafiori del 23 marzo scorso, contro il Piano Marchionne di smantellamento dei diritti dei lavoratori e delle aziende. La sentenza Foodora di Torino è l’ennesima dimostrazione di come il neoliberismo alla Marchionne sia un cancro che sta diffondendosi in tutto il nostro corpo istituzionale, inclusi pezzi della magistratura. Gli operai degli stabilimenti ex Fiat, come dimostra il plebiscito per Di Maio a Pomigliano, chieono riscossa. Il nuovo governo dovrà far leva sui milioni di lavoratori e disoccupati che con il voto del 4 marzo hanno anzitutto manifestato un diffuso rigetto di tutti i gruppi e gli esponenti del sistema politico delle Larghe Intese che ha governato il paese negli ultimi decenni.

 

Il contratto deve avere come oggetto perciò la costituzione di un governo che abbia la forza di mantenere in funzione gli stabilimenti ex Fiat, bloccare la liquidazione dell’Embraco, dell’Ilva, della ex Lucchini, di Alitalia e delle altre aziende che la rassegnata logica neoliberale vuole chiudere, ridurre, de localizzare. Bisogna altresì rimettere in funzione quelle realtà produttive che hanno già chiuso.

Il contratto di governo abbia un grande ambizione legislativa. Sostenuto da ampie mobilitazioni dal basso, contempli finalmente l’attuazione delle parti progressiste della Costituzione, contro le forze che, fin dal 1948, l’hanno violata, elusa e infangata, rendendosi responsabili dell’attuale disastro economico e sociale. Il problema della casa, del redito, delle diseguaglianze sia al primo posto. Il governo faccia della battaglia per la sovranità popolare, contro l’Europa della finanza , la Bce e la Nato la bandiera di un’“Italia che ripudia la guerra”, negoziando finalmente gli obblighi odiosi contratti dai preecessori dalla consapevole posizione di forza conferitagli dai cittadini.

DA PARTE NOSTRA non staremo a guardare: in un’Assemblea nazionale sul governo democratico dei beni comuni, che si terrà presso la Cavallerizza Occupata di Torino il prossimo 18 aprile, lanceremo la proposta di un presidio permanente a Montecitorio che impeisca ogni manovra per ribaltare l’esito del voto, per un contratto di governo che attui da subito le misure per invertire la rotta. (…)

Il 18 aprile si è effettivamente svolta l’assemblea a Torino secondo i temi e l’orientamento indicati nell’articolo, è emersa chiaramente la volontà di dare seguito al proposito di mobilitarsi a Roma, ma anche la necessità di far diventare quella mobilitazione una vera “scadenza di lotta” delle organizzazioni operaie e delle organizzazioni popolari. Nel momento in cui scriviamo la prospettiva rimane aperta, ma non ci sono indicazioni chiare sul come e sul quando della realizzazione.

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