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Editoriale

Per capire la logica della Repubblica Pontificia serve avere una comprensione giusta del contesto dal quale è nata. La concezione veicolata dalla sinistra borghese è che le “potenze democratiche” e l’URSS condussero insieme la lotta contro il nazifascismo: le divergenze tra i suoi esponenti riguardano l’importanza del contributo dell’URSS e di quello delle “potenze democratiche” alla comune vittoria. La realtà è che il nazifascismo fu un fronte della guerra con cui tutti i gruppi imperialisti cercarono di soffocare e distruggere l’URSS. La lotta contro il nazifascismo fu un fronte della prima ondata della rivoluzione proletaria. Gli aspetti chiave della linea seguita dal movimento comunista per vincere il nazifascismo furono 1. Sfruttare i contrasti tra i gruppi imperialisti e fare in modo che la Seconda Guerra Mondiale iniziasse come guerra tra i gruppi imperialisti tedeschi, giapponesi e italiani, da una parte, e gruppi imperialisti britannici, francesi e USA dall’altra, anziché come guerra comune contro l’URSS e 2. Impedire “il rovesciamento del fronte”: questo i gruppi imperialisti britannici e USA lo fecero solo dopo la sconfitta dei gruppi imperialisti tedeschi, giapponesi e italiani e il crollo dei loro regimi nei rispettivi paesi.

 

La vittoria dell’URSS sul nazifascismo e la vittoria della Resistenza in Italia, in Francia e in altri minori paesi del continente europeo avevano rafforzato enormemente il PCI. In tutto il mondo la borghesia imperialista aveva, dal 1945, la necessità di contenere e contrastare l’espansione della prima ondata della rivoluzione proletaria mondiale e in Italia la necessità era pressante. La borghesia italiana e il Vaticano (a cui la borghesia italiana si sottomise anche formalmente, oltre che sostanzialmente, adottando i Patti Lateranensi firmati nel 1929 da Mussolini) scesero a patti con gli imperialisti USA che avevano fatto del paese un loro protettorato (in termini militari con l’occupazione del paese, in termini economici con il Piano Marshall): si costituì in questo modo, aggregando le Organizzazioni criminali esistenti (la conclusione venerdì 20 aprile scorso del processo di Palermo e le dichiarazioni del pubblico ministero Nino Di Matteo smentiscono ancora una volta clamorosamente chi nega o sminuisce il ruolo delle Organizzazioni criminali nella Repubblica Pontificia, anche se non dicono ancora i nomi delle autorità della Repubblica Pontificia mandanti degli ufficiali CC intermediari della trattativa che aveva per oggetto il governo) in particolare nel meridione, la cupola di potere della Repubblica Pontificia italiana, in antagonismo alla Costituzione del 1948.

Le arretratezze del gruppo dirigente del PCI ebbero un ruolo fondamentale. Togliatti e il resto della destra che dirigeva il PCI era convinto che fare la rivoluzione socialista in Italia, come i comunisti e la classe operaia avevano fatto in Russia, era impossibile (contribuiva a questa conclusione sbagliata il bilancio sbagliato dell’esperienza dei Fronti Popolari in Spagna e in Francia) ed era invece necessario puntare sulla via delle “riforme di struttura” per arrivare al socialismo. Il lascito del fascismo in termini di “riforme di struttura” (industria di Stato: IRI, Finsider, AGIP, ecc.; sostegno all’industria privata: FIAT, SNIA Viscosa, ENEL, ecc.; Bonifica e Consorzi Agrari; opere pubbliche: acquedotti, ferrovie, poste, strade, ecc; servizi pubblici, Banca d’Italia, INPS, ONMI, uffici di collocamento, scala mobile, dopolavoro, colonie per bambini, ecc.) si prestava a costituire la base per i successivi sviluppi. Su questa linea, il PCI aprì le porte a elementi provenienti dalla Gioventù Universitaria Fascista (che era parte della “sinistra” del fascismo, gli esponenti più noti della quale erano stati Giuseppe Bottai e Ugo Spirito) conferendogli ruoli dirigenti: Napolitano, Ingrao, ecc.

La combinazione dei due aspetti precedenti determinò una situazione singolare in cui, politicamente, borghesia italiana, Vaticano, Organizzazioni criminali, imperialisti USA e sionisti e destra del PCI confluivano nello stesso corso politico ed economico: il capitalismo dal volto umano (con il suo regime di controrivoluzione preventiva). Dal 1945 al 1975 i tratti distintivi della situazione economica e politica furono i seguenti: la ripresa economica (drogata dal Piano Marshall, ma possibile in ragione delle enormi distruzioni delle due guerre mondiali e della conseguente ricostruzione); le grandi conquiste in campo economico, politico e sociale ottenute con le lotte e le mobilitazioni operaie e popolari dirette dal PCI, che le poneva in aperta contrapposizione (economicismo ed elettoralismo) alla promozione della lotta politica rivoluzionaria; la disponibilità della borghesia a “cedere” e “concedere” per il timore che si sviluppasse la rivoluzione socialista e l’Italia diventasse un focolaio della rivoluzione socialista nei paesi imperialisti.

La Repubblica Pontificia è il particolare sistema di potere che vige in Italia dal 1945 a oggi. I suoi vertici si sono adattati alle evoluzioni economiche e politiche sopraggiunte nel corso dei decenni (sono entrati a farvi parte i gruppi franco-tedeschi, man mano che la UE ha preso forza e maggiore autonomia dagli imperialisti USA), ma la loro natura è rimasta la stessa. La crisi generale (un fenomeno mondiale, non solo italiano) ha mandato in crisi il sistema politico, il regime DC, su cui i vertici della Repubblica Pontificia si erano basati dopo il 1945: questo regime negli anni ‘90 del secolo scorso è crollato. Da allora il sistema politico si è retto sull’alternanza (dal 1994) fra Centro-destra e Centro-sinistra che perseguivano e attuavano lo stesso programma comune e, con l’inizio della fase acuta e terminale della crisi (2008), sulla loro combinazione nelle Larghe Intese. La DC e il PCI diretto dai revisionisti non esistono più, il loro ruolo di mediatori fra i vertici della Repubblica Pontificia da una parte e la classe operaia e le masse popolari dall’altra non ha trovato (e non può trovare) sostituti, la contraddizione fra classe dominante e masse popolari si è fatta via via più aperta e acuta, la crisi politica del paese (ingovernabilità) è progressivamente cresciuta. In questo contesto, dal 2013, il M5S ha assunto il ruolo di centro di azione politica per una consistente parte di masse popolari: nel voto al M5S confluiscono la protesta e lo sdegno contro i vertici della Repubblica Pontificia e la speranza di discontinuità con i loro governi. Con questo centro costituito di azione politica (il M5S) noi comunisti dobbiamo fare oggi i conti: accomunarlo agli altri partiti emanazione dei vertici della Repubblica Pontificia significa non comprendere la sua natura profondamente diversa e potenzialmente opposta, né il ruolo che può effettivamente svolgere ai fini della rivoluzione socialista; riconoscerlo e indicarlo come il principale, se non unico, strumento del cambiamento, significa accodarsi alle ingenue speranze che la crisi del capitalismo e i suoi effetti si possono curare a partire dalla “questione morale” (un concetto con cui già Berlinguer aveva intossicato i militanti del PCI nel periodo in cui in Italia il movimento rivoluzionario impersonato dalle Brigate Rosse indicava invece la presa del potere politico e la dittatura del proletariato come unica prospettiva realistica di trasformazione della società).

Questa ricostruzione, di certo non esaustiva (rimandiamo al Manifesto Programma del (nuovo)PCI per una analisi più articolata e precisa), porta a due conclusioni che attengono allo scontro politico di questa particolare fase nel nostro paese.

  1. Il problema della rivoluzione socialista e dell’instaurazione del socialismo consiste di due passi combinati ma distinti:
  2. la conquista da parte del partito comunista della direzione della parte più attiva della classe operaia e delle masse popolari: questo obiettivo il PCI lo aveva raggiunto con la lotta contro il fascismo e la Resistenza. È, per inciso, l’obiettivo che su scala minore avevano raggiunto anche le BR negli anni ’70;
  3. la linea che il partito comunista imprime al movimento delle masse popolari, una volta raggiunto il primo obiettivo: far montare la maionese della lotta di classe fino a instaurare il socialismo prendendo il potere (dittatura del proletariato), linea che invece la sinistra del PCI non aveva.
  4. È il partito comunista che porta alle masse popolari e alla classe operaia la concezione del mondo e la linea, che le mobilita ed eleva la loro coscienza. Il fattore decisivo, il motore della rivoluzione socialista è il partito comunista. Il passaggio della conquista della direzione delle masse popolari, della costruzione del legame con le masse popolari, della conquista del seguito e del consenso della parte più attiva è un lavoro complesso: lo aveva raggiunto il PSI nel 1914 e nel 1919, lo aveva raggiunto il PCI nel 1945, in una certa misura lo avevano raggiunto le BR, non lo ha ancora raggiunto la Carovana del (n)PCI. Raggiungerlo è l’obiettivo principale del nostro lavoro in questo periodo: creazione delle condizioni per il Governo di Blocco Popolare, sua costituzione e lotta per difenderne l’esistenza e far valere la sua attività contro le aggressioni, i boicottaggi e i sabotaggi di ogni tipo che i vertici della Repubblica Pontificia e la Comunità Internazionale degli imperialisti metteranno in atto per affossarlo.

Il regime di controrivoluzione preventiva

Per mantenere il proprio dominio sulle masse popolari e per far fronte al movimento comunista, dopo la Seconda guerra mondiale la borghesia imperialista ha instaurato nel nostro come negli altri paesi imperialisti regimi di controrivoluzione preventiva. Nella controrivoluzione preventiva la borghesia combina cinque linee di intervento (cinque pilastri):

  1. mantenere l’arretratezza politica e culturale delle masse con un articolato sistema di diversione ed evasione dalla realtà, di disinformazione e intossicazione dell’opinione pubblica;
  2. soddisfare (compatibilmente con i suoi affari) le richieste di miglioramento avanzate con più forza dalle masse e, contemporaneamente, avvolgere ogni lavoratore in una rete di vincoli finanziari (mutui, ipoteche, bollette, ecc.) che lo espongono al rischio di perdere tutto se non rispetta le scadenze e indirizzare le larghe masse a esaurire il tempo e il denaro di cui dispongono nella soddisfazione di bisogni elementari (cibo, sesso, ecc.), nel consumismo sfrenato e nella “industria del divertimento”;
  3. sviluppare la partecipazione delle masse popolari alla vita politica del paese (elezioni, ecc.) ma in una posizione di subordinazione ideologica e politica alla borghesia (ossia al carro dei partiti borghesi);
  4. ostacolare l’organizzazione autonoma delle masse e promuovere organizzazioni dirette da uomini di fiducia della borghesia (sindacati di regime, ecc.);
  5. controllare, corrompere, intimidire e reprimere in maniera selettiva coloro che sono o possono diventare centri di aggregazione e orientamento delle masse popolari, in particolare i comunisti.

Con la controrivoluzione preventiva la borghesia cerca insomma di impedire che si creino le condizioni soggettive della rivoluzione socialista: un certo livello di coscienza e un certo grado di organizzazione della classe operaia e delle masse popolari, autonome dalla borghesia. O almeno impedire che la coscienza e l’organizzazione della classe operaia, del proletariato e delle masse popolari crescano oltre un certo livello.

La crisi generale del capitalismo mina le condizioni oggettive su cui si basa il regime di controrivoluzione preventiva: il secondo pilastro è in aperta contraddizione con la crisi economica, il terzo pilastro con la crisi politica, il quarto pilastro è manomesso dalle evidenti e crescenti collusioni fra le grandi organizzazioni sindacali (i sindacati di regime) e i vertici della Repubblica Pontificia. Il primo pilastro cresce a dismisura e il quinto, la repressione selettiva delle avanguardie rivoluzionarie, è sostituito dal ricorso crescente alla repressione dispiegata e di massa per fare fronte alla mobilitazione popolare.

“A fronte del fallimento o dell’insufficienza della controrivoluzione preventiva, la borghesia imperialista dispone del ricorso alla mobilitazione reazionaria delle masse popolari. Già essa trasforma normalmente ogni contraddizione tra sé e le masse, in contraddizioni tra parti delle masse: se chiude un’azienda, mette i lavoratori di una zona contro quelli di un’altra, ogni gruppo a difesa della sua azienda; analogamente fa quando licenzia, quando produce emarginati, quando produce delinquenti; ecc. Quando il suo Stato non è in grado di provvedere al benessere delle masse popolari, la borghesia deve mobilitare le masse a provvedervi o a spese di un’altra parte delle masse o aggredendo, opprimendo, rapinando e saccheggiando altri paesi, popoli e nazioni: la mobilitazione reazionaria delle masse popolari. Ma anche la mobilitazione reazionaria delle masse popolari è un’arma a doppio taglio. Se non raggiunge il suo obiettivo, se i paesi, popoli e nazioni aggrediti resistono efficacemente, la mobilitazione reazionaria può trasformarsi in mobilitazione rivoluzionaria. Infine in ogni paese la borghesia predispone mezzi, strumenti e strutture in vista della guerra civile, prepara la guerra civile. Perché farà ricorso ad essa se falliranno gli altri sistemi impiegati per impedire la conquista del potere da parte della classe operaia e delle masse popolari.

Queste sono le condizioni politiche che ogni partito comunista dei paesi imperialisti deve comprendere nelle linee generali e nei tratti specifici del paese, far conoscere e denunciare pubblicamente. Un partito che trascura questi aspetti o che mantiene le masse popolari all’oscuro di essi, non è un partito comunista. Ma più importante ancora è che il partito comunista guidi la costruzione organizzativa e l’attività del movimento comunista cosciente e organizzato, e in primo luogo di se stesso, in modo da essere in grado di far fronte con successo a queste condizioni” (dal Manifesto Programma del(nuovo)PCI).

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