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Il 21 aprile del 1937 Antonio Gramsci venne rimesso in libertà, dopo più di dieci anni di carcere. Morì dopo meno di una settimana, il 27 aprile. Ieri a Massa si è tenuta la presentazione di un corso di formazione sulla concezione comunista del mondo, e a ottantuno anni dalla sua morte, Gramsci “era nell’aria”. Uno dei compagni presenti, operaio protagonista di una delle lotte operaie più avanzate dell’anno in corso, (quella per l’apertura della Rational, ditta chiusa più di un anno fa per motivi di speculazione), arrivava da un corteo contro i licenziamenti alla Nuovo Pignone indossando la sua maglietta con scritto il famoso detto di Gramsci Odio gli indifferenti. Un altro compagno presente, che pure lui è stato in carcere perché comunista, parlava intanto con l’insegnante del corso e diceva che oggi “ci vorrebbe un Gramsci”.

In realtà l’insegnamento principale della vita di Gramsci smentisce questa affermazione. L’insegnamento principale della sua vita è che ciascuno può elevarsi, può partire dalle condizioni più difficili e diventare un protagonista della trasformazione della società e del mondo, seguendo il percorso che il movimento comunista apre. Guardiamo alla vita di Gramsci: nasce in una delle regioni più povere d’Italia, patisce la miseria fino da piccolo quando il padre finisce in carcere e la madre deve pensare da sola ai quattro figli, fin da piccolo ha problemi di salute, ma termina la sua vita come dirigente comunista di livello internazionale, lasciando un patrimonio unico, come nessun altro comunista dei paesi imperialisti ha fatto. Racconta Gramsci in una lettera alla cognata Tatiana che un anarchico quando lo vide reagì quasi come fosse stato ingannato, perché il dirigente comunista era parecchio più basso del normale e pure ricurvo, e lui pensava invece che fosse un uomo gigantesco. In quella stessa lettera dice di un carabiniere che pure rimase molto deluso a vederlo. [1]

L’insegnamento è che il movimento comunista ha la capacità di elevare gli individui delle classi oppresse a livelli nemmeno immaginabili nelle società divise in classi. Il caso di Gramsci è uno tra migliaia. Limitiamoci qui a portare ad esempio i criminali e le prostitute trasformati in dirigenti, in generali, in scienziati nella colonia Gor’kij diretta da Anton Makarenko (Bilopillja, Ucraina,13 marzo 1888 – Mosca, 1º aprile 1939) nel 1920, nell’Ucraina orientale, e Chu Teh, nato in una famiglia povera di 14 figli nel Sechuan, nel 1886, fumatore d’oppio, che fondò l’Esercito Rosso cinese nel 1937 e sconfisse i giapponesi e i nazionalisti cinesi. Aggiungiamo l’esempio di Teresa Noce, nata da famiglia poverissima e rimasta ben presto orfana di entrambi i genitori (anche il fratello morì, ucciso in guerra), che imparò a leggere e scrivere grazie al proprio sforzo, che diventò una delle più grandi dirigenti del movimento comunista italiano e internazionale e che seppe scrivere libri così avvincenti e istruttivi come la sua Autobiografia.[2]

I borghesi insistono a presentare Gramsci come un grande intellettuale, uno che è arrivato dove è arrivato grazie a una particolare genialità individuale, e tanti dicono anzi che tutto questo genio nel partito stava stretto e soffocato, ma la sua grandezza è inseparabile da quella del movimento comunista in cui è cresciuto.

Il compagno che vorrebbe un Gramsci oggi è quindi in errore perché tanti, lui compreso, possono elevarsi a livelli che non osano immaginare, magari perché sono sotto l’influenza della concezione del mondo borghese, che ci vuole tutti depressi e sfiduciati, al massimo incazzati, ma mai fiduciosi in noi stessi, in chi con noi lotta per la trasformazione del mondo, nella classe operaia e nel suo partito comunista che sono cuore e mente della rivoluzione socialista. Non solo tanti si possono elevare, ma tanti lo stanno facendo, lui compreso. Lui stesso ha frequentato più corsi come quello presentato ieri a Massa, i corsi sul Manifesto programma del (nuovo)PCI, e grazie a questo studio ha avuto accesso a una conoscenza superiore a quella che Gramsci raggiunse sul piano della scienza economica, politica e filosofica. Lo stesso vale per tanti che hanno frequentato questi corsi, da quando sono partiti, all’inizio di questo decennio, e per quelli che li stanno frequentando.

Vale anche per l’altro compagno, quello della maglietta con il motto Odio gli indifferenti. Anche lui ha studiato e oggi ha ruolo dirigente nella lotta della Rational. Affiancherà il compagno del Centro di Formazione del partito dei CARC, che insegna e dirige il corso. Questo compagno insegnante gli ha spiegato che tra noi e quell’odio verso gli indifferenti di cui Gramsci scriveva l’11 febbraio del 1917 c’è un salto, perché l’odio nostro lo riserviamo alla borghesia imperialista e non a chi, tra le masse popolari e magari entro la stessa classe operaia è indifferente ai nostri appelli. Gramsci nel 1917 faceva appello alle masse popolari perché aderissero al Partito socialista italiano, ma era veramente giusto farlo? Quello era il partito che aveva lasciato massacrare le masse popolari nel conflitto mondiale, il partito i cui vertici abbandonarono la classe operaia torinese durante l’occupazione delle fabbriche del 1922, il partito che nulla fece di efficace contro l’avanzata del fascismo.

Iniziata la presentazione del corso, abbiamo quindi letto insieme cosa il (nuovo)PCI dice a quelli “che l’indifferenza delle masse ai loro appelli rende timidi, instabili, a volte preda dello sconforto e della delusione e tentati dall’abbandono.” (Manifesto programma del (nuovo)PCI, p. 138). A essi il (nuovo)PCI dice

“che sono i loro errori di concezione e di metodo, che è la loro deviazione dalla concezione e dal metodo che l’esperienza del movimento comunista indica come giusti, necessari ed efficaci, che sono i loro limiti che rendono vani i loro appelli, che rendono le masse sorde ai loro appelli. A volte le masse sono respinte dall’opportunismo di alcune “avanguardie” che rifiutano di assumere esse stesse per prime il ruolo e la responsabilità conseguenti ai loro appelli e di cui le masse hanno bisogno per dispiegare il loro attivismo; sono respinte dall’opportunismo che porta alcune “avanguardie” a chiedere alle masse di svolgere ruoli che le masse oggi non possono direttamente svolgere. A questa schiera appartengono oggi quelli che vorrebbero che le masse conducessero lotte rivendicative su larga scala senza partito comunista, quelli che vorrebbero il “riconoscimento delle masse” per il loro partito prima ancora di averlo costituito e che esso abbia dimostrato alle masse di meritare la loro fiducia, quelli che propagandano tra le masse la necessità della ricostruzione del partito senza impegnarsi direttamente nella ricostruzione.” (ivi, p. 138)

Una compagna del Partito dei CARC di Roma riguardo alla materia un anno fa ha scritto un giudizio severo.

Occorre un amore profondo per il proletariato, un amore profondo per la propria classe che nonostante la miseria, il degrado e l’abbrutimento cui è sacrificata, per cui è oppressa in mille modi (intellettuale, morale, fisico, ecc.) ha in sé i presupposti e le capacità per trasformare la società.

Questo amore non è quello dei preti, che si battono il petto ma continuano a peccare, che perdonano e fanno carità per mantenere il loro ruolo privilegiato su milioni di “pecorelle smarrite”, non è quello del borghese legato al profitto e al tornaconto personale e della propria famiglia. Noi oggi siamo ancora poco capaci di amare la nostra classe perché il movimento comunista è debole e le concezioni della sinistra borghese penetrano nelle nostre file. Lo siamo sicuramente poco nonostante quello che diciamo e proclamiamo. Ci facciamo deviare dell’articolato sistema di diversione e intossicazione messo in piedi dalla borghesia per cercare di impedire che i proletari si organizzano e lottano.Ne vediamo i difetti, l’indolenza, l’opportunismo, l’individualismo salvo poi esaltare le masse quando lottano, vincono, si mobilitano. Il fatto che si oscilla tra esaltazione e sfiducia è indice dei limiti dei comunisti e aspiranti tali a guardare le cose in maniera oggettiva e scientifica, a concentrarsi sul particolare (quella lotta, quel compagno, quella vittoria, quella sconfitta ecc.) anziché sul generale: la rivoluzione d’ottobre o la resistenza partigiana sono state vittoriose perché quei milioni di “singoli” individui erano “puri e eletti”? Non è così e chi lo pensa (anche se non lo dice apertamente), si sta solo creando un alibi per continuare a farsi i fatti propri e rimanere e rigirarsi nel pantano, in attesa di tempi migliori.

Anche Gramsci, dopo essere stato partecipe e promotore delle lotte della classe operaia torinese,(e, ancora più, dopo essere stato partecipe e dirigente dell’Internazionale Comunista) avrebbe considerato in modo molto critico questo suo scritto giovanile, lui che fu capace di parlare anche ai militari più fedeli ai Savoia, quelli della Brigata Sassari, nel 1919, e a spiegare loro perché non era giusto che si facessero scagliare contro gli operai in lotta.

In questi anni, dopo la Rivoluzione d’Ottobre e durante l’occupazione delle fabbriche, Gramsci si trasforma: vede che la rivoluzione socialista è possibile e la sua fiducia è alimentata dal contatto diretto con la classe operaia. Questo è l’altro insegnamento importante che la sua vita ci dà: è nel lavoro con la classe operaia che i comunisti e tutti quelli che vogliono contribuire alla trasformazione della società traggono la fiducia e la forza, contro l’instabilità e le oscillazioni di cui parlano i compagni del (nuovo)PCI nel loro Manifesto Programma e la compagna di Roma.

In sintesi, la vita di Gramsci, che termina il 27 aprile del 1937, ci trasmette questi importanti insegnamenti, che dobbiamo coltivare la fiducia nel movimento comunista, nella classe operaia e in noi stessi, per avanzare nell’opera in corso, nel promuovere la partecipazione delle masse popolari per un governo del paese contro la coalizione delle Larghe Intese, per la costruzione del Governo di Blocco Popolare, per fare dell’Italia un nuovo paese socialista e, a Massa, per riprendere la Rational, come dicono i lavoratori del Gruppo Operaio Cooperativa nella loro nota stampa del 18 aprile, dopo l’intervento che hanno fatto al Comune e la promessa che entro il 16 aprile sarebbero state consegnate loro le chiavi della struttura.

.Con questa breve nota stampa mettiamo al corrente la cittadinanza e in particolare tutti/e coloro che ci hanno sempre sostenuto sin dal primo giorno della nostra lotta che ad oggi, 18 aprile, NON ci sono state ancora consegnate le chiavi della struttura che dovevano essere consegnate entro il 16 aprile così come riportato al primo punto del documento approvato.

Come Gruppo Operaio quindi ci siamo attivati per chiedere un incontro urgente con il Sindaco Volpi che, ha detto, ci riceverà venerdì 20 aprile alle ore 14.30.

Sia ben chiara una cosa: NIENTE E NESSUNO CI FERMERA’ ed è per questo che SE NON SARA’ L’AMMINISTRAZIONE A RISPETTARE QUEL DOCUMENTO, LO RISPETTEREMO NOI!!! CERTI DI NON ESSERE DA SOLI!

A breve seguiranno aggiornamenti.

Vincere alla Rational per aprire una strada!

Operai Ex Rational – Ex Eaton – Disoccupati

Chiamiamo i dirigenti del M5S, che ha vinto le elezioni, a sostenere questa lotta operaia e le altre, a formare un governo che sostenga questa e le altre lotte a imporre con la mobilitazione e la partecipazione delle masse popolari, che sono le cose grazie a cui il M5S è cresciuto. Chiamiamo gli intellettuali che hanno preso posizione per questo governo, un Governo Costituzionale di Salute Pubblica, giuristi come Ugo Mattei e Alberto Lucarelli, a spiegare a tutti che è giusto che gli operai riprendano la fabbrica, che ne facciano centro non solo di produzione, ma di attività politica e culturale, perché è proprio qui, in lotte come questa, che la nuova società cui l’umanità aspira prende forma concreta.

Partito dei CARC – Commissione Gramsci

21 aprile 2018

[1]È la lettera 18, del 19 febbraio 1927. L’anarchico disse che“Antonio Gramsci deve essere un gigante e non un uomo così piccolo”, non volle più parlargli e nemmeno lo salutò quando si separarono.  Il carabiniere, quando lo vide, gli chiese se era parente del “famoso deputato Antonio Gramsci” e poi, saputo che era lui, disse si era sempre immaginato la sua persona  “come «ciclopica» e che era molto disilluso da questo punto di vista”.

[2]Rivoluzionaria professionale, Ed. Rapporti Sociali/Red Star Press, Milano-Roma, 2016.

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