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Sottoponiamo all’attenzione dei nostri lettori le riflessioni (note di lettura) prodotte da un compagno del P.CARC perché possono aiutare altri compagni e compagne a comprendere il ruolo che hanno (o possono avere) nel processo di trasformazione dello stato presente delle cose e affrontare in senso costruttivo e positivo le domande, le dinamiche e le contraddizioni che il corso delle cose presenta.

Il documento è inoltre prezioso perché è un modello di note di lettura: strumento per studiare in modo pratico, non accademico né astratto i testi della Carovana del (n)PCI: fare uno studio per conoscere, pensare e riflettere sulla realtà, sulla propria esperienza e per trasformare il modo di vedere e di fare.

In ultimo: abbiamo inserito nel testo alcune note a piè di pagina per consentire al lettore di approfondire concetti che in questo testo vengono solo nominati.

 

Buona lettura.

La redazione dell’Agenzia Stampa “Staffetta rossa”.

 

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Note di lettura sui tre articoli di La Voce n. 52 sul “senso della vita”.

 

1 aprile 2018

Stendo e spedisco queste note con molto ritardo, ma con sorpresa nel vedere come, rispetto a quando mi ci sono approcciato un paio di settimane addietro, questi testi che non sapevo proprio come commentare se non con un secco e in definitiva vuoto “sono d’accordo”, ora abbiano prodotto tutta una serie di riflessioni che riporto in seguito.

Le note le divido per i tre articoli, perché sono annotazioni che ho preso mano a mano nella lettura, come commenti dei vari passaggi.

Note sul “senso della vita” e “la ragione di vivere”

(1) Già l‘affermazione iniziale dell’articolo apre un’importante riflessione, sia per le mie problematiche personali che per quelle degli altri compagni che dirigo (o che dovrei dirigere compiutamente) o con cui in genere ho a che fare. La questione sul “senso della vita” mette in luce, si dice, una situazione sociale e storica. Questo è il punto di partenza, l’orientamento da cui partiamo per affrontare la questione avvalendoci della scienza. È un orientamento che impone di fare i conti con il fastidio che anche io in alcuni casi ho provato verso i compagni, soprattutto i simpatizzanti, che esprimevano sentimenti di disagio. La frase riportata a esempio, “ma quante fisime!”, anche se in termini diversi riconosco di averla pensata in varie occasioni. Ragionandoci vedo però che questa era il riflesso delle mie stesse difficoltà a trattare questi aspetti con i compagni immersi in periodi difficili; una difficoltà dettata dal fatto che io per primo vivo l’insorgere di questi momenti difficili, di queste crisi che spesso fatico a riconoscere se non quando arrivano a un punto avanzato, e quindi non sentendomi in grado di dare risposte concrete agli altri su questi aspetti. Il rischio che cerco di evitare con l’insofferenza verso le “fisime” è in realtà quello del compatimento, dell’indulgenza che in tali momenti tendo a riservare anche per me.

L’ottica scientifica impone un ragionamento, volto a noi stessi come agli altri. Questa però è difficile da mantenere quando nel disagio ci si ritrova immersi. A questo punto per il singolo compagno cosciente, che comunque da solo tendenzialmente non ne può uscire, la soluzione è affidarsi al collettivo, non in modo estemporaneo e alla bisogna, ma costruendo questo suo affidarsi anche e soprattutto quando è in salute e ben presente. Così si mette nella condizione di essere curato, per tornare rafforzato a svolgere il suo compito di comunista (che comprende anche curarsi di altri compagni). Il collettivo e i singoli compagni devono sempre meglio imparare, comprendere e analizzare, saper trattare queste questioni su base scientifica, avendo coscienza che bisogna trattare con aspetti che sono di salute e igiene, anche se mentale, e con le relazioni che in questo campo intercorrono con la salute fisica propriamente detta. Va tenuto presente che le questioni di salute sono particolari, entra in gioco l’unicità di ogni individuo. È una questione essenziale per riuscire sempre meglio ad articolare i principi generali nel particolare e nel concreto. A esempio: in generale è vero che il lavoro collettivo è curativo, ma in determinati casi può esserci il bisogno anche del contrario, di riposo e “distacco”. La cosa fondamentale è che questo sia ben amministrato e ragionato, che non si tramuti in fuga e che venga costantemente mantenuto il contatto con il collettivo, che il compagno in “convalescenza” sia costantemente seguito. Siamo in guerra e così dobbiamo inquadrare anche questi aspetti, a mio modo di vedere: nella realtà dei paesi imperialisti questa guerra fa morti e feriti passando anche dagli aspetti di salute mentale. Un tipo di salute che si affronta principalmente con la Riforma Intellettuale Morale (RIM) per quanto riguarda i comunisti, tenendo però ben presente che sarà per ognuno un processo particolare e tenendo presente il legame anche con le condizioni fisiche concrete. La RIM non può essere ridotta a uno slogan buono per ogni momento, soggetto e fase che questo attraversa.

(2) Il marasma e le difficoltà in cui si dibattono le masse popolari è spiegato ragionando sul fatto che siamo in una fase di transizione, nella quale da una parte la borghesia e il clero non riescono più a dirigere le masse dando loro un compiuto “senso della vita”, mentre dall’altra ciò che rappresenta la fase successiva, il movimento comunista, non ha ancora la forza adeguata per darglielo. Abbiamo le condizioni oggettive per questo passaggio, ma entra in gioco la concreta lotta di classe, con la lotta disperata della borghesia e del clero per restare in sella, che fanno di tutto per impedire alle masse di comprendere le loro stesse necessità. Anche noi comunisti ci troviamo immersi in questa lotta e nella fatica a condurla. La grandezza delle nostre difficoltà, del nostro male di vivere che magari persiste nonostante un certo grado di consapevolezza, è proporzionale alle difficoltà nella comprensione, nell’assimilazione e nell’utilizzo della concezione comunista. In poche parole è tanto maggiore quanto più è formale la nostra adesione al movimento comunista, quanto più esitiamo a legarci al futuro che pur riconosciamo come necessario. Personalmente mi rendo conto che quando tendo ad organizzare la mia vita alla luce di questa prospettiva, animato dalla consapevolezza dell’importanza e della giustezza dell’opera nostra, le cose vanno per il meglio, anche in termini personali, di equilibrio e serenità. Cosa allora trattiene dal dedicarvisi pienamente e senza indugio? Credo che la risposta stia nel fatto che ognuno di noi è un processo, è immerso in questa lotta in un modo e a un livello particolare ed è così anche per il sottoscritto, ovviamente. Questo ci riporta alle riflessioni del punto 1.

(3) Il primo passo è comprendere che ogni individuo è sociale. La maggior parte delle masse popolari questa coscienza non ce l’ha, la maggior parte degli individui pensa di essere un’isola in mezzo al mare oppure al massimo concepisce una cerchia ristretta di relazioni che diventano il suo mondo da difendere e preservare contro tutto il resto, l’unica ragione di vita. A questo l’individuo è spinto dalla mancanza di valori collettivi che la classe dominante non può più trasmettere. Se le maschere che nascondevano i reali rapporti di oppressione in passato avevano la loro forza grazie all’oggettiva lotta per la sopravvivenza sulla quale poggiavano, oggi che questa è storicamente superata resta il vuoto di valori. Il cinismo infatti è l’ideologia imperante, il concepire una dimensione di vita collettiva è correntemente irriso come un retaggio del passato, una cosa nostalgica, come una cosa utopistica o ancora come una cosa contro natura, disumana, totalitaria, ridicola ecc.

La cura alla mancanza di valori è assumere il punto di vista compatibile oggettivamente con la fase storica in cui viviamo. Per primi noi comunisti dobbiamo farlo nostro, per poter dirigere altri in tal senso. Questo non significa aspettare o pretendere di essere compiuti per operare, ma darsi coscientemente i mezzi e la spinta ad andare avanti secondo il nostro compito storico.

(4) Nei paesi imperialisti non possiamo porci l’obiettivo di raggiungere quanto necessario per emanciparci dalla lotta contro il resto della natura. La nostra non è una condizione di privazione materiale, anzi noi comunisti per primi dobbiamo porci l’obiettivo di recuperare una sobrietà e una certa emancipazione dai bisogni fittizi e indotti che il regime di controrivoluzione preventiva [1] utilizza per legarci e invischiarci nel suo vortice. È il paradosso che qui abbiamo già delle avanzate condizioni oggettive che in qualche modo la borghesia utilizza per frenare lo sviluppo di quelle soggettive. Messa così sembra una questione senza soluzione e lo sarebbe se non entrasse in gioco il fattore oggettivo della crisi e quindi della situazione rivoluzionaria in cui siamo immersi. Noi comunisti ci diamo i mezzi per capirlo e per imparare ad affrontare questa situazione, per il resto delle masse ancora largamente incoscienti questo si esprime nella mancanza di riferimenti e di ragioni di vita. Quindi come comunisti dobbiamo avvalerci nella nostra opera: a livello oggettivo dello smantellamento delle conquiste, a livello soggettivo della prospettiva che portiamo, della ragione di vivere, la lotta per il socialismo, che dobbiamo contemporaneamente assimilare e trasmettere.

Storicamente superato.

Abbiamo visto come il procurarsi di che vivere lottando contro il resto della natura sia storicamente superato, come a questo non possa più corrispondere un ordinamento sociale e una scala di valori conseguente. Tante delle teorie che prendono spunto dai fenomeni in cui il superamento si manifesta, intossicano anche tanti di noi in varia misura e sicuramente ci troviamo ad averci a che fare. Anche l’idea che la borghesia riesca ad amministrare la società con un piano preordinato ha la sua base oggettiva nel fatto che esistono e persistono le FAUS [2]. Altra base oggettiva di queste teorie è l’eredità della sconfitta della prima ondata della rivoluzione proletaria e le scorie che questa ci lascia in caso di errata analisi dei fatti storici e della mancanza di bilancio scientifico della stessa. Il dominio dei revisionisti moderni prima e della sinistra borghese poi, ha avuto un ruolo e dava delle risposte che avevano una base concreta benché superficiale nel capitalismo dal volto umano. Venendo meno questo non può che affermare che tutto è cambiato, che oggi tutto è diverso. Queste ideologie sono intossicanti, impediscono una corretta comprensione delle cose. Io ne ho diretta esperienza, più volte ho affermato che la Scuola di Francoforte [3] (da cui provengono alcune teorie) ha rovinato parte della mia vita e ha dato un contributo importante al mal di vivere, il senso di impotenza e di impossibilità a trovare una soluzione al corso catastrofico delle cose. Per anni mi sono dibattuto nella ricerca di risposte che poi ho trovato solo nel partito. L’eclettismo e l’impossibilità di pensiero scientifico della borghesia alimentano il male di vivere. In particolare la teoria di cui si parla qui, quella con cui la sinistra borghese maschera l’impotenza della propria concezione, analisi e azione, è fonte di malessere in quanti si pongono il problema di darsi i mezzi per cambiare la società e incappano in una guida e linea eclettica, empirica e senza prospettiva.

 

Perché vivo, che senso ha la mia vita? Che senso dai alla tua vita?

(1) Il senso della vita è quello che decidiamo di darle. Questo è assolutamente vero e lo si può comprendere se ci rendiamo conto che la società che ci ritroviamo un valore alla vita non può più darlo. Il senso della vita corrispondente alle condizioni oggettive ormai raggiunte è quello del collettivo: la vita assume valore se conti su qualcosa che a sua volta può contare su di te. Questo vuol dire avere un “ruolo attivo”, far parte di qualcosa che in prima persona contribuisci a determinare. Questo significa conquistare la libertà, essere in grado di comprendere ciò di cui c’è bisogno e attuarlo con coscienza.

(2) La ragione della vita concretamente oggi non può che essere darsi l’obiettivo di cambiare per corrispondere alla situazione, per conquistare il futuro che serve, di cui la società necessita. Al di fuori di questo si possono trovare altri canali, altre ragioni di vita, che però non possono che essere parziali, limitate oppure antistoriche e dannose, come le religioni. Sono ragioni di vita fittizie, non corrispondenti alla realtà oggettiva, legate e tenute assieme da un filo sottile che si può spezzare in ogni momento, perché legate a un oggi (o addirittura a un passato) che ormai non ha futuro.

(3) Io sono un proletario e il senso della vita che hanno cercato di inculcarmi sarebbe quello di servire il mio padrone. Questa realtà emerge sempre e viene confermata anche nei dialoghi con altri lavoratori, pensiamo ad esempio a Sabrina (una lavoratrice, ndr) che ha aperto gli occhi rendendosi conto che il padrone cercava di inculcargli il suo modo di vedere le cose. Questo è un aspetto in cui si evidenzia quanto la prima ondata della rivoluzione proletaria mondiale abbia contribuito a cambiare le cose. Grazie alla prima ondata Sabrina ha elaborato una parte della sua esperienza e ora lo fa più compiutamente con noi. Io stesso sono nel partito anche grazie a quanto ha sedimentato la prima ondata, a quanto di questa eredità mi ha sempre più coscientemente spinto in contrapposizione con le pretese dei padroni, a cercare le risposte e le pratiche conseguenti per cambiare le cose.

(4) La classe dominante non ci dà un senso di vita perché per lei questo senso c’è solo se valorizziamo il suo capitale. Al contrario non serviamo veramente, il valore della nostra vita è inferiore a quello dei macchinari che utilizziamo per produrre. Nel “deserto di valori” di una società in crisi chiedersi perché si vive porta fuori strada. Bisogna scegliere di vivere per ciò che serve, fare corrispondere la propria libertà alla necessità e quindi conoscere cosa serve essere e cosa serve fare e metterlo in atto. Con lo sviluppo del capitalismo abbiamo per la prima volta nella storia la contemporanea esigenza e possibilità di scegliere coscientemente cosa fare di noi, che senso dare alla nostra esistenza. Questa cosa appare difficile e spiazzante, perché è un passo grandissimo e storicamente nuovo per l’umanità: i comunisti hanno la responsabilità e il dovere di anticiparlo e di spingere altri a farlo.

(5) È sbagliato affermare che ormai oggi c’è tutto, che non c’è più possibilità di sviluppo. In realtà tutto quello che già abbiamo ha bisogno di nuove forme per svilupparsi pienamente. Affermare il contrario ci lega a una concezione che è propria di chi difende un ruolo che non ha più senso di esistere. Affermare questo è inevitabile per la borghesia, che non può decretare la sua fine a cuor leggero (anche se in realtà alcuni suoi intellettuali si fanno vanto spargendo veleno e ostentando proprio la loro fine, il loro cinismo, il loro “no future” ecc.). L’influenza di queste concezioni sono un cancro per le masse. Ecco perché oggettivamente un proletario può trovare la sua ragione di vita solo partecipando alla rivoluzione socialista (tanto più quanto maggiore è il legame con i comunisti e il suo grado di adesione, conoscenza e applicazione della concezione comunista). Se ripenso ancora alla mia esperienza, posso affermare che solo nel partito ho trovato le risposte e le prassi nella cui infruttuosa ricerca mi sono dibattuto per gran parte della mia giovinezza.

CB

[1] Per approfondire il concetto di “regime di controrivoluzione preentiva”, vedi il Manifesto Programma del (n)PCI, pagina 46 e seguenti.

[2] FAUS (Forme Antitetiche dell’Unità Sociale) sono istituzioni e procedure con cui la borghesia cerca di far fronte al carattere collettivo oramai assunto dalle forze produttive, restando però sul terreno della proprietà e dell’iniziativa individuali dei capitalisti.  Per apprendimenti vedi Manifesto Programma del (n)PCI, nota 46, pag 273.

[3] Scuola di Francoforte, vedi Manifesto Programma del (n)PCI, nota 75, pag 281.

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