Impedire le manovre per ribaltare l’esito del voto

Per i vertici della Repubblica Pontificia l’esito delle elezioni del 4 marzo è una “patata bollente”. Nonostante il Rosatellum, nonostante i tentativi di condizionare il voto con lo spauracchio del ritorno del fascismo e le speculazione sui fatti di Macerata e con gli attacchi mediatici contro il M5S, le “forze responsabili” (PD e Forza Italia) su cui puntavano per formare un governo di Larghe Intese sono crollati nei voti, i partiti che invece si sono presentati alle elezioni con promesse di rottura del sistema politico hanno raccolto più del 50% dei voti validi, di cui il M5S quasi il 33% e la Lega il 17%.

Adesso i “poteri forti” sono in grande difficoltà, perché hanno già tirato molto la corda. Spinti dalle evoluzioni della crisi politica, che si è aggravata da quando la crisi economica è entrata nella sua fase acuta (2009), hanno infatti già operato una serie di forzature. Ne indichiamo solo alcune: nel 2011 la violazione dell’esito del referendum sull’acqua e l’installazione del governo Monti al posto di quello Berlusconi, su mandato dei poteri forti e sulla scorta di una “emergenza economica” (lo spread); nel 2013 il golpe bianco di Napolitano per impedire al M5S di formare un governo; nel 2014 la sostituzione del governo Letta con quello Renzi, nel 2017 quello Gentiloni e, fra i due, il tentativo di manomettere la Costituzione con il referendum del 4 dicembre 2016, che hanno perso. L’esito del voto del 4 marzo è, in un certo modo, lo sbocco di questo processo. Milioni di persone hanno usato il voto per dire NO ai partiti e agli esponenti delle Larghe Intese, NO alle misure di miseria, devastazione ambientale e guerra che sono la sostanza del programma comune della borghesia imperialista.

Quindi per i vertici della Repubblica Pontificia ribaltare il risultato elettorale non è così semplice, perché indebolirebbe ulteriormente la loro già precaria direzione sulle masse popolari. Dimostrerebbe praticamente a milioni di persone che la loro partecipazione alle elezioni (già fortemente limitata da leggi elettorali anticostituzionali, soglie di sbarramento, alto numero di firme per presentare liste, impossibilità di esprimere preferenze sulla scheda elettorale, ecc.) non conta nulla, che le elezioni non servono a decidere il governo del paese, ma solo a ottenere l’investitura elettorale alla soluzione di governo su cui i vertici della Repubblica Pontificia si sono accordati.

Cosa caratterizza la situazione attuale? Quali passi possiamo e dobbiamo fare?
Per quanto riguarda i vertici della Repubblica Pontificia, fanno buon viso a cattivo gioco e vanno ripetendo che “non è successo niente di particolare, siamo in una situazione complicata, ma di ordinaria amministrazione”, “anche altri paesi (Germania, Belgio, Spagna) si sono trovati in simili situazioni di stallo”. In realtà prendono tempo e manovrano per trovare una qualche via d’uscita.

Una è quella del “pilota automatico” (per dirla alla Draghi), cioè tirare per le lunghe senza formare un nuovo governo. L’operato di Gentiloni dallo scioglimento delle Camere in poi va in questa direzione: benché dimissionario dal 23 marzo, ha continuato infatti ad agire come se fosse nel pieno dei poteri. L’espulsione di due diplomatici russi (quindi la partecipazione del nostro paese all’operazione internazionale di “guerra” contro la Federazione Russa) si aggiunge alla missione di guerra in Niger, al rinnovo di cariche decisive di aziende ed enti statali, al rinnovo dell’accordo con il Vaticano sui cappellani militari, alla riforma dell’ordinamento penitenziario… tutte misure che decisamente non sono “disbrigo degli affari correnti”!

Un’altra è quella di una riedizione delle Larghe Intese, sotto forma di un governo guidato da una “figura responsabile” (nei giorni scorsi era circolato il nome di Tajani…) con il beneplacito della Lega e l’appoggio del PD o di un governo M5S appoggiato dal PD o dalla lista Berlusconi. Una soluzione da “capra e cavoli”: salvare almeno le forme della “volontà popolare” espressa dal voto del 4 marzo e avere un governo che, in nome della “stabilità”, della “responsabilità” di fronte a qualche emergenza economica e finanziaria (lo spread, il crollo delle borse, ecc.) e della “credibilità di fronte ai mercati”, rispetti i vincoli con la UE (e la UE ha già chiesto un’ulteriore riforma delle pensioni che aggrava la legge Fornero…), traduca in manovre il Fiscal Compact che entra in vigore nel 2019, garantisca il versamento del contributo alla NATO (circa 60 milioni di euro al giorno e l’amministrazione Trump pretende sia aumentato dall’1,1% al 2% del PIL).

Per quanto riguarda le masse popolari, la questione decisiva in questa fase è mobilitarsi
– per indurre i vertici della Repubblica Pontificia a rispettare l’esito del voto affidando al M5S, che ha vinto le elezioni, l’incarico di formare il nuovo governo;
– per spingere il governo M5S ad attuare le misure che ha promesse in campagna elettorale, a partire dall’abolizione del Jobs Act e della Legge Fornero, dal reddito di cittadinanza, dalle misure per impedire la chiusura delle aziende dall’Alitalia all’ILVA dalla FCA alla Embraco (vedi articolo a pag. 5).

Un governo del M5S non è il Governo di Blocco Popolare. Senza la mobilitazione e l’iniziativa delle organizzazioni operaie e popolari che agiscono da nuove autorità pubbliche è impossibile cambiare il corso catastrofico delle cose che la borghesia imperialista e il clero, per i loro interessi, devono imporre e impongono anche nel nostro paese. Ogni tentativo di trovare una scorciatoia per la costituzione del Governo di Blocco Popolare, cioè ogni tentativo di costituirlo senza moltiplicare le organizzazioni operaie e popolari, rafforzarle, coordinarle e orientarle a costituire un proprio governo d’emergenza, cercando di conferirgli forza grazie all’appoggio di qualche fazione della classe dominante anziché delle organizzazioni operaie e popolari, è illusione, cedimento, sottomissione o deviazione verso la sinistra borghese.

La mobilitazione per l’incarico di governo al M5S è una questione che non riguarda solo gli elettori del M5S e tanto meno può essere lasciato nelle mani del gruppo dirigente del M5S. Occorre la mobilitazione di quel vasto fronte contro le Larghe Intese che già esiste nei fatti. E contemporaneamente occorre che esso avanzi nel superare:
il legalitarismo e l’attendismo, cioè il confidare in soluzioni di “buon senso” da parte di quelle istituzioni e di quei politicanti che stanno distruggendo il paese e spolpando le masse popolari;
il settarismo e lo spirito di concorrenza da parte di coloro che hanno votato o sono attivisti e sostenitori di quei partiti e di quelle liste schierate contro le Larghe Intese che si sono presentati alle elezioni in alternativa al M5S (vedi articolo “Un contributo al bilancio di Potere al Popolo” a pag. 1);
la concezione che ogni singola vertenza e mobilitazione sia slegata dalle altre e che ogni singola vertenza e mobilitazione possa avere un esito positivo anche se slegata dalla questione del governo del paese.

Se il M5S prenderà le misure di rottura che ha promesso in campagna elettorale e finché le prenderà, se andrà fino in fondo e finché andrà fino in fondo nell’abolizione del Jobs Act e della Legge Fornero, nell’introduzione del reddito di cittadinanza, nelle misure contro la chiusura delle aziende e contro le grandi opere speculative, noi comunisti lo sosterremo e chiameremo la classe operaia e le masse popolari organizzate a sostenerlo nella sua opera.

Mantenere le promesse fatte in campagna elettorale richiede però rompere con i vertici della Repubblica Pontificia, con la sottomissione alla UE e alla NATO e più in generale con la Comunità Internazionale dei gruppi imperialisti, quindi poggiare l’azione del nuovo governo sull’organizzazione e la mobilitazione popolare.

Dopo il 4 marzo Di Maio si è preoccupato più di rassicurare Confindustria, Vaticano e “investitori internazionali” che di darsi i mezzi per mantenere le promesse fatte in campagna elettorale. Proseguendo su questa strada, se anche il M5S formerà un governo (con una qualche copertura parlamentare o combinazione ministeriale) e se anche il nuovo governo inizierà ad attuare il programma in nome del quale ha raccolto voti (in Grecia il governo Tsipras non ha neanche iniziato a farlo…), nel giro di breve dirà che “lo spread va alle stelle”, che “c’è la fuga di capitali all’estero”, che “non ci sono i soldi”, ecc., cioè farà valere lo stato di necessità in cui si trova il governo. E da lì a prendere il posto delle Larghe Intese nel rapinare e angariare le masse popolari il passo è breve.

“Noi comunisti siamo pronti a mettere in campo tutte le nostre forze e fin d’ora chiamiamo tutti i lavoratori avanzati a scendere in campo per far rispettare il risultato delle elezioni. Se il governo Di Maio non adempirà alle promesse del M5S per mantenere la benevolenza dei gruppi imperialisti e della loro istituzioni (UE, BCE, NATO, ecc.), con lo stesso vigore lo combatteremo e chiameremo tutti i lavoratori avanzati a mobilitarsi contro di esso, a organizzarsi e a costituire un proprio governo d’emergenza e farlo ingoiare ai vertici della Repubblica Pontificia” (dal Comunicato del (n)PCI n. 3 – 29.03.18).

La pratica dimostrerà che per invertire il catastrofico corso delle cose, chi vuole davvero invertire il catastrofico corso delle cose e quindi darsi i mezzi (la forza) per farlo nonostante i promotori del catastrofico corso delle cose, nonostante gli interessati ad esso, nonostante quelli che solo grazie ad esso prolungano la vita del loro sistema di profitti, di privilegi, di corruzione, di sopraffazione dei lavoratori (uomini e peggio ancora per le donne), degli italiani (e peggio ancora per gli immigrati) e di crimini, devono sostenere e promuovere la mobilitazione e organizzazione degli operai e delle masse popolari.

Ai militanti e agli eletti del M5S

Per non fare la fine del governo Tsipras in Grecia (cioè per non prendere il posto delle Larghe Intese nel rapinare e il grosso della popolazione), il M5S deve puntare le sue forze, risorse e attenzioni:
– sul bloccare la liquidazione dell’Embraco, dell’Ilva, della ex Lucchini, di Alitalia e le altre aziende che i padroni vogliono chiudere, ridurre, delocalizzare e favorire l’organizzazione degli operai di queste e altre aziende perché sostengano la nazionalizzazione, il commissariamento o qualunque altra soluzione che permette di tenerle aperte senza penalizzare i lavoratori;
– sulle misure urgenti per invertire la situazione nella sanità e nella scuola: smettere di finanziare la scuola e la sanità private ma potenziare scuola e sanità pubbliche con aumento del personale, stabilizzazione dei precari, accesso gratuito all’istruzione e alle cure mediche, ecc. e a questo fine favorire l’organizzazione di lavoratori, studenti, utenti;
– sull’annullamento delle grandi opere speculative adibendo invece i lavoratori alla manutenzione, alla difesa e al miglioramento del territorio;
– sui servizi pubblici: basta privatizzazioni! Invertire la rotta e rendere nuovamente pubblici i servizi, a partire dall’acqua (facendo rispettare così anche l’esito del referendum del giugno 2011);
– sull’attuazione pratica della Costituzione del 1948 (facendo in questo modo rispettare anche l’esito del referendum del dicembre 2016) che implica anche smettere di mandare i soldati italiani in missioni di guerra, non lasciar usare le basi militari per missioni di guerra, far sloggiare le basi NATO (in sintesi, rottura con la NATO).

Le prossime settimane e mesi saranno decisivi. Quanto più i tempi per la formazione del nuovo governo si allungheranno, tanto più la mobilitazione popolare può dispiegarsi e combinarsi nell’iniziativa dei tre attori principali di questo processo:

– le organizzazioni operaie e popolari, gli organismi di lotta, le reti, i coordinamenti, in particolare quegli organismi che sono alla testa di movimenti articolati e con un ruolo a livello nazionale (NO TAV, NO TAP, Comitati per l’acqua pubblica, movimento antirazzista e antifascista) e delle grandi vertenze nazionali, in particolare quelle della classe operaia;

– i dirigenti della sinistra dei sindacati di regime e dei sindacati alternativi e di base, i sinceri democratici delle amministrazioni locali e della società civile, gli esponenti della sinistra borghese non anticomunisti (li chiamiamo “i tre serbatoi”) che godono di prestigio e seguito tra le masse popolari organizzate. A loro il compito di usare le conoscenze, le relazioni, le risorse di cui dispongono per promuovere la formazione di organizzazioni operaie e popolari e per sostenere, rafforzare ed estendere le iniziative con cui esse difendono posti di lavoro, servizi pubblici, ambiente (operare da Comitato di Salvezza Nazionale di fatto);

– il movimento comunista cosciente e organizzato, l’unica forza che per concezione del mondo, capacità di analisi e visione di prospettiva può mettersi alla direzione di questo processo.

Il nostro paese è sempre più spinto a un bivio. O avanza la mobilitazione reazionaria promossa dai vertici della Repubblica Pontificia oppure avanza la mobilitazione rivoluzionaria per fare dell’Italia il primo paese che rompe le catene della comunità internazionale degli imperialisti e apre la via alle masse popolari degli altri paesi verso la seconda ondata della rivoluzione proletaria. Questa seconda è la strada che dobbiamo imboccare con coraggio e determinazione, con scienza e responsabilità. Bando all’attendismo e al disfattismo! Costruire il nostro futuro dipende da ognuno di noi!

Sono le priorità che definiscono le coalizioni

La presa di posizione di Ugo Mattei e Alberto Lucarelli a favore di un Governo Costituzionale di Salute Pubblica, pubblicata su Il Fatto quotidiano del 17 marzo e di cui riportiamo qui un breve stralcio, è un passo (timido) in questa direzione. “L’apparato di riferimento è nell’art. 1 (lavoro, democrazia e sovranità popolare) e nell’art. 3 della Costituzione: “È compito della repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione… politica economica e sociale…”. Il Governo Costituzionale, e perciò antifascista, serve a chiudere la parentesi neoliberale e togliere le tracce dell’opera rifiutata a larga maggioranza dal popolo nei due referendum del 2011 e 2016 e infine in questo voto, con un’azione di legislatura nei seguenti ambiti: 1. lotta al lavoro precario; 2. Abolizione della legge Fornero; 3. rinegoziazione radicale delle obbligazioni internazionali in primis quelle con Eurogruppo e per spese militari; 4. ripristino di spazi di democrazia effettiva contro decisionismi verticali, cosa che va oltre la sola legge elettorale; 5. grande piano di cura del territorio per generare lavoro, beni comuni e ambiente.

Le risorse per questo programma vengono dalla piena attuazione del principio di progressività fiscale, dalla lotta contro rendita, sprechi, privilegio e corruzione, dalla tassazione giusta ed efficace di colossi internazionali come Google, Facebook e Amazon, che oggi dominano vita politica ed economica e sostanzialmente non pagano tasse. Sarà prioritario denunciare, in un’Italia che è in avanzo primario dal 1992, un debito pubblico che continua a crescere, e riconoscere e denunciare le sue componenti più odiose. M5S è nato come critica radicale del neoliberismo (…). La prima forza politica del paese deve intraprendere il cammino di salute pubblica. La maggioranza del popolo italiano rifiuta il neoliberismo e sosterrà i parlamentari che si impegneranno per superarlo, indipendentemente dal colore politico. Noi, intellettuali critici, vogliamo e dobbiamo contribuire alla mobilitazione popolare per emanciparsi dal neoliberismo”.

Per essere più che “una bella pensata”, bisogna che gli autori la trasformino in appello sul quale raccogliere adesioni di altri esponenti dei tre serbatoi (in modo da costituire una cordata), ma soprattutto bisogna che dal campo della carta stampata scendano sul terreno delle mobilitazioni, delle azioni pratiche (le priorità che definiscono le coalizioni): il sostegno alla lotta contro il piano Marchionne e la morte lenta degli stabilimenti FCA è un ambito, la lotta contro la chiusura e per la nazionalizzazione di Alitalia è un altro, ma ce ne sono molti altri ancora, su cui possono e devono mobilitarsi gli autori del testo e coloro che vi aderiranno.

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