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Editoriale

Il P.CARC esprime piena e incondizionata solidarietà – senza se e senza ma – ai compagni e alle compagne arrestati, fermati, denunciati, indagati per le legittime iniziative di resistenza di cui sono accusati: dai fatti del corteo di Piacenza del 10 febbraio, alla punizione del capo di Forza Nuova a Palermo, passando per i cortei antifascisti e le contestazioni di Torino, Napoli, Livorno, Pavia, Macerata, Pisa; piena e incondizionata solidarietà agli organismi e ai compagni bersaglio delle aggressioni come a Genova e a Perugia e di attentati come quello del Centro sociale Magazzino 47 a Brescia.. La repressione che subiscono i singoli compagni e organismi è espressione dell’accanimento dei vertici della Repubblica Pontificia contro il movimento popolare e, insieme, del tentativo di alimentare la tesi degli “opposti estremismi” che rigettiamo in blocco. Quella degli “opposti estremismi” è una strada che la borghesia usa per indebolire il fronte delle masse popolari, alimentare paure e rafforzare le sue istituzioni e i suoi apparati repressivi agli occhi delle masse popolari. Siamo solidali con i compagni e le compagne colpiti dalla repressione, con i loro organismi e le loro strutture di riferimento, presidi di vigilanza sui territori, promotori di mille mobilitazioni contro gli effetti della crisi.

 

Cinque tesi sul pericolo di deriva reazionaria e sulla mobilitazione rivoluzionaria delle masse popolari.

  1. In termini generali, cioè in termini che attengono al movimento complessivo della società, la borghesia imperialista non riesce più a governare con gli strumenti, i modi, le leggi con cui ha governato. nei trent’anni successivi al 1945. Erano strumenti, modi e leggi dettati alla borghesia dal bisogno di arginare il movimento comunista ed erano consentiti dalla ripresa economica legata alla ricostruzione. Nell’arginare il movimento comunista la borghesia ha avuto successo, ma deve fare i conti con una costituzione materiale della società (istituti, procedure, relazioni e senso comune) che rendono oggi i paesi imperialisti profondamente diversi da quello che erano un secolo fa. D’altra parte la seconda crisi generale per sovrapproduzione assoluta di capitale, iniziata nel 1975, costringe la classe dominante a promuovere la reazione in ogni campo. Su tre livelli interdipendenti: progressiva eliminazione dei diritti e delle conquiste strappate dalle masse popolari con la vittoria della Resistenza sul fascismo e con le lotte dei decenni successivi; smantellamento dei servizi pubblici e delle tutele che garantivano la coesione sociale e, pure a patto di dure lotte, una vita dignitosa alle ampie masse; un progressivo restringimento delle libertà politiche e sociali, unito alla progressiva promozione della guerra fra poveri e della guerra contro i poveri (trasformare le contraddizioni fra classe dominante e masse popolari in contraddizioni in seno alle masse popolari). Questo processo è stato velocizzato, esteso e approfondito quando nel 2008 è iniziata la fase acuta della crisi. Le condizioni oggettive create dalla crisi generale impongono solo due vie: la mobilitazione rivoluzionaria delle masse popolari (che culmina con l’instaurazione del socialismo) o la mobilitazione reazionaria delle masse popolari (guerra fra poveri e guerra contro i poveri) che culmina con la guerra imperialista, la guerra fra Stati. Per impedire la mobilitazione rivoluzionaria delle masse popolari, la borghesia imperialista è costretta a promuovere la mobilitazione reazionaria. Questo processo è in corso in Italia, come in tutti i paesi imperialisti.
  1. Per promuovere la mobilitazione reazionaria delle masse popolari, la borghesia imperialista (nel nostro paese i vertici della Repubblica Pontificia) usa anche le organizzazioni fasciste, gli scimmiottatori del fascismo del secolo scorso: li usa come manovalanza per i lavori più sporchi, li usa per aggregare la parte più abbrutita e arretrata delle masse popolari, li usa per alimentare contraddizioni nel campo delle masse popolari. Ma in definitiva è la borghesia imperialista stessa che, dismessi definitivamente i travestimenti da “classe progressista e democratica”, promuove in prima persona la mobilitazione reazionaria attraverso le sue istituzioni, le sue autorità, i suoi apparati repressivi e coercitivi, il suo sistema di intossicazione di massa. Sono i “democratici” ministri dei “democratici governi” borghesi che promuovono il razzismo di stato e la caccia all’immigrato (lotta al terrorismo, sicurezza e difesa dei confini sono programma comune), che indicano come causa dei patimenti dei lavoratori altri lavoratori o i disoccupati, che alimentano la caccia al “furbetto” nelle aziende pubbliche, che alimentano per interessi particolari traffici di droga, di armi e di esseri umani (immigrazione clandestina), che alimentano sessismo e violenza di genere. Mentre in nome del profitto i padroni chiudono aziende e delocalizzano, il loro governo impone che i servizi diventino merci, rapine legalizzate chiamate tasse e imposte, affianca alla prigioni le pene pecuniarie che per i ricchi equivalgono all’impunità, specula sulle disgrazie della gente che per vivere deve lavorare, rende sempre più precario il lavoro. Tutto questo è esattamente ciò che è in corso nel nostro paese. In questo contesto, le organizzazioni fasciste assolvono anche un altro compito al servizio della borghesia, oltre a quello già indicato: sono i burattini che creano un clima di violenza nel paese; violenza impunita, sminuita, incoraggiata, tollerata e alimentata dalle istituzioni e dalle autorità della borghesia. Quegli stessi “democratici” che gridano al pericolo fascista, sono gli stessi che per anni hanno alimentato e fomentato le organizzazioni fasciste in nome della democrazia e del pluralismo, hanno moltiplicato le “giornate del ricordo” (foibe e altri “eccidi compiuti dai partigiani comunisti”). Sono quelli che condannano le manifestazioni di resistenza, generose e diffuse, che emergono legittimamente in molte città. Sono i paladini dell’antifascismo padronale: hanno partecipato fino a oggi, e ancora partecipano, alla violazione delle parti progressiste della Costituzione e alla guerra contro i poveri, ma inorridiscono se a spaccare la testa agli immigrati è una squadraccia di fascisti anziché la Polizia di Stato o i Carabinieri.
  1. Ci viene in sostegno la storia per intravedere quello che succederà nel prossimo futuro. La borghesia imperialista è costretta a procedere a passi sempre più decisi verso la mobilitazione reazionaria delle masse popolari. Non è una questione di un governo più a destra di un altro, è un processo inevitabile, deciso non dalla volontà politica di qualcuno, ma dal corso del movimento economico che dirige la società capitalista. Ma questa “deriva” non è sintomo di forza della classe dominante, è al contrario sintomo di estrema debolezza: il suo dominio basato sul consenso deve necessariamente diventare dominio basato sulla coercizione e la repressione diffusa delle masse popolari. Man mano che i vertici della Repubblica Pontificia spingono a destra, i pilastri della loro stabilità si sgretolano, il loro stesso fronte si sgretola e le manifestazioni di impotenza diventano plateali. Ne è esempio Minniti, che voleva vietare il corteo a Macerata il 10 febbraio e non solo si è dovuto rimangiare il proposito, ma si è trovato le masse popolari in piazza in 150 iniziative e mobilitazioni, alcune grandi, altre grandissime (a Milano più di 20 mila persone), altre piccole, ma combattive, a testimonianza che il Ministro dell’Interno non ha alcun reale potere dissuasivo in nessuna parte del paese.

Ecco perché è completamente fuori strada chi parla di “moderno fascismo”.

  1. Il fascismo è stato la dittatura terroristica della borghesia imperialista sulle masse popolari, in particolare sulla classe operaia che cercava la strada per fare in Italia quello che gli operai, guidati dal Partito Comunista, erano stati capaci di fare in Russia, instaurare il socialismo. Per vent’anni la borghesia e il Vaticano sono riusciti, con grande fatica e al prezzo di immani distruzioni, rastrellamenti, fucilazioni e deportazioni di comunisti e di operai, a “tenere a bada” il movimento comunista. Con la vittoria della Resistenza – il che, per inciso, dimostra che la classe operaia può organizzarsi e vincere qualunque siano le condizioni e le vessazioni a cui la borghesia e il clero la sottopongono – hanno però rischiato di perdere tutto in Italia, come avevano perso tutto in Russia. Per questo, dal 1945, la borghesia imperialista ha creato un sofisticato sistema di controrivoluzione preventiva che ha funzionato, ha retto, per la combinazione di due fattori: una congiuntura economica favorevole (il capitalismo dal volto umano – 1945 / 1975 – possibile proprio in ragione delle distruzioni provocate dalla Prima e dalla Seconda Guerra Mondiale) e la collaborazione del PCI, che aveva progressivamente abbandonato la via della rivoluzione socialista, in favore “delle riforme di struttura”. Il regime di controrivoluzione preventiva è una miscela di ricatti, intossicazione, diversione, repressione, finta partecipazione alla vita politica (il teatrino della politica borghese), concessioni in campo economico e sociale. I presupposti economici di questo regime si stanno oggi sgretolando, la borghesia non ha più il consenso delle masse popolari e deve operare come fosse “sotto assedio”, ma ha mille timori di ricorrere a una riedizione della dittatura terroristica sulle masse popolari, perché teme di sollevare una risposta di portata tale da farla soccombere.
  1. In effetti, la borghesia imperialista avanzerà verso un regime di dittatura aperta e terroristica solo se e quando sarà costretta dall’incalzare della mobilitazione rivoluzionaria, cioè quando la sua esistenza sarà minacciata dalla rivoluzione socialista. Anche qui la storia ci viene in aiuto: a inizio del secolo scorso, a incalzare la borghesia dell’epoca c’erano l’esempio della rivoluzione russa e la grande mobilitazione operaia del Biennio Rosso alla testa della riscossa delle masse popolari di tutto il paese.

La contesa del terreno fra mobilitazione reazionaria e mobilitazione rivoluzionaria avrà la forma della guerra civile. Per il momento siamo ancora lontani dalla guerra civile dispiegata e dal moderno fascismo. E siamo, decisamente, in una situazione opposta rispetto a quella che descrivono i promotori dell’antifascismo padronale e i compagni e le compagne che, consapevolmente o meno, ne sono influenzati: la deriva reazionaria e fascista è tutt’altro che in corso, l’emergenza nazionale non sono i gruppi scimmiottatori del fascismo, ma i governi dei vertici della Repubblica Pontificia.

Conclusioni

Il CONSAP, un sindacato di Polizia, propone di “sospendere le manifestazioni perché c’è il rischio che ci scappi il morto”, i giornali borghesi tuonano che in 2 mesi (gennaio e febbraio 2018) sono avvenuti 70 episodi di violenza politica. Minniti dichiara che “i colpevoli di disordini saranno processati”. Questi sono alcuni elementi che fanno una mezza verità, quella dell’intossicazione promossa dalla classe dominante. La verità piena è che in ogni città irrompe il legame con la Resistenza, si afferma il rifiuto della mobilitazione reazionaria e delle organizzazioni fasciste, si manifesta il protagonismo popolare e in molti casi, dalle parole si passa ai fatti. È una ribellione sana, da sostenere, da sviluppare e da coordinare. È la risposta spontanea che, per essere efficace e di prospettiva, deve alimentare le lotte per un lavoro utile e dignitoso per tutti (italiani e immigrati), le lotte di riappropriazione di beni e servizi, impedire la privatizzazione e riduzione dei servizi, deve alimentare la costruzione di organizzazioni operaie e di organizzazioni popolari, ma soprattutto deve alimentare la rinascita del movimento comunista cosciente e organizzato. A ogni compagno e ogni compagna che si pone la questione di come fare? il P.CARC si propone con serietà e lungimiranza, con il patrimonio di scienza e di elaborazione della Carovana del (nuovo)PCI, con l’esperienza di lotta e di resistenza contro la repressione, con la prospettiva di passare da subito dal campo del CONTRO al campo del PER. Contro la borghesia imperialista, per il socialismo.

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