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La Giornata Internazionale della Donna

L’oppressione e la sottomissione delle donne è una particolare forma dell’oppressione di classe a cui la borghesia imperialista costringe le masse popolari. Solo nella società socialista vengono meno i presupposti oggettivi su cui si basa l’oppressione di genere e, anzi, le condizioni materiali dell’esistenza delle masse popolari consentono di superare anche le arretratezze culturali che secoli di sottomissione alla classe dominante hanno sedimentato. Da qui una sintesi: la lotta per l’emancipazione delle donne può svilupparsi pienamente solo nel solco della lotta di classe per il socialismo.

Affermata così, questa verità può sembrare un semplice “attestato di fede” che cede di fronte all’osservazione che la lotta per i diritti delle donne si è sviluppata anche senza un legame diretto con il movimento comunista cosciente e organizzato e con la lotta per il socialismo. I promotori di tale osservazione portano come esempio il sommovimento del decennio 1968 / 1978 (periodo in cui le donne hanno conquistato importanti diritti: legge sull’aborto, legge sul divorzio e vittoria del referendum per abrogarla, diritto di famiglia) per dimostrare che può esistere un movimento delle donne indipendente dalla lotta per il socialismo. Ma ci sono una analisi storica e una dimostrazione contingente che li smentiscono e anzi aiutano a comprendere le contraddizioni attuali del movimento per l’emancipazione delle donne.

La spiegazione storica attiene al fatto che il movimento delle grandi conquiste civili si è sviluppato sulla spinta della prima ondata della rivoluzione proletaria mondiale e ha beneficiato delle conquiste esemplari che essa ha prodotto. In tutto il mondo, il modello delle donne sovietiche (il diritto all’aborto nel 1920, all’istruzione, alle cure mediche, l’emancipazione dalla famiglia… considerando che l’URSS ereditava la situazione semi medievale lasciata dallo zarismo) è diventato un faro. Inoltre, in Italia, la mobilitazione per l’emancipazione delle donne si è combinata con le lotte della classe operaia, degli studenti e più in generale con il sommovimento politico e sociale in cui si sono sviluppati il tentativo di ricostruzione del partito comunista, impersonato in particolare dalle Brigate Rosse, e di rivoluzione socialista, impersonato dai vari gruppi rivoluzionari dell’epoca. Ad entrambi, molte avanguardie della lotta per l’emancipazione delle donne parteciparono attivamente. Se quel periodo è stato, dopo la Resistenza (di cui le donne furono protagoniste) il picco più alto della lotta contro l’oppressione di genere, è stato anche l’inizio del suo declino e del suo riflusso come movimento legato alla lotta di classe. Un riflusso favorito dalle spinte piccolo borghesi e interclassiste (contrapposizione agli uomini anziché al capitalismo), alimentato ideologicamente dal progressivo arretramento del PCI dalla lotta di classe e dalla sconfitta delle Brigate Rosse e delle altre organizzazioni comuniste combattenti.

La dimostrazione dei nostri giorni è il lascito di quella eredità: il movimento delle donne è diviso su due posizioni diametralmente opposte. La posizione, appunto, di chi mette come principale la questione di genere e alimenta la contrapposizione con gli uomini e la posizione di chi mette al centro la questione di classe e promuove l’unità delle masse popolari contro la borghesia imperialista. A questa seconda concezione apparteniamo noi. E questa concezione ha ricadute pratiche, all’interno del Partito e all’esterno.

All’interno del Partito, la ricaduta pratica sono la formazione e la spinta a superare la questione di genere, anche con la discriminazione positiva (cioè a parità di capacità, favorire l’assunzione del ruolo dirigente alle donne), in ragione della quale molte compagne hanno ruoli dirigenti a tutti i livelli. All’esterno del Partito, la ricaduta pratica è che le nostre compagne, esattamente come i nostri compagni, partecipano attivamente alla lotta per fare dell’Italia un nuovo paese socialista: fra le molte denunce e processi contro la nostra area politica, in particolare tre sono a carico di compagne (il processo a Stefania per aver difeso la legge 194, quello a Rosalba – vedi l’articolo a pag. 4 – e quello a Chiara, accusata di “avere usato un megafono senza autorizzazione” durante la contestazione a Napolitano in visita a Cassino, nel 2013). Colpite non perché donne, ma perché comuniste. Il loro essere comuniste è anche il motivo che spinge la parte più retriva del movimento femminista a non solidarizzare con loro, a non attivarsi, ad anteporre mille scuse anche quando, come nel caso di Stefania, il reato che viene contestato riguarda un “cavallo di battaglia” del movimento delle donne.
La mancata solidarietà del femminismo padronale è colmata dalla solidarietà di classe delle masse popolari, dei lavoratori e delle lavoratrici, delle compagne e dei compagni, donne o uomini che siano.

Che c’entra questo discorso con l’8 marzo? La Giornata Internazionale delle Donne, istituita dal movimento comunista, non è il monito della differenza, e tanto meno della contrapposizione, fra uomini e donne. E’ un patrimonio di lotta per l’emancipazione delle donne dall’oppressione patriarcale, dalla divisione della società in classi e dal sistema economico e politico che li perpetua. E’, in definitiva, il testimone di unità, solidarietà e lotta per il socialismo che i comunisti, uomini e donne, raccolgono dal passato per continuare la lotta fino alla vittoria.

Per questo facciamo appello a tutte le compagne che animano il movimento femminista del nostro paese (Non Una di Meno, associazioni contro la violenza di genere, collettivi, ecc.):

– a portare a fondo il dibattito e le pratiche che ne conseguono all’interno del movimento delle donne per smascherare e isolare il femminismo padronale e per legarsi strettamente al movimento delle organizzazioni operaie e popolari che resistono agli effetti della crisi;

– a schierarsi in solidarietà a Stefania, Rosalba, Chiara e a tutte le donne e gli uomini che lottano per costruire la società senza sfruttamento e oppressione, il socialismo.

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