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La guerra dello stato democratico borghese contro i comunisti

La notte del 28 marzo del 1980 una squadra dei Nuclei antiterrorismo dei Carabinieri fa irruzione in un appartamento in via Fracchia, a Genova. L’appartamento è una base delle Brigate Rosse, indicata ai Carabinieri dal pentito Patrizio Peci, arrestato il mese prima a Torino. L’operazione è decisa dal generale Dalla Chiesa, a capo delle operazioni contro le BR, e guidata sul campo dal comandante Michele Riccio (che nel 1997 finirà in galera per spaccio di stupefacenti: aveva trasformato la caserma dei Carabinieri di Corso Europa, sempre a Genova, in un laboratorio di raffinazione, impacchettamento e distribuzione di eroina). Nell’appartamento dormono quattro brigatisti: Riccardo Dura, Lorenzo Betassa, Piero Panciarelli e Annamaria Ludmann. I primi tre militanti regolari, la quarta “irregolare” (cioè appoggiava l’attività delle BR, senza operare clandestinamente) e intestataria della casa. Nessuno di loro vedrà l’alba.
I carabinieri daranno versioni contrastanti dell’accaduto e impediranno per undici giorni l’accesso alla casa ai giornalisti. Ma i fatti sono chiarissimi: i cadaveri sono in biancheria intima, hanno le braccia alzate sulla testa, Dura risulta ucciso da un unico colpo sparato a bruciapelo alla nuca. E’ stata un’esecuzione premeditata.

L’eccidio di via Fracchia fu un punto di non ritorno della repressione contro le organizzazioni comuniste combattenti (OCC), e in particolare le BR, l’inizio di una “strategia” a cui alle esecuzioni sommarie al momento dell’arresto, si aggiungono omicidi mirati, arresti di massa, carcere speciale e torture.
A partire dal luglio del ‘77 viene affidato a Dalla Chiesa il compito di istituire i primi carceri speciali (Favignana, Asinara, Cuneo, Fossombrone e Trani) a cui sono destinati i rivoluzionari prigionieri in condizioni di “massima sicurezza”, cioè in condizioni disumane di isolamento, privazioni, pestaggi e pressioni psicologiche. Nel dicembre dello stesso anno vi si aggiungono i carceri di Novara, Termini Imerese, Nuoro e Pianosa.

L’arresto di Peci, il suo pentimento e la sua delazione, oltre a dare luogo alla strage di via Fracchia, danno il via alla stagione degli arresti di massa: migliaia di compagni e compagne imprigionati con l’accusa di essere militanti delle OCC.
Le operazioni per la liberazione del Generale della NATO Dozier, sequestrato dalla BR a Verona nel 1981, raggiungono il massimo grado della violenza dello Stato contro i militanti rivoluzionari: i sospettati membri o “fiancheggiatori” delle BR vengono torturati nelle caserme e nelle questure da apposite squadre (con nomignoli come “I quattro dell’Ave Maria” o “ i Guerrieri della notte”). I primi ad essere sottoposti a questo trattamento sono i compagni Ruggiero Violinia ed Elisabetta Arcangeli. Salvatore Genova, in quegli anni funzionario della DIGOS di Verona, racconta: “Separati da un muro, perché potessero sentirsi ma non vedersi, ci sono Volinia (il compagno della Arcangeli – ndr.) e la Arcangeli. Li sta interrogando Fioriolli. Il nostro capo, Improta, segue tutto da vicino. La ragazza è legata, nuda, la maltrattano, le tirano i capezzoli con una pinza, le infilano un manganello nella vagina, la ragazza urla, il suo compagno la sente e viene picchiato duramente, colpito allo stomaco, alle gambe. Ha paura per sé, ma soprattutto per la sua compagna (…) Carico insieme a loro Volinia su una macchina, lo portiamo alla villetta per il trattamento. Lo denudiamo, legato al tavolaccio subisce l’acqua e sale” (da un intervista rilasciato all’Espresso il 5 aprile 2012).

Ruggiero rivela dove è nascosto Dozier. I brigatisti che lo tenevano ostaggio verranno a loro volta torturati. La tortura più utilizzata, poiché non lascia segni visibili, è quella detta “algerina” (perché praticata in Algeria dagli occupanti francesi contro il movimento indipendentista) o waterboarding: consiste nel far ingoiare grandi quantità di acqua e sale causando sensazione di annegamento. Ma non è l’unica. Cesare Di Leonardo (va ricordato che è ancora in carcere da oltre 30 anni e con lui altre decine di rivoluzionari prigionieri), l’unico tra i gli accusati del sequestro di Dozier a non cedere alle torture, viene sottoposto, oltre all’algerina, alla bruciatura dei genitali, a bruciature sul petto, ad una finta fucilazione. Ad altri vengono infilati aghi sotto le unghie dei piedi. Le donne sono sistematicamente minacciate di violenze sessuali.

Il regime politico instaurato dai vertici della Repubblica Pontificia in Italia a partire dal dopoguerra, il regime di controrivoluzione preventiva, mostrò nella guerra contro il movimento comunista la sua natura e la natura dello Stato borghese: altro che “istituzione al di sopra sopra le classi”, come la borghesia lo presenta, ma uno strumento di oppressione della classe dominante sulle masse popolari. E non ne risultò smascherata solo la vera natura dello stato borghese, ma anche il preciso ruolo dei revisionisti che con Berlinguer dirigevano il PCI: il loro schieramento in difesa della democrazia borghese, la promozione della delazione, il sostegno al sistema delle carceri speciali e il silenzio rispetto alle torture li ha definitivamente posti nel campo della borghesia e il loro servizio è stato molto utile alla classe dominante per reprimere il movimento rivoluzionario.

Tuttavia non fu la forza del nemico, il motivo della sconfitta delle BR. Nel corso di una delle numerose presentazioni del suo libro Correvo pensando ad Anna, nello specifico quella svolta a Milano a GTA il 4 febbraio scorso, Pasquale Abatangelo, militante dei NAP e delle BR, parlando del fenomeno della dissociazione ha fatto un’affermazione che aiuta a calare nel concreto il bilancio che la Carovana del (nuovo)PCI fa di quella esperienza (vedere Il Manifesto Programma del (nuovo)PCI e Cristoforo Colombo di Pippo Assan) e contribuisce a individuare il reale motivo della sconfitta. “Senza volerli assolvere per le loro scelte, la responsabilità della sconfitta non fu dei pentiti e dei dissociati, ma dell’Organizzazione, che ha giocato in difesa, lasciando ogni militante a far fronte alla questione da solo e non si era data gli strumenti ideologici per giocare di anticipo, per affrontare il problema politicamente e con ottica di prospettiva”.

Il limite che ha portato alla sconfitta il tentativo delle BR di fare la rivoluzione socialista in Italia attiene alla concezione del mondo, alla capacità di fare un’analisi e darsi gli strumenti ideologici e pratici per affrontare i compiti nuovi che il maturare delle condizioni poneva, in primo luogo quello decisivo della ricostruzione del Partito comunista. Le BR fecero invece fronte ai nuovi compiti perseverando sulla via del militarismo (mettere al centro la questione militare anziché quella politica), ma su questo terreno effettivamente la forza del nemico era preponderante e il nemico la fece valere tutta.
La strage di via Fracchia a Genova e la fase di feroce repressione di cui essa fu preludio, sono oggi, per i comunisti, un tragico ma prezioso insegnamento: non esiste una democrazia borghese buona e una democrazia borghese cattiva, esistono condizioni oggettive che spingono e costringono la borghesia imperialista ad adattare il suo regime politico rispetto alle esigenze che essa ha di fronte. Non fu una versione particolare del moderno fascismo a uccidere, torturare, incarcerare, tentare di annientare migliaia di comunisti, in Italia, fra gli anni 70 e gli anni 80 del secolo scorso, tutto avvenne in continuità del medesimo regime di controrivoluzione preventiva e con la combinazione di uno dei pilastri su cui poggia (la repressione) con gli altri (diversione e intossicazione dell’opinione pubblica, promozione del teatrino della politica borghese, concessioni economiche e sociali a fronte delle mobilitazioni popolari). Allo stesso modo oggi, non viviamo in una particolare e moderna forma di fascismo, ma nella fase degenerativa e decadente dello stesso regime di controrivoluzione preventiva. Sono queste, ancora oggi, le condizioni in cui la Carovana del (nuovo)PCI promuove la rivoluzione socialista.

La rapina di piazza Alberti e la morte di Luca Mantini e Sergio Romeo destarono una enorme sensazione tra l’opinione pubblica e nel movimento rivoluzionario. Erano i primi morti della guerriglia italiana dopo Gian Giacomo Feltrinelli, e la dinamica apparente dei fatti indusse molti a ipotizzare un agguato dei carabinieri nei nostri confronti. Ma è chiaro che non si verificò niente del genere. (…) Piazza Alberti rimase per anni sinonimo di massacro prestabilito e di strapotere dell’avversario, colorandosi in qualche modo di mistero. Ma le sconfitte spiegate con teoremi fantasiosi non permettono di imparare nulla dall’esperienza. Si finisce per minimizzare i nostri errori, proprio perché si immagina un avversario troppo forte, dotato del controllo totale dei nostri movimenti. E anche quando si vince una battaglia, si arriva a pensare di avercela fatta perché il nemico, per un suo presunto calcolo politico, ci ha permesso di spuntarla. E’ una logica perdente. Porta a giustificare le sconfitte e a mettere in dubbio la natura delle vittorie. Ostacola la comprensione dei fatti e dei conflitti sociali (…) E poi ancora una cosa. Il vittimismo ci lusinga sempre con la sua malinconia e il suo donchisciottismo aureolato di eroismo nobile e perdente. Ma in fondo non rende merito neppure ai morti, che non hanno bisogno di essere dipinti come bestie destinate ai mattatoi preordinate dal potere, per essere ricordati con affetto e amore.

(Pasquale Abatangelo,

Correvo pensando ad Anna, edizioni D.E.A., Firenze marzo 2017)

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