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Considerazioni a margine della presentazione del libro Correvo Pensando ad Anna, di Pasquale Abatangelo, a Milano, al Centro Gratosoglio Autogestita (GTA)

A Milano, nel quartiere di Gratosoglio, c’è una parte di una vecchia cascina occupata da un gruppo di giovani, di un collettivo che si chiama Gratosoglio Autogestita (GTA). Qui il 4 febbraio  c’è stata la presentazione del libro di Pasquale Abatangelo Correvo pensando ad Anna.[1]

Pasquale Abatangelo è stato un membro delle Brigate Rosse, uno di quelli di cui le Brigate Rosse chiesero la liberazione quando, nella primavera di quaranta anni fa, tenevano prigioniero Aldo Moro, l’esponente politico più importante della Democrazia Cristiana, il partito che ha governato l’Italia dalla fine della Seconda Guerra Mondiale fino agli anni Ottanta dello scorso secolo. Abatangelo è di Firenze, ed è uno dei fondatori dei Nuclei Armati Proletari. Anna è sua moglie, che lo ha accompagnato in tutta la sua vita e che è morta alla fine del gennaio scorso. Il libro di Abatangelo è una descrizione della storia delle Brigate Rosse (e dei Nuclei Armati Proletari) in forma di autobiografia, come lo è la autobiografia scritta da Prospero Gallinari, dirigente delle Brigate Rosse e componente del nucleo che teneva prigioniero Moro.[2]

Pasquale Abatangelo è venuto da Firenze per presentare il libro. Il compagno parla di Anna, sua moglie, cui il libro è dedicato, morta pochi giorni prima. Lui si è messo di nuovo in marcia, dice, dopo la morte di lei, a presentare il libro in tutta Italia. Dice che non poteva stare nella casa dove lei è morta e dove la ha assistita per un anno e più. Lei stessa gli ha detto di continuare a girare per l’Italia con il libro, di rispettare le scadenze. Andrà in Puglia, e tra il 21 e il 29 aprile sarà in Sardegna.

Il Partito dei CARC ha promosso, insieme al GTA, la presentazione di questo libro. Lo ha già fatto lo scorso dicembre, insieme alla sezione di Reggio Emilia.[3] L’organismo del Partito dei CARC impegnato in queste iniziative è stato il suo Centro di Formazione, nucleo che si occupa di fare scuola, insegnando, tra le altre cose la storia del nostro paese.

Un bilancio dell’esperienza delle Brigate Rosse nel contesto storico in cui hanno operato, l’Italia dalla fine della guerra ai giorni nostri

Pasquale Abatangelo ha detto, nel corso del suo intervento, che le Brigate Rosse erano frammentate e non riuscirono a unirsi, quindi non esiste un organismo unico che possa fare un bilancio della loro esperienza. Pablo Bonuccelli, Segretario federale della Lombardia P.CARC, ha detto che però di un bilancio abbiamo bisogno. In effetti è così. Anzi, se le Brigate Rosse non sono riuscite a unirsi, cioè non sono riuscite a ricostruire quell’unico partito comunista che serve per fare la rivoluzione socialista, il bilancio ci vuole proprio per rispondere a questa domanda: perché non ci sono riuscite?

Non è determinante che a fare un bilancio siano compagni e compagne che militarono nelle Brigate Rosse o altri: l’importante è che sia il bilancio giusto, quello che consente di riprendere la strada da loro intrapresa e di arrivare alla meta. È importante, però, che compagni e compagne delle BR contribuiscano all’elaborazione di questo bilancio, intervengano a dire ciò che pensano, esprimano accordo o disaccordo con i bilanci che vengono fatti o che sono stati fatti. Questo indubbiamente darà forza e accelerazione al percorso per fare la rivoluzione socialista in Italia.

Nell’iniziativa abbiamo trattato di un bilancio dal punto di vista ideologico, ma meno del contesto politico ed economico dei tempi. Bisogna tenere conto che l’esperienza della lotta di classe di cui le BR sono state avanguardia è poco conosciuta, e quindi richiede una spiegazione più completa, che includa una descrizione delle condizioni politiche ed economiche dell’epoca.

Le Brigate Rosse, effettivamente, hanno lasciato un segno nella storia del nostro paese che la classe dominante ha cercato, senza riuscirci, di cancellare, ricoprendolo di strati di menzogne. Quelli che hanno vissuto le vicende di quell’epoca, però,  può essere diano per scontato che tante cose si sappiano, che i più giovani conoscano tante cose che invece ignorano. Non è possibile che sappiano, e non solo perché la classe dominante, la borghesia imperialista, ha impiegato e impiega una quantità enorme di risorse per falsificare la storia fornendone una versione corrotta che oggi persiste tra le masse popolari, non solo quelle giovanili. Non è possibile perché per conoscere le vicende non basta raccontarle. Ci vuole una sintesi che spieghi le ragioni delle vittorie e delle sconfitte, e il senso. Comprendere il senso significa capire l’obiettivo verso cui qualcosa va, ciò per cui qualcuno lotta. Significa quindi capire se ciò per cui qualcuno lotta è un sogno irrealizzabile, o se è realizzabile, e se lo è, cosa di quel sogno è stato realizzato e cosa resta da realizzare. Iniziative come quella di Gratosoglio, quelle di Reggio Emilia e altre che seguiranno servono per discutere di tutto questo.

Le Brigate Rosse avevano come obiettivo di fare la rivoluzione socialista in Italia. Rivoluzione socialista significa trasformare un paese in modo che la sua direzione politica organizzi la produzione della ricchezza al fine del bene della collettività, e che la collettività si rinnovi in base a questo modo di vivere, nuovo perché nella storia dell’umanità non si è mai sperimentato. La storia dell’umanità degli ultimi millenni è storia della divisione della società in sfruttati e sfruttatori, e a questo il movimento comunista sta ponendo fine.

Le Brigate Rosse sono state espressione di questo movimento comunista nel nostro paese, dove c’era il Partito comunista italiano, il più grande partito comunista dei paesi imperialisti.[4] In questo partito si era imposta un’ala destra, il cui capofila era il segretario del Partito, Palmiro Togliatti. Questa ala destra aveva e diffondeva una concezione contraria a quella esposta nel Manifesto del Partito comunista di Marx ed Engels (1848), a quella che aveva guidato la classe operaia alla vittoria in Russia con la Grande Rivoluzione d’Ottobre, evento che ha cambiato in modo irreversibile la storia dell’umanità (1917), la stessa concezione che aveva guidato l’Armata Rossa diretta da Stalin a sconfiggere i nazisti e i fascisti nella Seconda Guerra Mondiale (1945), che aveva guidato il Partito comunista cinese diretto da Mao Tse tung a conquistare il potere nella nazione più popolata del mondo (1949), che aveva guidato la Resistenza in Italia alla vittoria contro il nazifascismo (1943-45), e che aveva alimentato l’intelligenza di Gramsci e la sua resistenza nelle carceri fasciste (1926-37). Secondo la concezione di Togliatti, la concezione di cui sto parlando non valeva più: non c’era più necessità di fare la rivoluzione socialista, di togliere alla classe dominante, la borghesia, il potere con la violenza. Infatti, diceva, lo sfruttamento, l’oppressione, la divisione in classi sarebbero state abolite passo dopo passo, attraverso un processo pacifico, condotto dalla classe operaia e dalla classe borghese di comune accordo.

Togliatti, e gli altri che sostennero queste tesi in Italia e nel mondo, vennero chiamati revisionisti, perché pretendevano di “rivedere” la concezione del mondo di Marx, e “revisionisti moderni”, perché venivano dopo i primi revisionisti, che dissero le stesse cose che dicevano i moderni, ed erano quelli tra fine Ottocento e inizi Novecento. I moderni pretendevano di “rivedere” non solo Marx, ma anche Lenin.

Sia i primi che i secondi revisionisti spacciarono tra le masse popolari dei loro paesi una concezione del mondo e della storia falsa. Dicevano che ormai era finito il tempo delle crisi, delle guerre, e delle rivoluzioni. I primi furono smentiti nel 1915 dal massacro della Prima Guerra Mondiale. I secondi furono smentiti, negli anni Settanta dello scorso secolo, dall’inizio di una crisi economica di un tipo che Marx aveva scoperto prima che si verificasse ma che necessariamente si sarebbe verificata, che si traduceva in crisi politica e crisi culturale, che era una crisi di lunga durata (infatti è ancora in corso). Questa crisi si chiama “crisi per sovrapproduzione assoluta di capitale”[5] e ha come soluzioni possibili solo la rivoluzione socialista o la guerra, proprio quello che i revisionisti dicevano non sarebbe mai più accaduto.

L’inizio della crisi fu l’inizio della fine per i revisionisti moderni, che persero via via l’influenza e il potere che avevano accumulato fino allo scioglimento di quello che fu il primo PCI, circa vent’anni dopo. Il periodo di allora era quello di enorme movimento di massa spontaneo, che premeva per conquistare sia all’interno che contro il partito revisionista ciò che i revisionisti avevano promesso. È quello che, secondo il linguaggio comune viene chiamato “movimento del ‘68”.  Con l’inizio della crisi vennero a mancare alla borghesia risorse, ed essa fece muro contro le rivendicazioni della classe operaia e del resto delle masse popolari, anche con le armi, con le stragi e altri mezzi di repressione violenta aperta o clandestina. La fase era cambiata: le promesse dei revisionisti moderni di un progresso pacifico e di un miglioramento infinito si rivelavano false. Gli esponenti più avanzati delle masse popolari, a partire dalle grandi fabbriche del nord, nelle scuole, nei quartieri, nei gruppi politici di sinistra presero le armi e costituirono i nuclei di quelle che sarebbero state le Brigate Rosse. Nelle carceri, questo movimento si unì a una popolazione prigioniera abituata e costretta a rispondere con la violenza alla classe dominante che la costringeva all’emarginazione più dura. Il movimento quindi investì i detenuti per reati comuni, e compagni come Pasquale Abatangelo, figlio di profughi, che stava al carcere delle Murate, a Firenze, fondarono i Nuclei Armati Proletari, entrarono nel campo della lotta di classe a fianco di compagni come Luca Mantini, figlio di ferrovieri, del gruppo politico Lotta Continua.

Le Brigate Rosse furono la punta più avanzata di un movimento spontaneo delle masse popolari. Non iniziarono a combattere perché si resero conto che era iniziata la crisi e perché ne avevano compreso la natura. Questo sarebbe successo più tardi, a partire dai primi anni Ottanta, grazie all’opera di una serie di forze che nel corso dei decenni successivi  riuscirono a ricostruire un nuovo partito comunista in Italia, attraverso un percorso di partecipazione alla lotta di classe (furono all’avanguardia nella difesa dei rivoluzionari prigionieri delle BR e di altre organizzazioni), di elaborazione scientifica, di sperimentazione. Fu ed è ancora un percorso di “esplorazione di terre nuove”,[6] per cui quelle forze nel loro insieme si chiamarono e si chiamano “Carovana del (nuovo)Partito comunista italiano”.

Le Brigate Rosse iniziarono a combattere in modo spontaneo, e non perché guidate da un partito con una concezione ben definita e una organizzazione conseguente, come fu, ad esempio, il partito che in Russia conquistò il potere con la Rivoluzione d’Ottobre. Piuttosto, si posero il compito di formare quel partito.

Tanta era la forza di quel movimento spontaneo, che riuscirono a colpire i massimi vertici dello Stato. Ancora la borghesia non ha capito come mai la loro potenza fu così grande e vasta, né mai lo capirà: la borghesia è convinta che intelligenza e coraggio siano qualità che la classe operaia e le masse popolari non possono avere, che possono averle solo i borghesi, e che tutti gli altri devono essere i loro burattini, e perciò inventano e propagandano la storia che le BR furono dirette dai servizi segreti americani.

Le Brigate Rosse non compresero il cambio della fase, come ha confermato Pasquale Abatangelo nell’iniziativa a Gratosoglio. Non compresero il passaggio da una fase di sviluppo economico alla fase di crisi economica.[7] Non partirono sulla base di una concezione comune. Dentro alle BR confluirono elementi dagli orientamenti politici più svariati, ha detto il compagno a Reggio Emilia.

Le BR mostrarono di cosa sono capaci la classe operaia e le masse popolari a tutto il paese e non solo. Ruppero la gabbia che i revisionisti moderni erano riusciti a costruire, una gabbia incapace di contenere un movimento lanciato verso il futuro. Un movimento sociale come quello, e in generale ogni movimento sociale, nasce spontaneamente per determinate condizioni oggettive, come tra una donna e un uomo spontaneamente nasce un sentimento d’amore. Dopo, però, questo movimento deve darsi un indirizzo, deve pensare  a dove arrivare, perché e come. Se vogliamo fare la rivoluzione socialista in un paese imperialista, e vogliamo farlo, dobbiamo pensare, elaborare una scienza, sperimentarla. La rivoluzione non è una bomba che scoppia, ma una guerra che si costruisce tramite battaglie e campagne, e che si conduce con una scienza, scienza da scoprire perché di certo non la insegnano nelle scuole borghesi.

La scienza di cui parlo non è e non può essere la trovata geniale di un individuo. La rivoluzione socialista è un’opera collettiva, e quindi la scienza deve essere elaborata da un collettivo, cioè da un partito, dal partito comunista. Le BR non furono un partito, e anzi di fronte ai nuovi compiti che il cambiamento della fase imponeva si disgregarono. Quelle parti di loro che compresero la necessità di costruire il partito non ci riuscirono. Per farlo, dovevano elaborare una scienza, una teoria rivoluzionaria, perché la teoria rivoluzionaria è necessaria per dare orientamento rivoluzionario al movimento delle masse popolari, ma ancora prima è necessaria per costruire il partito.

I più avanzati scrissero le loro posizioni in libri e riviste, che furono pubblicati dalla casa editrice della Carovana del (nuovo)PCI. Erano libri scritti in carcere come Politica e rivoluzione, di Andrea Coi, Prospero Gallinari, Francesco Piccioni, Bruno Seghetti[8], o articoli come l’Autointervista citata sopra di Gallinari, Piccioni, Seghetti e Lo Bianco. Gli autori parlano delle questioni chiave, come la crisi[9] o la scienza.[10] Si trattava di procedere su questa strada, ma quei compagni non lo hanno fatto.

Un bilancio fatto con criterio scientifico, volto a capire come procedere avanti, fu fatto dagli autori di un opuscolo pubblicato e diffuso clandestinamente, intitolato Colombo, ossia di come convinti di navigare verso le Indie approdammo in America.(1987)[11] Chi lo ha scritto pensava a quello che Gallinari e gli altri avevano scritto nella loro Autointervista un anno prima: “Sulla base delle conoscenze dell’epoca, Colombo partì per le Indie; come si sa scoprì l’America. Eppure le teorie che lo avevano guidato erano parzialmente valide.” Con un titolo dedicato a uno dei più famosi esploratori della storia, questo opuscolo poteva servire per il percorso di esplorazione che la Carovana aveva intrapreso. Il suo contenuto lo conferma: gran parte di quello che si legge è base per il lavoro di ricostruzione del partito comunista che la Carovana porterà avanti in modo articolato e diretto pochi anni dopo.

Un bilancio quindi c’è, e questo è già un buon fondamento. Senza un bilancio come fondamento per riprendere la via, non si va avanti. Lo dicevano anche gli autori della Autointervista, ed è vero: non è possibile oggi riprendere il percorso rivoluzionario senza fare il bilancio dell’esperienza delle BR, dei loro successi e della loro sconfitta. La sconfitta serve molto perché ci indica gli errori da superare per vincere, e per un movimento rivoluzionario, che esplora “terreni nuovi”, gli errori sono inevitabili. C’è chi la spaccia come valore, ma la sconfitta del movimento rivoluzionario rallegra il nemico di classe, e dà via libera alla sua ferocia e infamia. Serve agli intellettuali che ci scrivono sopra libri, ma non ai proletari. Ai proletari servono chiarezza intellettuale e calore morale, e ognuno può dirsi comunista e rivoluzionario quanto più contribuisce a alimentare la fiamma.

Alimentare questa fiamma è un compito del Centro di Formazione del Partito dei CARC, che ha promosso questa iniziativa e che dal 18 novembre al 3 febbraio ha tenuto un corso sul Manifesto Programma del (nuovo)Partito comunista italiano qui a Gratosoglio. Il (nuovo) Partito comunista italiano è stato costituito nel 2004, e guida la costruzione  della rivoluzione socialista nel nostro paese. Il Segretario del (nuovo)PCI, nel saluto ai partecipanti a questa iniziativa, rinnova l’appello lanciato nel marzo 1999 ai compagni delle Brigate Rosse e delle altre Organizzazioni Combattenti a contribuire alla rivoluzione socialista. “È questa – dice –  la via per valorizzare il prestigio che essi hanno ancora oggi e che fa dei rivoluzionari, prigionieri e non,  protagonisti della lotta armata degli anni ’70  una forza politica.”[12]

Nella serata, prendendo spunto dal libro, abbiamo trattato temi specifici, che espongo di seguito.

La dissociazione

La dissociazione è stata un momento decisivo dell’arretramento delle BR. Fu un processo che la borghesia imperialista mise in atto subito dopo la campagna del pentitismo. I pentiti erano singoli, infami che davano agli organi della repressione indicazioni precise per smantellare una organizzazione, per farne uccidere o arrestare i militanti. Erano disprezzati, individui da “usare e gettare”, cioè da togliere dalla circolazione magari con plastica facciale. Gli agenti della dissociazione erano invece individui che “non facevano nomi”, ma il loro compito aveva mire ben più ampie dell’arresto di alcune centinaia o migliaia di individui. Gli agenti della dissociazione, il cui capofila fu Antonio Negri, dichiaravano sbagliata l’idea della lotta di classe e l’obiettivo che quella lotta si poneva, e cioè la concezione che aveva tenuto unite le Brigate Rosse. Tutti questi non sono stati tolti dalla circolazione, ma anzi stanno in università, istituzioni, associazioni culturali, quotidiani e quant’altro. Costoro dichiararono tutti che la rivoluzione non era cosa che si poteva pensare, o studiare, costruire o prevedere. Chiamavano in loro soccorso altri pensatori, in quel periodo, come Foucault e Althusser, i quali dichiaravano che anche la scuola  era inutile e anzi era una gabbia.[13] Così si presentavano come ultra rivoluzionari, quando di fatto si affiancavano alla Chiesa cattolica quando, per bocca di Leone XIII (papa dal 1878 al 1903), dichiarava che era peccato insegnare a leggere e scrivere ai contadini.

Il Vaticano e la dissociazione

Fu molto importante in questo processo l’intervento del Vaticano, che usò la sua forza politica e il ruolo dirigente di primo piano che aveva e che ha nel paese. Il Vaticano mosse i suoi uomini “di sinistra”, come il cardinale Martini di Milano, il padre Ernesto Balducci di Firenze, e altri. Costoro si fecero mediatori per la consegna delle armi, si mossero in modo suadente andando, ad esempio, a parlare ai prigionieri rivoluzionari, delle loro questioni personali, della questione degli “affetti”, favorirono quelli che volevano avere figli. Misero in campo tutta l’abilità di una organizzazione che da secoli ha affinato il proprio potere andando a scavare nei sentimenti con il pretesto di esserti vicino, e usando quanto scopre a scopo di ricatto. È utile per la comprensione del fenomeno questo articolo del quotidiano L’Avvenire, del 31 agosto 2017. Riporta le “impressioni” di Luigi Melesi, che fu cappellano al carcere milanese di S. Vittore per trent’anni, dal 1978 al 2008.

Impressioni che rievocano «la grandezza umile» del cardinale Martini di cui oggi ricorrono i cinque anni dalla scomparsa. «Fu io stesso a farmi “profeta” di quel gesto clamoroso che tanta eco ebbe – rivela oggi –. A conclusione di una Messa celebrata all’inizio del 1980 nel carcere milanese gli dissi: “Vedrà eccellenza, (allora non era ancora cardinale, ndr) che un giorno tanti “Innominati” verranno da lei, si convertiranno alle sue parole e le consegneranno le armi”.

Questa mia premonizione si avverò quattro anni più tardi: il 13 giugno del 1984 con la consegna delle armi, un vero arsenale, da parte dei terroristi delle Brigate Rosse in arcivescovado a Martini». E proprio questo anziano sacerdote che oggi vive «per un periodo di convalescenza» con sua sorella in Valsassina, in provincia di Lecco, fu il principale tramite di quella scelta dirompente («trasportai io stesso a bordo di una macchina in compagnia di un “brigatista in libertà” quei quattro borsoni carichi di kalashnikov, bombe a mano e fucili…») e artefice indiretto della lettera che anticipò la famosa “resa delle armi” all’arcivescovo di Milano. «Ricordo che a convincere gli ex brigatisti come Ernesto Balducchi – è la confidenza del sacerdote salesiano di 84 anni – furono l’affabilità e la capacità di ascolto con cui Martini, molti anni prima di quel atto clamoroso, accettò di confrontarsi con loro, di recepire senza giudicare le loro storie. Si preoccupava addirittura dei loro bambini, spesso costretti a vivere lontani dai contesti familiari. Riuscì a “disarmarli” così. Io stesso annotavo e poi dattilografavo questi dialoghi che poi consegnavo a Martini. Loro rimasero colpiti dai gesti di attenzione del cardinale dentro il penitenziario e soprattutto dal fatto che rispose alla loro lettera.

Un altro dettaglio che li indusse a vedere in Martini l’interlocutore giusto per questa mediazione furono le parole ascoltate attraverso la radio del cardinale durante una delle sue famose “lectio” – che diedero il là alla famosa Scuola della Parola – dedicata al salmo penitenziale del Miserere ». Un percorso non nuovo quello di Martini dentro un penitenziario – da “semplice gesuita e biblista” prima del suo ingresso come arcivescovo a Milano declinò l’opera di misericordia della visita ai carcerati assistendo il confratello napoletano Virginio Spicacci nel penitenziario di Nisida – ma che ebbe da subito risvolti inaspettati a San Vittore. «Qui, nel carcere, poco tempo dopo il suo arrivo a Milano nel 1980 – racconta don Melesi – volle trascorrere ben quattro giorni e mi ricordo quanta resistenza ci volle per convincere l’allora direttore del carcere a permettere la visita di Martini negli angoli più remoti del luogo di detenzione. Rammento ancora il primo incontro con i terroristi e quel desiderio di alcuni di loro che, al momento del congedo, il cardinale recitasse con loro il Padre Nostro. Una richiesta che fu subito esaudita. O ancora il gesto singolare di Balducchi, da tutti chiamato l’Ernesto, che volle regalare a Martini una copia che teneva in tasca della Storia della Colonna infame di Alessandro Manzoni».

Istantanee, quelle di don Melesi, che riportano a un altro episodio «che fece scalpore in quegli anni» del lungo episcopato di Martini: l’aver voluto amministrare il Battesimo, il 13 aprile 1984, dentro la sezione femminile del carcere milanese ai due gemelli Nicola e Lorenza «concepiti addirittura durante il periodo di detenzione ». Erano i figli dei due terroristi e «irriducibili » di Prima Linea Giulia Borelli e Enrico Galmozzi. «Fu quest’ultimo, ero testimone di quell’incontro a San Vittore, soprannominato da tutti “Chicco”, a fare la proposta. Mi impressionò la serenità con cui Martini accettò la richiesta con la premessa che ai due bambini fosse garantita, grazie all’assenso dei nonni, un’educazione cristiana».

E’ un incanto. Magari qualcuno legge e si lascia intorpidire come succede alla mosca nella tela del ragno. Per evitarlo, segnalo due cose:

  1. In un paese cosiddetto “normale” (cioè in uno Stato dove non c’è il Vaticano, come gli USA, o l’Olanda, o tutti gli altri) non è previsto che un cittadino come Melesi vada a prendere le armi da un latitante e le consegni alla polizia, senza essere egli stesso denunciato: chi ha a che fare con un “brigatista in libertà” dovrebbe denunciarlo, ma i preti sono al di sopra di questa legge, e lo si dà per scontato.
  2. Martini esige dai due neogenitori che i figli abbiano una educazione cristiana. Il diavolo in cambio di favori pretendeva, dicono, l’anima del favorito, Martini, in cambio del suo favore ai genitori vuole l’anima dei loro figli (però lo fa “serenamente”).

È la chiesa dei gesuiti, della doppia morale, del potere indiretto, quella che ha cominciato mandando al rogo Giordano Bruno e che termina oggi con Bergoglio. È un ottimo avversario per il nuovo movimento comunista, e per il movimento comunista italiano in particolare, che imparando a sconfiggere questo nemico trarrà insegnamenti importanti e farà un gran servizio a tutta l’umanità.

La Carovana del (nuovo)PCI e la dissociazione

La battaglia contro la dissociazione fu ampia e determinata, e venne diretta dal Coordinamento dei Comitati contro la Repressione, il primo degli organismi della Carovana del (nuovo)PCI. Servì a porre un argine alle deriva. Diede un punto di riferimento ai molti giovani, compreso me che scrivo queste parole, che rischiarono di rimanere incantati dal canto di sirena della dissociazione da parte di professori e preti di sinistra.

Fu un buon punto di partenza per la Carovana, un atto di nascita decisivo per quello che oggi è un partito comunista di nuovo tipo e per l’elaborazione della concezione comunista del mondo che lo rinsalda e lo lancia in avanti.

Il libro pubblicato dal Coordinamento, Il proletariato non si è pentito, costituì un bastione, e ancora oggi è il libro di storia migliore per conoscere quegli anni. Fu lo Stato a riconoscerne l’importanza, dato che mise in prigione quelli che lo avevano prodotto. Il P. CARC, lo scorso anno, ha ripubblicato questo libro e ne ha fatto presentazioni in più città d’Italia. Altre ne organizzeremo, per portare chiarezza sulla storia passata e forza e fiducia per la costruzione della storia futura, e per riprendere in mano lo strumento della lotta contro la repressione, che oggi conduciamo a sostegno dei compagni e delle compagne del Partito dei CARC sotto processo a Milano, a Sesto s. Giovanni, a Reggio Emilia, a Massa, a Firenze, a Pistoia, a Roma, a Napoli e in decine di altri posti.

Le droghe

La questione viene trattata perché all’inizio della storia narrata nel libro, all’inizio degli anni ’70, Pasquale Abatangelo, il fratello Nicola e anche Anna facevano uso di droghe. Il collettivo del GTA ha discusso la questione e uno dei suoi membri chiede a Pasquale come ne sono usciti e perché. Il compagno parla del movimento hippy che all’inizio li coinvolse: era una forma di ribellione che includeva la passione per la musica e per le droghe. Loro pensavano che l’uso delle droghe facesse sperimentare forme di vita diverse. Oggi, dice, l’uso della droga è più segno di disperazione.

Hanno smesso quando hanno compreso che estraniarsi non era giusto né possibile. Bisogna affrontare il problema, abbracciare la lotta di classe, dice. Chi si droga non è affidabile. Questo vale anche oggi, che ci sono ragioni in più per lottare perché le condizioni di oggi sono peggiori di quelle in cui vissero loro.

Un altro compagno del GTA torna sull’argomento chiedendo loro se le droghe erano viste da loro come modo per capire la realtà o se le prendevano solo per noia. A lui risponde il compagno del Centro di Formazione. È vero che all’epoca parecchi fecero uso di droghe pensando con ciò di vedere cose che normalmente non si vedono, di allargare le porte della percezione, come diceva un libro di Aldous Huxley, il cui titolo fu ripreso dai Doors, il gruppo guidato da Jim Morrison. Credevano di potenziare il loro pensiero. In realtà si va poco avanti pensando di potenziare il pensiero a livello individuale. Il nostro pensiero si potenzia quando diventa pensiero di un organismo collettivo, quando noi siamo il partito che pensa. Allora effettivamente, aggiungo qui, abbiamo mille occhi, come dice la poesia di Brecht.[14]

I figli dei comunisti e delle comuniste

Donatella Zotta, indagata per legami con le organizzazioni comuniste combattenti e rifugiata a Parigi, nel 1982 ebbe una figlia, Gaia, che è qui oggi, con le sue tre figlie. Gaia chiede delle problematiche che comporta essere compagne che combattono per la rivoluzione socialista e madri. Pasquale Abatangelo risponde che questa è stata una problematica importante nelle BR. Nel caso suo, la moglie Anna fu consapevole dall’inizio e della via che lui voleva intraprendere e percorrere, e comunque decise non solo che gli sarebbe stata accanto, ma anche che voleva avere figli.

I figli dei combattenti e delle combattenti comuniste hanno pagato un prezzo duro: alcuni ne sono usciti bene, altri meno, dice Pasquale Abatangelo. Il compagno del CdF che gli siede accanto aggiungerà che questo non è casuale. Quanto più chi combatte è legato alle masse popolari e coerente con il percorso intrapreso, tanto più dalle masse popolari avrà rispetto e sostegno. Così avviene per i figli dei combattenti dei movimenti di liberazione nazionale, come ad esempio in Palestina, ma anche nel movimento comunista del nostro paese. Il compagno ricorda il caso di Teresa Noce, che passò quasi trent’anni della sua vita lontano dai figli, che vivevano a Mosca, e i figli la ricordano come la miglior madre che potessero avere. Quanto meno chi combatte è legato alle masse popolari tanto minore sostegno, invece, avranno i suoi figli, che sono in terreno nemico, che frequentano scuole gestite dallo stato nemico.

È uno stato feroce, che dietro l’apparenza di una normalità di democrazia e benessere dove ciascuno ha diritto a essere felice nasconde una violenza subdola, che colpisce in ciò che uno ha di più intimo e caro, di nascosto, per cui chi è colpito, chi magari perde la salute mentale o la vita, pare sia per incidente, per cause naturali, o per colpa sua. Anche contro questo, e non solo contro la repressione aperta devono ferrarsi i comunisti e le comuniste di tipo nuovo che si addestrano e si schierano per farla finita contro questo regime putrefatto che governa il paese. Devono imparare a gestire le relazioni personali, con i familiari, con le persone che amano, avere non solo idee ma anche sentimenti di tipo nuovo. Ben vengano quindi le domande di Gaia Zotta, e le riflessioni che suscitano.

Solidarietà con i prigionieri rivoluzionari e contro la repressione

Ulisse, nel saluto alla presentazione del libro tenuta a Reggio Emilia, dice:

Quelli che furono membri delle Organizzazioni Comuniste Combattenti sono nella posizione più favorevole per spiegare che la rivoluzione socialista è possibile oltre che necessaria, che essi furono sconfitti per i loro limiti nella comprensione della linea da seguire, che erano peraltro limiti di tutto il movimento comunista. Questo è il principale contributo che possono dare alla lotta in corso oggi. Noi con la nostra solidarietà dobbiamo sostenerli perché essi adempiano oggi a questo compito e facciano la loro parte nella lotta in corso.

Per questo chiamo ognuno di voi a essere solidale e a promuovere tra le masse la solidarietà con i rivoluzionari prigionieri. La solidarietà con i rivoluzionari prigionieri rafforza tutti noi. È una manifestazione del legame fraterno che unisce tutti quelli che lottano con dignità e coerenza contro il catastrofico corso delle cose che la borghesia imperialista impone nel mondo.

Anche oggi a Gratosoglio dichiariamo la solidarietà con i rivoluzionari prigionieri, per bocca di Pasquale Abatangelo  e della moglie di Nino Cacciatori, che è qui stasera. Nino Cacciatori, morto alcuni anni fa, fu in cella con Pasquale, e insieme facevano fronte alla brutalità delle squadre di picchiatori stipendiati dallo Stato per massacrare i proletari, gente della specie di quelli che oggi sono nel VII Reparto Mobile della Polizia di Bologna. Il sito Vigilanza democratica ha il merito di indicarne abusi e crimini e di esigerne lo scioglimento. Per questo la compagna Rosalba Romano, che lo dirige, è sotto processo.[15]

La guerra civile è guerra di liberazione

Pasquale Abatangelo chiude al modo in cui ha chiuso a Reggio Emilia: segnala come questo libro è stato ignorato dalla cultura borghese. Per farsi ammettere in quel contesto, dice, bisogna dichiarare il “pentimento per le vittime innocenti” della lotta armata. Nel conflitto degli anni ’70, dice, non ci furono vittime, ma caduti in una guerra civile a bassa intensità. Vittime innocenti furono quelle delle stragi di Stato. Chiude ricordando i caduti nella guerra quali Mara Cagol, uccisa dopo la resa, e gli uccisi in via Fracchia, a Genova, dai carabinieri del generale Dalla Chiesa, Anna Maria Mantini, che erano disarmati. Quelli che i militanti delle BR colpirono e fecero cadere erano uomini che a loro volta colpivano, e non solo con le armi, ma con le sentenze, o con la penna.

È stata effettivamente una guerra civile, aggiungo io. Nei corsi sul Manifesto programma noi docenti diciamo che per la terza volta in Italia la classe operaia si è confrontata con la borghesia sul terreno della guerra civile, la prima volta durante l’occupazione delle fabbriche tra il 1920 e 1921, la seconda durante la Resistenza contro il nazifascismo. Le Brigate Rosse si gettarono nello scontro mostrando di non temere la guerra civile che la borghesia scatena per difendere il proprio modo di produzione. Noi dobbiamo fare tesoro del loro insegnamento, e imparare e insegnare alle masse popolari a non temere  la guerra civile, perché, così come fu anche la Resistenza, la guerra civile è guerra di liberazione.

Le storie che Pasquale Abatangelo e Prospero Gallinari raccontano

Le storie che i compagni raccontano delle loro vite sono belle, oltre che utili. Sono utili perché forniscono spunti e appigli per il bilancio dell’esperienza, e belle sono per la spontaneità che sta in queste pagine, la spontaneità del movimento di cui sono stati parte. La si vede già dai titoli dei libri, uno scritto da chi corre inseguito dalla polizia e pensando ad Anna, uno scritto da un contadino che si ritrova nella metropoli. Sono come uno di noi, con la polizia che ci rincorre, che tortura e uccide, con una polizia come quella del VII reparto mobile di Bologna, oppure sperduti nella metropoli, anche se contadini non siamo e magari in quella metropoli siamo nati.

Pasquale Abatangelo continua a correre su è giù per il paese con il suo libro, mentre la corsa di Prospero Gallinari è terminata.[16] Al suo funerale hanno detto anche, però, che “la rivoluzione è un fiore che non muore”. Il fiore infatti non muore, ma diventa qualcos’altro, diventa frutto, e nella rivoluzione che farà dell’Italia un nuovo paese socialista vivono anche, tra gli altri, Gallinari e Anna Abatangelo.

Il fatto che non crediamo nell’aldilà dei cattolici, il fatto che non ci interessa essere ricordati oltre la morte per il contributo che abbiamo dato alla causa, non significa che per noi la vita cessa con la morte. La vita continua in ciò che abbiamo fatto. Cureremo però anche il ricordo, perché è educativo, nell’Italia che stiamo costruendo, dove le vie e le piazze avranno i nomi di chi ha combattuto per la causa del comunismo.

Onore ai compagni e alle compagne che sono caduti!

Libertà per i rivoluzionari ancora imprigionati nelle carceri del regime!

Facciamo dell’Italia un nuovo paese socialista!

Per il Centro di Formazione del P.CARC

Paolo Babini

NOTE

[1] Edizioni DEA Press, Firenze, 2017.

[2] Un contadino nella metropoli, Bompiani, Milano, 2006.

[3] In http://www.carc.it/2017/12/18/reggio-emilia-la-presentazione-della-autobiografia-di-pasquale-abatangelo-alla-festa-della-riscossa-popolare-di-reggio-emilia/

[4] “Paesi imperialisti” è il termine scientifico per indicare quelli che comunemente vengono chiamati “paesi ricchi”. Il termine serve, tra le altre cose, a capire che questi paesi traggono la loro ricchezza dallo sfruttamento e dalla oppressione di altri paesi. Serve a distinguerci dai Salvini e dai razzisti e fascisti come lui. Ricordiamo i leghisti della prima ora, che dicevano che la ricchezza del nord dipendeva dal fatto che al nord si lavora, mentre al sud si passa la giornata a perder tempo. Serve anche a distinguerci dai preti di vario genere, secondo i quali la ricchezza e la povertà sono condizioni decretate da dio ed eterne. L’Italia è un paese imperialista.

[5] Natura, cause e soluzioni di questa crisi sono spiegate nell’Avviso ai Naviganti n. 8 del (nuovo)PCI, in http://www.nuovopci.it/dfa/avvnav08.html. I membri delle BR P. Gallinari, F. Lo Bianco, F. Piccioni, F, Seghetti accennano a questa crisi in una Autointervista pubblicata nel numero 25-26 de Il bollettino del Coordinamento dei Comitati contro la Repressione, del marzo 1987 (p. 32).

[6] Nessuno è ancora riuscito a fare la rivoluzione socialista in un paese imperialista, e perciò bisogna scoprire come si fa. In questo senso si devono esplorare terre nuove.

[7] Nell’Autointervista citata in nota 5, come detto sopra, si parla della crisi ma come accenno.

[8] Giuseppe Maj editore, Milano, 1983.

[9] “E’ crisi di sovrapproduzione assoluta di capitale, che si protrae da oltre un decennio.” (Politica e rivoluzione, p. 182)

[10] “…chiunque si ponga seriamente il problema della rivoluzione non può fare  a meno di interrogarsi sulla possibilità di successo della rivoluzione in un solo paese industrializzato [cosa che] presuppone una scientificità della progettualità rivoluzionaria infinitamente superiore a quella che ha consentito la vittoria del passato e del presente non-metropolitano [intendono le vittorie del movimento rivoluzionario dei paesi oppressi, N. d. R.]]

[11] In http://www.nuovopci.it/scritti/cristof/indlibr.htm

[12] http://www.carc.it/2018/02/02/milano-correvo-pensando-ad-anna-a-gratosoglio-e-il-saluto-del-npci/.

[13] Questo può risultare strano visto che è detto da filosofi, che dovrebbero insegnarci a pensare, e da elementi che traggono denaro insegnando come professori nelle scuole. Non è strano se pensiamo che il denaro che guadagnano è per insegnarci cose sbagliate, per farci deviare dalla strada giusta, per farci perder tempo e rovinarci con le nostre stesse mani, per seminare tra le file del proletariato ignoranza e disperazione.

[14] Lode del Partito:

Chi è uno ha due occhi

il Partito ha mille occhi.

Il Partito vede sette stati,

chi è uno vede una città.

Chi è uno ha la sua ora

ma il Partito ha molte ore.

Chi è uno può essere distrutto

ma il Partito non può essere distrutto,

perché è l’avanguardia delle masse

e conduce la sua lotta

con i metodi dei classici, che son sorti

dalla conoscenza della realtà.

[15] L’Agenzia Stampa del Partito dei CARC (www.carc.it) riporta, a partire dal 24 gennaio, numerosi comunicati e prese di posizione sul processo a Rosalba Romano. Il (nuovo)PCI fornisce interessanti dettagli sulla relazione tra VII reparto mobile, l’attività criminale della cosiddetta “Uno bianca”,  e la lega di Salvini http://www.nuovopci.it/dfa/avvnav79/avvnav79.html.

[16] Prospero Gallinari è morto il 14 gennaio del 2013, a Reggio Emilia.

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