Lettera di Michele, simpatizzante di Potere al Popolo

Rilanciamo a seguire la lettera di Michele, un compagno campano, che ha partecipato a una riunione di Potere al Popolo a Napoli dalla quale è uscito con una serie di dubbi che ha deciso di scriverci. Ringraziamo tanto il compagno per l’occasione che ci dà di approfondire tali aspetti e lo invitiamo ad utilizzare il canale dell’Agenzia Stampa del Partito dei CARC anche in futuro.
Quello che scrive il compagno è un ragionamento che ci permette di entrare nel vivo di alcune questioni decisive per la campagna elettorale in corso. Abbiamo sintetizzato le questioni che il compagno pone in tre domande (la lettera completa è in appendice) così da semplificare la trattazione e arrivare dritti al punto. Tentiamo quindi di rispondervi brevemente e in maniera esauriente.

Cosa può fare la lista “Potere al Popolo” in campagna elettorale?
Prima di ragionare su cosa può fare una lista elettorale che si vuole porre in rottura con le larghe intese, qual è Potere al Popolo, dobbiamo comprendere dove vogliamo arrivare. Il fatto che Michele guardi al socialismo e alla costruzione della rivoluzione socialista è aspetto decisivo da cui partire. Per arrivare a quell’obiettivo, su cui entreremo nel merito nella domanda successiva, bisogna affermare un principio: l’unica forza realmente in grado di cambiare il corso delle cose e imporre nel paese un nuovo regime politico è quella rappresentata dalla classe operaia organizzata e dalle masse popolari organizzate. Le masse popolari saranno capaci di fare dell’Italia un nuovo paese socialista se saranno guidate da un Partito Comunista all’altezza dei suoi compiti, quest’ultimo aspetto però lo approfondiamo nella terza domanda. Affermato questo possiamo ragionare su quale sia la campagna elettorale che serve e cosa può fare la lista Potere al Popolo in questo senso.
Le elezioni sono un momento in cui la lotta di classe non si arresta, ovviamente, per cui vanno affrontate guardando gli interessi in campo: da un lato la borghesia che con le elezioni deve dare legittimità al suo sistema politico, dall’altro il campo delle masse popolari la cui parte più avanzata è composta da tutti quelli che si mobilitano, in varie forme e livelli di consapevolezza, per costruire un nuovo sistema politico. La lista elettorale Potere al Popolo può e deve schierarsi senza riserve con questa seconda parte, la cui caratteristica principale non è il fatto di denunciare l’infausto presente ma di costruire con la lotta e dal basso un futuro diverso.
Ha ragione Michele quando dice di vedere debole l’aspetto della prospettiva politica che va costruita in questo percorso. Nelle apparizioni pubbliche dei candidati di Potere al Popolo (Cremaschi, Carofalo, Aragno, Acerbo, ecc.) emerge una forte tendenza a fare denuncia, ad alimentare la delega e a schiacciarsi in sostanza sull’elettoralismo.
La linea più avanzata che si muove in Potere al Popolo è invece quella che mette al centro il rafforzamento e coordinamento delle lotte e degli organismi operai e popolari. È la linea di chi occupa una chiesa chiusa a Napoli per dare risposte concrete ai senza fissa dimora colpiti dall’emergenza freddo, di chi a Jesi si mobilita al fianco degli operai della New Holland o che si organizza nei quartieri per capire quali sono i lavori utili da fare con l’obiettivo di spingere le masse popolari a organizzarsi e a farlo. Questa linea più avanzata ha un unico limite: non si prefigge chiaramente l’obiettivo della costruzione del socialismo, non vede che le loro azioni e la loro mobilitazione sono esse stesse parte della rivoluzione socialista, non vedono che ci troviamo in una situazione rivoluzionaria in sviluppo e che la rivoluzione socialista è in corso.
I compagni come Michele si avvicinano a Potere al Popolo per questo tipo di esperienze e sono loro i protagonisti di quello che Potere al Popolo può rappresentare, anziché far scadere anche il dibattito interno in percentuali, numeri, seggi, voti da raccogliere da tizio o da caio. Quello che la lista Potere al Popolo può fare è esattamente avanzare con più convinzione sulla strada che la parte più avanzata al suo interno spinge a seguire. Deve essere chiaro che qualunque sia l’esito delle elezioni del 4 marzo, il progetto dei vertici della Repubblica Pontificia è un governo con il “pilota automatico” che segua la rotta tracciata dalla Comunità Internazionale e riversi sulla classe operaia e sulle masse popolari gli effetti della crisi generale del capitalismo, per cui la campagna elettorale che serve è una campagna elettorale che organizzi le masse popolari a un livello superiore e le rafforzi non che le illuda di avere un parlamentare in più in parlamento (non serve a nulla) o di poter costruire un partito attraverso le elezioni politiche.

Dopo il 4 marzo che si fa?
Anche questa è una domanda molto importante. Iniziamo anche qui da un principio: le elezioni sono la procedura attraverso cui i vertici della Repubblica Pontificia tentano di dare legittimità democratica e l’investitura del consenso popolare al loro sistema politico e ai loro governi. Per quanto riguarda le elezioni politiche del 4 marzo, il risultato per il quale i vertici della Repubblica Pontificia si adoperano è un governo di Larghe Intese. Hanno fatto una legge elettorale su misura per questo, ma per cercare di “cadere in piedi” qualunque sia l’esito delle urne hanno anche combinato le carte.
Per questo il proposito di invertire il corso delle cose attraverso la partecipazione alle elezioni è illusorio e frustrante per chi lo coltiva e alimenta sfiducia nei confronti delle masse popolari, della loro capacità di “capire le cose”, di ribellarsi, di organizzarsi e di mobilitarsi.
La questione di fondo, dunque, non è chi vincerà le elezioni, che si formi o meno un governo amico delle masse popolari o che si costituisca una sponda politica delle lotte in Parlamento. La questione decisiva è promuovere la mobilitazione e l’organizzazione della classe operaia e delle masse popolari nella lotte quotidiana che conducono contro gli effetti più gravi della crisi. Quello che serve, quindi, non è un delegato nel parlamento borghese e nemmeno un governo “meno peggio” costituito con le elezioni politiche; quello che serve è una scuola pratica in cui imparare a prendere in mano i territori, a imporre la propria governabilità dal basso e che ponga le basi per avanzare nella costruzione della rivoluzione socialista.
Le nuove autorità di questo governo saranno quei comitati e quegli organismi operai e popolari che faranno valere la propria forza e faranno ingoiare il proprio volere ai padroni: sono gli esempi del Comitato Vele e del Comitato San Gennaro di Napoli, della Rational di Massa e di tutte le realtà che fanno valere il principio che “non sono i padroni ad essere forti, sono le masse popolari che ancora non fanno valere la loro forza”.
L’esperienza di Potere al Popolo deve servire a rafforzare esperienze come queste fornendo a ognuna di esse ulteriori strumenti per radicarsi sul territorio, a metterla in contatto con altri organismi operai e popolari per svilupparne il coordinamento, ad elevare la coscienza di chi vi partecipa. Se servirà a questo scopo, avrà reso un buon servizio per avanzare realmente nella costruzione di un potere popolare, a costruire quei rapporti di forza senza i quali anche il miglior programma in favore delle masse popolari è destinato a restare sulla carta, e ne gioveranno anche i risultati elettorali.
In questo senso le elezioni possono essere uno strumento per avanzare nella costruzione della rivoluzione socialista, diversamente non faranno altro che seminare sfiducia e sbandamento (quello che Michele segnala di aver vissuto).

Come si costruisce il Partito Comunista?
Il limite che Michele intravede nella retorica del “candidato che rappresenta le lotte” e del “partito che nasce dalle lotte” è giusto. Il Partito non si forma come la parte più avanzata della classe operaia in lotta. Questo è stato il percorso storico dei partiti comunisti dei paesi imperialisti. Da quando esiste il movimento comunista, si può dire, i comunisti dei paesi imperialisti sono caduti nell’errore di concepirsi solamente come la parte più avanzata del movimento degli operai.
Questo errore sorse spontaneamente dalle condizioni in cui il movimento comunista si sviluppò nei paesi imperialisti. I comunisti di questi paesi non se ne sono mai liberati nonostante le sollecitazioni del Partito di Lenin e di Stalin. Gramsci impostò un programma per superarla nel PCI e iniziò ad attuarlo dalla fine del 1923 quando l’Internazionale Comunista lo incaricò di dirigere il PCI, ma la sua opera fu stroncata dai fascisti arrestandolo e facendolo morire in carcere.
Il Partito Comunista si unisce sulla base della scienza. Si tratta di una scienza (la concezione comunista del mondo) particolare, quella con cui gli uomini e le donne fanno la loro storia. É grazie all’uso di questa scienza che arriviamo a fare il bilancio della prima ondata della rivoluzione proletaria mondiale, della natura della crisi del capitalismo, dell’analisi delle condizioni e forme della lotta di classe in corso, della tattica, strategia e della forma che il partito deve avere. Laddove la rivoluzione ha vinto il partito è stato costruito a partire da questi elementi, non da altro (vedi la costruzione del partito di Lenin a partire dai circoli di intellettuali che via via seppero legarsi al movimento operaio russo).
La classe operaia ha bisogno del partito comunista perché il ruolo del partito comunista non può essere assolto dalla classe nel suo complesso. Solo l’avanguardia della classe operaia si organizza nel partito. Nella guerra popolare rivoluzionaria, il partito comunista ha il compito strategico di essere il centro dell’aggregazione, della formazione e dell’accumulazione delle forze rivoluzionarie.
In Italia esiste questo partito, è il (nuovo) Partito Comunista Italiano della cui Carovana fa parte anche il Partito dei CARC. Per approfondire l’argomento invitiamo Michele e gli altri lettori della Staffetta Rossa a leggere La Voce 57, rivista a cadenza quadrimestrale e organo di stampa e propaganda ufficiale del (nuovo) Partito Comunista Italiano, scaricabile da questo link: http://www.nuovopci.it/voce/voce57/indvo57.html.
Per chiudere il punto, in conclusione, possiamo dire che se ragioniamo sulle elezioni politiche in corso è evidente come l’astensione crescente e la sfiducia indiscriminata verso tutti coloro che si candidano per “cambiare le cose dall’interno” siano dimostrazione del fatto che le masse popolari abbiano imparato a non credere alle promesse elettorali e a non affidarsi a scatola chiusa a chi si candida per rappresentare i loro interessi.
Questo non hanno capito, o non vogliono capire tutti quelli che animano, compongono e promuovono le numerose liste di “rottura a sinistra” (Potere al Popolo, PC di Marco Rizzo, Sinistra Rivoluzionaria). Questo aspetto Michele lo spiega bene nella sua lettera: il partito comunista all’altezza dei suoi compiti non nasce dalle lotte, non nasce dai parlamenti borghesi e non nasce nemmeno dalla lotta armata. La risposta che aggiungiamo noi è che il partito comunista si costruisce a partire dalla scienza e dalla concezione comunista del mondo.

***
Lettera di Michele su Potere al Popolo

Cari compagni dell’agenzia stampa del Partito dei CARC,
sono Michele, un compagno campano. Ho letto di recente un vostro articolo sulle elezioni e su Potere al Popolo (l’articolo è http://www.carc.it/2018/01/03/sulla-lista-potere-al-popolo/). Premetto che sono tra quelli che sostiene questa lista e che nel suo piccolo cerca di dare una mano ai compagni. Quello che avete scritto ha suscitato in me una serie di ragionamenti e devo dire che in gran parte li condivido.
La scorsa settimana mi sono recato per la prima volta a un’assemblea di Potere al Popolo a Napoli per capire come avrei potuto dare un contributo a quell’esperienza, oltre al mio voto e a quello di amici e parenti. Mi aspettavo di trovare compagni battaglieri, che inquadrassero la campagna elettorale come un ambito in cui sviluppare la lotta di classe, dargli visibilità e in cui si parlasse di socialismo e rivoluzione. Tutto questo non c’è stato.
Ho visto in quell’occasione compagni volenterosi e propositivi, come una dirigente dei disoccupati di Giugliano (credo si chiamasse Arianna), che diceva che queste elezioni devono servire a promuovere organizzazione e imparare a rapportarsi con le masse, ma anche alcuni compagni, anche più giovani di me, che concepivano la politica in un modo veramente vecchio. Sentire questi ultimi ragionare solo in termini di voti da prendere o del puntare a costruire l’ennesimo partito di sinistra alla Tsipras che deluderà tanta gente, mi ha un po’ destabilizzato.
Sono uscito dall’assemblea con le idee confuse. Mi ero anche preparato un piccolo intervento in cui parlare di questo ma non sono riuscito (credo di aver perso l’abitudine o il coraggio a parlare in pubblico) a esprimere quei concetti che mi sembravano semplici e scontati. Devo dire che la cosa mi ha un po’ scoraggiato. Si è parlato troppo di aspetti tecnici, di quanti voti bisogna raccogliere in ciascun comune e si è badato poco alla sostanza di quello che questa esperienza rappresenta per tanti compagni di una certa età come me: tornare a parlare di rivoluzione.
In quell’occasione sono rimbombate due domande molto forti. La prima chiedeva candidamente “ma dopo il 4 marzo che si fa?”; la seconda chiedeva invece “cosa fare in campagna elettorale?”
Mentre ragionavo su questi aspetti ho pensato a quello che avevo letto in un vostro articolo (chiedo scusa se non ne ricordo il titolo) e ho capito che stavo sbagliando angolazione. Il punto non è chi votare alle prossime elezioni, sia esso Potere al Popolo o il Movimento 5 Stelle, il punto è rendere protagonisti di questa campagna elettorale i comitati e le organizzazioni popolari dei vari territori, farli connettere tra loro, fargli guardare una prospettiva unitaria e l’idea di essere loro a dover prendere in mano il governo del nostro paese.
Questo mi ha fatto capire anche meglio come guardare all’esperienza di Potere al Popolo. Questi compagni stanno facendo un lavoro importante nel mettere in relazione esperienze di lotta e resistenza popolare come i NO TAV, i NO TAP e i vari comitati e organismi simili. Il punto debole è la prospettiva. È troppo vaga. Dire vogliamo “andare oltre il 4 marzo” senza indicare a fare cosa, è un limite su cui questi compagni devono interrogarsi.
L’idea che mi sono fatto è che nella testa di molti di loro l’obiettivo sia quello di costruire un partito che parta dalle lotte e dalla rappresentanza istituzionale. Se quello che i compagni vogliono costruire è il Partito Comunista, l’esperienza mi dice che un partito che si costruisce su queste basi non ha gambe lunghe (cito ad esempio esperienze fallimentari come PRC, PdC e perfino le BR), sarei curioso di sapere da voi cosa ne pensate in merito.
Spero che questa lettera riceva una risposta e che possa servire in qualche modo anche ai compagni giovani (e meno giovani) che stanno portando avanti l’esperienza di Potere al Popolo, esperienza in cui ancora mi sento di prendere parte ma con uno spirito diverso: non voglio che si sciupi l’ennesima occasione e che l’esperienza si limiti al tentativo di mandare “quelli che vengono dalle lotte” in parlamento, perchè è una minestra che abbiamo già assaggiato e ci è andata indigesta.

Vi auguro buon lavoro e confido in una vostra risposta.
Saluti comunisti, Michele

Scrivi

La tua email non sarà pubblicata

*