Creare 10, 100, 1000 organizzazioni operaie e organizzazioni popolari che attuano da subito le misure necessarie a fare fronte agli effetti della crisi

Le elezioni sono la procedura attraverso cui i vertici della Repubblica Pontificia tentano di dare legittimità democratica e l’investitura del consenso popolare al loro sistema politico e ai loro governi frutto di accordi sottobanco, regolamenti di conti e guerra per bande fra le varie fazioni che li compongono.

Per quanto riguarda le elezioni politiche del 4 marzo, il risultato per il quale i vertici della Repubblica Pontificia si adoperano è un governo di Larghe Intese. Hanno fatto una legge elettorale su misura per questo, ma per cercare di “cadere in piedi” qualunque sia l’esito delle urne hanno anche combinato le carte (le coalizioni). È una manovra che neppure si preoccupano di nascondere all’opinione pubblica e che anzi è apertamente sostenuta da eminenti esponenti della Comunità Internazionale (come Moscovici, vicepresidente della Commissione europea e commissario UE agli Affari economici) e da prestigiosi istituti di ricerca internazionali. Ne parla un articolo, fra i molti pubblicati dalla stampa borghese nelle ultime settimane, del Fatto Quotidiano on line del 19 gennaio (Elezioni, “i mercati tifano larghe intese. Vittoria M5s scenario peggiore. Ma le promesse di tutti i leader aumentano debito”). L’articolo riporta: “I dati contenuti nei due report sul voto italiano condotti dagli analisti di Credit Suisse e di Citygroup auspicano un parlamento ‘sospeso’, cioè senza che nessuna coalizione riesca ad ottenere la maggioranza. Un governo sostenuto da Forza Italia al PD con Gentiloni premier. Oppure la vittoria del centrodestra. L’arrivo dei pentastellati a Palazzo Chigi? Anche con l’ipotetica impennata dei tassi di interesse sul debito pubblico gli investitori internazionali potrebbero stare tranquilli (…) Una coalizione anti sistema guidata dal M5S e con il sostegno della Lega è un evento di probabilità molto bassa: meno del 5%”.

Per essere ancora più chiari: qualunque sia l’esito delle elezioni del 4 marzo, il progetto dei vertici della Repubblica Pontificia è un governo con il “pilota automatico” che segua la rotta tracciata dalla Comunità Internazionale e riversi sulla classe operaia e sulle masse popolari agli effetti della crisi generale del capitalismo.

Nostre conclusioni: l’unica possibilità di invertire il corso delle cose è una rottura del sistema politico, un governo d’emergenza delle masse popolari organizzate. Una rottura che non può avvenire rispettando le leggi, le prassi, le regole e le consuetudini della classe dominante, che può avvenire solo tramite un’ampia mobilitazione delle masse popolari organizzate.

Il proposito di invertire il corso delle cose attraverso la partecipazione alle elezioni è illusorio e frustrante per chi lo coltiva e alimenta sfiducia nei confronti delle masse popolari, della loro capacità di “capire le cose”, di ribellarsi, di organizzarsi e di mobilitarsi. L’astensione crescente, la sfiducia indiscriminata verso tutti coloro che si candidano per “cambiare le cose dall’interno” con gli strumenti e le procedure proprie della classe dominante, sono dimostrazione del fatto che le masse popolari imparano dalla loro esperienza: hanno imparato a non credere alle promesse elettorali e a non affidarsi a scatola chiusa a chi si candida per rappresentare i loro interessi.

È quello che non hanno capito, o non vogliono capire, i partiti della sinistra borghese e coloro che vogliono “ricostruire il partito comunista” perseverando nelle tare e negli errori ideologici che hanno impedito alla sinistra del vecchio PCI di opporsi con successo al tracollo prodotto dall’opera dei revisionisti moderni: insomma tutti quelli che animano, compongono e promuovono le numerose liste di “rottura a sinistra” (Potere al Popolo, PC di Marco Rizzo, Lista del Popolo di Ingroia e Chiesa, Sinistra Rivoluzionaria). Mentre scriviamo questo articolo, è in corso la raccolta di firme per la presentazione delle liste e non sappiamo se tutte saranno effettivamente presenti sulla scheda elettorale, ma il discorso è valido sia nel caso che tutte si presentino, sia nel caso se ne presentasse anche solo una:

– se non supereranno lo sbarramento del 3%, la presentazione alle elezioni sarà stata “un’avventura dall’esito negativo”: tuttavia una parte dei promotori – quella più legata alle masse popolari – se trarrà un giusto bilancio, potrà farne tesoro per elevare il suo ruolo nella lotta di classe in corso, mentre un’altra parte – quella più influenzata dalle concezioni della sinistra borghese – uscirà ancora più sfiduciata, “allo sbando” e incattivita con le masse popolari che “non capiscono”;

– se supereranno lo sbarramento del 3% ed eleggeranno alcuni deputati e senatori, la reale capacità di incidere sul corso politico del paese di quella piccola pattuglia di eletti sarà nulla in termini di riforme immediate a vantaggio delle masse popolari, stante la situazione politica generale (vedi l’Editoriale a pag. 1) e in termini di contributo alla mobilitazione popolare a causa della mentalità elettoralista degli eletti. Ci sono esempi molto chiari nel recente passato – Francesco Caruso, eletto nelle file del PRC alla Camera, in carica dal 2006 al 2008, in un contesto in cui la sinistra borghese era pure più forte – e ci sono esempi contemporanei: da Eleonora Forenza, eletta al Parlamento Europeo nella lista l’Altra Europa con Tsipras nel 2014 ad Antonio Boccuzzi, uno degli operai scampato al rogo della ThyssenKrupp di Torino, eletto deputato nel 2008 e poi nel 2013 nella lista del PD; dalla numerosa pattuglia di esponenti del M5S eletta nel 2013 in Parlamento a Giovanni Barozzino, uno dei tre operai della FCA di Melfi licenziati da Marchionne, eletto senatore nel 2013 nella lista di SEL.
Dopo il 4 marzo la campagna elettorale sarà finita, le promesse saranno dimenticate e i buoni propositi messi nell’armadio. Resteranno invece i problemi e le contraddizioni prodotte dalla crisi: la disoccupazione e la precarietà del lavoro, gli incidenti e i morti sul lavoro, il maltrattamento di immigrati e rifugiati, il degrado dei quartieri urbani e delle relazioni sociali, le violazioni delle parti progressiste della Costituzione, la devastazione ambientale, lo smantellamento della sanità e della scuola pubblica. Ma resteranno anche le organizzazioni operaie e le popolari disseminate in tutto il paese, la loro mobilitazione: la loro iniziativa e il loro orientamento (cioè quello che fanno e quello che pensano) è e sarà l’aspetto decisivo.

La questione di fondo, dunque, non è chi vincerà le elezioni, che si formi o meno un governo amico delle masse popolari o che si costituisca una sponda politica delle lotte in Parlamento ma in quali condizioni e da quali posizioni si svolgerà la lotta contro gli effetti della crisi, i governi della Repubblica Pontificia, le loro ricette e le loro “riforme”; in quali condizioni e da quali posizioni promuoveremo la mobilitazione e l’organizzazione della classe operaia e delle masse popolari per imporre un loro governo di emergenza e per avanzare nella rivoluzione socialista.

Di seguito pubblichiamo esempi piccoli e grandi, in certi casi sono iniziative promosse da noi, in altri sono iniziative prese da organismi di base; offriamo spunti per fare (e far fare) di questa campagna elettorale la più ampia e capillare mobilitazione per creare le condizioni necessarie alla costituzione del Governo di Blocco Popolare (GBP):

– propagandare l’obiettivo del Governo di Blocco Popolare fino a che la sua costituzione diventi la sintesi consapevole delle aspirazioni delle organizzazioni operaie e delle organizzazioni popolari e lo strumento per realizzarle. Ognuna di esse può realizzare o almeno avanzare con ragionevoli prospettive di successo verso la realizzazione del suo obiettivo particolare solo se nel paese si costituisce il GBP;

– moltiplicare e rafforzare (politicamente e organizzativamente) a ogni livello le organizzazioni operaie e popolari, la loro azione e la loro iniziativa per farle operare come nuove autorità pubbliche;

– promuovere il coordinamento delle organizzazioni operaie e popolari (reti territoriali e reti tematiche a livello di zona, provincia, regione o dell’intero paese);

– promuovere la mobilitazione fino a rendere il paese ingovernabile dal basso a ogni governo emanazione del Vaticano, dei padroni, dei ricchi, delle organizzazioni criminali, degli imperialisti USA e succube del sistema imperialista mondiale.

Cosa vuol dire assumere il ruolo di nuova autorità pubblica?
Napoli è la città in cui, per condizioni storiche e condizioni contingenti, il livello di organizzazione e mobilitazione delle masse popolari è sviluppato più che in altre parti del paese. Per questo motivo fra le organizzazioni popolari che operano in città, alcune sono portatrici di esperienze esemplari.
Riprenderemo nei prossimi mesi l’esperienza del Comitato Vele di Scampia (NA). Qui riportiamo solo un esempio molto utile per vedere nella pratica cosa significa agire da nuova autorità pubblica.
L’abbattimento delle Vele (gli enormi palazzi di edilizia popolare che sono stati per decenni il simbolo del degrado e dello stato di abbandono a cui le autorità e le istituzioni della Repubblica Pontificia obbligano le masse popolari) ha comportato la necessità di dare una degna abitazione agli abitanti del quartiere. Un quartiere fortemente caratterizzato dalla disoccupazione e dalla presenza delle organizzazioni criminali. Il Comitato Vele, un’organizzazione popolare nata per costruire un’alternativa al degrado e allo stato di abbandono con una storia ultra trentennale, in virtù del legame con le masse popolari costruito nel tempo e alla credibilità e fiducia di cui gode, ha avviato una mobilitazione che combina il controllo popolare sull’operato di autorità e istituzioni con la mobilitazione diretta per assegnare le case (già costruite, ma ancora non assegnate per questioni burocratiche) e per contrastare la disoccupazione (lotta per un lavoro utile e dignitoso).

Un organismo popolare che esiste e lotta da più di 30 anni ha affrontato decine di campagna elettorali. Ai suoi promotori, ai suoi attivisti e alle masse popolari legate al Comitato sono state rivolte decine e centinaia di promesse, buoni propositi, impegni solenni… al punto che l’intero organismo ha abbastanza esperienza per non cadere nelle sirene della campagna elettorale e per “passare all’attacco”. Per evitare speculazioni e favoritismi ha steso un piano di assegnazione dal basso delle nuove case e ha dichiarato l’intenzione di occuparle in massa, a fronte delle titubanze e delle lungaggini burocratiche, che, oltre a bloccare l’assegnazione delle case, rallentavano l’elaborazione di un piano urbanistico per il quartiere. Hanno dunque preso un’ulteriore iniziativa: il Comitato stesso ha scritto il piano urbanistico e lo ha imposto alla Commissione e alla Giunta Comunale, ha scavalcato iter, procedure, tempi e modi. Il 22 gennaio il piano sarà approvato anche dal Consiglio Comunale di Napoli, che del resto non ha scelta. Se non lo approva sarà il Comitato stesso a tradurlo in pratica, attraverso le forze e il sostegno fra le masse popolari che ha raccolto combinando la lotta rivendicativa con la mobilitazione per diventare esso stesso l’autorità di cui c’è bisogno per fare fronte ai problemi delle masse popolari, conformemente ai loro interessi: una nuova autorità pubblica.

Quale lista sostenere?
Il Coordinamento Campano per la Salute raccoglie i comitati di lotta per la salute pubblica e per l’applicazione dell’articolo 32 della Costituzione presenti su tutto il territorio campano. In periodo elettorale al suo interno si è sviluppata una discussione: quale lista sostenere? Accettare o meno le proposte di candidatura ad attivisti del Comitato (pervenute, ad esempio, da parte dei promotori di Potere al Popolo)? Fare finta di niente e “aspettare che le elezioni passino”?
Posizioni diverse, in una discussione che ha certamente dei tratti comuni con quelle che, nello stesso periodo, sono avvenute in molti comitati, coordinamenti, organismi popolari.
La posizione su cui il Coordinamento campano ha trovato unità di vedute e di azione è di non sostenere unicamente e non legarsi direttamente ad alcuna lista in particolare: “le elezioni sono un momento importante di attenzione e dibattito politico, sarà importante approfittare dei sommovimenti elettorali per sviluppare le attività del Coordinamento. Avere le mani libere, intervenire nelle assemblee e nei dibattiti pubblici che si terranno durante la campagna elettorale sollecitando tutte le liste e i candidati a sostenere il coordinamento nella pratica, nelle lotte in difesa della salute pubblica ci permette di ribaltare la questione: non ‘che lista sosterrà il comitato?’, ma verificare, mobilitare e attivare tutti i candidati, i sostenitori e i votanti di ogni lista a sostenere la lotta per una battaglia comune, che non può e non deve diventare ambito di concorrenza elettorale o appannaggio di una singola lista” dice un attivista di Napoli.

Come si usa la campagna elettorale per rafforzare gli organismi popolari?
Riportiamo l’intervento, breve ma molto chiaro, che un nostro compagno ha fatto a un’assemblea di Potere al Popolo (PaP) a Milano: “Sono Mattia, membro del P.CARC e di Gratosoglio Autogestita. Faccio un intervento che parte dalla pratica, dall’esperienza della lista disoccupati e precari che abbiamo costruito a Gratosoglio dentro GTA. Partendo dalla nostra condizione di disoccupati ci siamo organizzati per lottare per il lavoro e per creare una rete di solidarietà in quartiere da cui far uscire piccoli lavori per gli iscritti alla lista. Abbiamo attivato uno sportello dove raccogliere le adesioni e trovato la nostra principale forma di lotta nello sciopero al contrario: fare lavori utili al quartiere dimostrando che lavoro ce n’è, disoccupati disposti a farlo anche, manca la volontà politica di impiegare risorse a questo scopo. Negli ultimi mesi abbiamo allargato la platea dei nostri referenti oltre i disoccupati, cercando di coinvolgere tutto il quartiere: abbiamo diffuso dei questionari per comprendere quali fossero le problematiche più sentite dagli abitanti e ne abbiamo ricavato un primo programma da presentare agli abitanti per mobilitarli ad attuare la parola d’ordine di riqualificare il quartiere creando nuovi posti di lavoro utili e dignitosi e da portare nelle varie istituzioni per imporgli di schierarsi e prendere le misure che indichiamo o assumersi pubblicamente la responsabilità di non farlo.

Ecco, l’esperienza di PAP deve servire a rafforzare esperienze come questa, delle numerose organizzazioni operaie e popolari presenti nel nostro paese, a fornire a ognuna di esse ulteriori strumenti per radicarsi sul territorio, a metterla in contatto con altri organismi operai e popolari per svilupparne il coordinamento, ad elevare la coscienza di chi vi partecipa. Se servirà a questo scopo, avrà reso un buon servizio per avanzare realmente nella costruzione di un potere popolare, a costruire quei rapporti di forza senza i quali anche il miglior programma in favore delle masse popolari è destinato a restare sulla carta, e ne gioveranno anche i risultati elettorali. Se si appiattirà su posizioni elettoraliste, sulla scelta dei candidati e della raccolta delle firme, non potrà che uscire sconfitto nei suoi propositi e contribuirà a seminare illusioni, sfiducia e rassegnazione. Perché i punti del programma che PaP presenta sono tutti giusti, ma senza la mobilitazione delle masse popolari non possono essere realizzati e il programma rimane una lista di “giuste ambizioni”: lo dimostrano tutte le esperienze precedenti che hanno percorso la via elettoralista, ultima quella di Tsipras in Grecia.
Quindi: facciamo della campagna elettorale campo di organizzazione e coordinamento delle masse popolari.

 

Prendere l’iniziativa!
A novembre la Sezione di Napoli Est del P.CARC ha effettuato un volantinaggio all’istituto Curie, una scuola superiore di Ponticelli, per fare inchiesta su quali fossero le principali problematiche all’interno dell’istituto. Molti dei ragazzi hanno sottolineato che a pochi passi dalla scuola c’è una discarica abusiva che, sospettano, contiene rifiuti tossici e amianto, da cui provengono spesso fumi maleodoranti. Più volte la scuola ha segnalato alle autorità (Regione e ASL) la presenza della discarica, ma non c’è stata nessuna risposta.
Un nostro compagno, lavoratore della società partecipata ARPAC Multiservizi (Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale in Campania) che è responsabile del servizio di vigilanza ambientale, ha mobilitato direttamente alcuni lavoratori della società affinché ispezionassero la discarica e ne verificassero la tossicità. L’ispezione è avvenuta, a dimostrazione di come il farla o meno fosse una questione di volontà e non di possibilità, ma il direttore dell’azienda lo ha contattato e ripreso perché prima di procedere con l’ispezione avrebbe dovuto aspettare l’autorizzazione (che sarebbe arrivata chissà quando, forse) e ha proibito che in futuro vengano prese iniziative simili. La questione è ancora aperta: oltre all’istituto Curie, in zona ci sono altre scuole e molte abitazioni, i lavoratori ARPAC sono ben disposti a svolgere davvero il loro lavoro, ma la giusta iniziativa del nostro compagno, anch’esso lavoratore, è bloccata dai vertici aziendali. Se la battaglia rimane fra il singolo lavoratore che prende l’iniziativa e le istituzioni, è facile arrivare a concludere che si tratta di una battaglia persa. Se diventa ambito per promuovere l’organizzazione, il coordinamento di lavoratori, studenti, genitori, abitanti del quartiere è invece del tutto probabile che diventi un esempio e che si estenda.
Al di là del singolo caso, ciò che ci interessa mettere in evidenza è che gli appigli, le possibilità, le occasioni in cui e per cui promuovere la mobilitazione sono molteplici e basta che anche una sola persona prenda l’iniziativa per creare un terreno favorevole. Questo ha poco a che vedere con “i grandi temi della campagna elettorale” finché essi rimangono discorsi sospesi per aria, ma ha molto a che vedere sul come le masse popolari possono usare la campagna elettorale per imporre all’ordine del giorno i problemi concreti, reali, quotidiani e la mobilitazione per affrontarli e risolverli.


Per il dibattito franco e aperto, per la rinascita del movimento comunista
Abbiamo mandato ai partiti e aggregati che si definiscono comunisti l’invito a discutere su come usare la campagna elettorale per favorire la rinascita del movimento comunista e, allo stesso tempo, abbiamo promosso la discussione con la base di militanti, attivisti, candidati e sostenitori delle liste comuniste e di sinistra.
Le risposte sono state contraddittorie: i gruppi dirigenti tendono a fare orecchie da mercante, salvo poi prodigarsi in accorate dichiarazioni sulla necessità dell’unità dei comunisti (è il caso del PC di Marco Rizzo, per citarne uno, ma il discorso è molto diffuso); la base invece è più interessata e disposta a discutere.
Dai confronti che abbiamo avuto (e che continueremo ad avere) emerge un’idea comune a tanti compagni e compagne (del PC di Rizzo, ma anche di PaP): la campagna elettorale può essere uno strumento per unire e coordinare le lotte e, attraverso questo processo, favorire la costruzione di un partito comunista che sia appunto “avanguardia delle lotte”.

È una posizione, questa, che alimenta la concezione delle elezioni non come strumento per far avanzare la rivoluzione socialista (quindi, in questa fase, per rafforzare e condurre da posizioni più avanzate la lotta per imporre ai vertici della Repubblica Pontificia un governo d’emergenza delle masse popolari organizzate), ma come strumento per costruire una sponda politica delle masse nelle istituzioni borghesi.
Ma soprattutto ripropone la questione della concezione del partito comunista (che Lenin ha esposto nel Che fare? del 1902 e che la “bolscevizzazione” dei partiti comunisti nei paesi imperialisti promossa dalla Terza Internazionale non è riuscita a risolvere) e ripresenta le tare dell’elettoralismo e dell’economicismo che frenano il movimento comunista dei paesi imperialisti fin dalla sua nascita. Quindi ha a che fare con i motivi per cui finora i partiti comunisti non hanno instaurato il socialismo in nessun paese imperialista.

Non riprendiamo qua, per esteso, l’argomento: la letteratura della Carovana del (nuovo)PCI è molto ricca in merito (segnaliamo il Comunicato n. 13/2017 del (nuovo)PCI dedicato proprio alla linea dei comunisti per intervenire alle elezioni borghesi e gli articoli del n. 57 de La Voce di cui abbiamo pubblicato uno stralcio su Resistenza n. 1/2018). Ci preme riprendere un aspetto in particolare. Le elezioni e la campagna elettorale, l’attività parlamentare e istituzionale a ogni livello sono attività accessorie (in certi casi e in certe fasi anche importanti) nella lotta per il socialismo; l’aspetto dirigente dell’attività dei comunisti riguarda l’opera che essi promuovono, la mobilitazione che suscitano fra la classe operaia e le masse popolari rispetto al piano che il partito si dà per far avanzare la rivoluzione socialista. Se i comunisti si limitano a fare da controparte alla borghesia imperialista sul suo terreno (il terreno rivendicativo ed elettorale), non possono andare oltre il ruolo di oppositori del sistema borghese, di promotori della distribuzione più egualitaria della ricchezza (che, senza riorganizzare la produzione, resta un’illusione o un imbroglio).

Noi comunisti abbiamo però un altro compito (e la gravità della crisi generale del capitalismo lo favorisce e lo rende più apertamente necessario): costruire la testa e l’ossatura del nuovo potere, della società del futuro di cui vi sono già nel presente le premesse e della cui costruzione la classe operaia e le masse popolari sono le protagoniste.
A ragionare di questo abbiamo chiamato i compagni e le compagne che oggi si candidano alle elezioni o sostengono liste di sinistra o comuniste. Li chiameremo anche dopo il 4 marzo, per fare un bilancio comune del lavoro svolto. Non per dire “ve lo avevamo detto” di fronte a risultati che saranno o insoddisfacenti o comunque inadeguati a cambiare il corso delle cose. Ma per valorizzare i passi avanti compiuti, gli appigli colti, le condizioni create e le posizioni conquistate e per andare più a fondo nel bilancio della prima ondata della rivoluzione proletaria: per tirarne le lezioni e usarle per promuovere la rinascita del movimento comunista.

Roma, lo sciopero al contrario per riaprire la Tiburtina

Riportiamo dalla pagina Facebook di Eurostop: “La maggiore arteria stradale di un intero quadrante, popolare e industriale, da anni martoriata dai cantieri chiusi perchè non ci sono i soldi per pagare gli operai. Oggi (20 gennaio – ndr) il popolo ha preso l’iniziativa in mano ed ha aperto un svincolo già completato in via Casale di San Basilio ma chiuso da anni, La sua apertura ridurrebbe enormemente l’incubo della mobilità per decine di migliaia di abitanti della periferia est. Comune e Municipio dormono sonni profondi e la gente impazzisce in mezzo alla strada per andare al lavoro e a scuola. La strada è stata riaperta questa mattina dall’azione popolare. Gli automobilisti, gli autisti dell’Atac, gli operatori dell’Ama, la gente del quartiere applaude, suona il clacson e scorre lunga la strada finalmente aperta. Se non agiscono le istituzioni, le soluzioni le trova il popolo”.
Un’iniziativa che mette bene in evidenza quella deve diventare pratica ordinaria degli organismi popolari territoriali e anzi aiuta a individuare ambiti e appigli per svilupparla: non limitarsi a chiedere alle istituzioni, ma prendere l’iniziativa e fare. Usare la campagna elettorale per avviare processi simili, fare in modo che proseguano anche dopo la campagna elettorale, fare in modo che altri organismi prendano esempio e spunto, promuovere il loro rafforzamento e coordinamento e la continuità della loro iniziativa è l’aspetto per usare la campagna elettorale ai fini della costituzione del Governo di Blocco Popolare.

 

Banchetti di promesse elettorali o banchetti di inchiesta operaia e popolare?

Napoli. Il comitato “No alla chiusura dell’Ospedale San Gennaro” organizza propri banchetti sfruttando il clima di fermento politico che le elezioni suscitano, non per raccogliere firme e fare propaganda per una lista in particolare, ma per sviluppare l’inchiesta, attraverso un questionario, sullo stato della sanità pubblica e sul diritto alla salute a Napoli.
Il questionario è semplice, ma molto utile: 1. Ti è mai capitato o hai qualche conoscente o familiare che ha avuto difficoltà a curarsi? Quali problematiche hai/ha dovuto affrontare? 2. Quanto spendi per curarti? Cosa ti costa di più (farmaci, ticket, visite specialistiche, etc.)? 3. Hai mai rinunciato a curarti? Perché? 4. Hai mai dovuto rivolgerti a strutture private? Perché? 5. Sei soddisfatto del servizio sanitario pubblico? Perché?
I banchetti sono molto partecipati: molte persone hanno voluto dire la propria, raccontare la loro esperienza, denunciare le inadeguatezze del sistema sanitario e la necessità di un miglioramento: a partire dall’elevato costo delle cure, che ha quasi raggiunto il costo dei privati, fino alle interminabili liste d’attesa, ma le molte testimonianze hanno sottolineato anche la presenza di donne e uomini capaci e volenterosi che lavorano nel settore e che cercano di far fronte alla mancanza di risorse, e l’importanza della lotta contro lo smantellamento della sanità pubblica e le chiusure dei reparti e degli interi ospedali.
I banchetti non sono solo strumento per approfondire l’inchiesta sulla salute, ma anche un’occasione per raccogliere contatti e sviluppare legami organizzativi, radicarsi maggiormente tra le masse ed accrescere l’organizzazione per rafforzare la costituzione della Commissione della Salute Popolare.

*****

“Abbiamo partecipato al banchetto di raccolta firme di Potere al Popolo sia a Pallanza che a Intra. In tre giorni la lista ha raccolto il triplo delle firme che si era prefissata di raccogliere, a dimostrazione del fermento e dell’interesse che suscita fra le masse popolari “di sinistra”. Come concordato con i promotori, abbiamo portato ai banchetti anche un questionario per raccogliere elementi di inchiesta, opinioni e proposte da parte di chi si fermava a firmare. Inizialmente alcuni compagni di Potere al Popolo hanno visto l’utilizzo dei questionari come un intralcio alla raccolta delle firme, ma siamo stati molto attenti a non accavallare le due cose e alla fine la combinazione è avvenuta con buoni risultati, anzi i questionari si sono rivelati uno strumento utile per discutere e conoscere le persone che firmavano, ma anche altri passanti. Abbiamo preparato i questionari partendo dal fatto che la nostra zona si articola tra città, frazioni e frazioncine con altitudini, densità abitativa e problematiche anche molto diverse tra loro, abbiamo chiesto di indicare le principali problematiche con cui le masse popolari devono fare i conti, dalla disoccupazione al taglio dei servizi, al degrado del territorio e abbiamo inserito anche la questione della “sicurezza”, che in campagna elettorale è argomento molto strumentalizzato. Adesso rielaboreremo i dati raccolti: sia per calibrare il lavoro di propaganda e organizzazione del prossimo periodo, sia per portarli alla discussione dei compagni e delle compagne con cui stiamo facendo i banchetti”.
Dal rapporto sulle attività elettorali inviato dai compagni della Sezione del P.CARC in costruzione Verbania – Cusio – Ossola

Val Susa: una manifestazione per rivendicare la libera circolazione delle persone

Val Susa. Il 14 gennaio centinaia di persone hanno partecipato alla manifestazione “Briser les Frontières” (abbattere le frontiere) in alta Val Susa: una manifestazione per rivendicare (e praticare) la libera circolazione delle persone. Con la chiusura della frontiera a Ventimiglia, infatti, ogni giorno decine di immigrati, dopo aver attraversato il Mediterraneo, cercano la strada per uscire dall’Italia attraversando le montagne in condizioni climatiche proibitive. Un’attivista dice a il Manifesto “Da 25 anni i politici ci spiegano che il Treno ad Alta Velocità è un’opera indispensabile per spostare in maniera rapida merci e persone. In questa stessa valle gli stessi politici sprangano le frontiere in faccia a donne, uomini, ragazzi, che arrivati qui dopo un viaggio nemmeno immaginabile, chiedono soltanto di proseguire il cammino. Qualcosa non funziona”.

Il corteo ha aggirato i blocchi della polizia e ha attraversato il confine per poi sciogliersi: una breccia nel muro di polizia e repressione che i governi europei hanno innalzato per bloccare le migrazioni, ma anche una breccia di solidarietà nel muro di razzismo, insicurezza e paura che la borghesia alimenta fra le masse popolari per distoglierle dai problemi che le opprimono (disoccupazione, smantellamento e privatizzazioni dei servizi pubblici, saccheggio e devastazione dei territori, speculazione) con un “nemico inventato” contro cui indirizzare rabbia e frustrazione (chi cerca di passare il confine per avere l’opportunità di costruirsi una vita dignitosa).

Scrivi

La tua email non sarà pubblicata

*