Il Congresso di Livorno, la svolta di Salerno, i tentativi di ricostruzione, la Carovana del (nuovo)PCI

Il 21 gennaio 1921 è stato fondato a Livorno il PCd’I, il primo partito comunista italiano. La sua opera, a 97 anni di distanza lo si vede bene, è stata la combinazione del ruolo positivo e insostituibile che ha svolto il vecchio movimento comunista con i limiti ideologici che nei paesi imperialisti non è riuscito a superare fino a oggi, motivo per cui in nessun paese imperialista è stata fatta la rivoluzione socialista durante la prima ondata della rivoluzione proletaria mondiale. Quella data, quel Congresso di Livorno, è comunque patrimonio, radice comune e fonte di grandi insegnamenti per i comunisti di oggi.

Anche per noi quell’evento rappresenta una genesi, benché la Carovana nasca negli anni ‘80 del secolo scorso (60 anni dopo il Congresso di Livorno) e fuori da quello che era nel frattempo diventato il PCI: un partito revisionista, conciliatorio, un pilastro della Repubblica Pontificia nata dopo il 1945 e della sua struttura di potere, il regime DC. Ma c’è più di un filo che lega la Carovana del (nuovo)PCI e il PCd’I che è nato a Livorno nel 1921. Il legame “famigliare” (cioè ereditario) non è il principale e non è il più solido: ad esso, che giustamente tutti coloro che si definiscono comunisti possono e devono rivendicare, la Carovana del (nuovo)PCI ne ha aggiunti degli altri, costruiti analizzando criticamente quella storia e arrivando a capire quali fossero le caratteristiche e le idee sbagliate che hanno impedito a quei coraggiosi, generosi, dediti comunisti di fare la rivoluzione socialista in Italia. Chi pensa che il problema fosse che “non esistevano le condizioni” si esclude dalla possibilità di capire: 1. che le condizioni oggettive per l’instaurazione del socialismo sono mature nei paesi capitalisticamente avanzati da più di 150 anni; 2. che stiamo parlando del Partito che ha resistito al fascismo, ha diretto la classe operaia nella Resistenza e ha vinto, ha liberato intere zone del paese dai nazifascisti, ha costituito proprie forze armate e una sua rete di governo del territorio alternativa a quella della borghesia imperialista… C’è quindi dell’altro.

Fondazione, ascesa e fallimento del primo Partito Comunista Italiano.

La fondazione del PCd’I avvenne per scissione dal Partito Socialista Italiano di quanti, a fronte del tradimento degli interessi della classe operaia e delle masse popolari da parte dei partiti socialisti della Seconda Internazionale (sostegno alla Prima Guerra Mondiale, votazione nei parlamenti dei crediti di guerra), volevano invece intraprendere la strada della rivoluzione socialista, sulla scia dell’opera dei comunisti russi guidati da Lenin che trasformarono la guerra dei padroni in guerra contro i padroni, che diressero operai, soldati e contadini destinati al macello della Guerra Mondiale a fare la rivoluzione socialista, che mostrarono ai comunisti di tutto il mondo quali caratteristiche dovesse avere il Partito comunista per assolvere al suo compito storico.

“Fare come la Russia” era la parola d’ordine che animava le sollevazioni operaie e popolari (1918-1919, il Biennio Rosso: gli operai in armi e organizzati in Consigli avevano occupato le fabbriche), ma il Partito Socialista era inadeguato e restio, serviva un partito comunista. Con questo spirito e questi obiettivi, a Livorno si riunirono le componenti più avanzate del PSI, in larga maggioranza giovani e giovanissimi.

Alla sua nascita il PCd’I non era per nulla simile al Partito bolscevico russo, ereditava anzi i due principali limiti del PSI da cui i suoi membri provenivano: l’elettoralismo e l’economicismo, cioè quelle due tare ideologiche che gli impedirono di valorizzare la situazione rivoluzionaria prodotta dalla prima crisi generale per sovrapproduzione assoluta di capitale (1900-1945), condizione nella quale si affermò invece il fascismo.

Gramsci, che l’Internazionale Comunista aveva posto alla testa del Partito dal 1923, si dedicò all’opera di “bolscevizzazione del Partito”, ma il suo arresto ad opera dei fascisti (1926) e poi la morte in carcere (1937) privarono il PCd’I dell’unico dirigente che si era dedicato scientificamente a elaborare la strategia per fare la rivoluzione in Italia. La debolezza ideologica della sinistra del Partito lasciò campo libero alla destra (cioè a quella componente che concepiva il Partito comunista come l’ala sinistra di uno schieramento di forze democratiche per abbattere il regime, eliminare i residui feudali ed estendere i diritti democratici, invece di usare la lotta al fascismo ai fini della rivoluzione socialista). Prima la svolta di Salerno di cui fu promotore Togliatti (1944) e poi l’VIII Congresso del PCI nel dicembre 1956 sono i passaggi attraverso i quali la linea di destra si impose alla testa del Partito, forte del successo dei revisionisti di Kruscev nel XX Congresso del Partito Comunista dell’Unione Sovietica (febbraio 1956).

Tuttavia, grazie al supporto dell’Internazionale Comunista, all’eroismo dei suoi membri e nelle condizioni create dalla Seconda Guerra Mondiale, il PCd’I aveva ottenuto enormi successi e la vittoria della Resistenza fu il punto più alto mai raggiunto dalla classe operaia nella sua lotta per il potere nel nostro paese. La linea di collaborazione con la borghesia lo portò nei decenni successivi al 1945 a disperdere progressivamente quel risultato e a liquidare quel patrimonio: il PCI divenne l’interprete della via pacifica al socialismo, delle riforme di struttura, indirizzò la classe operaia, nella lotta rivendicativa ed elettoralista, abbandonando via via qualsiasi legame con il movimento rivoluzionario.

Dal 1945, ma con più chiarezza dopo il 1956 (ben prima dello scioglimento del primo PCI, nel 1989) si poneva nuovamente all’ordine del giorno il compito della costruzione di un partito rivoluzionario, della ricostruzione di un vero partito comunista in Italia.

Contro il revisionismo, per il comunismo! I tentativi di ricostruire il partito comunista in Italia.

I revisionisti moderni hanno progressivamente dissolto e disperso il patrimonio politico che il PCI aveva costruito nella lotta contro il fascismo: il partito continuava a crescere in termini elettorali, come la sua rete di legami con la classe operaia e la sua capacità di mobilitare le masse popolari (le gloriose lotte per i diritti, per attuare le parti progressiste della Costituzione, per le tutele hanno prodotto le grandi conquiste che ancora oggi la borghesia tenta di smantellare), ma la strada imposta dai revisionisti moderni lo aveva fatto diventare l’opposto del partito della rivoluzione e lo spingeva a essere invece una colonna portante della Repubblica Pontificia, un puntello del regime DC.

Dopo l’VIII congresso del PCI, nel 1956, la lotta contro i revisionisti moderni prese nuova forza anche nel nostro paese e fece un salto di qualità nella seconda metà degli anni ‘60, sulla spinta della lotta ideologica promossa nel movimento comunista internazionale dal Partito del Lavoro d’Albania e soprattutto dal Partito Comunista Cinese. In Italia nacque il movimento marxista-leninista e poi, nel 1966, il Partito Comunista d’Italia (Nuova Unità) che si sciolse solo agli inizi degli anni ‘90 per confluire in Rifondazione Comunista. La parabola del PCd’I (Nuova Unità) è dimostrazione del fallimento di quel tentativo di ricostruzione del partito comunista: i promotori presentavano il medesimo limite che aveva precedentemente causato la sconfitta della sinistra del PCI: la scarsa autonomia ideologica. Un problema di concezione del mondo, ideologico, che si manifestava anche con un forte dogmatismo a causa del quale il PCd’I (Nuova Unità) non riconobbe mai l’esistenza di una terza superiore tappa del pensiero comunista oltre il marxismo e il leninismo, il maoismo, né mai comprese a fondo, pertanto, i limiti e gli errori della sinistra del PCI.

Alla fine degli anni ‘6o del secolo scorso la classe operaia e le masse popolari italiane avviarono una vasta mobilitazione rivendicativa (il ‘68 e l’autunno caldo del ‘69) che si sviluppò negli anni successivi (gli anni ‘70) in modo esponenziale: la lotta per strappare alla borghesia nuove conquiste di civiltà e di benessere toccò il suo limite e per “andare oltre” doveva necessariamente trasformarsi in lotta per la conquista del potere. La lotta contro il revisionismo moderno si estese quando dalle lotte operaie e popolari nacque un diffuso movimento di lotta armata, di cui le Brigate Rosse (BR) furono capofila e di cui effettivamente furono l’organizzazione più avanzata in ragione dell’obiettivo di costruire il partito comunista rivoluzionario, dei passi che fecero per fare i conti con gli errori e i limiti ideologici del vecchio PCI. Con con la loro pratica le BR dimostrarono che la rivoluzione socialista, anche nei paesi imperialisti, non è un evento che scoppia, ma una Guerra Popolare Rivoluzionaria di Lunga Durata. Nonostante ciò, non riuscirono a liberarsi dall’influenza della cultura borghese di sinistra (in particolare nella versione datane dalla Scuola di Francoforte che divenne, in chiave antirevisionista, corrente pressoché incontrastata) e ciò ebbe gravi conseguenze: non riuscirono a correggere gli errori di analisi rispetto alla fase politica (e anzi la concezione borghese di sinistra li amplificava); non riuscirono ad appropriarsi dei mezzi politici (in particolare la linea di massa, un importante apporto del maoismo) per restare all’avanguardia del movimento delle masse anche nella nuova fase prodotta dall’inizio, alla metà degli anni ‘70, della seconda crisi generale per sovrapproduzione assoluta di capitale. Questi limiti ebbero come sintesi il militarismo che, combinato con la decisiva collaborazione dei revisionisti moderni del PCI con le forze repressive, portò le BR alla sconfitta. Una sconfitta che tuttavia rese evidente due cose: 1. per la terza volta nella storia del nostro paese, dopo il Biennio Rosso e la Resistenza, nel nostro paese si presentavano le condizioni non solo per la rivoluzione socialista, ma precisamente per il passaggio dalla prima fase (accumulazione di forze) alla seconda (equilibrio strategico e guerra civile) della Guerra Popolare Rivoluzionaria; 2. quanto sia decisivo il ruolo del partito comunista ai fini della vittoria

Cosa ci insegna la nostra storia, la Carovana del (nuovo)PCI, il futuro che dobbiamo conquistare.

La Carovana del (nuovo)PCI impersona il più recente tentativo di costruzione del partito comunista in Italia e, sulla base del bilancio della storia del movimento comunista e del fallimento dei precedenti, quello politicamente più avanzato:

– perché ha individuato le tare ideologiche che impedirono ai comunisti che hanno promosso i tentativi precedenti di dirigere la rivoluzione socialista fino alla vittoria (economicismo, elettoralismo, militarismo) e pone la scienza come aspetto decisivo della lotta di classe per il potere;

– perché ha fatto tesoro degli insegnamenti della prima ondata della rivoluzione proletaria mondiale e li ha riversati alle condizioni del nostro paese e della nostra epoca, assumendo per intero, nel suo complesso, la scienza del movimento comunista (marxismo – leninismo – maoismo) e applicandola;

– perché si dà i mezzi per la propria politica (clandestinità del (nuovo)PCI e fratellanza e collaborazione fra P.CARC e (nuovo)PCI);

– perché assume tutta la storia del movimento comunista e la elabora per trarre insegnamenti da riversare nella pratica (a differenza di chi agita categorie come “il tradimento dei dirigenti” per spiegare questioni ideologiche e di chi si dissocia dalla lotta di classe).

Per questo i legami fra i comunisti che fondarono il PCd’I a Livorno nel 1921 e la Carovana del (nuovo)PCI sono più solidi della semplice “discendenza” e per questo, celebrando il 97° Anniversario del Congresso di Livorno, possiamo vedere oltre al senso comune e alle opinioni (“in Italia non ci sono le condizioni per la rivoluzione socialista”). Ai fini della rivoluzione socialista, oggi non servono solo “nuovi comunisti”, ma “comunisti di tipo nuovo”, cioè formati ed educati agli insegnamenti che derivano 1. dalla pratica della lotta di classe; 2. dalle scoperte nel campo della scienza della rivoluzione socialista.

Formazione, educazione e organizzazione. Unirsi alla Carovana del (nuovo)PCI, aderire al P.CARC. Questo è l’appello che rivolgiamo a tanti compagni e tante compagne che condividono lo stesso obiettivo: raccogliere il testimone dei comunisti che fondarono il PCd’I a Livorno per portarne a compimento il cammino che avevano iniziato.

Materiale di approfondimento

Manifesto Programma del (nuovo)PCI

Intervista a Pietro Vangeli, Segretario Nazionale del P.CARC, su Resistenza n. 11-12/2017

La Voce del (nuovo)PCI n. 57

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