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L’ESPERIENZA DEL GRUPPO DI RICERCA “EMIDIO DI TREVIRI” NELLE ZONE TERREMOTATE DEL CENTRO ITALIA

L’Agenzia Stampa “Staffetta Rossa” presenta ai suoi lettori l’intervista a una delle ricercatrici del gruppo “Emidio di Treviri”, un progetto di ricerca che nasce nel dicembre 2016 da una Call for Research lanciata grazie alle Brigate di Solidarietà Attiva, un’associazione ispirata alle società di mutuo soccorso proletario di inizio Novecento, che interviene in contesti d’emergenza promuovendo solidarietà dal basso e autogestione. Molti dottorandi, ricercatori e professori universitari hanno aderito all’appello dando vita a una delle esperienza di ricerca collettive e autogestite più interessanti degli ultimi anni. Il fine della ricerca è di ricostruire un quadro il più possibile generale rispetto alle criticità emerse nel gestione di Governo e Protezione Civile.

Nel contesto dell’intossicazione di regime che esorta soprattutto i giovani alla fuga rassegnata e all’individualismo più bieco, quella che vi sottoponiamo è un’esperienza importante che mostra come mettere a contributo della collettività, capacità e professionalità che oggi languono nella precarietà e nella disoccupazione. Spesso per gran parte dei giovani delle masse popolari, dopo il percorso di studio, non vi è neanche un lavoro utile e dignitoso ad attenderli: condannati a imparare un mestiere per fare poi i disoccupati o i lavoratori precari, per emigrare, per servire agli ordini della borghesia e del clero in lavori gran parte dei quali non sono né utili né dignitosi, ma servono principalmente ad arricchire i ricchi, ad impoverire altri lavoratori e a opprimere la massa della popolazione.

Esperienze come quelle del gruppo “Emidio di Treviri”, e come i tanti altri esempi di autorganizzazione, dimostrano e promuovono la coscienza che la trasformazione rivoluzionaria dell’esistente è un processo concreto cui ciascuno può contribuire; insegnano che possiamo e dobbiamo essere agenti del nostro futuro, mai spettatori.

(…) In tempi così bui per la ricerca e per l’accademia non è scontato che in così tante siano disposte a spendersi per un progetto di ricerca militante, autogestito, esterno all’accademia e privo di finanziamenti (…). L’obiettivo dichiarato sin da ora è produrre materiale scientificamente rilevante che possa contribuire all’analisi del post-sisma del 2016/7. Sia rispetto alla ricerca di base, quindi per il progresso scientifico, ma soprattutto per la produzione di strumenti utili alla lotta dei terremotati e delle popolazioni delle aree interne. Una lotta per la sopravvivenza e la partecipazione diretta ai processi di emergenza (che ancora non sono finiti) e alla ricostruzione (che deve ancora cominciare). Crediamo di essere protagoniste di qualcosa di importante: decine di ricercatrici, studiose e professioniste hanno deciso di coordinarsi per costruire una ricerca indipendente capace di affiancare le popolazioni sfollate nel tentativo di resistere a un destino già dispiegatosi altrove”. (https://emidioditreviri.wordpress.com/inicio/)

Puoi parlarci di com’è nato e di quali sono gli obiettivi del progetto di ricerca “Emidio di Treviri”?

Il gruppo è nato da una chiamata nazionale delle Brigate di Solidarietà Attiva (BSA) a ricercatori e ricercatrici che potessero esplorare dal punto di vista sociale tutti gli effetti dell’emergenza terremoto. La Call era pronta già dal mese di dicembre ma con la scossa del 18 gennaio e l’emergenza freddo abbiamo aspettato per uscire, le necessità urgenti erano altre!

Concretamente che tipo di lavoro svolgete e come siete organizzati al vostro interno?

Svolgiamo un lavoro di ricerca sul campo all’interno delle quattro regioni del cratere colpite dal sisma per capire gli effetti del dispositivo di emergenza in Centro Italia. La metodologia che utilizziamo ha un approccio mutualista per una ricerca pubblica multidisciplinare. Facciamo ricerca qualitativa e quantitativa, attraverso osservazione sul campo, interviste in profondità, lavoro di reperimento, raccolta e sistematizzazione dei dati.

Siamo organizzati per “aree di ricerca” in cui sono impiegati ricercatori e ricercatrici. Il gruppo macro è composto da 6 gruppi di ricerca. Ogni gruppo ha un referente, ed ogni referente comunica nel gruppo referenti rispetto all’avanzamento della ricerca interna, socializzata poi tra tutti. Il metodo mutualista è lo stesso che viene utilizzato all’interno delle BSA.

Alla Call hanno aderito circa 64 tra ricercatori e ricercatrici, noi referenti abbiamo conosciuto tutti quelli che avevano risposto attraverso riunioni via skype con l’obiettivo di approfondire le loro motivazioni ed esporre loro i nostri obiettivi. Ci tengo a precisare che i ricercatori e le ricercatrici non sono solo afferenti all’accademia; insomma abbiamo provenienze disciplinari e geografiche eterogenee. Una volta strutturato il gruppo abbiamo formato i sottogruppi definiti dal codice RN (research network), che sono sei: Territorio, Salute, Politico, Socio Economico, Psicologia Comunitaria, Antropologia Visuale. Ad esempio, abbiamo esplorato gli effetti dello sradicamento e dell’allontanamento delle persone dai territori colpiti sulla loro salute globale, ma anche come la salute sia peggiorata nella permanenza in hotel in cui il tempo lunghissimo di attesa ha effetti sull’esistenza soggettiva.

Che tipo di rapporto avete con le istituzioni?

In questa gestione dell’emergenza le istituzioni hanno avuto molti comportamenti ambivalenti. Per quanto riguarda la ricerca, al di là dei comuni oggettivamente in difficoltà a collaborare con noi per fornirci i dati necessari a fotografare la situazione su più fronti, abbiamo notato una resistenza da parte delle regioni e della protezione civile che in alcuni casi hanno risposto negativamente alle nostre richieste.

Voglio specificare che il presupposto di questo lavoro sta nella totale libertà di capire, ragion per cui non abbiamo avuto nessuna istituzione che abbia sostenuto né economicamente né ideologicamente questo progetto. Ovviamente questo per noi ha significato doverci spesare completamente, fortunatamente il lavoro in sinergia con le BSA ci ha permesso di utilizzare le loro strutture permanendo per periodi lunghi sul cratere, ma anche di accedere a contatti e informazioni utili, essendo loro attive sul territorio dal primo sisma. In sostanza, le istituzioni non rientrano assolutamente in questo progetto, né ci interessa avere un loro riconoscimento. A noi interessa che questo lavoro serva sui territori, alle persone, per questo motivo dovremo poi organizzare un’attività di diffusione della ricerca tra le popolazioni: questo è l’obiettivo primario. Per me, ma penso di poter parlare anche per altri ricercatori, questo lavoro è un modo per essere attiva sul mio territorio, un modo per fare militanza e far emergere ciò che non funziona.

Che risposte ci sono state da parte della popolazione?

Sicuramente ci sono stati feedback positivi, ad esempio io e il mio gruppo siamo ancora in contatto con le persone conosciute negli hotel e che adesso sono rientrate nei SAE, ci riconoscono per il fatto di averli ascoltati, di aver fatto loro compagnia, di averli messo in contatto con gli avvocati. Insomma, c’è un ottimo rapporto ma questo non è ancora sufficiente a migliorare la situazione.

Quali sono i prossimi passi?

Dicevo che non basta perché adesso si apre la fase in cui quelle persone devono trovare un modo per “stare sul territorio” e questa è la sfida più grande per cui servono degli strumenti. Adesso siamo in una fase delicata perché le persone stanno rientrando dagli hotel. La soluzione degli hotel, concepita in una fase emergenziale come, appunto, d’emergenza, nei fatti è divenuta strutturale. A 14 mesi dal primo sisma (24 agosto 2016, ndr) troviamo ancora persone negli hotel senza una risposta che sia l’assegnazione di un SAE o di un contributo di autonoma sistemazione degno di sostenere una famiglia. Quindi, i prossimi passi devono essere quelli di continuare a fare ricerca perché ce n’è bisogno, ne hanno bisogno le persone che ritornano nel territorio per sostenere l’impatto psicologico dell’idealizzazione del ritorno e della presa d’atto di una realtà che, ad oggi, è costellata dalla disgregazione sociale, una disgregazione favorita dalle politiche di gestione dell’emergenza. Ad esempio il vedere, ancora, le maceria sui territori di certo non aiuta a superare lo shock, spesso la conseguenza è che o ti demoralizzi oppure te ne distacchi fino a non considerarlo più un problema quando in realtà lo è.

Secondo te questo progetto potrebbe alimentare e sviluppare la mobilitazione, l’organizzazione e il coordinamento delle popolazioni colpita dal sisma? Ti faccio un esempio: nel caso del settore di cui ti occupi, la salute, il tuo operato potrebbe essere utile a promuovere l’organizzazione di comitati, associazioni di utenti e lavoratori della sanità che portino avanti specifiche rivendicazioni? Può essere questo, a tuo avviso, un modo per dare uno sbocco politico al vostro progetto di ricerca?

La premessa di questo grande lavoro di ricerca, di cui solo adesso vediamo i primi risultati e che non a caso è nato grazie al supporto e alla sinergia con le BSA, è quella di utilizzare l’analisi sociale e l’inchiesta militante per avere degli strumenti in più, utili anche alle popolazioni. Cioè, non solo alle Brigate per capire come coniugare l’intervento sulla popolazione per la gestione dell’emergenza ma proprio per dare alle persone stesse degli strumenti. Rispetto al gruppo che coordino il lavoro che abbiamo fatto con le persone in hotel è stato anche quello di informarle, di metterle in rete con tutto ciò che c’è sul territorio, di metterle in contatto con gli avvocati qualora avessero delle difficoltà. Il nostro obiettivo e il nostro lavoro non è solo capire ma anche dare più strumenti possibili alle popolazioni e questo, ovviamente, si inserisce all’interno di un processo molto complesso e che quindi ha l’ambizione di avere un utilità per chi è coinvolto in questi processi gestionali spesso ambigui e dannosi per le popolazioni.

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