I primi paesi socialisti hanno lasciato un patrimonio di esperienze a cui possiamo e dobbiamo attingere per comprendere come bisogna fare e come non bisogna fare, esempi positivi ed esempi negativi per la prossima seconda ondata nella rivoluzione proletaria. Per questo è indispensabile che i gruppi e gli organismi che lavorano per la rinascita del movimento comunista studino a fondo la loro esperienza. I primi paesi socialisti hanno tracciato una strada che nessuna guerra preventiva della borghesia imperialista e nessuno scongiuro dei suoi preti potranno cancellare. Oggi sta a noi comunisti assimilare l’insegnamento dei primi paesi socialisti e usarlo, come i dirigenti della prima ondata della rivoluzione proletaria assimilarono e usarono l’insegnamento della Comune di Parigi” – M.Martinengo, I primi paesi socialisti – ed. Rapporti Sociali, 2003.

Premessa.

Il comunismo è il futuro dell’umanità, è una certezza che assumiamo dallo studio, dalle elaborazioni e dalle sintesi di Marx ed Engels, il socialismo è la strada per perseguirlo, lo assumiamo dall’opera, teorica e pratica, di Lenin e di Stalin e dall’esperienza dei primi paesi socialisti. Ma il loro crollo, la sconfitta della dittatura del proletariato, la restaurazione del capitalismo e la fase di reazione che ne è seguita a livello mondiale sono un macigno per tutti coloro che non ne hanno compreso le cause e capito gli effetti.

La Carovana del (nuovo)PCI si è dedicata, nella prima parte della sua esistenza, a elaborare i motivi del crollo dei primi paesi socialisti alla luce della concezione comunista del mondo. Questo lavoro ci ha permesso di riconoscere nelle elaborazioni di Mao Tse-tung una prima risposta giusta: i primi paesi socialisti sono crollati per cause interne al movimento comunista cosciente e organizzato, a causa dell’affermarsi di una linea arretrata nella sua direzione, la sinistra del movimento comunista cosciente e organizzato non si è data i mezzi per affermarsi sulla destra, la destra ha preso il sopravvento (nel 1956 con Kruscev) e ha innescato il processo di sbandamento che ha portato al crollo dei primi paesi socialisti e all’esaurimento della prima ondata della rivoluzione proletaria mondiale. I primi paesi socialisti non sono crollati né perché “il socialismo è un sistema irrealizzabile nella pratica”, né perché “la borghesia imperialista è invincibile”.

Ma la Carovana del (nuovo)PCI ha fatto ciò che Mao Tse-tung non ha potuto fare fino in fondo, dato che nel momento della sua morte (1976) il processo storico e politico era in pieno svolgimento: analizzare la combinazione fra le condizioni soggettive (le contraddizioni interne al movimento comunista cosciente e organizzato) con le condizioni oggettive (il processo storico e politico scaturito dal movimento economico della società nel suo complesso). Da questo arricchimento dell’analisi di Mao Tse-tung scaturisce una risposta organica ai dubbi, alle lacune, alle insicurezze di tanti compagni che aspirano al socialismo, ma la cui ferrea convinzione che il comunismo è il futuro dell’umanità è minata. Il bisogno e la volontà di capire perché i primi paesi socialisti sono crollati sono ingredienti sani e un punto di forza per la rinascita del movimento comunista, ma le risposte confuse, raccogliticce, unilaterali, idealiste, mescolate a pregiudizi e menzogne che la classe dominante sparge a piene mani la indeboliscono.

Anche questo argomento è ambito della lotta ideologica che promuoviamo in seno al movimento comunista e rivoluzionario del nostro paese: contrastiamo le tesi che banalizzano e sbrigano la questione con risposte tipo “il tradimento dei dirigenti” o che cercano risposte definitive negli archivi segreti a Mosca o della CIA. Per comprendere le cose del mondo non bisogna mettere al centro le persone, ma la lotta di classe e analizzare la realtà e la storia alla luce della concezione comunista del mondo. E quella non è custodita in alcun archivio segreto, ma risiede nel Partito comunista, patrimonio vivo a disposizione di tutto il proletariato e delle masse popolari.

Due punti preliminari.

  1. L’apice del crollo dei primi paesi socialisti è rappresentato dal crollo del Muro di Berlino nel 1989 e dalla dissoluzione dell’URSS iniziata formalmente nel gennaio 1990. Si tratta in verità delle manifestazioni conclusive di un processo iniziato molto prima (nel 1956) che può essere compreso nel suo contenuto, coltre che nelle sue forme, solo tenendo a mente le tre fasi della storia dei primi paesi socialisti (vedi Resistenza n. 9/2017): la fase della costruzione del socialismo (1917 – 1956), la fase dei tentativi di restaurazione pacifica del capitalismo (1956 – 1989/1990) e la fase di restaurazione a ogni costo del capitalismo (dal 1989/1990 ad oggi, è ancora in corso).

La storia dei primi paesi socialisti non è un “blocco unico” o un processo lineare (l’URSS del 1927, ad esempio, non è quella del 1970).

  1. La situazione rivoluzionaria provocata dalla prima crisi generale del capitalismo (1900 – 1945) è sfociata in rivoluzione socialista vittoriosa solo in Russia, nel 1917. Nei paesi imperialisti il movimento comunista non è riuscito a instaurare il socialismo; i motivi li individuò già Lenin e gli stessi motivi, pure se con manifestazioni diverse, sono quelli che rendono oggi il movimento comunista debole e frammentato e fanno capo alla concezione del mondo che guida i comunisti. Più precisamente, per quanto attiene ai paesi imperialisti, tali limiti sono l’elettoralismo e l’economicismo, combinati con la convinzione che la rivoluzione socialista scoppia. Individuare e riconoscere i limiti di concezione dei comunisti attiene sia alla lotta per fare oggi la rivoluzione socialista in Italia, sia alla comprensione di processi storici e politici della seconda metà del secolo scorso, cioè il periodo in cui i revisionisti moderni si sono imposti alla testa del movimento comunista in quella che fu la base rossa della prima ondata della rivoluzione proletaria mondiale (l’URSS) e anche nei paesi imperialisti.

Il legame tra il primo punto e il secondo attiene al fatto che l’affermazione dei revisionisti moderni nei paesi socialisti e la mancata rivoluzione nei paesi imperialisti sono due fattori strettamente connessi: la mancata rivoluzione socialista nei paesi imperialisti rese oggettivamente più difficoltosa la lotta dei comunisti sovietici (della sinistra interna al PCUS) per avanzare nella costruzione del socialismo dopo la seconda guerra mondiale e contrastare i revisionisti moderni, fautori della restaurazione del capitalismo, anche se “sotto mentite spoglie”.

La sconfitta dei nazifascisti del 1945 fu la vittoria del movimento comunista contro la borghesia imperialista.

Il ruolo di base rossa della rivoluzione proletaria mondiale svolto dall’Unione Sovietica nella prima fase dei primi paesi socialisti (1917 – 1956) è evidente da varie angolazioni. Trattiamo qua solo due aspetti:

  1. dopo la Rivoluzione d’Ottobre fare come la Russia era la parola d’ordine che risuonava nelle mobilitazioni e nelle lotte della classe operaia in tutto il mondo, in tutti i paesi nascevano partiti comunisti, rivoluzioni socialiste germinavano in tutta Europa e negli USA. Il pericolo rosso fu un aspetto decisivo alla spinta di una parte dei gruppi imperialisti di consegnare nelle mani di Mussolini, Hitler e Franco la direzione dei rispettivi paesi: tale scelta coniugava la necessità di passare alle vie di fatto per regolare le contraddizioni fra gruppi imperialisti (guerra imperialista) con la necessità di imporre la dittatura terroristica sulla classe operaia e sulle masse popolari ampiamente mobilitate in senso rivoluzionario (Biennio Rosso in Italia, Repubblica di Weimar in Germania e Repubblica Spagnola);
  2. la Seconda Guerra Mondiale aveva come principale obiettivo, comune a tutte le fazioni della borghesia imperialista, l’annientamento dell’Unione Sovietica per mano della Germania nazista. Cioè la Germania nazista aveva il compito di continuare e portare a termine ciò che gli imperialisti non erano riusciti a compiere con il sostegno, il sovvenzionamento, quando non proprio con l’intervento diretto, della guerra civile (1917 – 1921) che seguì la Rivoluzione d’Ottobre, con il boicottaggio e il sabotaggio (dall’interno e dall’esterno) dell’URSS che hanno caratterizzato tutto il periodo fino al 1945.

Con la vittoria della Seconda guerra Mondiale, il movimento comunista tutto, sostenuto e alimentato dall’Unione Sovietica, aveva conseguito una vittoria storica contro la borghesia imperialista e gli effetti furono evidenti: la rivoluzione proletaria avanzò in tutto il mondo, ma in particolare nei paesi coloniali e semicoloniali con in testa la Cina, la Corea, il Vietnam, Cuba, facendo progredire in tutti i campi i popoli sovietici e i popoli degli stessi paesi imperialisti.

Il movimento economico della società dopo la seconda guerra mondiale, i revisionisti moderni e il tentativo di restaurazione pacifica del capitalismo.

Dal 1945, a causa delle distruzioni immani della guerra, iniziò una nuova fase di accumulazione di capitale: la ricostruzione fu il traino della ripresa dell’economia capitalista a livello mondiale. Gli USA, che intervennero direttamente nella guerra in una situazione in cui le altre potenze imperialiste si erano impantanate e non sapevano come venire fuori dalla lotta contro i nazisti e contro i comunisti, che avevano ereditato ben poche distruzioni e un apparato produttivo e militare ben più sviluppato di ogni altro paese imperialista, si imposero come forza predominante.

In URSS la ricostruzione fu repentina: il livello raggiunto dallo sviluppo delle forze produttive socialiste e la mobilitazione e il protagonismo delle masse popolari nella gestione e direzione della società furono i pilastri di una prodigiosa opera, compiuta sotto la direzione del Partito comunista di Stalin, nel regime di dittatura del proletariato.

Alla morte di Stalin (1953) si acuì la lotta all’interno del Partito comunista (a partire dal gruppo dirigente) tra coloro che volevano avanzare nella costruzione del socialismo e coloro che perseguivano, anche se sotto mentite spoglie, la via della restaurazione del capitalismo: non una lotta basata sui personalismi o sugli interessi di “casta” e di apparato, ma basata sulla concezione del mondo e su diversi interessi di classe.

Mao Tse-tung ha sviluppato un bilancio sistematico e relativamente completo del tratto di transizione dal capitalismo al comunismo compiuto nei primi paesi socialisti. In particolare ha illustrato le leggi della transizione sulla base dell’esperienza compiuta in URSS e nella Repubblica Popolare Cinese. Ha scoperto e sintetizzato che nei paesi socialisti la borghesia si riproduce ai vertici del Partito e dello Stato ed è costituita per l’essenziale da quella parte dei dirigenti del Partito, dello Stato, della Pubblica Amministrazione, delle organizzazioni di massa che si oppongono ai passi che è possibile e necessario compiere verso il comunismo e perseguono la via della restaurazione del capitalismo. Mao ha superato così i limiti e gli errori di concezione che non permisero ai comunisti sovietici (Stalin compreso) di comprendere e contrastare la nuova borghesia che si riproduce nel socialismo, i revisionisti moderni, cosa che permise a questi ultimi di prevalere.

Dopo la morte di Stalin (1953) i revisionisti moderni che si annidavano nel Partito e nel Comitato Centrale dispiegarono la loro lotta per prendere in mano le redini del partito e dello Stato e nel 1956 (XX Congresso del PCUS) sancirono la loro direzione con Kruscev. Si affermò cioè la linea che a) dava risposte derivanti dalla concezione borghese del mondo ai problemi del socialismo e percorreva sotto mentite spoglie la strada della restaurazione pacifica del capitalismo; b) frenava lo sviluppo dei “germi di comunismo”, ossia la partecipazione delle masse popolari alla direzione della società, e poco a poco corruppe la dittatura del proletariato trasformandola in dittatura dei dirigenti delle istituzioni politiche, economiche e culturali sulla massa della popolazione; c) abbandonò la lotta per la soluzione delle sette grandi contraddizioni delle società socialiste: tra dirigenti e diretti, tra lavoro di organizzazione e direzione e lavoro esecutivo, tra lavoro intellettuale e lavoro manuale, tra uomini e donne, tra adulti e giovani, tra città e campagna, tra paesi, zone e settori avanzati e paesi, zone e settori arretrati, d) impose la convivenza pacifica con la borghesia in ogni campo e a ogni condizione, nelle relazioni internazionali sostituì l’appoggio alla rivoluzione proletaria con la competizione economica e politica tra l’URSS e le potenze imperialiste.

Questa inversione di marcia ebbe effetti dirompenti sui primi paesi socialisti. “Con i revisionisti moderni l’attività economica dei primi paesi socialisti incominciò a ristagnare e poi a decadere nella seconda fase della loro vita, quando la direzione del partito comunista e dello Stato fu presa dai revisionisti moderni. Essi pretesero di guidare la transizione verso il comunismo adottando per il funzionamento della società socialista, e in particolare per la sua attività economica, soluzioni copiate dai paesi capitalisti, metodi di direzione e relazioni affini a quelli in vigore nei paesi capitalisti. Introdussero (e rafforzarono dove ancora sopravvivevano) relazioni di compra-vendita (cioè di scambio) tra le aziende con la conseguente enorme importanza assunta dalla fissazione dei prezzi che, in assenza della proprietà privata dei mezzi di produzione, divenne il fertile brodo di coltura del dispotismo e della criminalità. Le singole aziende, i loro dirigenti e, specchietto per le allodole, i rispettivi lavoratori vennero valutati e remunerati sulla base della differenza tra ricavo delle vendite e le spese. Il carattere salariale delle relazioni tra azienda e lavoratore fu rafforzato. L’obbligo per ogni individuo abile di svolgere un lavoro socialmente necessario venne abolito. La proprietà privata delle case, degli oggetti preziosi, delle prestazioni sessuali, ecc. e i diritti d’autore vennero ripristinati. Le epurazioni dei dirigenti con la partecipazione delle masse popolari vennero bandite e sostituite dalla valutazione del dirigente superiore. Il diritto dell’azienda di licenziare il lavoratore venne ristabilito. Ovviamente il risultato di queste e altre analoghe “riforme”, introdotte a partire dalla fine degli anni ‘50 furono disastrosi e peggiorarono man mano che le “riforme” aumentavano e dispiegavano in cascata i loro effettivi perversi, demoralizzando i comunisti e i lavoratori che non ne erano corrotti. Ma i revisionisti insistettero e tutta la società socialista, non solo l’attività economica, andò di male in peggio fino al crollo finale del 1990 in Unione Sovietica e in Europa Orientale e alla oramai precaria situazione attuale nella Repubblica Popolare Cinese” – da Un futuro possibile, ed. Rapporti Sociali, 2007.

Come è potuto avvenire che i revisionisti moderni prendessero il potere?

“La possibilità di ritorno all’indietro è insita nella natura dei paesi socialisti. Negare questa possibilità equivale a negare che la lotta di classe continua anche dopo che la classe operaia ha conquistato il potere.

In generale i paesi socialisti nella prima fase della loro esistenza hanno fatto grandi passi nella trasformazione della proprietà dei mezzi di produzione, il primo dei tre aspetti dei rapporti di produzione. Ma la proprietà individuale sussisteva ancora in piccola misura e la proprietà di gruppo dei lavoratori era ancora presente su larga scala (colcos, comuni, cooperative). Inoltre era ancora in larga misura irrisolto il problema dell’eliminazione della proprietà privata della propria forza-lavoro, anche della forza-lavoro più qualificata: tecnici, intellettuali, scienziati, ecc.

Nei paesi socialisti al termine della prima fase la massa dei lavoratori era ancora lontana dal potersi dirigere direttamente, era ancora lontana da quella condizione, per dirla con Lenin, in cui “anche una cuoca può dirigere gli affari di Stato”, anche se avevano fatto passi avanti in questa direzione e anche se le premesse materiali per realizzare questa condizione sono state, sul piano storico, pienamente poste dal capitalismo stesso. Finché i membri della popolazione non sono in massa in questa condizione, chi dirige non è un semplice delegato a svolgere una funzione socialmente necessaria, sostituibile in ogni momento con migliaia di altri altrettanto capaci. Egli dispone di un potere personale che la grande maggioranza degli altri individui non è in grado di esercitare e che tuttavia è socialmente necessario: non può essere semplicemente soppresso (come a parole sostengono gli anarchici).

I paesi socialisti al termine della prima fase erano ancora lontani dal poter realizzare una distribuzione dei prodotti basata sul principio “a ognuno secondo i suoi bisogni”, anche se avevano fatto alcuni passi avanti in questa direzione e se le premesse materiali per realizzare questa condizione sono state, sul piano storico, pienamente poste dal capitalismo stesso. Nella misura in cui questa condizione non è realizzata, chi dirige per assolvere i suoi compiti dispone di condizioni di vita e di lavoro di cui gli altri membri della popolazione non dispongono in massa. La distribuzione “a ognuno secondo la quantità e la qualità del suo lavoro” crea di per se stessa grandi disparità tra gli individui, tende a ristabilire rapporti di sfruttamento e apre inoltre mille spiragli a violazioni dello stesso principio “a ognuno secondo la quantità e la qualità del suo lavoro”.

Nei paesi socialisti nella prima fase della loro vita erano stati fatti grandi passi avanti nel mettere la cultura, l’arte e la scienza al servizio dei lavoratori, in modo che il patrimonio culturale, artistico e scientifico servisse ai lavoratori per comprendere e risolvere i problemi dello loro vita spirituale e materiale. Tuttavia la cultura, l’arte e la scienza costituivano ancora in larga misura settori in cui predominava la concezione borghese.

Intellettuali, artisti e scienziati si consideravano persone speciali e vivevano per molti aspetti una vita appartata e privilegiata. La massa della popolazione usufruiva ancora limitatamente del patrimonio culturale, artistico e scientifico della società.

In ognuno dei campi indicati della vita sociale, nei primi paesi socialisti esisteva una lotta accanita tra borghesia e classe operaia” da Il Manifesto Programma del (nuovo)PCI, ed. Rapporti Sociali, 2008.

Il crollo del revisionismo moderno.

Il crollo dei primi paesi socialisti non è stato la conseguenza diretta e inevitabile della costruzione del socialismo, come affermano i detrattori del comunismo. Al contrario, il crollo dei primi paesi socialisti è la dimostrazione del fallimento della direzione dei revisionisti moderni, la dimostrazione che la restaurazione del capitalismo pacificamente è impossibile.

Fino a quando il capitalismo era nella fase di accumulazione di capitale (1945-1975) i revisionisti moderni hanno fatto marcire la situazione, hanno diretto i paesi socialisti facendoli andare allo sfascio, hanno lasciato andare in malora le istituzioni politiche ed economiche, hanno soffocato ogni movimento e ogni mobilitazione delle masse. Hanno sviluppato, al massimo compatibile con l’assenza di proprietà individuale delle forze produttive, l’interesse e l’arricchimento individuale, generando una feccia (legata agli organi statali e di partito) di profittatori, speculatori, di scialacquatori e di criminali ai danni dell’economia collettiva. Lo sbocco perseguito dai promotori di questo “nuovo corso” era la restaurazione graduale della proprietà capitalista delle forze produttive. E’ questo progetto che è saltato perché la borghesia non è mai riuscita in questi paesi ad accumulare abbastanza forze da poter compiere passi decisivi e irreversibili su questo punto.

I revisionisti moderni non sono mai riusciti ad avere pieni poteri nei paesi socialisti. Il potere della nuova borghesia era così poco assoluto e illimitato, i suoi divieti assicuravano così poco la totale pace sociale e la soppressione per decreto della lotta di classe era così poco efficace che, ad esempio, essa non osò (nonostante questi obiettivi fossero nei suoi programmi) spingere alle estreme conseguenze le sue scelte.

I revisionisti moderni hanno epurato le organizzazioni di massa create dai comunisti, le hanno usate come strumenti formidabili di controllo, di consenso e di selezione dei loro nuovi membri. Da organismi per l’estinzione graduale dello Stato, i revisionisti moderni li hanno trasformati in organismi di controllo sui lavoratori.

Ma queste organizzazioni restavano in qualche maniera armi a doppio taglio, il cui rovescio balzava e balza improvvisamente alla luce nei momenti di agitazione sociale. Inoltre il “nuovo corso” rese sempre più antagonisti i rapporti immediati tra lavoratori e dirigenti delle unità produttive: l’antagonismo si manifestava ad esempio nella bassa produttività del lavoro (quantità di prodotto per lavoratore) tanto lamentata dai dirigenti sovietici e dei paesi dell’Europa Orientale ed in particolare nella bassa intensità del lavoro.

Il motivo principale del crollo dei regimi revisionisti alla fine degli anni ottanta è la seconda crisi generale del mondo capitalista. Essa non permetteva più di continuare la lenta e graduale erosione del socialismo. La borghesia che governava i paesi socialisti non era più in grado di far fronte ai debiti contratti con le banche e le istituzioni finanziarie internazionali, non era in grado di mobilitare le masse dei paesi socialisti per far fronte alle conseguenze di un annullamento dei debiti esteri e si era ridotta a svendere merci e risorse dei paesi socialisti sul mercato imperialista, facendo precipitare così la crisi economica interna che si trasformò in crisi politica. La borghesia dei paesi imperialisti aveva bisogno di nuovi campi di investimento, di nuove rendite e di nuovi mercati; inoltre faceva fronte con crescente difficoltà all’azione di disturbo che i paesi socialisti portavano nelle sue relazioni con le masse degli stessi paesi imperialisti e con le semicolonie e nelle relazioni tra i gruppi imperialisti stessi. La borghesia ha dovuto quindi giocare il tutto per tutto: una partita dolorosa per le masse, ma molto rischiosa per la borghesia. Essa ha gettato la maschera e la lotta tra le due classi e le due vie ora è di nuovo aperta in tutti i paesi socialisti.

La storia della terza fase dei paesi socialisti (la fase della restaurazione del capitalismo ad ogni costo, come quello in corso in Russia) conferma che la restaurazione del capitalismo non è possibile se non come processo di sconvolgimento e decadenza generale della società che prenderà un periodo non sappiamo quanto lungo. E’ impossibile riportare pacificamente gli uomini e le donne formati dal capitalismo a vivere in un sistema inferiore: occorre deformarli, storpiarli e violentarli in una misura chge finora non riusciamo ad immaginare” – da Il Manifesto Programma del (nuovo)PCI, ed. Rapporti Sociali 2008.

Conclusioni.

Costruzione del socialismo o restaurazione del capitalismo: sono due cose diverse, due vie antagoniste, una la negazione dell’altra. Fin quando la direzione fu nelle mani dei comunisti i primi paesi socialisti progredirono, si svilupparono, svolsero un’azione potente di spinta su tutto il movimento comunista e internazionalista del mondo. Quando invece la direzione venne presa in mano dai revisionisti moderni che iniziarono a perseguire la strada della resturazione pacifica del capitalismo, i primi paesi socialisti entrarono in una situazione di crisi fino a collassare. Quel collasso, però, è la dimostrazione non del fallimento della costruzione del socialismo, ma al contrario del tentativo di restaurazione pacifica del capitalismo attuato dai revisionisti moderni, tentativo che, dopo 40 anni di devastazione economica e politica di quanto costruito sulla spinta del movimento comunista e di indebitamento con i paesi capitalisti, è collassato sotto i colpi della seconda crisi generale per sovrapproduzione assoluta di capitale.

Per approfondire l’argomento rimandiamo alla letteratura della Carovana del (nuovo)PCI, in particolare ai Quattro temi, all’articolo pubblicato su Rapporti Sociali n. 7 “Ancora sul bilancio dell’esperienza dei paesi socialisti” e n. 5-6 “Il crollo del revisionismo moderno”, al Manifesto Programma del (nuovo)PCI.

Per contribuire alla ferrea convinzione che il comunismo è il futuro dell’umanità, dobbiamo considerare sempre, di fronte a ogni denigrazione, a ogni tentativo di ingigantire i limiti di quella esperienza, di fronte a ogni tentativo di sminuirla, che la Rivoluzione d’Ottobre è stata la più grande opera compiuta dall’umanità nel corso del suo processo di emancipazione e sviluppo, un’opera eroica e grandiosa che lascia un patrimonio di inestimabile valore sia perché il genere umano ha raggiunto grazie ad essa una condizione di benessere e realizzazione sconosciuto fino ad allora (e mai eguagliato nel capitalismo, nonostante tecnologie, ricchezza, conoscenze scientifiche), ma soprattutto perché è fonte di insegnamento, una scuola di scienza e di lotta da cui abbiamo la possibilità di attingere tutto quello che ci serve e che possiamo a nostra volta arricchire, facendo ciò che il movimento comunista cosciente e organizzato non è riuscito a fare fino ad oggi, la rivoluzione socialista in un paese imperialista.

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