Dopo il referendum del 1 ottobre, che ha visto la partecipazione di centinaia di migliaia di persone a difendere il diritto di voto nonostante minacce, provocazioni poliziesche e violenze, in Catalogna si è sviluppato il processo che è sfociato nella proclamazione dell’indipendenza il 28 ottobre. Nel momento in cui scriviamo la situazione è abbastanza confusa: i  dirigenti del governo catalano sono incriminati per malversazione, sedizione, ribellione, ma sono riparati a Bruxelles e la stampa, citando voci ufficiose, insinua che potrebbero chiedere asilo politico. Nelle piazze, dopo le manifestazioni festose a favore dell’indipendenza, sono scesi gli unionisti arrivati a Barcellona da tutta la Spagna. Eccetto le provocazioni dei gruppi fascisti che si moltiplicano, a Barcellona come nel resto del paese, anche le manifestazioni unioniste si caratterizzano come pacifiche, almeno per il momento.

Il corso che prenderà la situazione non è oggi facilmente prevedibile e in questo articolo non facciamo previsioni. Neppure ci lanciamo in analisi su quello che Puigdemont (il governatore della Catalogna, attualmente a Bruxelles, che ha guidato il processo istituzionale di secessione) e Rajoy (il Primo Ministro spagnolo) hanno fatto, non hanno fatto o avrebbero potuto fare. Ci poniamo invece l’obiettivo di affermare un orientamento di principio che sia utile, sarà utile, a tanti compagni e compagne, operai, lavoratori e giovani che di fronte a questa situazione cercano un orientamento, una posizione conforme agli interessi della classe operaia (catalana, spagnola, italiana, europea…) e delle masse popolari, un orientamento e una posizione utili alla rinascita del movimento comunista. Il dibattito sulla situazione catalana, fra chi si definisce “di sinistra” e pure “comunista”, è molto vivace e questo è sano. In questo dibattito le posizioni di molti partiti e organismi sono pesantemente inquinati dal senso comune della sinistra borghese, se non proprio dalla concezione propria della borghesia imperialista e questo è tutt’altro che sano. Noi non tratteremo qui tutte, e nemmeno le principali, deviazioni che “i compagni che sbagliano” sostengono e propagandano. Quello che è certo è che il motivo per cui sbagliano risiede nella concezione del mondo che guida i loro ragionamenti: da chi si perde nel cercare negli avvenimenti catalani la dimostrazione di un grande piano dei gruppi imperialisti per destabilizzare il mondo (cioè alimentano la tesi che esista un piano del capitale attraverso cui la classe dominante, unita come un monolite, governa il mondo) a chi si ostina a vedere nella mobilitazione delle masse popolari della Catalogna la spinta reazionaria di “una nazione ricca che egoisticamente pretende di tenersi le sue ricchezze”, chiamando in causa parallelismi del tutto fuori luogo con le pagliacciate della Lega Nord in Lombardia e Veneto (cioè scambia l’unità nazionale per un interesse del proletariato anziché un’esigenza – contraddittoria, certo – della classe dominate).

A premessa degli stralci di un articolo di Giuseppe Maj, pubblicato come supplemento sul numero 34 di Rapporti Sociali (gennaio 2004), “La lotta per il diritto all’autodeterminazione nazionale nei paesi imperialisti”, fissiamo tre questioni:

– nel capitalismo, lo stato è sempre un’arma della classe dominante contro il proletariato e le masse popolari e non è mai un alleato del proletariato e delle masse popolari, anche se si chiama democratico e anche se la borghesia imperialista è stata costretta a riconoscere, almeno in parte, diritti e tutele alle masse popolari. Ne consegue che le leggi dello stato sono sempre uno strumento di oppressione e coercizione per le masse popolari. Questo vale nel caso dell’Italia (dove infatti, ad esempio, le parti progressiste della Costituzione sono stata eluse e violate sistematicamente fin dal 1948), vale nel caso della Spagna (dove la Costituzione è diretta emanazione del regime franchista) e vale in tutti gli altri paesi imperialisti. Appellarsi “alla Costituzione spagnola” e al “rispetto delle leggi vigenti” è una forma di subordinazione alla borghesia imperialista.

– L’unità nazionale come interesse di tutto il popolo è una tipica manifestazione di come la borghesia imperialista imponga i suoi propri interessi facendoli coincidere con gli “interessi della nazione e dello stato”. Questa è la prima e più elementare forma di mobilitazione reazionaria delle masse popolari promossa dalla borghesia imperialista e dal suo clero, una forma che nella fase acuta e irreversibile della crisi generale del capitalismo torna in auge e contraddice le tendenze cosmopolite che la borghesia imperialista stessa promuove come riflesso del movimento economico della società (la “globalizzazione”). Il fatto che sia la prima e più elementare forma di mobilitazione reazionaria non implica che sia inefficace: a sostenere l’inviolabilità dell’unità nazionale troviamo tante correnti, tante organizzazioni e tanti partiti “di sinistra” che, con sfumature più o meno accentuate, abboccano. Non per ingenuità, beninteso, ma per dipendenza dalla concezione del mondo della classe dominante.

– Liquidare la questione dell’indipendenza della Catalogna appellandosi alla necessità di una “unione della classe lavoratrice catalana e spagnola” è manifestazione di opportunismo. Nel testo che segue il concetto è spiegato molo chiaramente: per la classe operaia catalana la questione dell’indipendenza rientra a pieno titolo nella lotta per il socialismo e la classe operaia spagnola ha il compito di sostenerla in questo obiettivo: questa è l’unità di classe, concreta, nella pratica, da perseguire per la rinascita del movimento comunista.

Il testo che segue “mette in ordine i pezzi” alla luce della concezione comunista del mondo. Per forza di cose non entra nel dettaglio della questione catalana (che anzi all’epoca non figurava neppure come una delle situazioni maggiormente contraddittorie e non viene menzionata nel testo), ma è una risorsa per tutti coloro che vogliono guardare oltre la propaganda di regime e di guerra, l’intossicazione dell’opinione pubblica, le inadeguatezze di questo o quel politico “indipendentista”, le deviazioni sedimentate nel movimento comunista da decenni di revisionismo moderno e di conciliazione con la classe dominante.

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Noi comunisti italiani sosteniamo le lotte per il diritto all’autodeterminazione nazionale anche nei paesi imperialisti. Perché? (…) Il diritto all’autodeterminazione nazionale (che ovviamente comprende il diritto alla secessione e a costituire uno Stato indipendente: si tratta dunque di una cosa ben distinta dall’autonomia locale) è uno dei diritti democratici delle masse popolari. Ebbene, la difesa e l’allargamento dei diritti democratici delle masse popolari nei paesi imperialisti costituiscono un aspetto irrinunciabile della nostra lotta per creare dei nuovi paesi socialisti e per avanzare verso il comunismo sotto le bandiere del socialismo.

Durante il suo sviluppo e la costruzione del suo sistema sociale nell’Europa occidentale, vale a dire nel periodo che si estende dal XII al XIX secolo, la borghesia ha creato i suoi Stati nazionali. Spinta dai bisogni dei suoi affari e dei suoi scambi, la borghesia ha cercato di creare dei mercati e dei campi d’azione sempre più larghi e di trasformarli secondo i suoi bisogni. Essa ha sfruttato l’eredità culturale e politica che la storia le trasmetteva per eliminare le barriere tra i popoli e fra le regioni. Dove ereditava un’unità politica, ha sfruttato questa unità già esistente per unificare le popolazioni di grandi territori anche sul terreno dell’attività economica, della lingua, del diritto civile e penale, della cultura e in tutte le relazioni che formano la “società civile”. Dove non c’era ancora unità politica, ha cercato di crearla su scala più larga possibile, mirando a comprendervi tutte le popolazioni che rientravano nella sfera della sua attività economica. In un modo o in un altro ha obbligato delle popolazioni fra loro diverse a formare una sola nazione. È innegabile che le nazioni attuali dell’Europa occidentale sono formazioni economico-sociali costruite nel corso del periodo compreso fra il XII e il XIX secolo. Questo deve essere detto di fronte a chi pensa che le nazioni attuali siano basate su un legame di sangue (come una volta i nobili che pensavano che la nobiltà fosse costituita da persone di “sangue blu”) o su altre caratteristiche naturali, psicologiche, fisiche, mistiche che affonderebbero le loro radici in un passato lontano.

In generale, le attuali nazioni dell’Europa occidentale non sono state formate per aggregazione, federazione o fusione di diverse popolazioni. Al contrario, si è trattato di un processo di conquista, di sottomissione, d’annessione, d’assimilazione, fino a cancellare la lingua, le abitudini, i costumi e a dissolvere le reti di relazione locali di ogni tipo che differenziavano la popolazione di una regione rispetto alla popolazione a cui apparteneva la borghesia che dirigeva il processo. Questo metodo rispecchia bene la natura del capitale: il capitale più forte sottomette e assorbe i capitali più deboli. Esso annette i loro elementi costitutivi (operai, mezzi di produzione, risorse naturali) e li trasforma secondo i suoi bisogni. La natura del capitale ha riverberato la sua luce sulla formazione delle nazioni attuali dell’Europa occidentale come su tutti i processi sociali diretti dalla borghesia. In più, da questo punto di vista, la nuova classe dirigente rispecchiava bene la tradizione feudale di conquiste e di annessioni, la favoriva e allargava il suo raggio d’azione. Non è un caso che fino alla Prima Guerra Mondiale (1914-18) gli interessi dinastici delle famiglie reali europee hanno giocato un ruolo così importante nell’azione degli stati borghesi (questo è un importante punto di differenziazione tra la borghesia europea e quella degli USA). La creazione del sistema coloniale e le guerre fra Stati nazionali europei che hanno insanguinato l’Europa e il mondo sono state le espressioni più elevate ed estreme di questo processo di conquista, di espansione, di sottomissione, di assimilazione che ha creato gli Stati nazionali dell’Europa occidentale e che ha cancellato molte delle varietà sociali che esistevano in  Europa all’inizio del XII secolo.

Per ragioni diverse ma ben determinate in ognuno dei casi, anche nei territori sottomessi ai più grandi Stati nazionali europei (o derivati da essi come gli USA, l’Australia, il Canada, gli Stati dell’America Latina) ci sono tuttavia delle piccole nazioni che in qualche misura sono sopravvissute a questo processo di cancellazione della loro identità. Esse sono sopravvissute abbastanza a lungo perché la loro resistenza arrivasse a congiungersi e fondersi con la lotta che le masse popolari delle grandi nazioni europee e derivate, delle colonie e delle semicolonie sviluppavano su scala via via più larga contro l’ordine sociale borghese e contro il sistema imperialista nel quale l’ordine sociale borghese è sfociato.

Il movimento comunista (…) ha dato un nuovo impulso anche alla resistenza delle piccole nazioni che non erano ancora state cancellate dal rullo compressore dello sviluppo della borghesia. A partire da questa congiunzione, la resistenza delle piccole nazioni all’azione assimilatrice della borghesia è diventata una lotta per l’autodeterminazione nazionale, mentre prima era una lotta per ritornare al passato o per perpetuarlo. (…) Non è un caso che la lotta di queste piccole nazioni per la loro sopravvivenza ha cessato allora di essere una lotta diretta dal clero, dalla piccola nobiltà locale e da altre classi e da strati reazionari e ha cessato di avere come programma la conservazione o la restaurazione di un mondo passato ed è diventata una lotta sempre più posta sotto la direzione della borghesia nazionale, dei lavoratori autonomi (contadini e artigiani) e degli operai la cui aspirazione anche soggettiva è più o meno chiaramente volta alla creazione di una nuova società, necessariamente superiore alla società borghese. Il movimento di queste piccole nazioni sopravvissute alle tempeste borghesi quindi fa ormai parte del movimento comunista in quanto movimento pratico di sovversione e di superamento della società borghese.

Quando è che il movimento comunista (inteso come movimento cosciente ed organizzato, vale a dire inteso come partiti e Internazionale comunisti) ha compreso che la lotta per l’autodeterminazione nazionale delle piccole nazioni dei paesi imperialisti aveva acquisito questa nuova natura e che era diventato parte di se stesso? Suppergiù all’inizio dell’epoca imperialista, quando comincia l’epoca delle rivoluzioni proletarie e la classe operaia assume il ruolo di dirigere tutte le altre classi delle masse popolari dei paesi imperialisti (anzitutto la parte più numerosa dei lavoratori autonomi, i contadini) e le guida ad abbattere lo Stato borghese, crea dei paesi socialisti e comincia in quanto paese socialista a camminare verso il comunismo. E’ nello stesso periodo che il movimento comunista assume come componente di se stesso anche la lotta dei popoli delle colonie e semicolonie per abbattere il sistema coloniale, la lotta delle donne per la loro emancipazione, la lotta contro la discriminazione razziale, ecc… Tutto questo fa parte del leninismo, quindi del marxismo-leninismo, la seconda tappa del pensiero comunista.

(…) Col leninismo, il movimento comunista ha acquisto la piena comprensione del fatto che la lotta per il diritto all’autodeterminazione nazionale delle piccole nazioni non assimilate nei paesi imperialisti (fino alla secessione e alla costituzione di uno Stato indipendente) è parte della rivoluzione proletaria, così come lo è la lotta per eliminare il sistema coloniale e semicoloniale, la lotta per l’emancipazione delle donne e dei bambini, la lotta per mettere fine alla discriminazione razziale, la lotta per l’autonomia delle comunità di base a tutti i livelli, tutte le lotte per realizzare in concreto i diritti democratici delle masse popolari, per allargarli e per spingere in avanti la loro partecipazione alla gestione della società. Nel suo scritto del luglio 1916, Bilancio di una discussione sul diritto delle nazioni a disporre di loro stesse, Lenin riassume: “La rivoluzione in Europa non può essere altro che l’esplosione della lotta delle masse degli oppressi e degli scontenti d’ogni genere. Ad essa parteciperanno inevitabilmente gli elementi della piccola borghesia e degli operai arretrati. Senza la loro partecipazione la lotta di massa non è possibile, nessuna rivoluzione è possibile. Altrettanto inevitabilmente essi porteranno nel movimento i loro pregiudizi, le loro fantasie reazionarie, le loro debolezze e i loro errori. Ma obiettivamente essi attaccheranno il capitale e l’avanguardia cosciente della rivoluzione, il proletariato avanzato, che esprimerà questa verità obiettiva di una lotta di massa disparata, discordante, variegata, a prima vista senza unità, potrà unirla e orientarla, conquistare il potere, impadronirsi delle banche, espropriare i trust odiati da tutti (sebbene per ragioni diverse) e realizzare altre misure dittatoriali il cui insieme avrà per risultato il rovesciamento della borghesia e la vittoria del socialismo, il quale non si libererà in un sol colpo dalle scorie della piccola borghesia”.

A partire da questo momento, nel movimento comunista e in suo nome ci sono state ancora delle prese di posizione contrarie al diritto d’autodeterminazione delle piccole nazioni dei paesi imperialisti così come ci sono state delle prese di posizione a sostegno dell’oppressione coloniale (per esempio i trozkisti negli anni trenta sostennero l’occupazione della Cina da parte del Giappone, il PCF fino al 1960 s’oppose alla guerra di liberazione nazionale d’Algeria, ecc.). Ma si trattò sempre di passi indietro che sul piano teorico facevano parte di una più larga opposizione al leninismo e sul piano pratico di una deviazione dal corso principale del movimento comunista (revisionismo moderno, trozkismo, bordighismo, ecc.). Non si ricorderà mai abbastanza che il PCF degli anni trenta (quando era ancora un partito rivoluzionario) sostenne attivamente il diritto all’autodeterminazione e i diritti linguistici delle nazioni sottomesse allo Stato francese, al punto da difendere su l’Humanité i nazionalisti bretoni del Gwenn ha Du che lottavano collocando bombe. La sua regressione fino allo sciovinismo francese è un chiaro indizio della vittoria della linea borghese al suo interno. I fautori di questi passi indietro li hanno giustificati in nome dello sviluppo delle forze produttive: l’oppressione delle nazioni imperialiste sarebbe stata la condizione necessaria allo sviluppo economico delle nazioni arretrate. Questa giustificazione si basa su un’interpretazione del marxismo che Lenin aveva già dimostrato essere “una caricatura del marxismo” e una specie di “economicismo imperialista”.

Le leggi economiche del capitalismo spingono la borghesia a calpestare i diritti democratici delle masse popolari. Secondo i partigiani dell’“economicismo imperialista” non bisogna mobilitare le masse popolari contro questa tendenza della borghesia imperialista perché si tratterebbe in ogni caso di una lotta senza possibilità di successo (vedere Lenin A proposito di una caricatura del marxismo e A proposito dell’opuscolo di Junius, 1915). Ovviamente la direzione borghese della società rende le relazioni internazionali sempre più ostili all’indipendenza e all’autodeterminazione delle nazioni così come rosicchia e cancella i diritti democratici nelle relazioni sociali interne d’ogni paese. Ma questo non significa che sia assolutamente impossibile conquistare delle vittorie in questi due campi pur restando nell’ambito della società borghese: sarà sempre più difficile ma non impossibile. (…)

Ovviamente noi andiamo verso una fusione a livello mondiale di tutte le nazioni e di tutte le razze in un solo organismo sociale. Ci sono però due maniere ben distinte per andare da qui verso la futura fusione (…)

Prima: la maniera borghese. La sua essenza è la sottomissione delle nazioni e dei popoli più deboli, la loro oppressione e la loro cancellazione. Ipocriti e imbroglioni giustificano e accettano questa maniera perché il risultato sarebbe ineluttabile e vomitano veleno contro quelli che si oppongono a questa maniera borghese (spesso prendendo come pretesto le forme di lotta disperate sebbene eroiche impiegate da combattenti che non vedono altra via d’uscita).

Seconda: la maniera proletaria. La sua essenza è la mobilitazione a tutti i livelli d’ogni strato delle masse popolari per allargare i suoi diritti e le sue pratiche democratiche e risolvere i problemi del suo sviluppo civile collaborando con le masse popolari di tutte le nazioni per costruire insieme una società mondiale più avanzata.

La maniera proletaria di avanzare oggi non è più solamente un’ipotesi ragionevole e auspicabile. Durante la prima grande ondata della rivoluzione proletaria (nei primi settanta anni del ventesimo secolo), il movimento comunista ha dimostrato e dispiegato praticamente e su larga scala questa maniera. La costruzione dei paesi socialisti, l’eliminazione del sistema coloniale, le rivoluzioni di nuova democrazia, le ripetute dimostrazioni della potenza della linea di massa come metodo di trasformazione e di direzione della società in tutti i campi permettono di capire cosa sia la maniera proletaria di avanzare. Ovviamente i nemici del comunismo e gli abbrutiti che ne subiscono l’influenza cercano di cancellare questa dimostrazione pratica e su larga scala urlando le centinaia di “fatti” che la contraddicono. Ma questi “fatti” anche quando sono reali (e sicuramente ce ne sono) sono semplicemente tracce residue della vecchia società borghese che la rivoluzione non cancella da un giorno all’altro, difficoltà reali ma ovvie della trasformazione, errori dei rivoluzionari che si liberano a poco a poco dal lordume e dall’abbrutimento in cui la borghesia e le altre classi dominanti hanno da sempre educato le masse popolari, limiti della comprensione da parte dei comunisti delle condizioni e dei metodi nuovi con cui si sviluppa la nuova fase della storia degli uomini. (…)

I comunisti delle nazioni dominanti devono appoggiare senza riserve né condizioni il diritto delle piccole nazioni dei paesi imperialisti all’autodeterminazione e questo fino alla secessione e alla costituzione di uno Stato indipendente (ovviamente il diritto al divorzio non vuole dire che si è obbligati a divorziare!). In particolare per noi comunisti italiani penso alla nazione ladina, sud tirolese, della Valle d’Aosta, sarda, occitana, albanese, greca e, per i comunisti francesi, penso alle nazioni basca, bretone, corsa, occitana e alsaziana e a tutti i popoli e le nazioni dei Dipartimenti e dei Territori d’Oltre Mare (DOM-TOM). Noi dobbiamo sostenere le organizzazioni che lottano per far riconoscere questo diritto. Non dobbiamo far venire meno il nostro appoggio quali che siano le forme di lotta che esse impiegano: se sono efficaci è sicuro che la borghesia imperialista, che è sistematicamente maestra del terrore contro le masse popolari, le classificherà come “terroriste”. Noi dobbiamo tracciare la nostra prima linea di demarcazione su basi politiche. Si può dibattere circa le forme di lotta più o meno efficaci solo tra persone che si battono per lo stesso obiettivo. (…) I comunisti delle piccole nazioni che non s’impegnano nella lotta in favore del diritto all’autodeterminazione nazionale non assolvono al loro ruolo di comunisti. Non assumono la difesa di tutti i diritti democratici delle masse popolari, rinunciano alla lotta politica rivoluzionaria e vivacchiano grazie all’economicismo. Lasciano la porta aperta ai gruppi e agli Stati imperialisti che sfruttano e strumentalizzano le rivendicazioni d’autodeterminazione nazionale delle piccole nazioni sottomesse a Stati rivali come armi nelle lotte interimperialiste, come mezzi di scambio nei loro accordi. (…)

I gruppi e gli Stati imperialisti possono sfruttare tanto più facilmente le piccole nazioni quanto più importante è ancora nel movimento indipendentista il ruolo del clero, della borghesia nazionale e dei notabili locali. Il ruolo di queste persone è inversamente proporzionale al ruolo dei comunisti, della classe operaia e degli altri lavoratori sfruttati. I gruppi e gli Stati imperialisti s’appoggiano a seconda delle circostanze ora sulla borghesia nazionale, il clero e i notabili, ora sulle masse popolari sfruttate da questi. Il movimento indipendentista può diventare un movimento veramente popolare e quindi invincibile solo se mobilita sulla base dei loro specifici interessi di classe le classi sfruttate e oppresse che formano la parte maggiore della popolazione delle piccole nazioni. I movimenti per l’autodeterminazione nazionale delle piccole nazioni sono di fronte ad un bivio. Una via è quella della direzione delle masse popolari in mano alla borghesia nazionale, al clero e ad altri notabili locali: questi a loro volte sono legati da mille interessi alla borghesia imperialista della nazione dominante o d’altri paesi. È la via che porta il movimento indipendentista a subire le manovre e gli intrighi dei gruppi e degli Stati imperialisti. L’altra via è quella della direzione della classe operaia che coinvolge il resto del proletariato e delle masse popolari ed obbliga anche la borghesia nazionale, il clero e i notabili locali a trascinarsi al seguito del movimento indipendentista per non perdere l’appoggio delle masse popolari da cui essi traggono la loro forza contrattuale di fronte alla borghesia imperialista. La direzione della classe operaia nel movimento per il diritto all’autodeterminazione implica anche una stretta relazione col movimento rivoluzionario delle masse popolari della nazione dominante. Nell’attuale situazione di debolezza del movimento comunista, essa implica anche l’aiuto dei movimenti indipendentisti allo sviluppo del movimento rivoluzionario delle masse popolari della nazione dominante: un compito che oggi quasi tutti i movimenti indipendentisti dell’Europa occidentale non svolgono ancora. In linea generale, lo sviluppo del movimento rivoluzionario delle masse popolari della nazione dominante è anche una condizione necessaria per la vittoria del movimento nazionale. In effetti, è difficile, sebbene non impossibile, che dei movimenti nazionali come quelli dei popoli basco, bretone, ecc., possano vincere contro gli Stati imperialisti francese, spagnolo, ecc. se questi non sono anche bersagli del movimento rivoluzionario delle masse popolari francesi, spagnole, ecc.

(…) Ovviamente noi non chiediamo ai protagonisti dei movimenti nazionali di accettare a priori la direzione dei comunisti. Noi appoggiamo la loro lotta e laddove possibile giochiamo il ruolo che ci è proprio in tutte le lotte delle masse popolari contro la borghesia: il ruolo che Marx ed Engels avevano indicato all’inizio del capitolo II del Manifesto del Partito comunista (1848). Noi siamo sicuri che tutti quelli che continueranno a battersi per il diritto all’autodeterminazione della loro nazione, senza indietreggiare di fronte alle difficoltà e alla repressione e con la volontà di trarre lezioni dall’esperienza, ivi comprese le esperienze delle sconfitte, così come tutti quelli che lotteranno per difendere ed allargare gli altri diritti democratici delle masse popolari, presto o tardi riconosceranno che la via indicata dai comunisti è la sola via che conduce alla vittoria e si uniranno al fronte rivoluzionario anticapitalista delle masse popolari di cui noi comunisti di tutte le nazioni sosteniamo la creazione e la vittoria.

Giuseppe Maj (membro della Commissione Preparatoria del congresso di fondazione del (nuovo) Partito Comunista Italiano)

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