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In Venezuela, l’Assemblea Nazionale Costituente (Anc), operativa da agosto, sta rispettando il programma. Dapprima ha riportato la pace nel paese, disinnescando per la via elettorale quattro mesi di violenze organizzate dalle destre. In secondo luogo ha preparato le condizioni per le regionali del 15 ottobre, che hanno consegnato la vittoria al Psuv e ai suoi alleati. Il chavismo ha vinto in 18 Stati sui 23 in cui si votava. Nei 5 rimanenti ottenuti dall’opposizione, si è aperto un contenzioso tra i governatori del partito Accion Democratica (Ad), che hanno accettato di riconoscere le istituzioni (quindi l’Anc) e uno di Primero Justicia, che non lo ha fatto, mettendosi così fuori legge. Nel Zulia, dov’era stato eletto Juan Paolo Guanipa, quindi, si dovranno ripetere le elezioni.

Il voto si svolgerà a dicembre, in concomitanza con quello per le municipali: ovvero con la 23ma consultazione elettorale di questa ben strana “dittatura” bolivariana, attaccata dagli Usa e dai suoi valletti. Il cartello di opposizione (Mud) si è diviso, o meglio frantumato. E questo è un altro risultato ottenuto dal campo socialista e dall’Anc. Sono anni che, prima con Chavez e poi con Maduro, il governo bolivariano cerca di togliere terreno al golpismo, sempre foraggiato dall’esterno.
E così, anche ora, le destre si sono così divise. Da una parte, i gruppi che seguono le indicazioni di Washington e che cercano di recuperare l’appoggio delle aree giovanili più oltranziste (Voluntad Popular, Primero Justicia, Vente Venezuela). Dopo le regionali, tutti questi partiti hanno gridato alla frode e annunciato che non parteciperanno alle municipali di dicembre. Dall’altra, i più moderati come lo storico partito Copei (equivalente della vecchia Dc per l’Italia), Un nuevo Tiempo e Avanzada Progressista, il partito dell’ex chavista Henry Falcon, che ha perso il governo dello Stato Lara e ora aspira a essere candidato anti-Maduro alle presidenziali del 2018.

Ha invece cercato fino all’ultimo di mantenere il piede in due scarpe, Henry Ramos Allup (Ad), divorato dalla smania di guadagnarsi il primo posto nel variegato e litigioso panorama dell’opposizione venezuelana. Dopo aver quasi alzato la testa contro il Segretario generale dell’Osa, Luis Almagro, per la questione dei 5 governatori, si è rimangiato le parole per paura di essere espulso dalla Mud. E ha affermato che non parteciperà alle comunali.

Con la consueta “coerenza”, tutti gli oltranzisti hanno però annunciato che parteciperanno alle presidenziali e per questo dovranno organizzare le primarie: sempre con quello stesso Consejo Nacional Electoral (Cne) che continuano a screditare… E per di più, secondo i dati del Cne, su 66 organizzazioni politiche a carattere regionale, l’84% (55 partiti) si è iscritto nelle liste elettorali. Per la Mud, parteciperanno 18 su 22 formazioni politiche…

Dalla loro, gli oltranzisti hanno il Gruppo di Lima, che riunisce 12 paesi americani in cui la parola democrazia è appena una foglia di fico: Perù, Colombia, Messico, Paraguay… In una riunione a Toronto, in Canada, i 12 hanno deciso di premere sull’Onu – il cui Segretario generale, Antonio Guterres, sembra di una pasta leggermente diversa da quella di Almagro – , affinché disconosca le istituzioni bolivariane. Intanto, c’è già stata una levata di scudi internazionale perché il Tribunal Supremo de Justicia (Tsj) ha chiesto all’Anc (massimo organo plenipotenziario che agisce in nome del potere fondante la costituzione bolivariana, il potere popolare) di togliere l’immunità parlamentare al deputato di Voluntad Popular Freddy Guevara, vicepresidente del parlamento governato dalle destre.

Guevara verrà perciò giudicato per gli atti di violenza contro lo Stato commessi tra aprile e luglio 2017, durante i quali si è fatto vedere spesso alla testa degli incappucciati che hanno bruciato vive 29 persone, e ne ha vantato pubblicamente le gesta. Guevara verrà giudicato anche per alto tradimento avendo più volte chiesto l’intervento esterno contro il proprio paese, una richiesta votata anche dal parlamento “in ribellione”.

L’accusa di tradimento pende anche sul capo di Julio Borges, presidente del parlamento e dirigente di Primero Justicia. L’Anc sta infatti portando avanti un altro punto importante dell’agenda, agire contro l’impunità. Ha approvato la “legge contro l’odio e il fascismo per la convivenza pacifica” che dovrebbe fornire la base giuridica per includere nella costituzione alcune violazioni gravi che non erano state contemplate nella costituzione del ’99.

La scure della legge sta mietendo anche molti corrotti, alcuni dei quali interni al chavismo, e questo da una parte aumenta consenso, dall’altro terremota pericolose incrostazioni e correnti. L’Anc ha anche approvato le 8 leggi proposte dal presidente Maduro per combattere la guerra economica. Subito dopo la vittoria del chavismo alle regionali, c’è stata una nuova impennata dei prezzi, sfacciatamente rivendicata dalle associazioni dei commercianti: che sperano nelle sanzioni decise da Trump per stringere il cappio intorno al collo del popolo venezuelano e aizzarlo contro il governo.
Maduro ha nuovamente aumentato il salario e le pensioni e i buoni alimentari del 30%: per far fronte alla stratosferica inflazione a cui non si riesce a mettere un freno perché in gran parte indotta dalla guerra economica. Il presidente ha anche annunciato la ristrutturazione del debito estero con i principali creditori. Cina e Russia sono disponibili, ma Usa e Canada stanno aumentando il blocco finanziario per impedire le transazioni internazionali e già gridano al default. Borges invita il governo ad affidarsi… al Fondo Monetario Internazionale. La cosiddetta area del “chavismo critico” chiede al governo di non pagare.

Venerdì, a rimorchio degli Usa, il governo canadese ha emesso nuove sanzioni contro Maduro e contro 18 dirigenti chavisti, fra cui il vicepresidente Tareck El Aissami, ai quali sarà impedito l’ingresso nel paese. Già a settembre, il governo canadese aveva imposto una prima tornata di sanzioni, proibendo ogni transazione finanziaria tra il Canada e una quarantina di dirigenti chavisti. Sanzioni che seguono l’approvazione della legge sulla “giustizia per le vittime di dirigenti stranieri corrotti” da parte del parlamento, a ottobre 2017. E la Colombia, sempiterno gendarme degli Usa in America latina, per via del blocco economico, ha impedito l’acquisto di un carico di medicine al Venezuela.
Intanto, proprio dalla Colombia, cerca di intervenire la ex Procuratrice generale Luisa Ortega, ex chavista, che vuole accreditarsi come rappresentante di un “governo parallelo”. Da Bogotà, Ortega ha firmato un decreto di annullamento sulla disposizione di legge che prevede – con l’approvazione delle popolazioni indigene e il dibattito nell’Anc – lo sfruttamento controllato dell’Arco minerario. Una zona in cui imperversano le miniere illegali e le mafie, ma che custodisce straordinarie riserve naturali da proteggere.

Un tema che cavalca, strumentalmente, sia l’opposizione che un’area di centro, tanto ininfluente in Venezuela, quanto sponsorizzata all’estero. In Europa, abbondano, anche a sinistra, i ripetitori del mantra contro il “modello estrattivista”, convinti, naturalmente, di saperla più lunga di tutti: senz’altro degli indigeni e degli ecologisti venezuelani che, per contrastare il ritorno dei poteri forti e per proteggere le proprie risorse, devono assumersi la contraddizione.

 

Geraldina Colotti

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