In un periodo in cui la violenza contro le donne è tornata drammaticamente sotto i riflettori dei media, le radici profonde del maschilismo e della violenza di genere si rendono più evidenti:

– nel quanto e come vengano usati per alimentare il razzismo contro “gli immigrati che stuprano”;

– nel quanto e come le donne siano oggetto di perversione e attenzioni morbose, subendo una doppia violenza, negli articoli di giornale in cui vengono gettati in piazza tutti i (soprattutto i) particolari delle violenze, con il pretesto di “suscitare sdegno”, ma con l’obiettivo di attirare una certa fascia di lettori;

– nell’ipocrisia per la quale, di fronte a uno stupro compiuto da un criminale qualsiasi, la condanna della violenza e la solidarietà a chi l’ha subita sono unanimi, ma se a commettere il crimine sono due Carabinieri, i distinguo, le attuanti, le prudenze e la “necessità di accertamenti” si sprecano.

Infuria lo scambio di opinioni sulla natura del maschilismo e della violenza di genere “è colpa dei maschi bastardi”, “è colpa della cultura retrogada”… ma guardiamo più a fondo. L’Italia è una Repubblica Pontificia governata in ultima istanza da un potere proiettato ai giorni nostri direttamente dal medioevo (il Vaticano), è un paese le cui istituzioni e autorità mal digeriscono il ruolo che le donne appartenenti alla borghesia hanno assunto e disprezzano le donne delle masse popolari, come disprezzano gli immigrati poveri, gli omosessuali poveri. L’Italia è un paese che ha la discriminazione di classe, di genere, religiosa e di classe nel DNA delle sue istituzioni e autorità, che sono le colonne della violenza di genere dalle scuole alla pubblica amministrazione, dalle aziende alla cultura, fin dentro le famiglie, tanto da farne una caratteristica del senso comune corrente. Da queste autorità e istituzioni non sono escluse quelle giudiziarie.

Prendiamo il caso di Stefania: oggi sarà processata perché si è opposta a una parata di fascisti e antiabortisti di fronte a una clinica, di fronte a un ospedale pubblico. Un picchetto mortifero di gente che odia le donne e odia i loro diritti, che viola i diritti sanciti dalla Costituzione, che punta a fare pressioni di ogni tipo per boicottare la Legge 194, un presidio mortifero che doveva essere impedito dalle autorità pubbliche. Ma se le autorità pubbliche non lo impediscono, se sono “tolleranti” verso chi alimenta ed esercita l’odio di genere, la discriminazione, la violenza contro le donne, se le autorità sono anzi condiscendenti con chi sta palesemente violando la Costituzione, che fare?

Approfondiamo il discorso, perché chi si ferma al ragionamento basato sull’eventuale reato commesso (eventuale, perché fra antiabortisti e forze dell’ordine sembra che il problema principale sia rigirare la frittata: Stefania è stata aggredita e in Tribunale va con l’accusa di molestie…) si ferma al livello del “legale e illegale”, ma qui il discorso è un altro, il discorso è la contraddizione fra illegale e giusto.

Se tutti e tutte abbassiamo la testa, lasciamo correre, ci giriamo dall’altra parte, ci consoliamo con la barzelletta tragica che “ognuno può esprimere le proprie opinioni”, se ci si limita a essere sdegnati e a indignarsi su facebook, che paese costruiamo?

Ogni tentativo di fermare quel mortifero presidio, come ogni mortifera manifestazione razzista e fascista, come ogni odioso caso di sfruttamento, come ogni sopraffazione, come ogni violenza di genere, su basi religiose, etniche, sessuali è giusto!

E Stefania ha fatto bene a schierarsi, a mettersi in gioco. Ha preso un pugno da questi moderni crociati e ha rimediato una denuncia e un processo ad opera di chi, DIGOS e Polizia, era lì per difenderli anziché applicare la Costituzione.

Oggi si celebra il processo e potrebbe essere il giorno della sentenza. Noi non sappiamo se Stefania sarà condannata o sarà assolta.

Abbiamo promosso una mobilitazione in solidarietà con lei nei mesi passati a cui hanno partecipato centinaia di lavoratrici, studentesse, casalinghe, pensionate e anche tanti uomini, si sono schierati esponenti politici e sindacali, artisti e in entrambi i casi, assoluzione o condanna, questa mobilitazione continuerà.

Continuerà perché questo processo ha lo stesso valore di un bavaglio, di una catena, di un guinzaglio, perché è una violenza diversa, ma ha la stessa radice e matrice dello stupro, delle botte, delle lettere di dimissioni firmate in bianco in caso di maternità, delle discriminazioni di orario e di salario, delle molestie sessuali e dei ricatti subiti per avere e mantenere un posto di lavoro.

Continuerà perché Stefania non è solo “una vittima”, ma una combattente e comunista che guarda a testa alta al mondo che le donne e gli uomini della classe lavoratrice e delle masse popolari possono costruire e che si meritano.

Oggi 20 settembre alle h 14 facciamo un presidio fuori dal Tribunale di Milano. E’ un presidio di solidarietà a Stefania, che alle 15 entrerà in aula, ma è anche un presidio delle donne delle masse popolari per i loro diritti, per l’applicazione delle parti progressiste della Costituzione e per l’applicazione della Legge 194.

Invitiamo a partecipare tutti coloro che hanno a cuore le sorti di questo paese, che non lo vogliono abbandonare in balia delle forze reazionarie, a tutti coloro che si schierano per difendere, praticandoli, i diritti che le masse popolari hanno conquistato con le lotte dei decenni passati.

Scrivi

La tua email non sarà pubblicata

*