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Era un po’ di tempo che non ci occupavamo di articoli pubblicati su Contropiano.org. Stavolta però cogliamo l’occasione di farlo proprio a seguito di un articolo scritto da uno degli esponenti più autorevoli della Rete dei Comunisti, Francesco Piccioni. L’articolo che riportiamo è “Agricoltura 4.0, il tunnel in fondo alla luce”. Si, è intitolato proprio così. Nell’articolo Piccioni sottolinea come lo sviluppo tecnologico imposto dalla borghesia per aumentare la produttività sia fonte di disoccupazione. Fa l’esempio dell’agricoltura, ma dice che La brutta notizia è che sta diventando così in qualsiasi settore produttivo, dalla fabbrica alla grande distribuzione. E questa, sì, è una radicale trasformazione davvero “epocale”. Si intravede un tunnel, in fondo alla luce che splende sui campi…”.

A Piccioni ha già risposto, in un certa misura (nel senso che l’articolo è stato pubblicato prima dell’articolo su Contropiano), il (nuovo) PCI, con l’ultimo numero della rivista LaVoce in un articolo, Piano nazionale Industria 4.0 e sinistra borghese. A tal proposito riportiamo un pezzo dell’articolo de LaVoce 56: La concezione della Scuola di Francoforte (Horkheimer, Adorno, Marcuse, Pollock e altri) ha influito in negativo sullo sviluppo e la crescita delle forze rivoluzionarie principalmente negli anni ’70 e da lì in poi. Le teorie francofortesi alla base dell’analisi della società attuale, invece della contrapposizione, del rapporto dialettico e antagonista tra forze produttive e rapporti di produzione, pongono la “sussunzione” dei rapporti di produzione nelle forze produttive: “la classe operaia è integrata nel sistema”, predicavano Toni Negri e i suoi padri operaisti (Raniero Panzieri, Asor Rosa, Sergio Bologna e soci). Secondo questa teoria la società capitalista (nella sua fase imperialista) è un sistema in cui le parti sono organicamente funzionali tra di loro e “i mali della società” non derivano dai rapporti di produzione ma dalle forze di produzione sociali, collettive, “moderne”: la disoccupazione futura sarà il frutto dell’Industria 4.0 e non del fatto che la proprietà dei mezzi di produzione è nelle mani dei capitalisti. Posta quella base, le soluzioni che ne derivano non superano l’orizzonte della società borghese: o distruzione delle macchine e non utilizzo della tecnologia (una visione neo-luddista che la sinistra borghese si guarda però bene dall’affermare in maniera decisa e pratica) o una radicalizzazione delle lotte, che cambia referenti (un vago “blocco sociale” o altri soggetti rivoluzionari al posto della classe operaia) e metodi, ma non supera l’orizzonte della società borghese. Da questa stessa matrice, ovvero dall’illusione che in definitiva si possa convivere pacificamente coi capitalisti, vengono le teorie della “decrescita felice” e le baggianate che vi orbitano intorno.

In conclusione, una parte degli esponenti della sinistra borghese non fa altro che lamentarsi, dimenarsi e dibattersi in denunce della cattiveria dei padroni e della brutalità del loro sistema. Tutti veri “i mali del mondo” che essi denunciano, ma dato che non promuovono la soluzione che la classe operaia e le masse popolari oggi devono costruire e dato che quelli di essi che si proclamano comunisti rifuggono dallo svolgere il ruolo di promotori della rivoluzione socialista che è proprio dei comunisti, con la denuncia a lungo andare aprono la strada a sfiducia, disfattismo, rassegnazione, disperazione e all’abbrutimento dell’ognuno si salvi come può”.

Quindi, per chi vede la costruzione della rivoluzione socialista l’orizzonte luminoso verso cui incamminarsi lo sviluppo tecnologico in corso è la conferma del fatto che solo il socialismo è la soluzione politica per risolvere i problemi da cui l’umanità è afflitta. Se l’orizzonte politico invece resta la società borghese, il tunnel è sempre più vicino.

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Agricoltura 4.0, il tunnel in fondo alla luce

di Francesco Piccioni

Era un po’ che non ci occupavamo di innovazione tecnologica della produzione e quindi dell’impatto terminator che ha sull’occupazione. Poi, come sempre, ti capita tra le mani una notizia che ti riporta immediatamente a considerazioni già fatte per altri comparti produttivi, ma stavolta riguardanti il settore primario per eccellenza. L’agricoltura.

Il “trattore senza trattorista” arriva come ultima forma della terza rivoluzione industriale e come primo accenno alla quarta in un settore dove l’innovazione procede forzatamente per piccoli passi.

Dal punto di vista dell’impatto occupazionale, il più è stato fatto tra il primo e il secondo dopoguerra, quando il trattore è diventato lo strumento obbligatorio per qualunque produttore agricolo volesse “restare sul mercato”. Aratura, zappatura, concimazione, semina, raccolto su una superficie di alcuni ettari potevano improvvisamente essere effettuate da una o pochissime persone, mandando in soffitta l’aratro tirato da buoi o cavalli, la vanga e la zappa. Dove prima servivano ogni giorno decine di braccia ora ne bastavano solo un paio, con l’aggiunta di qualche stagionale al bisogno. Il 90% dei giovani abitanti nelle campagne doveva andarsene da un’altra parte.

L’emigrazione di massa – prima verso altri paesi, poi, nella Ricostruzione soprattutto verso il triangolo industriale del Nord – divenne l’unica soluzione possibile per un mondo che in pochi anni aveva perso modalità produttive vecchie di secoli.

A prima vista, dunque, non è prevedibile una grandissima riduzione di manodopera per effetto dell’automazione dell’identico trattore. Nè appare più indispensabile “l’occhio” del contadino che controlla di frequente lo sviluppo delle piante, per decidere gli interventi da fare. Un drone può svolgere lo stesso lavoro, anche su piantagioni in terreni scoscesi (i pendii italiani, per esempio, sono ricoperti di vigne ed uliveti), evitando una fatica improba. Quando neanche le immagini più nitide riusciranno a spiegare le anomalie, si potrà sempre inviare un “tecnico” per controllare de visu.

L’automazione del trattore però illumina un’altra trasformazione “epocale”, che non riguarda tanto l’occupazione quanto il rapporto produzione-natura, con tutte le conseguenze del caso.

E’ perfino banale constatare che il “trattore che si guida da remoto”, comodamente seduti in ufficio, è utilizzabile con successo in una lunga serie di fasi operative e per alcune tipologie di prodotto. In una pianura seminata in genere a grano o mais, con rotazioni di girasole o erba medica per far “riposare” il terreno, effettivamente il trattore (con le diverse appendici necessarie: aratro, fresa, seminatrice, mietitrebbia, ecc) può fare quasi tutto “da solo”. Al massimo servirà qualche lavorante “a voucher” per l’immagazzinamento o il carico (anch’esso ovviamente automatizzato il più possibile).

Persino molti frutteti sono già oggi gestibili “quasi” in automatico. Le necessità della produzione industriale hanno infatti imposto una modificazione strutturale di alcune piante (meli, peri, ecc), sfornando delle cultivar colonnari, tipo cipresso, per creare filari ordinatissimi attraverso cui viaggiano i trattori per la raccolta.

Molto meno facile invece è la sostituzione della mano umana per quelle produzioni in cui i frutti non maturano tutti nello stesso momento, ma lungo un ciclo che può essere anche superiore al mese (pomodori, zucchine, melanzane, ecc). Qui “una passata di trattore” porterebbe via la pianta prima che possa esprimere tutto il suo potenziale produttivo. Dunque qui serviranno ancora moltissimi “stagionali”, disposti a lavorare in condizioni bestiali e per una paga ridicola. Migranti, per lo più, ma anche e ancora “indigeni poveri”, come si vede d’estate da Trapani a Trieste.

Ma intanto l’automazione perfeziona la separazione tra “la sapienza del contadino” e i gesti dell’agricoltura. La “sapienza” viene infatti affidata ai “tecnici” (agronomi per quanto riguarda la conoscenza delle piante, informatici e meccanici per quanto riguarda la gestione del macchinario automatizzato). Mentre il residuo di forza lavoro completamente dequalificata (può raccogliere pomodori anche chi non ne ha mai mangiato uno…) diventa un fenomeno stagionale, magari di grandi dimensioni ma senza nessuna solidità strutturale o contrattuale. Braccia umana usa-e-getta, magari da “spezzare” nel caso si cerchi dignità o un salario migliore.

Diciamo quindi che in agricoltura diventa più evidente (ci vorrà comunque qualche anno prima che questa innovazione diventi il nuovo standard) un processo di separazione tra attività umane di alto livello professionale (agronomi, informatici, ingegneri e periti meccanici, ecc) e attività puramente “faticose”. Pochissimi ben pagati e tantissimi “straccioni” da governare con la frusta.

La brutta notizia è che sta diventando così in qualsiasi settore produttivo, dalla fabbrica alla grande distribuzione. E questa, sì, è una radicale trasformazione davvero “epocale”. Si intravede un tunnel, in fondo alla luce che splende sui campi…

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Il contadino invisibile. Il trattore senza trattorista

Erano 5 secoli che provavano a pensare un’agricoltura senza contadini e braccianti. Senza l’uomo nei campi. Deve essere l’effetto dell’invisibilità sociale e politica del contadino nel cosiddetto “mondo occidentale” che li ha convinti che nei campi non ce ne fossero proprio più. Infatti ora dicono che sono capaci di coltivare senza la presenza dell’uomo sulle macchine.

Loro – quelli che lo dicono da ultimi – sono quelli della Case IH e New Holland Agriculture, i marchi di macchine per l’agricoltura del Gruppo CNH Industrial[1] , che hanno realizzato un prototipo di trattore “intelligente” senza conducente e lo hanno presentato il 20 febbraio di quest’anno nelle piane della cerealicultura francese, perché si dicono preoccupati che nei paesi grandi produttori di cereali “non si trova manodopera”. Sarà vero? L’operatore di questo trattore, o, magari di diversi di questi trattori, sarà “in ufficio” per controllare che tutto vada bene, davanti ad uno schermo.

Ma si, sono quelli della FIAT. Anzi lo erano.

CNH Industrial N.V. (“CNH Industrial” or the “Company”) is incorporated in, and under the laws of, the Netherlands. The Company was formed as a result of the business combination transaction (“Merger”) between Fiat Industrial S.p.A. (“Fiat Industrial”) and CNH Global N.V. (“CNH Global”). (29 sett. 2013).

Il 29,6% di questa nuova compagnia appartiene ad EXOR N.V che è una delle principali società d’investimento europee ed è controllata dalla Famiglia Agnelli. Gli italiani. Sede legale nei Paesi Bassi, dove c’è tassazione più favorevole.

Il trattore che ora è diventato intelligente perché senza conduttore, era all’origine un Case Magnum, cioè un attrezzo il cui prezzo varia tra 200 e 300 mila euro secondo i vari modelli. Un tipico trattore da azienda contadina! La trasformazione annunciata gli consente di arare e seminare evitando problemi, ma gli consente anche di incamerare moltissimi dati che poi saranno usati da banche, assicurazioni e società finanziarie per avere delle migliori previsioni sui raccolti e fare puntate con meno rischi nella scommessa dei contratti a termine (future) su cereali e su previsioni di vendita per altri prodotti, come sementi e concimi. Lentamente prende forma un’agricoltura senza agricoltori con un’unica lunga catena del valore facilmente controllabile dal capitale finanziario e da imprese via via sempre più “monopoliste”.

Certo di idee-miracolo l’industria, a monte ed a valle della produzione agricola e di alimenti, ne ha sfornate senza limiti e senza modestia nel corso degli anni. Che dire dell’agricoltura di precisione con i droni che danzano tra i filari delle vigne? E le sementi miracolo? E il boom dei mercati d’esportazione? Queste idee “vincenti” sembrano avere una sorta di regola d’oro: fare sparire il lavoro nei campi per entrare – finalmente – nel futuro e nella modernità. Dai villaggi bruciati della rivoluzione industriale inglese alla desertificazione provocata dall’agricoltura industriale attraverso il pianeta, l’abbandono del lavoro agricolo viene presentato come una conquista di civiltà e di modernità. E, quindi, trattori intelligenti e droni nei campi e “contadino-soprammobile” guardiano della natura e del paesaggio, macchietta pubblicitaria del “made in Italy”, “custode” delle sementi di varietà locali e “cuciniere” di pasti tradizionali o “in cerca di moglie” nei reality. Ma soprattutto un contadino lontano dai campi. La terra la diamo a chi la sa far fruttare, con aziende di grandissime dimensioni, con stalle robotizzate di 2.000 vacche. Diamola a chi schiaccia il lavoro nei campi sotto il peso di condizioni sempre più misere e si illude che si possano produrre alimenti sani, di qualità, sostenibili senza il lavoro, il cuore e l’intelligenza di donne ed uomini che vivono con la terra e della terra. Ma si, evviva l’agricoltura punto 4!

[1] “CNH Industrial N.V. (NYSE: CNHI /MI: CNHI) è un leader globale nel settore dei Capital Goods con una grande base industriale, un’ampia gamma di prodotti e una presenza geografica a livello mondiale. Tutti i marchi del Gruppo sono attori internazionali di grande rilievo nei rispettivi settori: Case IH, New Holland Agriculture e Steyr – trattori e macchine per l’agricoltura; Case e New Holland – macchine per le costruzioni; Iveco – veicoli industriali; Iveco Bus e Helieuz Bus – autobus; Iveco Astra – veicoli cavacantiere; Iveco Magirus – mezzi antincendio; Iveco Defence Vehicles – mezzi per la difesa e la protezione civile; e FPT Industrial per motori e trasmissioni. Ulteriori informazioni sono disponibili sul sito www.cnhindustrial.com”.

Da http://www.croceviaterra.it

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 La Voce  56 – anno XIX, luglio 2017 – in formato PDFFormato Open OfficeFormato Word

del (nuovo)Partito comunista italiano

Piano nazionale Industria 4.0 e sinistra borghese

L’autore mostra ai nostri lettori, affinché non restino confusi dai paroloni e dai fuochi d’artificio sparati a getto continuo da propagandisti borghesi e da intellettuali della sinistra borghese, che con l’ Industria 4.0 gli operai dei paesi imperialisti restano operai o diventano disoccupati (plebe mantenuta gettandole “panem et circenses” – ammortizzatori sociali e spettacoli diversivi dalla lotta per instaurare il socialismo) e i capitalisti restano padroni, anche se sono divisi in manager & azionisti.

Alla metà del 2016 il governo di Matteo Renzi, che dopo la sconfitta del referendum di dicembre avrebbe installato al suo posto il reggente Paolo Gentiloni, ha lanciato con grande clamore il suo “Piano nazionale Industria 4.0”, mobilitando Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF), Ministero dello Sviluppo Economico (MISE), Ministero dell’Istruzione (che si occuperà di progetti di alternanza scuola-lavoro, di ricerca universitaria, specializzazioni, dottorati e cose affini), Ministero del Lavoro, Ministero delle Politiche Agricole, Ministero dell’Ambiente, Confindustria, sindacati concertativi (CGIL, CISL, UIL, UGL) e università. Il clamore è tanto, i suoi promotori e propagandisti la chiamano “quarta rivoluzione industriale” e proclamano che cambierà tutti gli aspetti del processo produttivo.(1) Fanno persino balenare l’idea che sia l’uscita dalla crisi.

  1. Prima della paventata “quarta rivoluzione industriale”, gli storici ne annoverano altre tre. La prima a metà del secolo XVIII con l’introduzione nelle manifatture capitaliste della macchina a vapore di Watt. La seconda negli ultimi decenni del secolo XIX con l’utilizzo nelle industrie dell’elettricità scoperta da Edison e con lo sviluppo dell’industria chimica e dell’uso del petrolio. La terza negli anni ‘70 del XX con l’avvento dell’informatica, delle telecomunicazioni e un utilizzo più massiccio dell’elettronica. Le rivoluzioni industriali sono avvenute ad un certo stadio di sviluppo delle conoscenze umane che la borghesia ha usato per valorizzare il capitale e che allo stesso scopo ha promosso (ricerca e sviluppo).

Come è nella sua natura e nel suo ruolo, la sinistra borghese si è gettata a pesce a fare da cassa di risonanza alla borghesia piangendo gli effetti disastrosi dell’Industria 4.0 sull’occupazione e altro. In questo articolo di proposito non gareggio con la sinistra borghese nello sfoggiare parole ed espressioni nuove, numeri, immagini e cavilli. Quello che mi propongo è

  1. esporre la natura del processo che le autorità della Repubblica Pontificia fanno balenare e gli effetti che esso, nella misura in cui sarà effettivamente attuato, avrà sulle condizioni della lotta di classe,
  2. le previsioni e le proposte avanzate in proposito dalla sinistra borghese.

Il piano nonostante il nome non ha niente della pianificazione razionale dell’attività economica nel senso in cui la faremo nel socialismo, di combinazione coerente dell’attività delle varie unità produttive: cosa impossibile perché per principio ogni capitalista è padrone nella sua azienda e fa quello che lui ritiene più gli conviene per aumentare il capitale che amministra. Il “piano” apre al contrario la via alla corsa dei capitalisti, con relativo retroterra di favori, corruzioni e intimidazioni, all’acquisizione di benefici fiscali (per il periodo 2018-2024 prevede 13 miliardi di € di sconti fiscali) e finanziamenti pubblici (altri 10 miliardi per lo stesso periodo), ognuno per aumentare il suo capitale. Per beneficiarne ogni impresa dovrà mostrare di fare investimenti nella ricerca, lo sviluppo e la messa in opera di nuove tecnologie capaci di migliorare i processi produttivi in termini di aumento della produttività per lavoratore impiegato direttamente  nell’impresa, di riduzione dei costi di produzione (salariali e di altro genere: materie prime, energia, investimenti per sicurezza e protezione dell’ambiente e altre) per l’impresa, di flessibilità della produzione (quanto, quando e cosa produrre) e di miglioramento della qualità dei prodotti: il tutto misurato in denaro. L’Industria 4.0 viene sbandierata come “nuova rivoluzione industriale” capace di mettere in sinergia nei processi produttivi ad un livello superiore all’attuale 1. l’informatizzazione (ossia la connessione informatica tra siti produttivi, fornitori – produttori – distributori, una superiore elaborazione di dati analitici e statistici e altro), 2. la robotizzazione (il miglioramento delle macchine industriali per renderle più efficienti e autonome dall’intervento diretto dell’uomo) e 3. la digitalizzazione (conversione di processi ora analogici [cioè fatti con l’intervento di lavoratori] come l’avvio di macchinari, la loro manutenzione, la valutazione della qualità dei prodotti e altri, in processi digitali: lo stato delle cose viene rilevato da macchine che passano i risultati a calcolatori che li trattano secondo un programma informatico e alla conclusione indicano a una macchina cosa fare).(2)

  1. Cosa intendo con l’espressione “processo analogico che passa a digitale” lo spiego meglio con due esempi.

In un magazzino dove fino ad ora un operaio pesa i colli e li misura per sistemarli nell’ordine più conveniente negli appositi spazi, con la digitalizzazione i colli saranno pesati e misurati da appositi macchinari e trattando i dati risultanti appositi programmi informatici daranno ordini a robot che li inseriranno negli spazi programmati: ogni aspetto e problematica verrà trattata mediante programmi installati su calcolatori.

Il controllo qualità, che finora è fatto “manualmente” quindi in maniera analogica (in una vetreria c’è un addetto che guarda se le bottiglie che scorrono su un nastro sono scheggiate o incrinate e scarta quelle difettose), sarà fatto tramite robot che passano il prodotto allo scanner e ricavano dati che vengono analizzati e valutati da programmi informatici che indicano ai robot cosa fare.

Gli effetti previsti del “piano” sono in definitiva una grande elevazione della capacità produttiva della singola azienda assieme alla riduzione di costi e tempi per il singolo prodotto e a una grande riduzione della manodopera: scomparirebbero tra il 25% e il 35% degli attuali posti di lavoro. Analogamente a come all’inizio del secolo scorso Frederick Taylor, il padre dell’organizzazione scientifica del lavoro all’origine della catena di montaggio, aveva scomposto l’attività del singolo operaio in tante operazioni di cui aveva poi previsto la distribuzione e combinazione lungo la catena in modo da fare di un gruppo di lavoratori un operatore unico e aumentare il rendimento dell’insieme della manodopera, ora il processo produttivo (l’organizzazione del lavoro) di un’azienda (o di un gruppo di aziende) viene scomposto in una serie di processi (lo studio di Michael Potter (1985) considera 9 processi, di cui 5 primari [relativi all’insieme delle operazioni interne ed esterne all’azienda, alla vendita e ai servizi] e 4 di supporto [relativi alle materie prime, alla “gestione delle risorse umane” ossia a tutto ciò che riguarda il ruolo in azienda di un operaio, allo sviluppo tecnologico e alle attività infrastrutturali]) che vengono combinati in quella che chiamano “catena del valore” per complessivamente ridurre i costi e aumentare il rendimento. L’espressione “catena del valore” deve insinuare l’idea che la valorizzazione del capitale verrebbe dal perfezionamento del sistema produttivo (anziché dallo sfruttamento dei lavoratori, come invece illustrato dal “vecchio” Carlo Marx quando descrive la cellula storicamente e strutturalmente germinale del modo di produzione capitalista).(3)

  1. È la relazione di costrizione del singolo lavoratore a un orario oltre a quello corrispondente al salario (pluslavoro): essa sta all’inizio del percorso storico del capitalismo e riemerge alla luce del sole ogni qual volta per qualche accidente crollano le relazioni che nel corso della storia si sono sviluppate su di essa e hanno formato una sovrastruttura che la occulta.

Un processo simile a quello lanciato da Renzi è stato lanciato nel 2016 in tutti i maggiori paesi imperialisti (USA, Inghilterra, Francia, Germania, Canada, Australia, Giappone e altri). Per ovvi motivi: in ogni paese imperialista il governo  cerca di attuarlo e promuoverlo per favorire la posizione dei gruppi imperialisti dei quali è espressione, nella concorrenza sul mercato mondiale perché, come a ragione alcuni anni fa Marchionne ha dichiarato a gran voce, “siamo in guerra” o, a essere più precisi, i gruppi imperialisti sono in guerra tra loro: la sovrapproduzione assoluta di capitale costringe ognuno di loro a togliere spazio agli altri e in questa guerra trascinano i lavoratori e l’umanità intera alla catastrofe, se non la preveniamo con la rivoluzione socialista.

Tutte le innovazioni produttive previste nel piano sono tecnicamente fattibili. Oggi gli uomini fabbricano macchine che rilevano (radiografia, ecc.) e registrano quello che un uomo a occhio nudo non vede, calcolatori e programmi informatici che trattano i dati ed elaborano decisioni a una velocità superiore a quella che un uomo raggiunge, robot che operano con una precisione e continuità superiori a quelle che gli uomini raggiungono operando con le loro mani. Questi risultati si inquadrano in un contesto e in un processo storico ben precisi.  La ricerca scientifica e tecnologica e in generale il complessivo bagaglio di conoscenze che l’umanità ha accumulato (e che attualmente è in mano alla borghesia) permettono certamente un salto qualitativo della capacità produttiva. Con Industria 4.0 e la “nuova rivoluzione industriale” vi sarebbe una superiore e più avanzata applicazione alla produzione del patrimonio di conoscenze generali acquisito dall’umanità. Questo una volta nelle mani dei lavoratori organizzati, nel socialismo, ridurrà enormemente la fatica e il tempo che oggi gran parte dell’umanità, i lavoratori, dedica ancora alla produzione, oltre che comportare risparmi di materie prime e di energia, riduzione degli scarti, miglioramento della qualità e un gran numero di altri benefici. La cosa era stata prevista già più di un secolo e mezzo fa da Marx che ne parla in esteso nel capitolo Capitale fisso e sviluppo delle forze produttive della società dei suoi Lineamenti fondamentali (Grundrisse) della critica dell’economia politica scritti nel 1858 (in Marx-Engels, Opere Complete vol. 30 – Editori Riuniti 1986 pagg. 79-100). In quel contesto egli ha mostrato che “la produzione basata sul valore di scambio [tempo di lavoro direttamente impiegato, ndr] crolla e il processo produttivo materiale immediato viene a perdere esso stesso la forma della miseria e dell’antagonismo … il furto di tempo di lavoro altrui [cioè il pluslavoro = plusvalore, ndr], sul quale si basa la ricchezza odierna, si presenta come una base miserabile in confronto a questa nuova base creata dalla grande industria stessa”.

In proposito a pag. 13 di La Voce 55 scriviamo che: “Ancora solo alcuni secoli fa l’umanità viveva grazie a lavoratori ognuno dei quali produceva di che vivere e proteggersi dalle intemperie e quanto altro gli era chiesto o imposto, lavorando per conto suo, con le sue mani o al massimo con un attrezzo manuale, quello che trovava in natura. Oggi la produzione dei beni e servizi che l’umanità impiega è affidata a un sistema produttivo la cui produttività (cosa produce e quanto in termini di beni e servizi) è potenzialmente illimitata e dipende principalmente dall’applicazione (alla produzione) del patrimonio conoscitivo generale dell’umanità; questo sistema però funziona grazie all’opera, combinata secondo regole ben definite, di molti individui che fanno ognuno la sua parte e tutti possono fare la loro parte se ogni individuo fa la sua”.

Di fatto in pochi secoli gli uomini sono passati dal lavoro con utensili manuali, al lavoro con macchine utensili e macchine operatrici mosse dall’energia meccanica (acqua, vapore, vento) o dall’energia elettrica, alla movimentazione con le catene di montaggio dei pezzi in lavorazione o al flusso continuo del materiale in lavorazione (come avviene negli impianti chimici, petrolchimici e affini), alla lavorazione dei pezzi tramite robot e al trattamento ed elaborazione dei dati tramite i calcolatori e i programmi dell’informatica con i quali altre macchine proseguono la lavorazione. Questo ha permesso e permetterà nel concreto di ridurre enormemente il tempo e la fatica degli uomini nello svolgere il proprio lavoro, mentre richiederà da questi un lavoro intellettuale più ampio e di qualità superiore, ragionamenti più complessi e conoscenze più approfondite, modificando di fatto anche il contenuto delle processo produttivo. “Ma gli uomini non sono capaci di tanto lavoro intellettuale, la massa cerca solo di soddisfare i suoi bisogni animali”, certamente obietterà il  borghese, come Papa Leone XIII neanche 150 anni fa sentenziava che era addirittura peccaminoso pensare che tutti gli uomini fossero capaci di imparare a leggere e a scrivere. Non a caso la borghesia ricorre a mille misure per distogliere le masse popolari dall’imparare a pensare e a ragionare, per evitare che rifacciano quello che si erano messe a fare in Unione Sovietica e negli altri paesi socialisti!

Industria 4.0 dà una spinta marcata allo sviluppo delle forze produttive. Tutto questo va a incrementare quello che i comunisti da sempre indicano con l’espressione “presupposti del comunismo creati nella società capitalista dai capitalisti stessi, mossi dalla loro insaziabile avidità di profitti”.

Ogni gruppo imperialista deve valorizzare il suo capitale. Quindi la borghesia imperialista è costretta a rendere più potenti le forze produttive: la capacità lavorativa degli uomini e delle donne, le esperienze e le conoscenze impiegate nel processo lavorativo (il patrimonio scientifico e le conoscenze), le macchine e gli impianti (installazioni, utensili e così via), le infrastrutture sociali usate a fini lavorativi.

Concretamente il capitalismo pone le condizioni su cui poggerà la società socialista. Se consideriamo l’umanità nel suo insieme, in questo processo oggettivamente si riduce il tempo che gli uomini devono impiegare nella produzione dei beni e servizi che entrano nel loro consumo individuale e collettivo e libera quindi tempo per le attività specificamente umane, per la partecipazione della classe operaia e delle masse popolari alla progettazione e gestione della società, per lo sviluppo della capacità di conoscere e di verificare e usare la conoscenza nell’azione che trasforma il mondo e l’uomo stesso, della capacità di elaborare dalle relazioni con la natura e dalle relazioni tra gruppi sociali e tra individui regole e criteri di comportamento che trasformano la società e gli individui (Manifesto Programma del (n)PCI, nota 2 pag. 250). Crea cioè le condizioni necessarie per quella società in cui il “libero sviluppo di ognuno è la condizione necessaria per il libero sviluppo di tutti” con cui Marx ed Engels fanno terminare il capitolo II del Manifesto del partito comunista del 1848.

Questi progressi delle forze produttive nelle mani dei capitalisti hanno però effetti di tutt’altro genere rispetto a quelli che avranno nel socialismo e nel comunismo. Parlare dell’umanità come un insieme, finché le masse popolari sono dirette dalla borghesia, finché è la borghesia che promuove e dirige la loro attività produttiva, le coinvolge nella lotta di ogni capitalista contro gli altri e mette un lavoratore contro l’altro, non ha senso pratico alcuno. Il sistema produttivo è diventato più collettivo, è finita l’epoca del lavoratore che lavora per conto suo. Il capitalismo ha grandemente sviluppato il carattere collettivo assunto dalle forze produttive.(4) Ma resta sempre un sistema basato sulla valorizzazione del capitale del singolo capitalista o della singola azienda o gruppo di aziende, l’una contro l’altra e sull’esclusione della massa dei lavoratori dalle attività specificamente umane. Il tempo libero che lo sviluppo delle forze produttive crea, la borghesia lo trasforma in disoccupazione, esuberi, licenziamenti.(5)

  1. “Per accrescere la produttività del lavoro dei suoi operai, la borghesia ha dovuto rendere le forze produttive sempre più collettive, cioè tali che la quantità e la qualità delle ricchezze prodotte dipendono sempre meno dalle capacità, qualità e caratteristiche del singolo lavoratore e dai suoi sforzi personali (la sua dedizione al lavoro, la durata del suo lavoro, la sua intelligenza, la sua forza, ecc.). Esse dipendono invece sempre più dall’insieme organizzato dei lavoratori (il collettivo di produzione), dal collettivo nell’ambito del quale l’individuo lavora, dai mezzi di produzione di cui questo dispone, dalle condizioni in cui lavora, dalla combinazione dei vari collettivi di lavoratori, dal patrimonio scientifico e tecnico che la società impiega nella produzione e da altri elementi sociali. In conseguenza di ciò il lavoratore isolato è ridotto all’impotenza: egli può produrre solo se è inserito in un collettivo di produzione (azienda, unità produttiva)” (Manifesto Programma del (nuovo) PCI, nota 9 pag. 252).
  1. Riporto quanto scritto sul Manifestino dei lavoratori Piaggio del 26.06.17: “Colaninno vuole introdurre una rapida e intensiva nuova tecnologia in tutta la filiera produttiva e a tale scopo renderanno sempre più pesanti i carichi e i ritmi lavorativi di operai/e. Dietro all’innovazione tecnologica ci sono gli esuberi dal ciclo produttivo, a partire dalla verniciatura e dai vari magazzini (logistica) appaltati ad altre aziende.

Colaninno non baderà a spese per le innovazioni tecnologiche e a farne le spese saranno gli operai della Piaggio e dell’indotto, posti di lavoro sacrificati per accrescere i già elevati profitti della Piaggio. Nel frattempo l’azienda beneficerà di finanziamenti statali previsti da Industria 4.0”.

È la contraddizione che come un cancro corrode il capitalismo, la contraddizione tra forze produttive e rapporti di produzione, quindi tra lo sviluppo di forze produttive sempre più collettive e la proprietà individuale dei mezzi di produzione e della forza-lavoro stessa. Il capitalista produce per avere profitto e tutto ciò che non è utile a creare profitto è un esubero, un peso, un costo: deve essere ridotto, eliminato, distrutto. La contraddizione tra sviluppo delle forze produttive e proprietà individuale inevitabilmente genera disoccupazione e miseria, peggiori condizioni di lavoro (salario, sicurezza, diritti). Questo rapporto antagonista è la ragione per cui oggi la borghesia può solo continuare a devastare interi territori con l’inquinamento, il saccheggio delle risorse e la guerra; è la ragione per cui milioni di persone sono costrette a emigrare, decine di migliaia di esse affogano nel Mediterraneo, nel Golfo del Messico e nei mari dell’Asia; è la ragione dei campi di concentramento in cui vengono confinati i migranti di ogni angolo del mondo e dell’abbrutimento morale e intellettuale, dello sbandamento di milioni di elementi delle masse popolari nei paesi imperialisti come l’Italia, delle aziende delocalizzate e chiuse e delle case abbandonate, dei territori lasciati al degrado e all’abbandono, delle tonnellate di merci prodotte e mandate al macero nelle discariche e negli inceneritori, ecc. L’unico modo con cui la borghesia può affrontare le contraddizioni che crea questo rapporto antagonista è in definitiva la guerra, attraverso la quale distruggerà ingenti quantità di uomini, ricchezze e forze produttive oggi “improduttivi”: infrastrutture, schiere di disoccupati, intere città e fabbriche, ecc. La crisi è la manifestazione di questo antagonismo che necessita di essere superato.

La spontanea e crescente resistenza delle masse popolari a questo corso catastrofico delle cose è il terreno in cui noi comunisti possiamo e dobbiamo fare avanzare la rivoluzione socialista fino a instaurare il socialismo.

Di fronte al marasma attuale e al futuro disumano e di guerra verso il quale la borghesia spinge le masse popolari, la sinistra borghese è impotente perché non vede oltre l’orizzonte del capitalismo. L’approccio di questi signori è favorito dalla loro collocazione di classe (la maggior parte di essi fa parte di quella che chiamiamo “aristocrazia proletaria del paesi imperialisti” – Coproco, I fatti e la testa pagg. 110-114, vedasi anche di seguito a pag. 52 e nota 2 a pag. 53), ma l’elemento unificante della cultura che guida la loro condotta è la concezione della Scuola di Francoforte che la borghesia ha largamente diffuso nei paesi imperialisti durante il periodo del capitalismo dal volto umano (1945-1975) per occupare lo spazio che non poteva essere occupato dalle concezioni clericali del mondo.

La concezione della Scuola di Francoforte (Horkheimer, Adorno, Marcuse, Pollock e altri) ha influito in negativo sullo sviluppo e la crescita delle forze rivoluzionarie principalmente negli anni ’70 e da lì in poi. Le teorie francofortesi alla base dell’analisi della società attuale, invece della contrapposizione, del rapporto dialettico e antagonista tra forze produttive e rapporti di produzione, pongono la “sussunzione”  dei rapporti di produzione nelle forze produttive: “la classe operaia è integrata nel sistema”, predicavano Toni Negri e i suoi padri operaisti (Raniero Panzieri, Asor Rosa, Sergio Bologna e soci). Secondo questa teoria la società capitalista (nella sua fase imperialista) è un sistema in cui le parti sono organicamente funzionali tra di loro e “i mali della società” non derivano dai rapporti di produzione ma dalle forze di produzione sociali, collettive, “moderne”: la disoccupazione futura sarà il frutto dell’Industria 4.0 e non del fatto che la proprietà dei mezzi di produzione è nelle mani dei capitalisti. Posta quella base, le soluzioni che ne derivano non superano l’orizzonte della società borghese: o distruzione delle macchine e non utilizzo della tecnologia (una visione neo-luddista che la sinistra borghese si guarda però bene dall’affermare in maniera decisa e pratica) o una radicalizzazione delle lotte, che cambia referenti (un vago “blocco sociale” o altri soggetti rivoluzionari al posto della classe operaia) e  metodi, ma non supera l’orizzonte della società borghese. Da questa stessa matrice, ovvero dall’illusione che in definitiva si possa convivere pacificamente coi capitalisti, vengono le teorie della “decrescita felice” e le baggianate che vi orbitano intorno.

In conclusione, una parte degli esponenti della sinistra borghese non fa altro che lamentarsi, dimenarsi e dibattersi in denunce della cattiveria dei padroni e della brutalità del loro sistema. Tutti veri “i mali del mondo” che essi denunciano, ma dato che non promuovono la soluzione che la classe operaia e le masse popolari oggi devono costruire e dato che quelli di essi che si proclamano comunisti rifuggono dallo svolgere il ruolo di promotori della rivoluzione socialista che è proprio dei comunisti, con la denuncia a lungo andare aprono la strada a sfiducia, disfattismo, rassegnazione, disperazione e all’abbrutimento dell’“ognuno si salvi come può”, a meno che noi comunisti ci gioviamo anche della loro denuncia per mobilitare una parte crescente delle masse popolari nella rivoluzione socialista.

Un’altra parte degli esponenti della sinistra borghese fantastica di nicchie virtuose per eletti e promuove gruppi di volonterosi che si rifugiano in comunità, a praticare la decrescita felice ai margini della società borghese da cui attingono quello che l’economia a km zero e la produzione con mezzi primitivi non danno.

Una terza parte approfitta anche delle trasformazioni del contenuto del processo lavorativo impliciti nell’Industria 4.0 per proclamare che la borghesia con l’innovazione tecnologica e la globalizzazione ha creato un nuovo modo di produzione, che non ha niente a che vedere con il modo di produzione capitalista descritto da Marx, i suoi antagonismi e le sue classi. Sarebbe un mondo tutto nuovo: “la situazione è completamente diversa” è il loro ritornello. E gli esponenti della sinistra borghese vi sguazzano sottolineando unilateralmente, da empiristi, un aspetto o l’altro. L’importante è che non si parli dei paesi socialisti, del socialismo del XX secolo, della rivoluzione socialista, della prima ondata della rivoluzione proletaria e dei suoi insegnamenti.

L’Industria 4.0 conferma la tendenza oggettiva della società capitalista ad andare verso il comunismo.(6) Ma questo salto in avanti non può avvenire spontaneamente, aspettandolo, supponendo che è qualcosa che avverrà e che ai comunisti sta il compito di “cogliere l’occasione” quando si presenterà. Il salto in avanti, epocale, è la direzione della storia che la carovana del (nuovo) PCI ha assunto come suo compito storico: la costruzione della rivoluzione socialista e l’instaurazione del socialismo in Italia. Il socialismo è una società basata sulla dittatura del proletariato, ovvero il potere in mano alla classe operaia organizzata attorno al partito comunista, sulla trasformazione dell’attività economica in una delle attività pubbliche con annessa abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione, sulla partecipazione crescente delle masse popolari alla gestione della società. Oggi abbiamo già (nei paesi imperialisti) le basi economiche e strutturali della futura società: costruire una società socialista vuol dire adeguare i rapporti di produzione e le istituzioni della società al carattere sociale, collettivo, delle forze produttive già esistenti. Chi afferma che bisogna “tornare indietro” o che bisogna continuare in una imperitura lotta per il miglioramento delle condizioni di vita, è un illuso o un imbroglione. La società borghese già offre le possibilità economiche di garantire a tutti condizioni di vita dignitose, adeguate al livello di civiltà raggiunto e compatibili con la natura e l’ambiente: la discriminante è la contraddizione tra classe dominante e classe operaia. L’antagonismo di queste due classi è quello che la sinistra borghese cerca di nascondere, non volendo assumersi l’onere di contribuire al superamento del capitalismo.

Duccio R.

  1. A tal proposito consiglio di leggere l’articolo Le due vie al comunismo in La Voce n. 15, novembre 2003, pagg. 47-58.

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