Domenica 3 settembre 2017 ricorreva il 35esimo anniversario della morte del Generale dei Carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa e ovvamente abbiamo assistito a cerimonie istituzionali in pompa magna. Ma chi era veramente? E’ stato probabilmente uno dei più riusciti “criminali di genio” allevati da quell’apparato controrivoluzionario, di lunga tradizione ed esperienza che è l’Arma dei Carabinieri, secondo per livello raggiunto nella sua azione anti-comunista ed eversiva solo al Generale Giovanni De Lorenzo (quello del tentativo di colpo di Stato denominato “Piano Solo” e della schedatura a tappeto di comunisti e sindacalisti da parte del SIFAR, il servizio segreto militare da lui diretto nel secondo dopo-guerra). Il Generale Dalla Chiesa è stato il creatore del famigerato Nucleo Anti-terrorismo che operò contro le Brigate Rosse (e in cui “si fecero le ossa” altri criminali come il futuro Generale Mario Mori, fondatore sia dei ROS dei Carabinieri – reparto dove a sua volta si formò un altro criminale ossia il futuro Generale Giampaolo Ganzer arrestato poi per narcotraffico- che dei ROC nel SISDE, coinvolto nella cosidetta trattativa “Stato-Mafia”, nello scandalo dei fondi neri del SISDE e responsabile della non perquisizione del covo di Totò Riina). Il Nucleo perfezionò ed estese ad ampio raggio le tecniche di infiltrazione nel movimento rivoluzionario e adottò la strategia della “guerra psicologica” contro le BR attraverso la tortura sistematica nei confronti dei compagni (compreso lo stupro e le “finte esecuzioni”) e gli omicidi a sangue freddo (come l’esecuzione della compagna Mara Cagol e di altri compagni in via Fracchia). Il Generale Dalla Chiesa è stato inoltre uno dei principali ispiratori e “sponsorizzatori” delle leggi per il pentitismo e la dissociazione e dell’istituzione dei Carceri Speciali (veri e propri luoghi di tortura psicologica – e non solo – per i detenuti politici), di cui fu anche il massimo dirigente e responsabile. Una volta finito il “lavoro sporco” contro il movimento rivoluzionario degli anni ‘70/‘80 (che la deriva militarista delle BR portò alla sconfitta) venne inviato a Palermo e ucciso per mano della Mafia, su mandato dei vertici della Democrazia Cristiana (del “divo” Giulio in particolare), vertici che egli ricattava nella speranza di salvare il suo “buon nome” e non diventare il solo “capro espiatorio” dei crimini perpetrati dallo Stato contro le Brigate Rosse. Pensava di salvarsi dai suoi padrini, come prima di lui Calvi, Sindona e molti altri. Ma ci rimise le penne: così vanno le cose nella Repubblica Pontificia. La storia di questo “criminale di genio” è ricca di insegnamenti per chi lotta per fare dell’Italia un nuovo paese socialista: il primo tra tutti che la borghesia imperialista non esita a violare la sua stessa legalità quando sente minacciata il suo potere. Non dobbiamo avere nessuna fiducia nel nemico e nella sua legalità.
Artuto Palumbo

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