Giovedì 20 luglio, nell’ambito della Festa di Liberazione promossa dal Partito di Rifondazione Comunista di Poggibonsi (SI), si è svolta un’interessante iniziativa dal titolo “Questione di sovranità nazionale: l’Italia e la Nato”. All’iniziativa sono intervenute due associazioni che di quest’argomento si occupano ordinariamente: il Comitato No Guerra No Nato e l’Associazione Indipendenza.

Apre il dibattito Berenice Galli del Comitato No Guerra No Nato. Dice che il loro è un Comitato che si occupa di un tema specifico, quello dell’attuazione dell’articolo 11 della Costituzione Italiana (L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo).
Dice che il Comitato è nato nell’ottobre del 2016 e che agisce principalmente attraverso iniziative di raccolta firme e di denuncia sulla tendenza alla guerra e dell’influenza della Nato sul Governo del nostro Paese. Il comitato cerca inoltre di mobilitare Consiglieri Comunali e Regionali per far passare (nei territori) delibere sul tema del rispetto del trattato di non proliferazione delle armi nucleari e (in questo senso) sono stati fatti dei passi in avanti con il Consiglio Regionale della Toscana e della Puglia (vedi in appendice l’articolo di Manlio Dinucci sul Manifesto del 21 luglio sul trattato di non proliferazione delle armi nucleari).

Interviene poi un esponente dell’Associazione Indipendenza. Dice che il nostro Paese ha perso la sua sovranità nazionale innanzitutto da un punto di vista economico e oggi tutto il mondo è attraversato da una tendenza alla guerra e nessun paese ne è esente. Dice che bisogna capire la fonte di questa tendenza alla guerra. E secondo lui la si trova nell’avvio della crisi del sistema capitalistico degli anni ’70 in cui siamo immersi tutt’oggi.
Alle parole del compagno noi aggiungiamo che quella di cui lui parla è la seconda crisi generale del capitalismo per sovrapproduzione assoluta di capitale. È una crisi particolare, è certamente una crisi economica ma che diventa anche crisi politica, sociale, culturale e ambientale. È una crisi strutturale del sistema capitalista e possiamo uscirne solo percorrendo due strade: o la via rivoluzionaria (quindi l’instaurazione di un nuovo ordinamento sociale, il socialismo) o la via reazionaria (quindi l’instaurazione di un nuovo ordine mondiale diretto dalla borghesia).
Il compagno aggiunge un altro concetto al suo ragionamento che eleva la qualità del dibattito: “occorre costruire un governo disposto  a mettere in campo le misure necessarie”. Da quel momento l’iniziativa non è più solo di denuncia delle malefatte della borghesia e dei suoi Istituti internazionali (come la Nato), il dibattito si è spostato sul “per”, sulla ricerca sperimentale della strada per costruire l’alternativa allo stato di cose presente.
Il compagno dice che uno Stato non può essere sovrano se non ha in mano l’economia e che oggi ci vuole un governo che si assume questa responsabilità. Dice che il Comitato No Guerra No Nato (così come l’Associazione Indipendenza) può e deve assumersi la responsabilità di contribuire alla costruzione di un governo dal basso, che risponda immediatamente agli effetti più gravi della crisi mettendo al centro gli interessi delle masse popolari. Aggiunge che esponenti come Manlio Dinucci del Comitato No Guerra No Nato sono autorevoli e devono fin da subito mettersi a lavorare per costruirlo.
Effettivamente quanto dice questo compagno è giusto e va nella direzione di quello che noi chiamiamo Governo di Blocco Popolare, un governo emanazione delle organizzazioni operaie e popolari e che è composto dagli esponenti autorevoli della società civile (uno di questi è sicuramente Manlio Dinucci).
Dopo quest’intervento ne seguono altri. I più interessanti sono quelli di due compagni del PRC che raccolgono lo stimolo di discutere della necessità di costruire un governo che faccia i nostri interessi perché (dicono), effettivamente, questa è la strada realistica per rompere con la NATO e con tutte le altre istituzioni.
Come Partito dei CARC siamo felici di raccogliere il contenuto di iniziative come queste, rispondiamo allo stimolo di discutere di come costruire una governabilità che faccia gli interessi delle masse popolari. Con questo spirito invitiamo i compagni e le compagne che hanno partecipato a quell’assemblea a leggere e studiare l’articolo “La catastrofe incombe. Che fare?” di Resistenza 7-8/2017. Vi chiediamo commenti, riflessioni e considerazioni: eleviamo il dibattito “tra compagni” e costruiamo insieme la Rivoluzione socialista!

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Da Resistenza 7-8/2017
La catastrofe incombe, che fare?
Gli esponenti del sistema politico borghese italiano e gli intellettuali suoi portavoce si dividono in tre correnti: fazione delle larghe intese, fazione antisistema e fazione della sinistra borghese (vedi “Anche la storia ha bisogno di una spinta”).
Nessuna di queste tre correnti ha, alla prova dei fatti, una soluzione per fare fronte agli effetti della crisi che sia positiva per le masse popolari, cioè conforme ai loro interessi, alle loro aspirazioni e conforme all’emancipazione collettiva dal bisogno e dalle calamità naturali potenzialmente possibile, stante il grado di sviluppo delle conoscenze generali raggiunto dall’umanità. La prova dei fatti è qui intesa nel senso che, da quando la crisi generale del capitalismo è entrata nella fase acuta e terminale nel 2008, la fazione delle larghe intese ha prodotto solo “soluzioni” che si sono rivelate peggiori degli effetti della crisi che pretendeva di contrastare, la fazione antisistema ha fomentato la guerra fra poveri e il razzismo, la fazione della sinistra borghese ha prodotto a profusione soluzioni “di buon senso” che si sono tutte rivelate un fallimento.

Prendiamo a esempio l’illusione di raccogliere il malcontento popolare in progetti elettorali e installare governi “di sinistra e amici del popolo”: è stata seppellita dal fallimento di Tsipras in Grecia, che si è inginocchiato ai caporioni della UE e ha offerto in sacrificio le condizioni di vita e i diritti dei lavoratori e delle masse popolari greche. Con il dissolvimento delle fantasie sulla possibilità di imporre per via parlamentare un governo formato dai partiti della sinistra borghese più o meno radicale, si è dissolta anche l’esotica strada proposta in Italia da Rete dei Comunisti: l’alleanza dei governi dei paesi maggiormente ricattati dalle istituzioni politiche e finanziarie della UE (Grecia, Italia, Portogallo, Spagna…) basata su una comune politica di resistenza e disobbedienza alla Troika e sulla reciproca cooperazione, sulla scia dell’ALBA dell’America Latina.
Stessa sorte è toccata anche alle strade alternative basate sulle “riforme economiche”: la regolamentazione dei movimenti del capitale finanziario (illusione più campata per aria non esiste!) e l’aumento della produzione di beni e servizi (sia nella versione dell’aumento dei redditi delle masse popolare per far “ripartire l’economia”, sia nella versione della moltiplicazione delle opere pubbliche per creare posti di lavoro, che ha invece creato solo maggiori speculazioni e devastazione ambientale): le strade proposte da illustri esponenti sindacali e politici ben rappresentati da Landini della FIOM.

Non esiste che una sola verità e il problema di sapere chi ha raggiunto questa verità non dipende dalla vanteria soggettiva, ma dalla pratica oggettiva. Solo la pratica rivoluzionaria di milioni e milioni di cittadini è il metro giusto per misurare la verità (Mao Tse-tung “Sulla nuova democrazia” – Casa Editrice in lingue estere, Pechino 1968).

La verità è che quanto più è evidente che la borghesia imperialista non ha soluzioni positive per le masse popolari, tanto più è evidente che il corso delle cose nel mondo e nel nostro paese si divide in due strade inevitabili: o la mobilitazione reazionaria delle masse popolari (tendenza alla guerra imperialista, guerra fra poveri) o la mobilitazione rivoluzionaria delle masse popolari (guerra popolare rivoluzionaria, instaurazione del socialismo).  
La linea che la Carovana del (nuovo)PCI promuove e persegue, la costituzione del Governo di Blocco Popolare come strada per avanzare nella guerra popolare rivoluzionaria, è l’unica strada positiva e praticabile, rimasta in piedi alla prova dei fatti. Questo, alla luce del materialismo storico, per tre motivi:
– perché si basa su un’analisi scientifica della realtà (contraddizioni nel campo della classe dominante – vedi editoriale – contraddizioni fra classe dominante e masse popolari);
– perché si basa sul protagonismo delle masse popolari organizzate (cioè di quella parte che già si mobilita per resistere al peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro e per resistere agli effetti della crisi);
– perché ha una prospettiva di ampia portata: non “il miglioramento del capitalismo”, ma l’abbattimento del capitalismo e l’instaurazione del socialismo; è la traduzione nelle condizioni particolari e concrete del nostro paese della guerra popolare rivoluzionaria in questa fase.

Avanziamo sperimentando. Se la linea è giusta, realistica, positiva e concreta, perché si afferma tanto lentamente fra le masse popolari e la classe operaia? Il Governo di Blocco Popolare non cade dal cielo. Per costituirlo sono necessarie alcune condizioni preliminari: che esista nel paese un certo numero di organizzazioni operaie e popolari che raccolgono e mobilitano la parte più avanzata delle masse popolari, che le organizzazioni operaie e popolari, coordinate fra loro, imparino ad agire come nuove autorità pubbliche (cioè deleghino sempre meno alle vecchie autorità borghesi e prendano sempre più in mano la gestione di parti crescenti della vita sociale delle masse) e rendano il paese ingovernabile dai governi della Repubblica Pontificia, che l’obiettivo di costituire un loro governo d’emergenza sia perseguito coscientemente dalle masse popolari organizzate. La combinazione di questi fattori è ciò che chiamiamo “far montare la maionese della mobilitazione rivoluzionaria”.
Dal 2009 ad oggi la linea del Governo di Blocco Popolare è stata approfondita, arricchita e sviluppata a livello teorico, ma soprattutto è stata sottoposta alla prova della pratica: sono stati anni in cui il P.CARC si è profondamente trasformato per assolvere al meglio al suo ruolo nella Carovana del (nuovo)PCI, diventare promotore della formazione, dell’educazione e dell’organizzazione della classe operaia e delle masse popolari nel contesto del nostro paese:
– in cui la mobilitazione spontanea per resistere agli effetti della crisi cresce e si estende;
– in cui migliaia di compagni con la falce e il martello nel cuore, orfani del partito comunista e impregnati di economicismo e di elettoralismo, le due tare che il vecchio PCI ha sedimentato in ragione della deriva revisionista che ne ha caratterizzato la direzione, cercano una strada di lotta e di riscossa;
– in cui la difesa dei diritti conquistati con le lotte dei decenni passati, prima fra tutti la vittoria della Resistenza sul fascismo, è per i comunisti un ambito prezioso di intervento (vedi “Una nuova intervista a Ulisse” su Resistenza n. 2/2017) e praticarli contro i tentativi dei vertici della Repubblica Pontificia di smantellarli è una grande occasione per promuovere la scuola di comunismo fra le masse popolari organizzate.

Nel nostro paese il movimento delle masse popolari è vivace, variegato, multiforme e vasto: non c’è settore produttivo in cui non esista almeno una mobilitazione di carattere nazionale, dalla logistica alla siderurgia; non c’è settore pubblico in cui i lavoratori non siano in mobilitazione, dalla sanità ai dipendenti comunali; non c’è ambito, regione o zona dove non esistano mobilitazioni di ogni tipo, dalla difesa del territorio e dell’ambiente, contro il razzismo, per i diritti delle donne, per il diritto all’istruzione. Le forze attuali del nostro Partito ci consentono di arrivare e intervenire direttamente solo in alcune di queste lotte, organismi, collettivi, ma ci consentono di portare, ovunque arriviamo, una linea unitaria di riscossa e di organizzazione, di solidarietà, di mobilitazione e di lotta, uno spirito di conquista, un obiettivo chiaro.
Siamo un piccolo Partito che, grazie alla concezione del mondo che ci guida e allo stretto legame con il (nuovo)PCI e con l’elaborazione teorica della Carovana, arriva ben oltre a dove le forze numeriche ci consentirebbero di arrivare se fossimo guidati dal disfattismo e dall’attendismo, dalla remissività e dal legalitarismo della sinistra borghese. Siamo un piccolo Partito che sistematicamente promuove la nascita di organizzazioni operaie e popolari, il rafforzamento di quelle già esistenti e il loro coordinamento, che cura la formazione degli elementi più generosi e avanzati che le compongono facendo del loro attivismo una scuola di comunismo.

La coscienza rivoluzionaria nella classe operaia e nel resto delle masse popolari nasce dalla partecipazione pratica alla rivoluzione socialista. Questa partecipazione è promossa e diretta dai comunisti, questo è il loro ruolo specifico, il significato del loro essere avanguardia. Chi pensa che le ampie masse svilupperanno una coscienza rivoluzionaria autonomamente, spinte dagli eventi, oppure che ce l’abbiano già come una specie di “dono innato” e caratteristica di natura, non andrà molto lontano. Parallelamente vivrà nella frustrazione chi pretende di cambiare la coscienza delle masse (con l’esempio, con i discorsi, con lo studio ecc.) per poi, in un secondo tempo, poter fare la rivoluzione. Entrambe queste deviazioni separano la pratica dalla teoria e portano a concludere che le masse sono arretrate, che non capiscono, che non si mobilitano.
La storia della prima ondata della rivoluzione proletaria ci insegna che la gran parte della classe operaia e del resto delle masse popolari partecipano alla rivoluzione non aderendo al partito comunista, addirittura senza abbracciare in toto l’obiettivo del socialismo in maniera cosciente e conseguente, ma principalmente riconoscendo nella pratica, nell’organizzazione promossa dai comunisti e nelle loro parole d’ordine d’agitazione le ragioni della loro lotta, la sintesi delle loro esperienze e aspirazioni.
Sarà il bilancio di questa pratica, diretto dai comunisti in maniera cosciente, a far delineare via via in maniera sempre più precisa il percorso che si sta facendo, alimentando la coscienza rivoluzionaria e ingrossando le file dei comunisti e dei rivoluzionari; una trasformazione che per sua natura sarà graduale, contraddittoria, particolare per ogni individuo e settore, ma che diretta adeguatamente non potrà che farsi strada nel corso della rivoluzione socialista.

Attraverso l’esperienza pratica nel corso di questi anni, abbiamo avuto la conferma che è sbagliato pensare che prima si forma la coscienza delle masse popolari e poi si mobilitano le masse popolari nella lotta politica rivoluzionaria. Avviene invece il contrario: è partecipando alla lotta politica rivoluzionaria promossa dai comunisti che le masse popolari maturano la coscienza rivoluzionaria. Cioè è nella lotta rivoluzionaria che le masse popolari imparano a fare la rivoluzione socialista, anche se non sono comuniste, anche se non hanno oggi l’obiettivo del socialismo, anche se sono oggi impregnate di elettoralismo ed economicismo, anche se pensano e agiscono secondo il senso comune corrente anziché secondo la concezione comunista del mondo.

Con questo criterio generale, promuoviamo un intervento “a macchia di leopardo” in tutto il territorio nazionale, a partire dalle zone e dalle città dove sono presenti le Sezioni e proseguendo nell’ampio raggio, cioè dove il Partito non è ancora presente con collettivi organizzati e neppure singoli compagni, ma abbiamo contatti con esponenti di organismi popolari, con operai e altri lavoratori avanzati, con compagni che cercano una strada.
Con questo criterio generale abbiamo avviato, e stiamo imparando a sviluppare, l’intervento su organismi popolari che nascono spontaneamente per fare fronte agli effetti della crisi, e che con la combinazione della loro propria spinta alla mobilitazione con l’orientamento della Carovana, si stanno trasformando da centri di rivendicazione alla classe dominante (di diritti, di miglioramenti delle condizioni di vita) in centri che attuano le parti progressiste della Costituzione e fanno fronte direttamente agli effetti più gravi della crisi, diventando punto di riferimento per le masse.
È il caso della Casa Rossa Rossa di Sesto San Giovanni (MI) che da palazzo occupato e recuperato per fare fronte alla grave emergenza abitativa del territorio è diventata un punto di riferimento per le masse popolari della zona: oltre a offrire una sistemazione di emergenza per le famiglie italiane e immigrate che hanno subito uno sfratto, organizza la distribuzione di viveri alle famiglie in difficoltà, è diventata un punto di riferimento politico cittadino (tanto che durante la campagna elettorale è stata meta di molti dei 9 candidati a sindaco, tranne quello uscente del PD), che valorizza l’attività di associazioni di volontariato laiche e cattoliche, che promuove il coordinamento con i movimenti di lotta per la casa della provincia, che sostiene le altre occupazioni dell’area metropolitana. Chi vive in quel palazzo sono famiglie, non solo militanti; gli stessi attivisti sono in larga maggioranza elementi delle masse popolari uniti dalla necessità di una casa e spinti a imparare a ragionare insieme (non senza contraddizioni: concezioni diverse, idee diverse, religioni, provenienze, usi, abitudini diverse…) per difendere quello che hanno costruito. Per il Partito questa esperienza è una conferma che le masse popolari diventano rivoluzionarie partecipando alla rivoluzione socialista e ci permette di ragionare a fondo sul fatto che coloro che si mobilitano e lottano non sono ancora “militanti rivoluzionari”, ma se vogliono davvero difendere quello che hanno costruito, è necessario che la parte più avanzata di essi faccia un passo avanti nella pratica, si apra all’esterno, rompa con il legalitarismo (fare quello che le autorità borghesi permettono, a volte chiudendo un occhio, a volte chiudendone due, l’importante è non contrariarle) e si assuma la responsabilità di diventare a sua volta promotrice di organizzazione e mobilitazione.
È il caso di Gratosoglio Autogestita (GTA) e della Lista Disoccupati e Precari (Milano): un gruppo di ragazzi di quartiere che, ben prima di analizzarla in modo scientifico, sentivano, vivevano, la cappa di oppressione delle periferie, la mancanza di prospettiva, il peso di essere condannati ad essere esuberi. Fra di loro nessun militante politico di lungo corso. Prima di GTA, per loro, nessuna esperienza politica. Uno di loro è entrato 3 anni fa nel Partito e con l’orientamento del Partito ha iniziato a costruire il collettivo facendo leva sulle aspirazioni, sui bisogni, sulle spinte, sulla disponibilità a mobilitarsi, finora sconosciuta, dei ragazzi del quartiere come lui. È nata l’organizzazione giovanile che si occupa del quartiere, contrasta il degrado e lo stato di abbandono con attività di riqualificazione, promuove momenti di aggregazione, feste; ha occupato uno stabile comunale abbandonato e con grandi lavori autogestiti l’ha reso un posto accogliente per le masse popolari del quartiere. E poi, partendo dalla comune caratteristica di essere tutti disoccupati o precari, si sono posti l’obiettivo del lavoro. Hanno ripreso l’esperienza della lista disoccupati e precari di Roma (vedi Resistenza n. xx) e hanno portato nella metropoli milanese una lotta (quella per il lavoro utile e dignitoso) e una forma di lotta (gli scioperi al contrario) che aprono una prospettiva di mobilitazione positiva, opposta alla linea di rivendicare un salario garantito propria della sinistra borghese. Per il Partito, si tratta di un’esperienza importante di intervento sui giovani delle masse popolari, è la conferma che se la spinta alla ribellione e alla mobilitazione dei giovani trova uno sbocco positivo, le forze e la creatività che si possono sprigionare non hanno limiti. L’esperienza di GTA e della Lista Disoccupati e Precari è apripista nella metropoli milanese: farla esportare dal quartiere al resto della città, portarla come esempio, farla vivere in altre zone, farne un centro attorno a cui mobilitare anche giovani di altri quartieri, questo è il passo che consente sia di rivoltare i tentativi di intimidazione e gli attacchi repressivi contro i giovani di GTA (le denunce per l’occupazione dello stabile, le provocazioni per mezzo dei gruppi fascisti… le forze dell’ordine borghese non stanno a guardare), sia di seminare il terreno per la costruzione di un coordinamento di organismi popolari come GTA.
È il caso degli operai della Rational a Massa, di cui abbiamo parlato molto nei numeri scorso di Resistenza. E ne abbiamo parlato essenzialmente mettendo in evidenza due aspetti: il primo è che per imprimere alle cose un corso diverso da quello che i padroni e le autorità borghesi impongono (in questo caso la morte lenta di un’azienda) non occorre essere in tanti; alla Rational i dipendenti erano 24 e solo uno è legato direttamente con il nostro Partito. L’esperienza dimostra che anche un solo operaio, se ben orientato dal Partito, può valorizzare la mobilitazione di tutti gli altri, può metterli in moto e organizzarli, può farli diventare i promotori di una strada utile a loro e in prospettiva utile a tutti gli operai. Questo è il secondo aspetto, infatti: allo stato delle cose, la via per la costruzione della cooperativa per l’autogestione della fabbrica non è spianata, ci sono mille problemi e vengono al pettine le contraddizioni di quanti, pur sostenendo il progetto con grandi attestati pubblici (sindacati, Comune, Regione), al momento decisivo tentennano. Sbaglierebbe chi, nel caso il progetto non si realizzasse, pensasse che “la mobilitazione è stata un fallimento”: la lotta degli operai Rational ha mostrato che quando la classe operaia si mobilita, trascina tutto il resto delle masse popolari e costringe il sindacato, le amministrazioni, le istituzioni e le autorità a rincorrerla e a mobilitarsi. E se la classe operaia è decisa a vincere, non c’è niente che la possa fermare. Questo è anche il principale insegnamento, per motivi diversi, per noi e per gli stessi operai della Rational.
È il caso del Comitato contro la chiusura dell’ospedale San Gennaro a Napoli, nato per impedire lo smantellamento nell’autunno 2016 e che nel corso dei mesi è diventato di spinta al coordinamento fra utenti e lavoratori (medici, infermieri, tecnici), promotore della mobilitazione per l’attuazione dal basso della Costituzione (vedi “Assemblea del 14 maggio a Napoli” su Resistenza n. 6 /2017), un laboratorio per la progettazione di un sistema sanitario che metta al centro il diritto alla salute delle masse popolari e, infine, un centro promotore della mobilitazione popolare per affermare ciò che è legittimo, anche se per le autorità borghesi è illegale. Il 19 giugno scorso gli attivisti del Comitato, sostenuti dalle masse popolari, hanno occupato la sala ticket dell’ospedale, mentre all’interno medici e infermieri effettuavano gratuitamente le visite. È intervenuta la polizia per “riportare l’ordine” e denunciare per interruzione di pubblico servizio tutti i partecipanti all’occupazione. Azione repressiva a cui il comitato ha risposto che “il servizio ospedaliero non lo abbiamo bloccato noi, ma i vertici nazionali, regionali e aziendali con tagli, vuoti dirigenziali, chiusure di reparti e di interi ospedali, ritardi nell’apertura di altri ospedali, ruberie e privatizzazioni varie e soprattutto bloccando l’accesso al servizio pubblico attraverso i ticket che hanno aumentato la quantità di persone che non si curano perché non possono permetterselo”.

Questi pochi esempi sono la dimostrazione di cosa intendiamo quando diciamo che la rivoluzione socialista è in corso: è in corso quella mobilitazione di cui le masse popolari sono protagoniste e che, da lotta specifica, locale, per obiettivi immediati, i comunisti possono far sviluppare nella direzione dell’instaurazione del socialismo (lotta politica rivoluzionaria), partendo dagli obiettivi, dalle aspirazioni e dalla comprensione delle cose di ogni gruppo delle masse popolari per far crescere passo dopo passo l’organizzazione e la coscienza di ognuno di essi. La condizione indispensabile è che i comunisti abbiano un piano della rivoluzione socialista e lo attuino sistematicamente (si diano cioè i mezzi della propria politica).

Il contributo di ognuno è prezioso. Quello che abbiamo imparato dall’esperienza di questi anni è che la mobilitazione rivoluzionaria è combinazione di due aspetti fondamentali e insostituibili:
– l’attivismo delle masse popolari (iniziare anche in pochi, confrontarsi sui problemi, ragionare sulle possibili soluzioni, cercare altri disposti a mobilitarsi, a contribuire a sostenere la mobilitazione);
– il legame delle masse popolari con il movimento comunista cosciente e organizzato, con la Carovana del (nuovo)PCI.

Entrambi questi aspetti sono possibili a partire dalle condizioni esistenti in quel preciso momento: non esistono “tempi migliori”, “tempi più maturi”, “condizioni più favorevoli”. È sbagliato aspettare o pretendere di essere già capaci di fare tutto quello che bisogna imparare a fare, “avere tutto chiaro”, essere “esperti”: si impara a fare facendo, si impara a organizzare organizzando, si impara a vincere combattendo.

Ogni operaio e ogni lavoratore avanzato, ogni elemento avanzato delle masse popolari ha già oggi la possibilità e la capacità di compiere i passi necessari per avviare un processo, per portare la voce della Carovana del (n)PCI nel suo ambito, per far conoscere alla Carovana le condizioni del posto dove lavora e vive, per discuterne con colleghi e amici, parenti e conoscenti.

Avanziamo sperimentando e a macchia di leopardo con la consapevolezza che la classe dominante non ha alcuna soluzione positiva per le masse popolari ed è tutt’altro che forte, sono le masse popolari che, organizzate e orientate dai comunisti, devono imparare a far valere tutta la loro forza.
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Dal Manifesto del 21.07.2017
Pentagono: top secret la dislocazione delle atomiche in Italia
– Manlio Dinucci, 21.07.2017
Bombe nucleari. Messo il segreto da Washington sui risultati delle ispezioni per controllare come le ogive Usa vengano gestite e sorvegliate. La segretazione decisa con l’avvio della sostituzione delle vecchie atomiche con la nuova bomba B61-12 .
I risultati delle periodiche ispezioni per controllare come le armi nucleari statunitensi vengano gestite, mantenute e sorvegliate sono, da ora in poi, top secret: secondo la Federation of American Scientists di Washington, lo ha deciso il Pentagono, dichiarando che in tal modo «si impedisce agli avversari di conoscere troppo riguardo alla vulnerabilità delle armi nucleari Usa». In realtà, commentano gli esperti della Federation of American Scientists (Fas), i rapporti sulle
ispezioni finora diffusi non contenevano dati classificati. Erano però emersi problemi relativi alla sicurezza delle armi nucleari e al comportamento del personale addetto alla loro gestione.
Quindi da ora in poi nessuno, al di fuori di una ristretta cerchia nel Pentagono, potrà avere notizie sul grado di sicurezza dei siti, come Aviano e Ghedi Torre, in cui sono stoccate da anni armi nucleari statunitensi. Lo scopo fondamentale della decisione del Pentagono è però un altro: non facendo più sapere dove vengono effettuate ispezioni, esso non rivela più, neppure indirettamente, dove sono installate le armi nucleari. Ciò riguarda non solo le installazioni sul territorio statunitense ma, soprattutto, quelle in altri paesi.
Non a caso la segretazione dei risultati delle ispezioni è stata decisa proprio mentre la B61-12, la nuova bomba nucleare Usa destinata a sostituire la B-61 schierata in Italia e altri paesi europei, è entrata nella fase di ingegnerizzazione che prepara la produzione in serie. Non si sa quante B61-12 siano destinate all’Italia (v. il manifesto dello scorso 18 aprile), ma non è escluso, data la crescente tensione con la Russia, che il loro numero sia maggiore di quello delle attuali B61 (stimato in 70). Non è neppure escluso che, oltre che ad Aviano e Ghedi, esse vengano dislocate in altre basi, tipo
quella di Camp Darby dove sono stoccate le bombe della U.S. Air Force. Il fatto che, all’esercitazione Nato di guerra nucleare svoltasi a Ghedi nel 2014, abbiano preso parte per la prima volta anche piloti polacchi con cacciabombardieri F-16C/D, indica che con tutta probabilità le B61-12 saranno schierate anche in Polonia e in altri paesi dell’Est.
La B61-12 non è una semplice versione ammodernata della precedente, ma una nuova arma: ha una testata nucleare a quattro opzioni di potenza selezionabili e questo a seconda dell’obiettivo da colpire; un sistema di guida che permette di sganciarla non in verticale, ma a distanza dall’obiettivo; la capacità di penetrare nel terreno per distruggere i bunker dei centri di comando in un first strike nucleare. La nuova bomba nucleare può essere sganciata dai caccia F-16 (modello C/D) della 31st Fighter Wing, la squadriglia di cacciabombardieri Usa dislocata ad Aviano (Pordenone), pronta all’attacco attualmente con 50 bombe B61 (numero stimato dalla Fas).La B61-12 può essere sganciata anche da cacciabombardieri Tornado PA-200, tipo quelli del 6° Stormo dell’Aeronautica italiana schierati a Ghedi (Brescia), pronti all’attacco nucleare attualmente con 20 bombe B61. In attesa che arrivino anche all’aeronautica italiana i caccia F-35 nei quali, annuncia la U.S. Air Force, «sarà integrata la B61-12». Le mozioni parlamentari in cui si chiede al governo italiano di non permettere che le B61-12 siano installate sugli F-35 servono a richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica sull’argomento; non hanno però alcuna possibilità di riuscita poiché la decisione non è nelle mani del governo italiano ma del comando Usa/Nato, e le stesse bombe possono essere istallate su altri aerei. La questione di fondo è un’altra. Una volta iniziato nel 2020 (ma con Trump non è escluso anche prima) lo schieramento in Europa della B61-12, definita dal Pentagono «elemento fondamentale della triade nucleare Usa» (terrestre, navale e aerea), l’Italia, ufficialmente paese non-nucleare, verrà trasformata in una prima linea di un ancora più pericoloso confronto nucleare tra Usa/Nato e Russia. Nonostante che l’Italia abbia ratificato il Trattato di non-proliferazione (Tnp), che la impegna a «non ricevere da chicchessia armi nucleari, né il controllo su tali armi, direttamente o indirettamente».
La questione diventa ora politica, nel paese e nel parlamento, perché non resti nel silenzio la questione della eliminazione delle armi nucleari installate in Italia, ossia la completa denuclearizzazione del nostro territorio nazionale.
Sia perché è prescritta dal Tnp, sia perché è la condizione indispensabile per l’adesione italiana al Trattato sulla proibizione delle armi nucleari, votato recentemente a grande maggioranza all’Onu ma completamente ignorato dall’Italia.
© 2017 IL NUOVO MANIFESTO SOCIETÀ COOP. EDITRICE

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