Gli esponenti del sistema politico borghese italiano e gli intellettuali suoi portavoce si dividono in tre correnti: fazione delle larghe intese, fazione antisistema e fazione della sinistra borghese (vedi “Anche la storia ha bisogno di una spinta”).

Nessuna di queste tre correnti ha, alla prova dei fatti, una soluzione per fare fronte agli effetti della crisi che sia positiva per le masse popolari, cioè conforme ai loro interessi, alle loro aspirazioni e conforme all’emancipazione collettiva dal bisogno e dalle calamità naturali potenzialmente possibile, stante il grado di sviluppo delle conoscenze generali raggiunto dall’umanità. La prova dei fatti è qui intesa nel senso che, da quando la crisi generale del capitalismo è entrata nella fase acuta e terminale nel 2008, la fazione delle larghe intese ha prodotto solo “soluzioni” che si sono rivelate peggiori degli effetti della crisi che pretendeva di contrastare, la fazione antisistema ha fomentato la guerra fra poveri e il razzismo, la fazione della sinistra borghese ha prodotto a profusione soluzioni “di buon senso” che si sono tutte rivelate un fallimento.

 

Prendiamo a esempio l’illusione di raccogliere il malcontento popolare in progetti elettorali e installare governi “di sinistra e amici del popolo”: è stata seppellita dal fallimento di Tsipras in Grecia, che si è inginocchiato ai caporioni della UE e ha offerto in sacrificio le condizioni di vita e i diritti dei lavoratori e delle masse popolari greche. Con il dissolvimento delle fantasie sulla possibilità di imporre per via parlamentare un governo formato dai partiti della sinistra borghese più o meno radicale, si è dissolta anche l’esotica strada proposta in Italia da Rete dei Comunisti: l’alleanza dei governi dei paesi maggiormente ricattati dalle istituzioni politiche e finanziarie della UE (Grecia, Italia, Portogallo, Spagna…) basata su una comune politica di resistenza e disobbedienza alla Troika e sulla reciproca cooperazione, sulla scia dell’ALBA dell’America Latina.

Stessa sorte è toccata anche alle strade alternative basate sulle “riforme economiche”: la regolamentazione dei movimenti del capitale finanziario (illusione più campata per aria non esiste!) e l’aumento della produzione di beni e servizi (sia nella versione dell’aumento dei redditi delle masse popolare per far “ripartire l’economia”, sia nella versione della moltiplicazione delle opere pubbliche per creare posti di lavoro, che ha invece creato solo maggiori speculazioni e devastazione ambientale): le strade proposte da illustri esponenti sindacali e politici ben rappresentati da Landini della FIOM.

 

 

Non esiste che una sola verità e il problema di sapere chi ha raggiunto questa verità non dipende dalla vanteria soggettiva, ma dalla pratica oggettiva. Solo la pratica rivoluzionaria di milioni e milioni di cittadini è il metro giusto per misurare la verità (Mao Tse-tung “Sulla nuova democrazia” – Casa Editrice in lingue estere, Pechino 1968).

 

 

La verità è che quanto più è evidente che la borghesia imperialista non ha soluzioni positive per le masse popolari, tanto più è evidente che il corso delle cose nel mondo e nel nostro paese si divide in due strade inevitabili: o la mobilitazione reazionaria delle masse popolari (tendenza alla guerra imperialista, guerra fra poveri) o la mobilitazione rivoluzionaria delle masse popolari (guerra popolare rivoluzionaria, instaurazione del socialismo).  

La linea che la Carovana del (nuovo)PCI promuove e persegue, la costituzione del Governo di Blocco Popolare come strada per avanzare nella guerra popolare rivoluzionaria, è l’unica strada positiva e praticabile, rimasta in piedi alla prova dei fatti. Questo, alla luce del materialismo storico, per tre motivi:

– perché si basa su un’analisi scientifica della realtà (contraddizioni nel campo della classe dominante – vedi editoriale – contraddizioni fra classe dominante e masse popolari);

– perché si basa sul protagonismo delle masse popolari organizzate (cioè di quella parte che già si mobilita per resistere al peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro e per resistere agli effetti della crisi);

– perché ha una prospettiva di ampia portata: non “il miglioramento del capitalismo”, ma l’abbattimento del capitalismo e l’instaurazione del socialismo; è la traduzione nelle condizioni particolari e concrete del nostro paese della guerra popolare rivoluzionaria in questa fase.

 

Avanziamo sperimentando. Se la linea è giusta, realistica, positiva e concreta, perché si afferma tanto lentamente fra le masse popolari e la classe operaia? Il Governo di Blocco Popolare non cade dal cielo. Per costituirlo sono necessarie alcune condizioni preliminari: che esista nel paese un certo numero di organizzazioni operaie e popolari che raccolgono e mobilitano la parte più avanzata delle masse popolari, che le organizzazioni operaie e popolari, coordinate fra loro, imparino ad agire come nuove autorità pubbliche (cioè deleghino sempre meno alle vecchie autorità borghesi e prendano sempre più in mano la gestione di parti crescenti della vita sociale delle masse) e rendano il paese ingovernabile dai governi della Repubblica Pontificia, che l’obiettivo di costituire un loro governo d’emergenza sia perseguito coscientemente dalle masse popolari organizzate. La combinazione di questi fattori è ciò che chiamiamo “far montare la maionese della mobilitazione rivoluzionaria”.

Dal 2009 ad oggi la linea del Governo di Blocco Popolare è stata approfondita, arricchita e sviluppata a livello teorico, ma soprattutto è stata sottoposta alla prova della pratica: sono stati anni in cui il P.CARC si è profondamente trasformato per assolvere al meglio al suo ruolo nella Carovana del (nuovo)PCI, diventare promotore della formazione, dell’educazione e dell’organizzazione della classe operaia e delle masse popolari nel contesto del nostro paese:

– in cui la mobilitazione spontanea per resistere agli effetti della crisi cresce e si estende;

– in cui migliaia di compagni con la falce e il martello nel cuore, orfani del partito comunista e impregnati di economicismo e di elettoralismo, le due tare che il vecchio PCI ha sedimentato in ragione della deriva revisionista che ne ha caratterizzato la direzione, cercano una strada di lotta e di riscossa;

– in cui la difesa dei diritti conquistati con le lotte dei decenni passati, prima fra tutti la vittoria della Resistenza sul fascismo, è per i comunisti un ambito prezioso di intervento (vedi “Una nuova intervista a Ulisse” su Resistenza n. 2/2017) e praticarli contro i tentativi dei vertici della Repubblica Pontificia di smantellarli è una grande occasione per promuovere la scuola di comunismo fra le masse popolari organizzate.

 

Nel nostro paese il movimento delle masse popolari è vivace, variegato, multiforme e vasto: non c’è settore produttivo in cui non esista almeno una mobilitazione di carattere nazionale, dalla logistica alla siderurgia; non c’è settore pubblico in cui i lavoratori non siano in mobilitazione, dalla sanità ai dipendenti comunali; non c’è ambito, regione o zona dove non esistano mobilitazioni di ogni tipo, dalla difesa del territorio e dell’ambiente, contro il razzismo, per i diritti delle donne, per il diritto all’istruzione. Le forze attuali del nostro Partito ci consentono di arrivare e intervenire direttamente solo in alcune di queste lotte, organismi, collettivi, ma ci consentono di portare, ovunque arriviamo, una linea unitaria di riscossa e di organizzazione, di solidarietà, di mobilitazione e di lotta, uno spirito di conquista, un obiettivo chiaro.

Siamo un piccolo Partito che, grazie alla concezione del mondo che ci guida e allo stretto legame con il (nuovo)PCI e con l’elaborazione teorica della Carovana, arriva ben oltre a dove le forze numeriche ci consentirebbero di arrivare se fossimo guidati dal disfattismo e dall’attendismo, dalla remissività e dal legalitarismo della sinistra borghese. Siamo un piccolo Partito che sistematicamente promuove la nascita di organizzazioni operaie e popolari, il rafforzamento di quelle già esistenti e il loro coordinamento, che cura la formazione degli elementi più generosi e avanzati che le compongono facendo del loro attivismo una scuola di comunismo.

 

 

La coscienza rivoluzionaria nella classe operaia e nel resto delle masse popolari nasce dalla partecipazione pratica alla rivoluzione socialista. Questa partecipazione è promossa e diretta dai comunisti, questo è il loro ruolo specifico, il significato del loro essere avanguardia. Chi pensa che le ampie masse svilupperanno una coscienza rivoluzionaria autonomamente, spinte dagli eventi, oppure che ce l’abbiano già come una specie di “dono innato” e caratteristica di natura, non andrà molto lontano. Parallelamente vivrà nella frustrazione chi pretende di cambiare la coscienza delle masse (con l’esempio, con i discorsi, con lo studio ecc.) per poi, in un secondo tempo, poter fare la rivoluzione. Entrambe queste deviazioni separano la pratica dalla teoria e portano a concludere che le masse sono arretrate, che non capiscono, che non si mobilitano.

La storia della prima ondata della rivoluzione proletaria ci insegna che la gran parte della classe operaia e del resto delle masse popolari partecipano alla rivoluzione non aderendo al partito comunista, addirittura senza abbracciare in toto l’obiettivo del socialismo in maniera cosciente e conseguente, ma principalmente riconoscendo nella pratica, nell’organizzazione promossa dai comunisti e nelle loro parole d’ordine d’agitazione le ragioni della loro lotta, la sintesi delle loro esperienze e aspirazioni.

Sarà il bilancio di questa pratica, diretto dai comunisti in maniera cosciente, a far delineare via via in maniera sempre più precisa il percorso che si sta facendo, alimentando la coscienza rivoluzionaria e ingrossando le file dei comunisti e dei rivoluzionari; una trasformazione che per sua natura sarà graduale, contraddittoria, particolare per ogni individuo e settore, ma che diretta adeguatamente non potrà che farsi strada nel corso della rivoluzione socialista.

 

 

Attraverso l’esperienza pratica nel corso di questi anni, abbiamo avuto la conferma che è sbagliato pensare che prima si forma la coscienza delle masse popolari e poi si mobilitano le masse popolari nella lotta politica rivoluzionaria. Avviene invece il contrario: è partecipando alla lotta politica rivoluzionaria promossa dai comunisti che le masse popolari maturano la coscienza rivoluzionaria. Cioè è nella lotta rivoluzionaria che le masse popolari imparano a fare la rivoluzione socialista, anche se non sono comuniste, anche se non hanno oggi l’obiettivo del socialismo, anche se sono oggi impregnate di elettoralismo ed economicismo, anche se pensano e agiscono secondo il senso comune corrente anziché secondo la concezione comunista del mondo.

 

Con questo criterio generale, promuoviamo un intervento “a macchia di leopardo” in tutto il territorio nazionale, a partire dalle zone e dalle città dove sono presenti le Sezioni e proseguendo nell’ampio raggio, cioè dove il Partito non è ancora presente con collettivi organizzati e neppure singoli compagni, ma abbiamo contatti con esponenti di organismi popolari, con operai e altri lavoratori avanzati, con compagni che cercano una strada.

Con questo criterio generale abbiamo avviato, e stiamo imparando a sviluppare, l’intervento su organismi popolari che nascono spontaneamente per fare fronte agli effetti della crisi, e che con la combinazione della loro propria spinta alla mobilitazione con l’orientamento della Carovana, si stanno trasformando da centri di rivendicazione alla classe dominante (di diritti, di miglioramenti delle condizioni di vita) in centri che attuano le parti progressiste della Costituzione e fanno fronte direttamente agli effetti più gravi della crisi, diventando punto di riferimento per le masse.

È il caso della Casa Rossa Rossa di Sesto San Giovanni (MI) che da palazzo occupato e recuperato per fare fronte alla grave emergenza abitativa del territorio è diventata un punto di riferimento per le masse popolari della zona: oltre a offrire una sistemazione di emergenza per le famiglie italiane e immigrate che hanno subito uno sfratto, organizza la distribuzione di viveri alle famiglie in difficoltà, è diventata un punto di riferimento politico cittadino (tanto che durante la campagna elettorale è stata meta di molti dei 9 candidati a sindaco, tranne quello uscente del PD), che valorizza l’attività di associazioni di volontariato laiche e cattoliche, che promuove il coordinamento con i movimenti di lotta per la casa della provincia, che sostiene le altre occupazioni dell’area metropolitana. Chi vive in quel palazzo sono famiglie, non solo militanti; gli stessi attivisti sono in larga maggioranza elementi delle masse popolari uniti dalla necessità di una casa e spinti a imparare a ragionare insieme (non senza contraddizioni: concezioni diverse, idee diverse, religioni, provenienze, usi, abitudini diverse…) per difendere quello che hanno costruito. Per il Partito questa esperienza è una conferma che le masse popolari diventano rivoluzionarie partecipando alla rivoluzione socialista e ci permette di ragionare a fondo sul fatto che coloro che si mobilitano e lottano non sono ancora “militanti rivoluzionari”, ma se vogliono davvero difendere quello che hanno costruito, è necessario che la parte più avanzata di essi faccia un passo avanti nella pratica, si apra all’esterno, rompa con il legalitarismo (fare quello che le autorità borghesi permettono, a volte chiudendo un occhio, a volte chiudendone due, l’importante è non contrariarle) e si assuma la responsabilità di diventare a sua volta promotrice di organizzazione e mobilitazione.

È il caso di Gratosoglio Autogestita (GTA) e della Lista Disoccupati e Precari (Milano): un gruppo di ragazzi di quartiere che, ben prima di analizzarla in modo scientifico, sentivano, vivevano, la cappa di oppressione delle periferie, la mancanza di prospettiva, il peso di essere condannati ad essere esuberi. Fra di loro nessun militante politico di lungo corso. Prima di GTA, per loro, nessuna esperienza politica. Uno di loro è entrato 3 anni fa nel Partito e con l’orientamento del Partito ha iniziato a costruire il collettivo facendo leva sulle aspirazioni, sui bisogni, sulle spinte, sulla disponibilità a mobilitarsi, finora sconosciuta, dei ragazzi del quartiere come lui. È nata l’organizzazione giovanile che si occupa del quartiere, contrasta il degrado e lo stato di abbandono con attività di riqualificazione, promuove momenti di aggregazione, feste; ha occupato uno stabile comunale abbandonato e con grandi lavori autogestiti l’ha reso un posto accogliente per le masse popolari del quartiere. E poi, partendo dalla comune caratteristica di essere tutti disoccupati o precari, si sono posti l’obiettivo del lavoro. Hanno ripreso l’esperienza della lista disoccupati e precari di Roma (vedi Resistenza n. xx) e hanno portato nella metropoli milanese una lotta (quella per il lavoro utile e dignitoso) e una forma di lotta (gli scioperi al contrario) che aprono una prospettiva di mobilitazione positiva, opposta alla linea di rivendicare un salario garantito propria della sinistra borghese. Per il Partito, si tratta di un’esperienza importante di intervento sui giovani delle masse popolari, è la conferma che se la spinta alla ribellione e alla mobilitazione dei giovani trova uno sbocco positivo, le forze e la creatività che si possono sprigionare non hanno limiti. L’esperienza di GTA e della Lista Disoccupati e Precari è apripista nella metropoli milanese: farla esportare dal quartiere al resto della città, portarla come esempio, farla vivere in altre zone, farne un centro attorno a cui mobilitare anche giovani di altri quartieri, questo è il passo che consente sia di rivoltare i tentativi di intimidazione e gli attacchi repressivi contro i giovani di GTA (le denunce per l’occupazione dello stabile, le provocazioni per mezzo dei gruppi fascisti… le forze dell’ordine borghese non stanno a guardare), sia di seminare il terreno per la costruzione di un coordinamento di organismi popolari come GTA.

È il caso degli operai della Rational a Massa, di cui abbiamo parlato molto nei numeri scorso di Resistenza. E ne abbiamo parlato essenzialmente mettendo in evidenza due aspetti: il primo è che per imprimere alle cose un corso diverso da quello che i padroni e le autorità borghesi impongono (in questo caso la morte lenta di un’azienda) non occorre essere in tanti; alla Rational i dipendenti erano 24 e solo uno è legato direttamente con il nostro Partito. L’esperienza dimostra che anche un solo operaio, se ben orientato dal Partito, può valorizzare la mobilitazione di tutti gli altri, può metterli in moto e organizzarli, può farli diventare i promotori di una strada utile a loro e in prospettiva utile a tutti gli operai. Questo è il secondo aspetto, infatti: allo stato delle cose, la via per la costruzione della cooperativa per l’autogestione della fabbrica non è spianata, ci sono mille problemi e vengono al pettine le contraddizioni di quanti, pur sostenendo il progetto con grandi attestati pubblici (sindacati, Comune, Regione), al momento decisivo tentennano. Sbaglierebbe chi, nel caso il progetto non si realizzasse, pensasse che “la mobilitazione è stata un fallimento”: la lotta degli operai Rational ha mostrato che quando la classe operaia si mobilita, trascina tutto il resto delle masse popolari e costringe il sindacato, le amministrazioni, le istituzioni e le autorità a rincorrerla e a mobilitarsi. E se la classe operaia è decisa a vincere, non c’è niente che la possa fermare. Questo è anche il principale insegnamento, per motivi diversi, per noi e per gli stessi operai della Rational.

È il caso del Comitato contro la chiusura dell’ospedale San Gennaro a Napoli, nato per impedire lo smantellamento nell’autunno 2016 e che nel corso dei mesi è diventato di spinta al coordinamento fra utenti e lavoratori (medici, infermieri, tecnici), promotore della mobilitazione per l’attuazione dal basso della Costituzione (vedi “Assemblea del 14 maggio a Napoli” su Resistenza n. 6 /2017), un laboratorio per la progettazione di un sistema sanitario che metta al centro il diritto alla salute delle masse popolari e, infine, un centro promotore della mobilitazione popolare per affermare ciò che è legittimo, anche se per le autorità borghesi è illegale. Il 19 giugno scorso gli attivisti del Comitato, sostenuti dalle masse popolari, hanno occupato la sala ticket dell’ospedale, mentre all’interno medici e infermieri effettuavano gratuitamente le visite. È intervenuta la polizia per “riportare l’ordine” e denunciare per interruzione di pubblico servizio tutti i partecipanti all’occupazione. Azione repressiva a cui il comitato ha risposto che “il servizio ospedaliero non lo abbiamo bloccato noi, ma i vertici nazionali, regionali e aziendali con tagli, vuoti dirigenziali, chiusure di reparti e di interi ospedali, ritardi nell’apertura di altri ospedali, ruberie e privatizzazioni varie e soprattutto bloccando l’accesso al servizio pubblico attraverso i ticket che hanno aumentato la quantità di persone che non si curano perché non possono permetterselo”.

 

Questi pochi esempi sono la dimostrazione di cosa intendiamo quando diciamo che la rivoluzione socialista è in corso: è in corso quella mobilitazione di cui le masse popolari sono protagoniste e che, da lotta specifica, locale, per obiettivi immediati, i comunisti possono far sviluppare nella direzione dell’instaurazione del socialismo (lotta politica rivoluzionaria), partendo dagli obiettivi, dalle aspirazioni e dalla comprensione delle cose di ogni gruppo delle masse popolari per far crescere passo dopo passo l’organizzazione e la coscienza di ognuno di essi. La condizione indispensabile è che i comunisti abbiano un piano della rivoluzione socialista e lo attuino sistematicamente (si diano cioè i mezzi della propria politica).

 

Il contributo di ognuno è prezioso. Quello che abbiamo imparato dall’esperienza di questi anni è che la mobilitazione rivoluzionaria è combinazione di due aspetti fondamentali e insostituibili:

– l’attivismo delle masse popolari (iniziare anche in pochi, confrontarsi sui problemi, ragionare sulle possibili soluzioni, cercare altri disposti a mobilitarsi, a contribuire a sostenere la mobilitazione);

– il legame delle masse popolari con il movimento comunista cosciente e organizzato, con la Carovana del (nuovo)PCI.

 

Entrambi questi aspetti sono possibili a partire dalle condizioni esistenti in quel preciso momento: non esistono “tempi migliori”, “tempi più maturi”, “condizioni più favorevoli”. È sbagliato aspettare o pretendere di essere già capaci di fare tutto quello che bisogna imparare a fare, “avere tutto chiaro”, essere “esperti”: si impara a fare facendo, si impara a organizzare organizzando, si impara a vincere combattendo.

 

Ogni operaio e ogni lavoratore avanzato, ogni elemento avanzato delle masse popolari ha già oggi la possibilità e la capacità di compiere i passi necessari per avviare un processo, per portare la voce della Carovana del (n)PCI nel suo ambito, per far conoscere alla Carovana le condizioni del posto dove lavora e vive, per discuterne con colleghi e amici, parenti e conoscenti.

 

Avanziamo sperimentando e a macchia di leopardo con la consapevolezza che la classe dominante non ha alcuna soluzione positiva per le masse popolari ed è tutt’altro che forte, sono le masse popolari che, organizzate e orientate dai comunisti, devono imparare a far valere tutta la loro forza.

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