I padroni stanno evidentemente cercando di passare all’incasso del nuovo CCNL dei metalmeccanici, attaccando chi vi si è opposto e in generale chi combatte i quotidiani soprusi nelle fabbriche, cacciando dalla produzione gli elementi più attivi. Lo scorso 8 marzo erano state colpite per aver “scioperato indebitamente” (vorrebbero deciderlo i padroni quanto è lecito scioperare!), 26 lavoratrici e lavoratori dell’Electrolux di Solaro (MB) e altre a Pomigliano in FCA. Nel mese di giugno hanno destato scalpore e rabbia i licenziamenti di due delegati sindacali molto riconosciuti come Augustin Breda dell’Electrolux di Susegana (TV), membro del Comitato Centrale della FIOM e della Direzione Nazionale della CGIL, e Sasha Colautti della Wartsila di Trieste. Il secondo viene mascherato dietro il trasferimento forzato, a mille chilometri di distanza, a Taranto, subito dopo la sua richiesta di rientro in produzione alla fine del distacco sindacale (si era appena dimesso dalla segreteria provinciale della FIOM per passare in USB).

Ci sono stati subito scioperi di solidarietà con adesioni altissime negli stabilimenti Electrolux contro il licenziamento di Breda, mentre sabato 24 giugno si è tenuta a Trieste una manifestazione nazionale della USB in difesa di Colautti, partecipata da oltre 1500 persone. La repressione aziendale colpisce a prescindere dal colore delle tessere e tutti quelli che hanno a cuore la causa dei lavoratori devono dare battaglia perché venga portata incondizionatamente la solidarietà ai licenziati politici, avanguardie di lotta che sono una risorsa patrimonio per tutto il movimento operaio.

 

Rivoltare la repressione contro chi la promuove. La repressione ha, per i padroni che la promuovono, uno scomodo “rovescio della medaglia”: alimenta la solidarietà e la mobilitazione degli operai, a patto che chi ne è colpito non si tiri indietro e ne approfitti per promuoverle. Per quanto odiosa (perché è una manifestazione dell’oppressione di classe), grave (c’è in gioco il posto di lavoro o, almeno, le condizioni morali e materiali in cui un operaio deve lavorare), la repressione è anche, e così deve iniziare a vederla chi è deciso a contrastarla efficacemente, un’occasione per costruire un vero e proprio “muro operaio”. Questa espressione la prendiamo, per adattarla al contesto operaio, dalla lotta dei NO TAV e dal “muro popolare” che ha difeso Nicoletta Dosio per mesi dalle persecuzioni della Procura di Torino, accompagnandola in giro per l’Italia in conclamata violazione delle limitazioni della libertà. L’esempio è perfettamente riconducibile ai colleghi di Sasha e Augustin, che saranno l’elemento decisivo per la vittoria della battaglia contro i loro licenziamenti.

Metterne dieci contro uno. Questo movimento deve costringere anche i sindacati a prendere posizione pubblicamente su questi episodi infami, perché il problema non è dei singoli licenziati, ma collettivo. In questo senso è positivo che la FIOM abbia espresso solidarietà a Sasha Colautti, che vi ha militato per anni e in particolare nell’area del Sindacato è un’Altra Cosa, e altrettanto ha fatto la USB verso Augustin Breda. Insieme al campo sindacale devono attivarsi anche quei sinceri democratici ed elementi della società civile a cui sta a cuore la libertà di espressione e pensiero, per questo devono concorrere al sostegno economico, logistico e politico a tutti i livelli. Non bastano le pacche sulle spalle e le dichiarazioni affettate a chi ha perso il lavoro o corre il rischio, la lotta di classe si fa sempre più acuta e non è più possibile stare con il piede in due o più scarpe!

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