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Sulla presentazione de Il Proletariato non si è Pentito[1]a cura di Adriana Chiaia [2]

Venerdì 30 giugno scorso, presso il Centro Sociale Laboratorio Aq16 a Reggio Emilia, nel solco della Giornata Internazionale del Rivoluzionario Prigioniero, come locale sezione “Lidia Lanzi” del Partito dei CARC abbiamo promosso la presentazione del libro Il Proletariato non si è Pentito insieme al Centro di Formazione del P. CARC, per il quale è intervenuto compagno Paolo Babini. Inoltre, il compagno Ulisse, Segretario Generale del Comitato Centrale del (n) PCI, ha mandato un saluto all’iniziativa ricco di spunti sulla materia che riportiamo a piè di questo contributo.

Il testo, pubblicato nel 1984 grazie al lavoro del Coordinamento dei Comitati contro la Repressione [3], è stato baluardo contro il pentitismo e la dissociazione che hanno contribuito alla disfatta della lotta armata negli anni ’70 e ’80. Ha posto al centro l’analisi dell’attacco repressivo dello Stato, delle cause interne che hanno consentito il successo del nemico, della borghesia imperialista, che mirava alla distruzione dell’unità del proletariato. Oltre ad annientare le Brigate Rosse e le altre Organizzazioni Comuniste Combattenti, la borghesia imperialista tramite il proprio Stato puntava infatti alla divisione di tutto il proletariato e a rompere la solidarietà di classe.

Presentare un testo del genere, studiarlo e discuterlo è un passo di vitale importanza nell’elaborazione scientifica dell’esperienza della lotta di classe nel nostro paese, di cui l’azione delle BR fu la forma più avanzata dalla fine della Resistenza in poi. L’azione delle BR, che si è sviluppata lungo tutti gli anni ’70 e ’80 nonostante tutti i limiti e la sconfitta finale [4], ha dimostrato come in un paese imperialista come l’Italia è possibile fare la rivoluzione socialista.

Causa della sconfitta non fu la forza del nemico. Furono invece i limiti interni, le carenze ideologiche del movimento. Compagni e compagne combattenti, anche i più eroici e determinati, non riuscirono a capire come andare avanti: questo il saluto di Ulisse lo mette bene a fuoco.

La borghesia imperialista, inoltre,non si è limitata ad assassinare, imprigionare  e torturare compagni e compagne, ma ha messo in campo anche grandi risorse per diffondere tra il proletariato e le masse popolari diversione, confusione, falsificazione sul piano intellettuale e morale. Allo scopo ha usato come capo file Antonio Negri e vari dissociati di varie organizzazioni.

Il nostro intento principale è stato di portare l’esperienza al presente, riconoscendone l’attualità, di analizzarla in modo concreto e vivo, di esaltarne gli aspetti positivi e di individuarne i limiti per avanzare oggi nella costruzione della rivoluzione socialista nel nostro paese.

La presentazione si è aperta con il saluto di un compagno del Laboratorio AQ16. Il compagno ha detto che questa iniziativa serve per aprire un confronto con i compagni del P. CARC che hanno un’esperienza e un percorso diversi dal loro su un argomento, la repressione e la lotta contro di essa, che ci accomuna. Il compagno ha ragione, aggiungiamo noi. In generale la repressione è sempre un’arma importante del regime di controrivoluzione preventiva che la borghesia mette in campo per distogliere e allontanare le masse popolari dalla lotta di classe. In particolare, se prima la repressione si concentrava selettivamente contro le singole avanguardie e i comunisti, oggi sta diventando di massa e fare fronte comune contro di essa significa organizzarsi intorno alla solidarietà di classe.

Il Segretario della sezione del P.CARC ha detto che dobbiamo ricordare non solo quelli che hanno dato la vita per la costruzione della rivoluzione e che sono caduti per mano dello Stato ma anche tutte e tutti quei rivoluzionari prigionieri che sono ancora nelle mani del nemico. La repressione, ha detto poi, colpisce anche il nostro partito e i compagni e le compagne del Laboratorio AQ16 e la loro area: siamo colpiti da un procedimento giudiziario a Reggio perché il 25 aprile 2014 abbiamo fatto rispettare i valori antifascisti della Costituzione contro la presenza di Salvini. Il compagno del Partito presenta il testo, descrivendo le sue parti costituenti e la storia per tappe della Carovana del nuovo Partito Comunista Italiano (Carovana perché esplora il terreno nuovo del fare la rivoluzione in un paese imperialista) che affonda le sue radici proprio nella lotta contro la repressione e nella promozione della solidarietà di classe durante l’esperienza della Lotta Armata.

La sua storia si sviluppa su una seconda direttrice fondamentale, quella dell’elaborazione teorica, perché come ha scoperto Lenin, “senza teoria rivoluzionaria non c’è movimento rivoluzionario“. Dagli anni ’80 si passa alla costituzione dei CARC, nel 1993, sulla base dell’analisi portata avanti dalla redazione della rivista Rapporti Sociali [5]. Compito dei CARC è contribuire alla costruzione del partito comunista, obiettivo raggiunto nel 2004 con la nascita del nuovo Partito Comunista Italiano. Si arriva così alla creazione di due Partiti comunisti, ciascuno con compiti specifici. Uno è il nuovo PCI, che si costituisce nella clandestinità e si muove sul terreno strategico [6], dandosi i mezzi per diventare lo Stato Maggiore della classe operaia e delle masse popolari nella loro lotta per il potere. L’altro è il P. CARC che, oggi, si muove sul terreno della tattica per creare le condizioni per la costituzione del Governo di Blocco Popolare (questa indicazione tattica viene definita tra il 2008 e il 2009).

Dopo la lettura del saluto di Ulisse, prende la parola il compagno Paolo Babini. Spiega come finalmente, si sta tornando a parlare parecchio della storia della lotta di classe degli anni ’70 e ’80. Cita il libro di Pasquale Abatangelo Correvo pensando ad Anna, la ripresa della discussione su un libro ignorato di Vasco Pratolini, la cui protagonista è Anna Maria Mantini [7]. La coltre di falsità che la borghesia con la sua pubblicistica ha gettato su questa pagina della nostra storia si sta lacerando. Noi parliamo di questa esperienza per trarne il bilancio, per imparare e per questo lo studio de Il Proletariato non si è Pentito è molto utile. Questo libro ha avuto un ruolo attivo nella lotta di classe di quel periodo, e lo dimostra il fatto che quelli che ne hanno promosso e curato la produzione l’anno dopo sono stati chiusi in carcere. Ciò che più fa paura alla borghesia è che si pensi, si elabori e che si crei solidarietà.

Soprattutto questo libro analizza le ragioni per cui la Lotta Armatasi sfalda e prima il pentitismo e la dissociazione poi mettono radici. Parla della denigrazione della Lotta Armata, dove al vecchio PCI si associano Manifesto e Lotta Continua. Parla di Peci, che ha sulla coscienza  i compagni assassinati dai carabinieri di Dalla Chiesa: parla di Negri, capofila della dissociazione, e di Franceschini, Bonisoli e Ognibene che prendono le distanze dalla loro esperienza alla ricerca del ritorno a casa. Il caso di Antonio Negri è emblematico: diventa amico del giudice Sica e gli presente l’Autonomia come unico argine possibile contro il “terrorismo” [8].

Noi dobbiamo capire cosa è successo, per poter portare a compimento quell’opera: il cuore di tutto è la questione scientifica, e abbiamo assoluto bisogno dello studio e dell’elaborazione di una teoria all’altezza del compito, cioe del fare la rivoluzione in un paese imperialista, cosa mai fatta da alcun partito. Proprio per questo, per esserci dedicati all’elaborazione scientifica dell’esperienza della lotta di classe e allo sviluppo quindi della concezione comunista del mondo, il nemico ci ha attaccato duramente e in modo continuato nel corso della più che trentennale storia della Carovana del (n)PCI. Che vi sia una scienza sulla base della quale costruire una azione in grado di annientare il suo dominio è la cosa che la borghesia teme di più. Con una giusta teoria rivoluzionaria, il movimento rivoluzionario ha grandi possibilità di successo e fonda la convinzione che ciò che non è ancora stato fatto si può fare.

Il saluto del (n)PCI in occasione della presentazione di Il proletariato non si è pentito

Cari compagni,

ringrazio i compagni della sezione “Lidia Lanzi” del Partito dei CARC di Reggio Emilia che danno al nuovo PCI la possibilità di parlarvi e ne approfitto per illustrare perché noi riteniamo molto utile studiare e far conoscere Il proletariato non si è pentito, il libro curato dalla compagna Adriana Chiaia e pubblicato da Giuseppe Maj Editore nel 1984. E questo in particolare a Reggio Emilia, una città e una provincia che hanno avuto un ruolo importante nella lotta di classe di cui tratta il libro in questione.

Il proletariato non si è pentito tratta della lotta armata rivoluzionaria che si è sviluppata in modo diffuso nel nostro paese, ma anche in tutti i paesi imperialisti, al culmine del periodo del “capitalismo dal volto umano”, i “trenta gloriosi”. Così sono anche chiamati nelle pubblicistica corrente i trenta anni (1945-1975) seguiti alla fine della seconda Guerra Mondiale. Furono i trenta anni successivi alla vittoria sul nazifascismo, alla vittoria dell’Unione Sovietica guidata da Stalin e poi della Repubblica Popolare Cinese guidata da Mao Tse-tung. In Italia furono gli anni successivi alla vittoria della Resistenza guidata dal PCI. Furono gli anni della grande avanzata nel mondo intero della prima ondata della rivoluzione proletaria sollevata dalla Rivoluzione d’Ottobre. Durante quegli anni in tutti i paesi imperialisti le masse popolari riuscirono a strappare alla borghesia, atterrita dall’avanzata della rivoluzione socialistanel mondo, grandi conquiste di civiltà e di benessere: in termini di condizioni di vita e di lavoro, di assistenza sanitaria, di istruzione pubblica e in generale di servizi pubblici. In sostanza quelle conquiste che negli ultimi decenni invece in tutti i paesi imperialisti la borghesia ha in gran parte liquidato e sta cercando di liquidare del tutto: in Italia di questi tentativi è ancora piena la cronaca di questi mesi.

Al culmine del periodo del “capitalismo dal volto umano” la lotta armata in modi e in misure diverse si diffuse tra le masse popolari di tutti i paesi imperialisti: era il sintomo che era impossibile andare avanti strappando una conquista dopo l’altra, progredire di conquista in conquista. Le masse popolari potevano continuare a progredire, ma la classe operaia doveva prendere il potere, bisognava instaurare il socialismo.

In Italia tra tutti i gruppi e gli organismi della lotta armata le Brigate Rosse espressero più chiaramente la legge storica che per instaurare il socialismo la classe operaia deve avere alla sua testa un partito comunista che sia all’altezza del suo compito: non come il Partito Socialista del Biennio Rosso (1919-1920), non come era diventato il PCI sotto la direzione di prima di Togliatti e poi di Longo e Berlinguer. “Ricostruire il partito comunista tramite la propaganda armata” fu infatti la linea guida delle Brigate Rosse. Per questo le Brigate Rosse divennero il bersaglio principale della borghesia e dei revisionisti che da tempo avevano preso in mano la direzione del vecchio glorioso partito comunista e ne avevano fatto un puntello del regime: ruolo che in definitiva nei decenni successivi ha portato il vecchio PCI alla dissoluzione fino a generare oggi il partito di Matteo Renzi.

Il proletariato non si è pentito tratta dello scontro tra rivoluzione e controrivoluzione negli anni ’70 e i primi anni ’80. Per questo è importante leggerlo. Perché è una storia che oggi la borghesia, quando non la nasconde, la denigra, fa opera di intossicazione. Non la insegnano giusta in nessuna Università.

Invece proprio il corso catastrofico delle cose che la borghesia attualmente impone al mondo rende molto utile comprendere la storia di quello scontro. In sintesi chi leggerà Il proletariato non si è pentito vedrà che certo la borghesia è riuscita a vincere, ha soffocato le Brigate Rosse e in generale la lotta armata rivoluzionaria. Certamente per vincere ha dovuto violare le proprie leggi, violare la Costituzione del 1948 ancora più di quanto aveva fino allora fatto con la NATO, Gladio e altro. Per tagliare l’erba sotto i piedi della Brigate Rossedovette violare ogni pratica e diritto di civiltà. La tortura divenne nuovamente metodo di indagine della polizia e degli altri corpi armati dello Stato, il generale Carlo Alberto della Chiesa divenne l’eroe della borghesia. Ma chi legge con attenzione quel libro vedrà anche che il motivo principale per cui la borghesia riuscì a vincere, fu la debolezza ideologica proprio delle Brigate Rosse. Esse si lasciarono trascinare dalle altre organizzazioni combattenti sul terreno del militarismo, a ridurre cioè la lotta di classe allo scontro militare. Così arrivarono a perdere il grande seguito che avevano conquistato nelle maggiori fabbriche del paese e tra le masse popolari, anziché aumentarlo man mano che proprio a partire dall’ultima parte degli anni ’70 si sviluppava sempre più  la nuova crisi generale del capitalismo e i paladini del capitalismo tra gli operai e le masse popolari dovevano sempre più abbandonare la linea delle conquiste economiche e pratiche: la svolta dell’EUR imposta nella CGIL da Luciano Lama è del 1978 e contemporaneamente Giorgio Benvenuto (UIL) proclamava che “gli operai devono rendere alla borghesia una parte di quello che hanno conquistato”.

La deriva militarista delle BR che le portò alla sconfitta è ben comprensibile leggendo la terza parte del libro curato dalla compagna Chiaia. È una deriva che è ancora più apertamente illustrata da un altro libro che invito a leggere, molto utile per i compagni che vogliono capire e utilizzare quello che la storia della lotta di classe di quegli anni insegna: Cristoforo Colombo pubblicato clandestinamente nel 1988 da un gruppo che si firma Pippo Assan e che è disponibile sul sito del (nuovo)Partito comunista italiano (www.nuovopci.it).

Il (nuovo) Partito comunista è nato assimilando la lezione della scontro di classe di cui tratta Il proletariato non si è pentito, oltre che della storia generale del movimento comunista. Chi vuole porre fine all’attuale catastrofico corso delle cose deve riprendere la lotta per instaurare il socialismo. Quindi anzitutto costruire un partito comunista all’altezza del suo compito di promotore della mobilitazione e dell’organizzazione delle masse popolari a fare la rivoluzione socialista.

La rivoluzione socialista è possibile e necessaria, ma non scoppia: è una guerra che le masse popolari e in primo luogo gli operai fanno contro la borghesia. Ma le masse popolari sono in grado di farla solo se i comunisti formano un partito che conquista la fiducia delle masse popolari e sulla base di questo le dirige a lottare contro la borghesia fino a instaurare il socialismo. Le masse popolari, anzi l’umanità intera hanno bisogno del socialismo e del comunismo, ma è come una popolazione che ha bisogno di una casa per proteggersi dalle intemperie che montano sempre più forti da ogni parte: la casa non sorge perché ne hanno bisogno. Anche se in natura c’è tutto quello che occorre per fabbricarla, non basta: occorrono organizzazione, un progetto, un piano e una direzione. E la borghesia e il clero ricorrono a ogni mezzo perché le masse popolari non siano capaci di darseli: pensare per chi non è stato educato dall’infanzia a farlo è l’attività più difficile e faticosa per gli esseri umani. Ci vuole il particolare sforzo che ogni comunista individualmente fa e la particolare disciplina che si dà, più la scuola del Partito, per imparare a pensare al livello necessario per fare la rivoluzione socialista.

La combattività delle masse popolari cresce e si diffonde solo se esse si ritrovano con un centro che si è reso esso stesso, con la sua attività, in grado di coagulare e catalizzare il loro malcontento e incanalarlo verso un  obiettivo giusto. Non è la combattività delle masse popolari che crea il centro (lo abbiamo visto in Italia nel Biennio Rosso, in Germania, in Austria e in vari altri paesi nella stessa epoca, in Italia ancora dopo la vittoria della Resistenza nel 1945); è l’avere un centro che si è conquistato la loro fiducia che rende le masse popolari combattive. Ora è proprio un partito comunista che non solo indica una giusta via di lotta, ma è autorevole, è già centro di riferimento per le ampie masse, quello che ancora manca nel nostro paese. Il nuovo PCI non è ancora quel centro. Lottiamo perché lo diventi.

Creare un simile centro resta quindi il problema da risolvere. Ma è un problema risolvibile. Nessun dei grandi partiti comunisti è nato grande, lo è diventato. Ebbene è quello che noi stiamo facendo con la linea del Governo di Blocco Popolare: ricostruire un centro autorevole perché conquista la fiducia delle masse popolari, che con un simile centro dispiegheranno i miracoli di combattività e di eroismo che hanno dispiegato in altre analoghe circostanze.

Il fattore chiave, determinante per fare con successo la rivoluzione socialista è, oggi come lo era ieri, un partito comunista che padroneggia e applica con creatività e abnegazione il marxismo-leninismo-maoismo, senza riserve né intellettuali né morali. Noi vogliamo essere questo e una scuola di formazione per tutti quelli che decidono di associarsi con noi. Arruolarsi è l’appello che rivolgiamo a ogni persona di buona volontà, a ogni lavoratore avanzato, a ogni giovane e a ogni donna generosi, capaci di dedicarsi a un’impresa difficile ma necessaria e quindi destinata alla vittoria.

Siate rigorosi nel pensare. La borghesia fa di tutto per distogliere le masse popolari dal fare la rivoluzione, pone mille ostacoli a che imparino a pensare. Ma non è in grado di impedire a noi comunisti né di pensare né di ispirare le masse popolari e mobilitarle per fare la rivoluzione socialista fino a instaurare il socialismo.

Il terreno è fertile e la stagione propizia per avanzare nella rivoluzione socialista.

È in questa prospettiva che a nome di tutti i membri del (nuovo) Partito comunista italiano auguro successo alla vostra iniziativa.

Compagno Ulisse, segretario generale del Comitato Centrale del (n)PCI.

NOTE

[1] Il proletariato non si è pentito – Autori vari a cura di Adriana Chiaia – Edizioni Rapporti Sociali, Milano, 1984;

[2] Sul contributo e sulla vita di Adriana Chiaia segnaliamo Gli insegnamenti della vita e dell’opera di Adriana Chiaia l’Avviso ai Naviganti 64 del (n)PCI;

[3] Per la storia della Carovana del nuovo PCI e per conoscere il Coordinamento dei Comitati contro la Repressione e la rivista Il Bollettino consigliamo la lettura della “Storia dei CARC” di Massimo Franchi. Lo si può richiedere a Edizioni Rapporti Sociali – edizionirapportisociali@gmail.com;

[4] si veda Manifesto Programma del nuovo PCI, paragrafo 2.1.3 I primi tentativi di ricostruire il partito comunista pagg. 144-150;

[5] Per approfondire rimandiamo all’articolo de La Voce 55, Un patrimonio per tutto il movimento comunista proprio sul ruolo e contributo (oltre che agli articoli) della rivista Rapporti Sociali;

[6] La rivoluzione socialista ha la forma di una Guerra Popolare Rivoluzionaria di Lunga Durata, secondo la sintesi del maoismo, terza superiore tappa del movimento comunista internazionale. Si veda Manifesto Programma del nuovo PCI, paragrafo 3.3 La nostra strategia: la Guerra Popolare Rivoluzionaria di Lunga Durata pagg. 197-208;

[7] Il libro è Il mannello di Natascia (1980) in cui si rifà appunto ad Anna Maria Mantini  (Firenze, 1953Roma, 8 luglio 1975) membro dei Nuclei Armarti Proletari, assassinata con un colpo di pistola alla fronte per mano della polizia;

[8] Lo Stato si è “affidato” all’Autonomia Operaia perché il suo essere guidata da concezioni antipartito permetteva di affondare il colpo per linee interne;

 

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