Ieri Bergoglio è andato nelle sedi dove operarono i due preti Mazzolari e Milani, e Luca Kocci ne scrive sul Manifesto di oggi (21 giugno). Ha detto che i due furono espressione di un “clero non clericale” e questo, secondo Kocci, è “un ardito ossimoro”.

Effettivamente Bergoglio è ardito, nel senso che sta facendo un gioco estremo: tenta di salvare la Corte Pontificia e la Chiesa di Roma con tutto il suo apparato a livello internazionale cercando di copiare gli assunti fondamentali della concezione comunista del mondo. La concezione comunista del mondo, oltre che essere il pensiero fondamento del futuro, è in contraddizione assoluta con la concezione clericale del mondo, sicché il tentativo di Bergoglio è una missione impossibile, e il risultato è una pallida fotocopia, buona per la sinistra borghese, che si accontenta di poco.

Bergoglioè stato scelto  come addetto ai lavori perchè è un gesuita, e i gesuiti nei secoli si sono raffinati assai nell’arte della doppiezza, e quindi del dire una cosa e farne un’altra, nel governare per interposta persona, del dire il peccato e non il peccatore, del fare la legge e trovare l’inganno, e tutto quanto il marciume che il dominio secolare dei papi ha accumulato nella nostra penisola più che in ogni altra parte del mondo lungo gli ultimi cinquecento anni. Anche dire una cosa e il suo contrario è tentativo di imitazione della dialettica materialista, fondamento della concezione comunista del mondo, ma, come detto sopra, in bocca a un gesuita è solo doppiezza. Questo vale anche per l’espressione “clero non clericale” che è come dire “acqua asciutta”. Nel campo comunista è come dire “comunista non comunista”, il che significa semplicemente che uno è un falso comunista, uno che dice di essere qualcosa che non è, e di questi c’è n’è una marea, che di danno ne hanno fatto parecchio .

Ai comunisti la dialettica serve perché fondandoci su di essa comprendiamo il mondo, comprendiamo come trasformarlo, comprendiamo che nulla è eterno, nemmeno il potere papale, e, più in dettaglio, comprendiamo le mosse di Bergoglio, la cui intelligenza e capacità di intervento, al di là del fatto che non potrà mai raggiungere quella del movimento comunista, è pur sempre migliore di quella di qualsiasi forza politica borghese, anche di quelle più a sinistra e più nuove. 

L’articolo di Kocci meriterebbe di essere studiato in dettaglio, in particolare dove si parla dell’importanza dell’agire insieme, e cioè dell’azione collettiva, quella la cui massima realizzazione è nel partito comunista, e dell’importanza che le masse popolari imparino a parlare (e a scrivere). Qui si vede come la Chiesa di Roma, spinta dalla forza di un movimento comunista con le rivoluzioni in Russia e in Cina ha portato alla alfabetizzazione di centinaia di milioni di persone, corre ai ripari con un Lorenzo Milani che va a insegnare a scrivere nei monti del Mugello. Milani fa marcia indietro rispetto a Leone XIII, che fu papa a cavallo tra il suo secolo e quello precedente e che dichiarò peccato l’insegnare a leggere e a scrivere ai contadini. Al riguardo era d’accordo anche Manzoni, quello che ancora ci insegnano nelle scuole dello Stato. Manzoni si chiedeva chi avrebbe coltivato la terra se i contadini imparavano a leggere e scrivere.

Kocci però porta, oltre al resto, un dettaglio particolarmente interessante Dice che Bergoglioha parlato di “tre strade che non conducono nella direzione evangelica”.

Prima tappa a Bozzolo, dove Mazzolari fu parroco dal 1932 alla morte nel 1959, partecipando anche attivamente alla Resistenza. Il papa ha tenuto un discorso ampio, ricordando in particolare l’ansia di cambiamento di Mazzolari, che «non è stato uno che ha rimpianto la Chiesa del passato, ma ha cercato di cambiare la Chiesa e il mondo attraverso l’amore appassionato e la dedizione incondizionata», tenendosi alla larga da «tre strade che non conducono nella direzione evangelica»: il «lasciar fare», ovvero restare «alla finestra a guardare senza sporcarsi le mani» («a che serve avere le mani pulite se si tengono in tasca», scriveva Mazzolari, frase incautamente attribuita a Milani da personaggi come Roberto Saviano, Massimo Cacciari e persino il cardinale Ravasi); «l’attivismo separatista» che crea «istituzioni cattoliche (banche, cooperative, circoli, sindacati, scuole…)» e con esse genera «una comunità cristiana elitaria», favorendo «interessi e clientele con un’etichetta cattolica»; il «soprannaturalismo disumanizzante», con cui «ci si estranea dal mondo, vero campo dell’apostolato, per preferire devozioni».

Anche la concezione comunista del mondo parla di tre comportamenti sbagliati, riferendosi non a un ambito ristretto come il clero ma all’intera società:

Tre sono i comportamenti immorali, ingiusti, deleteri.

Uno è rassegnarsi di fronte a quello che succede, come quelli che continuavano a fare la loro vita abitando a fianco di un campo di sterminio. Questo è il modo consigliato dai preti e dai Beatles di Paul Mc Cartney in Letit be, (“lascia che accada”).

Uno è salvarsi a spese altrui, come quelli che restano a galla montando sulle spalle di chi ha già l’acqua alla gola. Questo è il modo praticato dai borghesi che non si vergognano di esserlo.

Uno è quello di occuparsi di se stessi, dei nostri consanguinei e di chi ci è prossimo, senza pensare al resto del mondo. Questa è la morale che si pretende di santificare con la concezione che una visione generale delle cose è impossibile, una visione generale dell’economia, della politica, eccetera, è impossibile, e tutto quello su cui possiamo ragionare è quello che sta entro determinati confini ristretti, quelli, magari che cadono sotto i nostri cinque sensi, o meglio quelli che riguardano i nostri stretti interessi, visto che gli interessi possono renderci ciechi di fronte all’evidenza. Questa concezione pretende di essere di sinistra (e in effetti è concezione borghese di sinistra, cioè dei borghesi che si vergognano di esserlo), e quindi moderna, ma il comportamento che pretende di giustificare è di tempi precedenti la preistoria dell’umanità, perché occuparsi di se stessi e di chi ci è prossimo lo fanno anche altre specie animali oltre la nostra.[1]

Hanno a che fare i tre punti di Bergoglio con i tre punti della concezione comunista del mondo? Anche qui Bergoglio ci imita? In qualche modo sì.

Nel primo punto l’imitazione è chiara: il “lasciar fare” di cui parla è la rassegnazione che la Chiesa comanda ai fedeli, che per lei sempre sono stati gregge di pecore, e le pecore non brillano certo per iniziativa.

Il secondo punto è quello della concezione borghese del mondo. È la norma per cui l’individuo deve mettere al di sopra di ogni cosa il proprio interesse,  con ciò si separa da tutto il resto del mondo (se necessario monta sulla testa anche dei propri parenti più intimi). Su questo punto la Chiesa di Roma imita la borghesia imperialista e con risultati notevoli, stante la potenza finanziaria che ha assunto a livello nazionale e internazionale, stanti le mani che ha sulle banche, sugli immobili e su tutta una serie di campi che Kocci in altre sedi ha provveduto a descrivere.

Il terzo punto riguarda (anche) tutti quelli che si ritirarono nel “privato”, che magari si ritirarono in campagna, in particolare dopo l’attacco che la borghesia imperialista portò avanti contro la classe operaia e il movimento comunista in Italia e nel resto del mondo negli anni Ottanta dello scorso secolo. Questi si “estraniarono dal mondo”, per usare le parole di Bergoglio, e cioè si estraniarono dalla lotta di classe.

Il terzo punto, però, in qualche modo riguarda tutti. Nessuno può più dedicare ogni risorsa a sé e ai suoi, e appartarsi. Ciascuno deve dare il suo contributo allo sviluppo della lotta di classe, grande o piccolo che sia. Ciascuno deve dare il suo contributo per la creazione di un governo di emergenza che si faccia interprete dell’azione con cui le masse popolari si organizzano e lottano per fare fronte all’avanzare della crisi, e ciascuno deve contribuire a fare dell’Italia un nuovo paese socialista (diretto dalla classe operaia tramite il suo partito comunista, dove la produzione è attività pubblica pianificata ai fini delle esigenze dell’intera collettività, dove il progresso si misura sulla crescita della partecipazione delle masse popolari alla direzione della propria vita e della società nel suo insieme).

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Papa Francesco rende omaggio ai due preti «scomodi»

Sono stati due preti di frontiera, messi all’angolo e guardati con sospetto dalla Chiesa romana di metà ‘900 di Pio XI, Pio XII e del cardinale Ottaviani, quelli che ieri papa Francesco ha voluto omaggiare andando a pregare sulle loro tombe a Bozzolo (Mn) e a Barbiana (Fi): don Primo Mazzolari e don Lorenzo Milani.

«DUE PARROCI CHE hanno lasciato una traccia luminosa» e «scomoda», ha detto il papa a Bozzolo, additandoli, con un ardito ossimoro, come esempi magistrali di un «clero non clericale». Ed è stato ancora più esplicito a Barbiana, dove ha spiegato «che il gesto che ho oggi compiuto vuole essere una risposta a quella richiesta più volte fatta da don Lorenzo al suo vescovo» di allora (il cardinale Florit, “persecutore” di don Milani) affinché «fosse riconosciuto e compreso nella sua fedeltà al Vangelo e nella rettitudine della sua azione pastorale».

Un atto che Florit non realizzò – il primo vescovo di Firenze che salì ufficialmente a Barbiana fu il cardinale Piovanelli, compagno di seminario di Milani, a vent’anni dalla sua morte – e che ieri ha invece fatto Francesco. «Ciò non cancella le amarezze che hanno accompagnato la vita di don Milani», ha detto il papa. «Non si tratta di cancellare la storia o di negarla, bensì di comprenderne circostanze e umanità in gioco» e di dire «che la Chiesa riconosce in quella vita un modo esemplare di servire il Vangelo, i poveri e la Chiesa stessa». Non un mea culpa, ma quasi.

È STATO UN pellegrinaggio lampo quello di papa Francesco, che alle 13 era già atterrato in Vaticano, ma dai significati profondi. Non c’è stata nessuna riabilitazione: l’ortodossia di Mazzolari e Milani non è in dubbio, le uniche temporanee restrizioni che subirono dai propri vescovi (divieto di predicare, di parlare in pubblico, di scrivere senza autorizzazione) furono provocate dai loro rifiuti ad accettare le direttive politiche di Curie allineate alla Dc. Ma il riconoscimento del valore di due preti «obbedienti in piedi» – come scriveva Mazzolari e come ha ricordato lo stesso Francesco – che si sono scontrati con i poteri clericali, politici e militari dell’Italia del secondo dopoguerra.

Prima tappa a Bozzolo, dove Mazzolari fu parroco dal 1932 alla morte nel 1959, partecipando anche attivamente alla Resistenza. Il papa ha tenuto un discorso ampio, ricordando in particolare l’ansia di cambiamento di Mazzolari, che «non è stato uno che ha rimpianto la Chiesa del passato, ma ha cercato di cambiare la Chiesa e il mondo attraverso l’amore appassionato e la dedizione incondizionata», tenendosi alla larga da «tre strade che non conducono nella direzione evangelica»: il «lasciar fare», ovvero restare «alla finestra a guardare senza sporcarsi le mani» («a che serve avere le mani pulite se si tengono in tasca», scriveva Mazzolari, frase incautamente attribuita a Milani da personaggi come Roberto Saviano, Massimo Cacciari e persino il cardinale Ravasi); «l’attivismo separatista» che crea «istituzioni cattoliche (banche, cooperative, circoli, sindacati, scuole…)» e con esse genera «una comunità cristiana elitaria», favorendo «interessi e clientele con un’etichetta cattolica»; il «soprannaturalismo disumanizzante», con cui «ci si estranea dal mondo, vero campo dell’apostolato, per preferire devozioni».

POI IN ELICOTTERO a Barbiana, luogo del confino e nello stesso tempo epicentro dell’azione pastorale e sociale di don Milani. Breve sosta nel piccolo cimitero, visita alla canonica che fu la scuola di Barbiana e poi discorso accanto alla “piscina”, la piccola vasca fatta costruire da don Milani perché i contadini del monte Giovi vincessero la paura dell’acqua che, come la mancanza di cultura, li rendeva meno liberi.

La scuola era, per don Milani, «il modo concreto con cui svolgere la sua missione di prete», profondamente diversa da quella di tanti «funzionari del sacro», ha detto papa Francesco. «Ridare ai poveri la parola – ha aggiunto -, perché senza la parola non c’è dignità e quindi neanche libertà e giustizia: questo insegna don Milani. Ed è la parola che potrà aprire la strada alla piena cittadinanza nella società, mediante il lavoro, e alla piena appartenenza alla Chiesa, con una fede consapevole». Parola, lingua e cultura per far crescere «coscienze libere», capaci di «servire il bene comune» e di fare politica come incoraggia Lettera a una professoressa: «Ho imparato che il problema degli altri è eguale al mio. Sortirne tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è l’avarizia».

E DA BOZZOLO E Barbiana, in nome dell’antimilitarismo di Mazzolari e Milani, il movimento Noi Siamo Chiesa e il Coordinamento nazionale comunità di accoglienza chiedono al papa un passo concreto e in avanti: smilitarizzare i cappellani militari.

[1]La Voce del (nuovo)PCI, n. 47, luglio 2014, p. 54.

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