Terre di Palike è una piccola, ma significativa esperienza. E’ un esempio di autorganizzazione e creazione di posti di lavoro e allo stesso tempo di spinta alla costruzione di una rete che guarda in prospettiva, al legame con altri organismi, alla creazione di altri posti di lavoro e di una rete di lavoratori e realtà autorganizzate alternativa alla delocalizzazione e allo smantellamento del tessuto produttivo imposto dalla borghesia. Per questo motivo va sostenuta e valorizzata: il lavoro da fare c’è e si può fare, i lavoratori hanno una loro “politica economica” che possono e devono far valere! Per conoscere questa esperienza intervistiamo Emanuele Feltri, per contattare Terre di Palike: terredipalike@gmail.com.

Ci puoi raccontare dell’esperienza di “Terre di Palike”? Da dove nasce, quali sono gli obiettivi e le difficoltà?
Terre di Palike nasce quattro anni fa, dall’incontro quasi fortuito con altri ragazzi siciliani che come me avevano scelto di lasciare la città per abbracciare la vita e il lavoro in campagna. Ci incontrammo grazie all’esperienza del movimento nazionale “Genuino Clandestino”, lavorammo per un anno alla costruzione del suo nodo catanese (Terre Forti). Venivamo tutti da percorsi diversi, più o meno politicizzati, ma le tematiche della sovranità alimentare, dell’auto-determinazione dei territori, a contrasto delle politiche dettate dalle multinazionali aveva fatto da collante.
Ad accelerare la nostra decisione sovvenne un brutto episodio di forte intimidazione di stampo mafioso che avevo subìto. Già da due anni avevo infatti lasciato la città, il mio lavoro e l’attività politica all’interno di uno storico collettivo per trasferirmi in una collinetta di cinque ettari, abbandonata da molti anni. Volevo occuparmi di agricoltura naturale e di politiche agricole. Volevo aggregare gli agricoltori e costruire dei percorsi di lotta che passassero attraverso pratiche concrete, alternative, di vita e di lavoro. Non avrei mai potuto farlo se non fossi stato dentro il settore e non avessi sperimentato personalmente quello che in maniera forte sentivo di dover promuovere.

L’attività svolta fin da subito in quel territorio non si limitava alla produzione agricola “alternativa”, ma cercava di coinvolgere l’attivismo locale sulle questioni legate allo sfruttamento dei migranti, alle discariche abusive diffuse nei terreni agricoli, allo snaturamento dei territori ad opera della Grande Distribuzione Organizzata con la nascita di tantissimi ipermercati e con tutto quello che ne deriva in termini di impatto ecologico e socio-economico, la gestione mafiosa del settore agricolo con il controllo dei prezzi dei prodotti, al ribasso. Questo mi causò un susseguirsi di minacce, furti e danneggiamenti che culminò nel grave episodio di uccisione delle mie pecore, sparate a lupara, con una testa di agnello ritrovata vicino la porta di casa. Organizzammo una marcia nelle campagne, conclusasi con una grande assemblea, dove parteciparono circa ottocento persone. Da quel momento fu necessario avere un presidio permanente a Sciddicuni, la contrada dove si trova il terreno. Si decise allora di far nascere Terre di Palike che si strutturò in una comunità rurale che presidiava quel luogo, sperimentando forme di vita e di lavoro collettivo. Un collettivo politico che si occupava e si occupa di tutte le tematiche che ruotano attorno alla sovranità alimentare e allo sfruttamento dei lavoratori nelle campagne (nel nostro caso specifico anche contro il controllo mafioso delle produzioni e costruendo reti solidali tra produttori).
Il lavoro che svolgiamo è molto complesso, dovendo mettere insieme le esigenze delle produzioni agricole e le attività sociali e politiche. Si lavora nelle campagne per aggregare e costruire sistemi produttivi privi di sfruttamento ma si entra anche nelle città per erigere dei ponti solidali con le campagne. Si fa contro-informazione e si facilita la nascita di gruppi d’acquisto a sostegno di questo tipo di produzioni. Creare sistemi di vendita e distribuzione alternativi al sistema che contestiamo è fondamentale quanto produrre in maniera alternativa seguendo gli obiettivi prefissati. Sarebbe un controsenso essere coerenti fino alla prima fase per poi appoggiarsi al mercato capitalistico e alle sue contraddizioni.
Il lavoro locale è importantissimo, ma da solo non basta. Ci siamo resi conto che dovevamo uscire dai localismi e cercare un’unità che andasse oltre per potere essere incisivi. Non ci bastava immaginare un’intera filiera di produzione e distribuzione fuori dal sistema, dovevamo concretamente costruirla! Serviva un’ organizzazione nazionale: è per questo che abbiamo aderito a Fuorimercato.

 

Parlaci di “Fuorimercato”: come può rafforzare le esperienze simili alle tue e, anche, quelle di recupero e riavvio della produzione di aziende in crisi o in chiusura?
Fuorimercato nasce dall’incontro dei compagni operai milanesi (Trezzano sul Naviglio) della Ri-Maflow con alcune realtà di compagni che si stavano spendendo per la costruzione di percorsi produttivi privi di sfruttamento nelle campagne. SOS Rosarno fu la prima. L’idea ancora in embrione, ma che già si era concretizzata in alcune pratiche di mutuo soccorso, ci piacque molto e decidemmo di parteciparvi attivamente.
Iniziammo circa due anni fa a far convergere alla Ri-Maflow i gruppi d’acquisto solidali che già supportavano la rete di produttori agrumicoli di Terre di Palike. Gli operai si occupavano dello stoccaggio e della distribuzione autorganizzata. L’idea era quella di unificare gli sforzi per creare una rete di cittadini attivi che supportasse attraverso l’acquisto delle produzioni, a prezzi equi, il lavoro che noi e le altre realtà svolgevamo nelle campagne di tutta Italia e in particolar modo al sud. Questo nell’ottica del kilometro 0 politico. In tal modo, un’arancia prodotta con sistemi privi di sfruttamento viene acquistata direttamente dal consumatore finale e potendo concordare il giusto prezzo si può ridare dignità al lavoro dell’agricoltore, del bracciante che la raccoglie e dell’operaio milanese (che la delocalizzazione della sua fabbrica aveva reso disoccupato) che adesso si occupa della distribuzione dei prodotti, potendone raccontare anche le storie che ci stanno dietro e dandone quindi un ulteriore valore aggiunto.
Da questi primi, ma fondamentali, passaggi si è passati alla costruzione di un’organizzazione che potesse dare risposte e supporto sia in termini mutualistici ma anche di conflitto. Ci si confronta attraverso delle assemblee nazionali trimestrali e il tutto viene seguito da un coordinamento nazionale che dibatte e organizza regolarmente le attività di produzione, distribuzione, formazione e attività politica divulgativa e conflittuale. Stanno nascendo nuovi nodi Fuorimercato in altre città e da qualche mese abbiamo assunto anche lo strumento sindacale, diventando sindacato autonomo di base.
Da mesi stiamo stilando le linee guida nazionali che possano concretamente tracciare un percorso chiaro che elimini, oltre allo sfruttamento, anche l’antagonismo tra tutte le realtà produttive aggregate, che ad oggi comprendono laboratori sartoriali, distillerie e varie auto-produzioni del mondo cittadino e agricolo.

La pianificazione concordata tra produttori, consumatori e distributori è un faro che stiamo ogni giorno di più raggiungendo, con coerenza e tanto entusiasmo.
Mense sociali, spacci alimentari, CSA (comunità a sostegno dell’agricoltura contadina), mercatini rionali autorganizzati: questo e altro ancora saranno necessari per crescere e riuscire a distribuire cibo sano a prezzi popolari.
La cassa nazionale di mutuo soccorso è un altro strumento di cui ci stiamo dotando. A caratterizzare quasi tutte le realtà Fuorimercato è la partecipazione mista sia di migranti che di locali, in tutte le fasi. In una sola parola si costruiscono percorsi di comunità. Perchè solo comunità solidali, politicizzate e consapevoli messe in connessione con le altre, possono dal basso rovesciare un sistema che ci sta isolando, impoverendo, mettendo l’uno contro l’altro. La forza è data dall’unione delle auto-organizzazioni popolari!
Il percorso è lungo ed è necessaria la massima diffusione e supporto, ma possiamo apprezzarne già da adesso i buoni risultati nella concretezza delle pratiche.
Stiamo programmando una campagna di informazione nazionale, con diverse iniziative in varie città, inizieremo tra fine Settembre e Ottobre. Fondamentale sarà il supporto di tutti i compagni che potranno sostenere l’agibilità sociale e politica anche nelle città dove ancora non sono presenti i nostri nodi.
Speriamo di poter ulteriormente aggregare altre realtà produttive con percorsi simili e lavoratori di aziende in crisi disposti a mettersi in gioco.

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