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Fare dell’accoglienza agli immigrati un ambito di lotta per l’emancipazione

Il 20 maggio si è tenuto il corteo per l’accoglienza “Milano senza muri”, organizzato dal Comune e dall’assessore alle politiche sociali P. Majorino, a cui hanno partecipato centomila persone da tutta Italia e in cui hanno avuto un ruolo importante nella promozione gli organismi e comitati autorganizzati del movimento milanese (che hanno aggiunto un pezzetto della questione politica che mancava al generico Milano senza muri, ovvero il rifiuto del decreto Minniti) oltre che organismi, comitati e volontari organizzati dalla Chiesa. Il corteo è stato organizzato sulla scia di uno similare promosso dall’amministrazione di Barcellona a febbraio (a cui hanno partecipato 150mila persone), ma con le dovute differenze: la giunta Sala non è assimilabile alla giunta di Ada Colau, è invece testimonial, seppur con sue contraddizioni interne, del decreto Minniti e in generale opera in continuità con le politiche di lacrime e sangue imposte dal governo centrale, è amica di speculatori e faccendieri che sui lavoratori italiani e sugli immigrati ci lucrano.
Il corteo inizialmente e inevitabilmente ha creato diffidenze e alimentato contraddizioni fra tanti compagni e militanti, che si possono riassumere in queste due posizioni: fermarsi ai promotori e denunciarne l’ipocrisia (non dimentichiamo che il 2 maggio il questore della città ordinava un blitz delle forze dell’ordine contro gli immigrati in stazione Centrale, con decine di agenti in tenuta antisommossa, un elicottero e poliziotti a cavallo, mentre il Sindaco e la Giunta si dichiaravano all’oscuro di questo dispiegamento di forze) o mettere al centro il protagonismo e la mobilitazione popolari e aderire al corteo. La questione è politica e attiene al decidere se lasciare nelle mani di una giunta allineata con un governo nemico delle masse popolari, le migliaia di persone che oggi si mobilitano sul tema immigrazione e sono alla ricerca di una strada per ricostruire il paese e sono disposti, a vari livelli, a mobilitarsi, o se mettersi alla testa di questa mobilitazione e generosità, organizzarla per valorizzarne il protagonismo e le aspirazioni che esprime. Per questo motivo la Sezione di Milano ha partecipato alla manifestazione.

Mobilitarsi per l’accoglienza, ma come? Se si lascia la gestione dell’accoglienza in mano alla Chiesa e alla sinistra borghese, l’accoglienza diventa al ribasso e alimenta la mobilitazione reazionaria (“Perché tutto questo attivismo per gli immigrati e per gli italiani invece non si fa niente?” questa è la domanda canonica). Se invece diventa accoglienza in un contesto di lotta per l’emancipazione, per un lavoro utile e dignitoso, per l’attuazione delle parti democratiche e progressiste della Costituzione, l’accoglienza diventa ambito di mobilitazione rivoluzionaria, terreno per promuovere la solidarietà di classe e la costruzione di un fronte comune di lotta di lavoratori autoctoni e immigrati.

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