Il 27 maggio i lavoratori Alitalia organizzati da CUB, USB e dal comitato Air Crew Commitee sono scesi in piazza per sostenere la soluzione della nazionalizzazione dell’azienda a fronte delle manovre che ne prevedono invece un ulteriore smantellamento (che il governo chiama “piano di salvataggio”) e il 28 hanno scioperato.

Prima di tutto, già dal percorso che ha portato alla manifestazione, a cui secondo gli organizzatori hanno partecipato 10 mila persone, risiede una prima particolarità, un primo insegnamento generale: nonostante i rapporti fra i gruppi dirigenti nazionali dei due sindacati di base che l’hanno promosso non siano rosei, le strutture sindacali aziendali e la base hanno imposto un corteo unitario. A molti può sembrare una soluzione scontata, ma non lo è: in questa fase di grave crisi politica ed economica esistono e sono ancora molto forti le tendenze al settarismo, al particolarismo e alla ricerca di distinzione di un gruppo politico, un’area politica e sindacale, un sindacato rispetto agli altri. I lavoratori Alitalia, che di certo in campo politico e sindacale “ne hanno viste di tutti i colori” nella loro storia, danno una lezione importante: partire sempre dalla pratica , dall’azione, per definire “gli amici e i nemici”.

La crisi Alitalia è la crisi del paese. Il NO al referendum dello scorso aprile con cui hanno respinto l’ennesimo piano di risanamento fatto di licenziamenti, aumento dei carichi di lavoro, smantellamento dei diritti è la risposta dei lavoratori ad anni di saccheggi e speculazioni ad opera di governi e “imprenditori” amici degli amici. Le ristrutturazioni del 2008 e del 2014 sono già costate migliaia di posti di lavoro e tagli salariali e sono state del tutto inutili, al punto che oggi l’azienda è di nuovo sull’orlo del fallimento.
Ma varie cose sono cambiate rispetto al 2008 e 2014. Nel contesto di crisi in cui i vertici della Repubblica Pontificia continuano a spolpare l’apparato produttivo del paese, i servizi, i diritti dei lavoratori e delle masse popolari, tutte le promesse, le illusioni, le dichiarazioni di impegno profuse da questo o quel funzionario del capitale si sono sciolte come neve al sole. Nelle condizioni di Alitalia, pur con storie diverse, ci sono decine e decine di aziende di rilievo nazionale: Almaviva, ILVA, FCA, ex-Lucchini di Piombino, Telecom, Fincantieri… decine di migliaia di posti di lavoro, centinaia di migliaia contando l’indotto, in balia di speculatori e affaristi di lungo corso o della prima ora.
Commissari straordinari, piani straordinari, interventi d’urgenza sono parole buone solo per nascondere il processo di morte lenta, dismissione, smantellamento, un’azienda dopo l’altra. Quello che è cambiato in questi ultimi 9 anni è, a vari gradi, la consapevolezza fra operai e lavoratori che non esiste una soluzione che non sia politica.

Nazionalizzare Alitalia.  I lavoratori indicano questa strada e dobbiamo sostenerla perché è giusta. La lotta non è più per difendere “alcuni posti di lavoro” o “alcune condizioni di lavoro favorevoli” (che furono conquistate con la lotta: nessun padrone regala niente, neanche lo Stato), ma per mantenere i posti di lavoro esistenti e crearne di nuovi, per mantenere un servizio di trasporto aereo di bandiera e rafforzarlo (un inciso: l’Italia ha ospitato il G7 a Taormina, cioè è un paese della “stretta cerchia” dei paesi evoluti, civili e sviluppati… ma i governi della Repubblica Pontificia non sono capaci di difendere un servizio strategico dalla speculazione nazionale e internazionale).

Certo, la nazionalizzazione di Alitalia apre questioni “grosse” su cui ragionare.

  1. Solo con una mobilitazione di straordinaria portata è possibile imporre la nazionalizzazione a un governo dei vertici della Repubblica Pontificia, una mobilitazione di cui il nocciolo duro sono i lavoratori Alitalia, ma che deve necessariamente raccogliere la solidarietà e la mobilitazione di altri lavoratori e delle masse popolari. Se la via della nazionalizzazione non si imponesse, si aprirebbe platealmente la questione di costituire un governo che invece la sostenesse.
  2. Non è da escludere che per giochi di potere, scambio di favori fra fazioni della classe dominante e la pratica di fare buon viso a cattivo gioco, la mobilitazione riesca a imporre a un governo dei vertici della Repubblica Pontificia la nazionalizzazione di Alitalia. Si porrebbe immediatamente la questione analoga per tutte le altre aziende che condividono oggi con Alitalia la sorte dello smantellamento, quelle che abbiamo già citato e le tante che abbiamo omesso. Nazionalizzazione di Alitalia sì e, ad esempio, dell’ILVA no?
  3. L’amministrazione di un’azienda pubblica è quello che fa rizzare i capelli a tanti: “ma come, non vi ricordate cosa era diventata l’IRI e il carrozzone di aziende pubbliche?”. Non solo ce lo ricordiamo, ma siamo pure convinti che l’amministrazione delle aziende pubbliche debba essere strettamente verificata e diretta dall’attività delle organizzazioni operaie e popolari composte dai dipendenti e dagli utenti (o comunque da organismi popolari esterni, nel caso producano beni e non servizi).

Giriamola come si vuole, la questione è che la parola d’ordine “nazionalizzare Alitalia” non solo è giusta, ma è anche l’unica di prospettiva. Per i dipendenti di quell’azienda, per i lavoratori di tutto il paese e per chi cerca la strada per costruire l’alternativa politica ai governi dei vertici della Repubblica Pontificia, per avanzare nella costituzione del Governo di Blocco Popolare.

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