È di qualche giorno fa la notizia della denuncia penale che Alfano intende muovere contro gli autori della trasmissione televisiva Gazebo, colpevoli, secondo il ministro, di aver avviato una campagna diffamatoria lunga tre anni contro il politico siciliano e la sua parte politica. Quella di Alfano, che arriva dopo tre anni e al termine dell’ultima puntata della trasmissione di questa stagione, è una denuncia politica. Gazebo è tra le poche trasmissioni che negli ultimi anni hanno dato voce alle battaglie della classe operaia e delle masse popolari nel nostro paese (memorabile il racconto da dentro della lotta dei metalmeccanici dell’AST di Terni). Altrettanto importante è la campagna di critica, sberleffo e dissacrazione della politica nazionale e degli interessi superiori che ne muovono i fili (basti pensare alle inchieste sui CIE e i legami con Mafia Capitale, in cui sono coinvolti capitalisti italiani, Mafia e Vaticano). 

Quella di Alfano (rappresentante della mafia in parlamento, che sotto banco sta riformulando insieme a Verdini, Renzi, e tutti quegli esponenti che oggi fanno capo ai vari centri di potere nel nostro paese, le “nuove” larghe intese che  dovranno godere della fiducia dei vertici della Repubblica Pontificia) è una mossa da censore, da chi oggi muove, sviluppa e promuove idee reazionarie e antidemocratiche. Sull’articolo 21 della Costituzione italiana è scritto:«tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure». Gli attacchi repressivi e la diffusione di idee reazionarie cercano di soffocare il dissenso e ogni moto di riscossa delle masse popolari, degli elementi più progressisti degli organi di informazione e gli elementi più illuminati della società civile. La repressione delle avanguardie di lotta, dei comunisti e degli elementi più deboli della società (donne, giovani e immigrati) sono pezzi della guerra di sterminio non dichiarata che i gruppi imperialisti conducono contro le masse popolari.

In un’intervista rilasciata a Resistenza nel marzo del 2017, Nicoletta Dosio del movimento NO TAV ha detto: “La repressione è un segno di arroganza, ma anche di debolezza del potere che ti reprime”. In questo senso il modo migliore e più efficace per prevenirla e per farvi fronte è praticare quei diritti e quelle libertà sanciti dalla Costituzione che la borghesia cerca in ogni modo di cancellare (nella forma, ma prima di tutto nella sostanza) con l’introduzione di leggi e dispositivi che li violano, come il recente Decreto-Minniti sull’ordine pubblico, e praticarli secondo il principio che è legittimo tutto quello che è conforme ogni interessi delle masse popolari, anche se è ritenuto illegale dalla classe dominante.

In questo senso gli autori di una trasmissione come Gazebo, oggi sotto attacco, devono prendere esempio da Nicoletta Dosio che viola gli arresti domiciliari perché non ne riconosce la legittimità, da Mimmo Mignano e i cassintegrati e licenziati FCA di Pomigliano che hanno riconquistato il proprio posto di lavoro lottando per il diritto di satira e la libertà di espressione per la classe operaia mobilitando movimenti, artisti, esponenti progressisti del mondo sindacale, politico e culturale del nostro paese.  Se ad attaccare è uno come Alfano, allora bisogna comprendere a chi legarsi e da che parte stare. Contro l’arroganza dei potenti promuovere disobbedienza, praticare la lotta, attuare le parti progressiste della Costituzione!

 

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Da Il Manifesto del 22.05.2017

 

Alfano: denuncio Gazebo per diffamazione

Gazebo chiude la sua stagione su Raitre e Angelino Alfano invece di essere contento sbotta: «Ieri, con i soldi degli italiani – due milioni e mezzo di euro per il 2017!!! – si è consumata la consueta diffamazione». Quindi denuncerà autori e conduttori del programma «in sede civile e in sede penale». Perché, «non si è trattato di un singolo atto diffamatorio», è scritto in un lungo comunicato, ma di «un’intera campagna» lunga 3 anni «con una pervicacia diffamatoria che rende plateale il dolo, l’intenzionalità, la tenace volontà di creare un danno alla persona e all’area politica che rappresenta».

Seguono, nel comunicato, altre «considerazioni amare» arrivate «dopo tre anni di paziente sopportazione di questo scempio». E non è satira.

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