Con il NO al referendum del 24 aprile sull’ennesimo accordo truffa i lavoratori di Alitalia hanno mandato un segnale di riscossa e di lotta a tutti i lavoratori. Non è vero che non c’è niente da fare: ovunque qualcuno, anche un piccolo gruppo, è deciso a promuoverla e si organizza per farlo, la resistenza dei lavoratori si sviluppa.

Con il NO al referendum del 24 aprile i lavoratori di Alitalia hanno raccolto il testimone della lotta lanciata nel giugno 2010 dagli operai della FIAT di Pomigliano e sono nella posizione per rilanciarla con maggiore continuità e forza. Hanno dalla loro la forza del numero e dell’organizzazione. Possono contare su organizzazioni sindacali come la CUB e l’USB che non si sono limitate a denunciare la resa dei sindacati complici ma hanno preso in mano la direzione e promosso la lotta e che, a differenza della FIOM CGIL nel 2011 alla ex Bertone di Grugliasco, non hanno fatto marcia indietro di fronte al ricatto tra lavoro e diritti. La lotta dei lavoratori di Alitalia è la lotta di tutti i lavoratori alle prese con chiusure, delocalizzazioni o riduzione delle aziende, con la privatizzazione o la gestione manageriale di quanto resta delle aziende e dei servizi pubblici, con l’eliminazione dei CCNL o con CCNL infami come quello dei metalmeccanici, con il ricatto tra lavoro e gli altri diritti (salario, sicurezza, salute, ambiente). La nazionalizzazione di Alitalia e di altre aziende come l’Ilva e la ex Lucchini è parte integrante del movimento per attuare la Costituzione che si è sviluppato dopo la vittoria del referendum del 4 dicembre scorso contro la rottamazione tentata da Renzi &C. e del movimento per liberare il nostro paese dalle catene dell’euro, della UE e della NATO.

Dall’Alitalia alla ex Lucchini, dalla Telecom all’Ilva: costringere il governo a nazionalizzare facendone un problema di ordine pubblico! Non è vero che “non ci sono le condizioni” per nazionalizzare l’Alitalia. È vero invece che l’Alitalia di oggi è il risultato dell’opera criminale, inaugurata da Prodi, il distruttore dell’IRI, e attuata dai governi di centro-sinistra e centro-destra che, in combutta tra loro e in un’orgia di favoritismi, speculazioni, tangenti e corruzione, da trent’anni a questa parte hanno svenduto il patrimonio pubblico ai maggiori capitalisti e finanzieri italiani ed esteri e alle organizzazioni criminali perché lo usassero come strumento per arricchirsi, spennando la popolazione e sfruttando all’osso i lavoratori. I conti sono in rosso? Le autorità hanno fatto figurare in rosso l’Alitalia per privatizzarla, tanto vero che gli amministratori delegati hanno continuato a prendere buone uscite milionarie e papi, ministri e i loro portaborse hanno continuato a viaggiare gratis. Mancano i soldi? Basta far restituire a tutta questa gente il maltolto. L’UE non ce lo permette? Ma il governo è della UE o del popolo italiano? Se il governo Gentiloni-Renzi obbedisce UE, allora faremo un governo che sia del popolo italiano. E se il governo Gentiloni-Renzi non nazionalizza? Vuol dire che faremo un altro governo unendoci a tutti quelli (e sono tanti!) che hanno dei buoni motivi per combattere il governo Gentiloni-Renzi: un governo creato dalle organizzazioni operaie e popolari e composto da persone di loro fiducia.

 

Non sono i padroni e i loro governi a essere forti, sono i lavoratori che devono far valere la loro forza! I padroni non hanno una soluzione accettabile da proporre ai lavoratori e al resto delle masse popolari. Stante la crisi generale del capitalismo, per stare a galla devono distruggere anche quel poco di benessere che i lavoratori hanno strappato ed eliminare i diritti che i lavoratori hanno fatto diventare reali, pratici e non solo belle parole scritte nella Costituzione, aggravare la persecuzione degli immigrati, devastare l’ambiente e trascinarsi verso la guerra.

Gli operai e gli altri lavoratori invece una soluzione alla crisi positiva per tutte le masse popolari ce l’hanno. Hanno una “politica economica” per rimediare fin da subito agli effetti più gravi della crisi e rimettere in moto l’attività produttiva: tenere aperte le aziende, aprirne di nuove per fare il lavoro necessario a salvaguardare il paese dal disastro ambientale e a soddisfare i bisogni della popolazione, riavviare l’intera vita sociale, stabilire rapporti di collaborazione con altri paesi (tipo quelli già in vigore tra Cuba e Venezuela e altri paesi) sulla base di quanto ogni paese può produrre e dare. Hanno bisogno di costruire un loro governo d’emergenza per attuarla, deciso a fare tutto quello che occorre per attuarla.

 

Per non subire la guerra dei padroni e dei loro governi, dobbiamo combattere a modo nostro, decisi a vincere

Anche in un contesto di crisi, a certe condizioni e in una certa misura, è possibile vincere singole lotte e farne delle battaglie che contribuiscono a vincere la guerra. Dove i lavoratori sono riusciti a vincere, ci sono riusciti grazie a precise condizioni.

  1. La lotta deve essere diretta da chi è deciso a vincere: non la linea del “meno peggio”, ma la linea del “combattere e vincere”. È un fattore determinante. Per riuscire effettivamente a vincere non basta volerlo, ma di sicuro non si vince se a dirigere la lotta non c’è chi è deciso a vincere.
  2. Gli obiettivi e i metodi devono essere caso per caso i più particolari possibili, in modo che i lavoratori che vi partecipano siano convinti che sono giusti e necessari. È la via per arrivare a unire e mobilitare il grosso dei lavoratori.
  3. Non lasciarsi legare le mani dalle regole stabilite dal nemico, adottare caso per caso metodi di lotta efficaci e sostenibili dai lavoratori. L’unico criterio è che è legittimo tutto quello che serve agli interessi dei lavoratori, anche se è vietato dalle leggi dei padroni e delle loro autorità.  
  4. Non lasciarsi isolare, ma crearsi tutti gli alleati possibili e allargare la lotta. Ogni gruppo di lavoratori che lotta rafforza anche gli altri: non lotta solo per sé, ma contribuisce alla comune lotta contro la crisi e i suoi effetti. Ogni lotta che esce dal proprio ambiente può raccogliere solidarietà ad ampio raggio e innescare la miccia della mobilitazione.
  5. Individuare e sfruttare le contraddizioni in campo nemico.
  6. Preparare la fase successiva, quella della lotta sulle “posizioni rimaste ancora in mano al nemico” e soprattutto fare di ogni battaglia vinta la base per una battaglia di livello superiore.
  7. Far valere il peso che ha sul rapporto di forze il legame che nella lotta si crea tra i lavoratori più avanzati e i comunisti: i padroni e il clero hanno paura che i comunisti tornino alla testa delle masse popolari, che il movimento comunista ritorni forte come lo era diventato alla metà del secolo scorso.

 

Ogni risultato sarà temporaneo finché non avremo vinto la guerra e la guerra non è possibile vincerla stabilmente e su ampia scala lottando azienda per azienda. Ma la guerra è fatta di molte battaglie simultanee e ogni lotta si rafforza e ha prospettiva di vittoria, tanto più quanto si lega e contribuisce al cambiamento del paese. La lotta contro chiusure, riduzioni e delocalizzazioni di aziende, contro disoccupazione e precarietà, contro l’eliminazione dei diritti non è una questione che si risolve azienda per azienda. È una questione generale, politica: dipende da chi dirige il paese e nell’interesse di chi. È una guerra che si chiama rivoluzione socialista.

Le singole aziende sono in crisi perché l’intera società borghese è in crisi! Per mettere fine alla crisi del capitalismo bisogna farla finita con il capitalismo: bisogna instaurare un’economia pubblica, al servizio di tutti, come pubblici devono essere la scuola, l’assistenza sanitaria, la tutela dell’ordine, del territorio e dell’ambiente, la viabilità, i trasporti e gli altri servizi. Questa è la premessa perché l’umanità possa riprendere una vita di progresso, perché a ogni individuo sia assicurato il libero sviluppo delle sue migliori doti, perché la scienza sia messa al servizio della vita. 

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