Di seguito riportiamo l’intervista fatta da alcuni compagni della redazione del nostro mensile, Resistenza, a Mimmo, operaio del Birrificio Messina, storica azienda messinese che ha visto, nell’organizzazione e nella determinazione degli operai, la sua riapertura. I nostri compagni erano presenti in Sicilia per promuovere alcune presentazioni del libro “Rivoluzionaria Professionale”, autobiografia di Teresa Noce, ma anche per conoscere il contesto siciliano (in particolare Catania e Messina), incontrare contatti, stringere nuove relazioni. In questa ottica abbiamo cercato di entrare in contatto con alcune delle esperienze di lotta più importanti della regione, tra cui gli operai del Birrificio Messina che hanno condotto una storica battaglia per la riapertura dell’azienda. Dall’esperienza del Birrificio Messina impariamo che la classe operaia, se decisa e determinata, può salvare posti di lavoro, può gestire le aziende senza il padrone e farlo anche meglio. L’intervista segue il filo storico della loro mobilitazione fino ad arrivare ad oggi, e offre spunti utili di riflessione: la classe operaia ha mille risorse, è la forza portante di questa società, e se fa valere il suo ruolo (di classe) può vincere.

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Ciao Mimmo, raccontaci la vostra storia e la vostra esperienza di lotta che vi ha portato fino a qui oggi.

La nostra storia inizia parecchi anni fa quando la vecchia Birra Messina è passata nelle mani prima di Dreher e poi di Heineken, fin quando poi nel 2006 la dirigenza Heineken ci comunica ufficialmente che lo stabilimento di Messina non andrà più in produzione nel 2007, per motivi logistici, di personale e di mercato. Il motivo era perchè Heineken aveva investito in due grossi stabilimenti, sia a Massafra che a Bergamo, con una superiore capacità produttiva. Noi all’epoca producevamo 600mila ettolitri, e loro ne producevano invece 5 milioni, perciò facendo i calcoli sulle spese di logistica e i flussi di mercato hanno deciso di chiudere lo stabilimento di Messina. Così noi nel 2006 ci siamo messi un pochettino in allarme, perchè è vero che Heineken voleva chiudere ma ci avrebbe trasferito comunque in altri stabilimenti. Siccome io e alcuni dei miei colleghi facciamo parte della terza generazione (i nostri nonni e padri hanno lavorato qui) che lavorava nel birrificio e nello specifico alla Birra Messina, noi non abbiamo accettato il trasferimento e per questo ci siamo messi in cerca di qualcuno che fosse disposto a rilevare il tutto. E così abbiamo trovato nel 2007 la famiglia Faranda, di cui Francesco Faranda era il figlio del primo proprietario dell’azienda (prima dell’acquisto di Dreher). Siccome ci siamo fidati appunto perchè era il figlio del vecchio proprietario e datore di lavoro, e lo conoscevamo bene per la serietà che lo contraddistingueva, abbiamo deciso di andare con lui. Così il 22 dicembre del 2007 abbiamo firmato la cessione di Heineken all’azienda Biscemi, di cui amministratore unico era proprio Francesco Faranda. Per i primi sei mesi tutto andava bene anche perchè facevamo ancora la Birra Messina per Heineken. Poi le prime difficoltà. Per le scelte sbagliate da parte della dirigenza, cominciavano ad andarci di mezzo i lavoratori, gli operai. Noi per incoraggiare l’imprenditore a restare in piedi e in produzione, abbiamo (siccome Heinken doveva darci la liquidità) immesso nelle casse dell’azienda il nostro TFR. Perchè lui ci aveva promesso che delocalizzava in un nuovo stabilimento in zona e quando fosse stato pronto avremmo ripreso l’attività nel nuovo stabilimento. Abbiamo quindi trasferito il nostro TFR a lui per cercare di dargli una mano e investire in un nuovo sito produttivo. Lui nel frattempo ci comunicava che era in difficoltà e noi, per evitare di perdere il marchio della Birra Messina (che nel frattempo era di Heineken ed è poi rimasto ad Heineken, ma lo producevamo ancora nonostante il cambio di proprietà) che ci avrebbe messo nelle condizioni di dover creare un nuovo marchio e quindi creare un mercato da zero, abbiamo sostenuto l’azienda anche con casse integrazioni a ciclo, solidarietà ecc. Ma tutto questo non bastava ancora. Cominciavano a venirci dei dubbi sull’onestà del signor Faranda. In tutto ciò il padrone ci aveva proposto di fare un’operazione amministrativa: chiedere il cambio di destinazione d’uso del terreno dove era ubicato lo stabilimento “vecchio” così al cambio di struttura avremmo venduto ad un prezzo superiore. La cosa era possibile dato che uno stabilimento affianco al nostro lo aveva già fatto. Io e i miei compagni abbiamo occupato poi la sala consiliare del comune di Messina e abbiamo chiesto ad alta voce il cambio di destinazione d’uso del terreno. Così il comune ha accettato, facendo il cambio, ma quando abbiamo portato la delibera al signor Faranda ci siamo accorti che alla fine era solo una operazione di speculazione edilizia. Infatti dopo 2 mesi ci ha mandato la lettera di licenziamento. Noi non ci siamo rassegnati, abbiamo cercato il presidente della regione Crocetta per bloccare il terreno (e così è stato!) per non venderlo, mettendo sul terreno un vincolo storico (dovuto dal fatto che la Birra Messina è oltre cento anni che esisteva, quindi quello stabilimento era anche storico) e nel frattempo ci siamo messi in presidio permanente al cancello dell’azienda per preservare tutto quanto c’era all’interno (macchinari, attrezzature ecc) e per evitare lo sciacallaggio. Ma purtroppo questo si è verificato perchè durante la notte nonostante fossimo al cancello, all’interno succedevano tante cose che non riuscivamo ad evitare. Io personalmente ho fatto anche denunce ma non abbiamo risolto niente. Presidiavamo principalmente l’ingresso, ma su 22 mila metri quadrati di stabilimento per noi era difficilissimo riuscire a controllare tutto. Dopo un anno e mezzo di presidio, visto che nessuno era disposto a scommettere su di noi, abbiamo deciso di costituirci in cooperativa. Eravamo 41 ma siamo rimasti poi in 15. Gli altri hanno fatto scelte personali: chi si è trasferito, chi ha accettato la mobilità, chi ha cambiato lavoro, chi anche è rimasto poi disoccupato per un bel po’. Noi abbiamo deciso di restare e continuare anche per dimostrare ai giovani del territorio che un’alternativa c’è, che qualcosa si può fare. E così ci siamo incamminati in una strada tutta diversa da quella che ci aspettavamo, passando dall’essere degli operai a “imprenditori di noi stessi”.

A questo stabilimento siamo arrivati con non poche difficoltà. Prima abbiamo visto se in questa zona ci fosse acqua buona, necessaria per fare la birra. Valutato che l’acqua fosse buonissima abbiamo chiesto due capannoni alla regione. Dopo tante burocrazie Crocetta ha deciso di darci questi due capannoni.

Siete riusciti a recuperare il TFR dato all’azienda di Faranda?

No, in quel momento ancora no perchè lui ha presentato un concordato fallimentare in bianco, cioè truffa su truffa. Oltre alla speculazione anche la truffa. Noi abbiamo quindi chiesto il nostro TFR all’INPS sul fondo di garanzia, e così lo abbiamo avuto da poco e rimesso in società. Abbiamo riscattato la mobilità e messa anche quella in società tra tutti e abbiamo potuto così iniziare la ristrutturazione di questi capannoni che erano completamente degradati e obsoleti, abbiamo anche dovuto smaltire l’amianto. Abbiamo praticamente rifatto tutto da capo!

Così siamo andati avanti per tutto il 2014 e il 2105

In questo percorso vi siete affidati a dei tecnici? Degli specialisti che vi hanno sostenuto solidali con la vostra battaglia?

Noi siamo stati fortunati perchè tutti sappiamo fare la birra, conosciamo bene anche tutte le macchine perchè quando lavoravamo in Heineken facevamo anche le manutenzioni. Sapevamo quindi come costruire una fabbrica di birra. Così è iniziata la ristrutturazione e la costruzione degli impianti. Il primo piano finanziario era di 1 milione e mezzo di euro, ma nel cammino ci siamo resi conto che dato che avevamo molte più richieste (con questa cifra potevamo avere una sola sala cottura da 20 ettolitri) abbiamo cambiato piano finanziario: siamo arrivati a 4 milioni e mezzo. Abbiamo preso una sala cottura da 50 ettolitri, raddoppiando la produzione, i fermentatori da 200 ettolitri sono passati da 6 a 10 di numero, il confezionamento da 6 mila bottiglie l’ora è stato raddoppiato anch’esso. Al piano finanziario siamo arrivati grazie alla Fondazione di Comunità di Messina, che ci ha messo a disposizione tecnici che hanno presentato il nostro piano industriale e quello finanziario a tutte le banche e così siamo andati avanti. Ci siamo appoggiati anche ad alcuni professionisti che non hanno chiesto alcun compenso, hanno messo la professione in solidarietà alla nostra lotta: 2 ingegneri, 1 geometra, dottoresse che seguono le analisi del prodotto. E così il 29 luglio 2015 abbiamo inaugurato gli stabilimenti e il 29 ottobre abbiamo prodotto le prime bottiglie. Siccome la lotta ha avuto risonanza tutti volevano le prime bottiglie prodotte, e le prime cento le abbiamo messe all’asta e il ricavato è andato in sostegno ai bambini di corsia del policlinico di Messina. E così abbiamo raggiunto prima un milione di bottiglie, questo anno ne abbiamo prodotte (da ottobre ad aprile) oltre un milione e mezzo. La città ha corrisposto molto bene: tutti ci incoraggiavano, in tanti ci hanno sostenuto attivamente, e così abbiamo fatto due etichette. Una dedicata a noi, la “DOC15”, perchè dopo 37 anni di servizio ci sentiamo mastri birrai e quindi “DOC” è una denominazione azzeccata e meritata, e il “15” perchè siamo noi 15 ad averlo fatto. Invece la “Birra dello Stretto” l’abbiamo dedicata alla città perchè lo merita, ma solo perchè non possiamo utilizzare il marchio “Messina” in quanto proprietà dell’Heineken, nonostante la facciano in Puglia o a Bergamo. La vera “Birra Messina” è la “Birra dello Stretto”.

La vostra esperienza dimostra che se gli operai non si scoraggiano ma si organizzano per cercare soluzioni, insieme hanno la forza di andare avanti.

Assolutamente, anche ora tutti i problemi che abbiamo (e ce ne sono) cerchiamo di risolverli. Voi potete immaginare che con 4 milioni e mezzo di debito non è semplice, siamo in ritardo ma ce la faremo.

Voi siete ancora in 15 qui? Avete intenzione di assumere?

La nostra intenzione è quella di assumere. Stiamo già facendo tirocini a ragazzi (ce ne sono due che stanno facendo pratica durante l’intervista, ndr) per poi assumerli. Noi lo abbiamo fatto anche per loro e vogliamo dire a questi giovani che c’è possibilità di creare qualcosa sul territorio. Noi puntiamo sulla qualità e a sviluppare l’economia sul territorio, senza pensare di poter competere con le multinazionali: non ci interessa.

Nel rapporto con le banche per ottenere finanziamenti sono intervenute le istituzioni?

Purtroppo no, abbiamo fatto tutto da soli. Chi poteva dare una garanzia, come me con la mia casa, ha dato in garanzia i propri averi pur di scommettere su questa azienda e su di noi. Non è bastato il TFR. La burocrazia è stata tanta e ottenerlo ci ha rallentato tanto.

Lo sbocco principale del prodotto?

Grazie ai media (la RAI ecc) la nostra storia è stata conosciuta. Tanti sono stati i programmi e i servizi su di noi, e quindi in tanti hanno solidarizzato. Il nostro prodotto viene diffuso a Messina e provincia, poi le Eolie, a Reggio Calabria, Napoli, Brindisi, Pavia, Milano e Torino. Attraverso vari canali sono arrivati a noi e tanti distributori hanno deciso di comprare il nostro prodotto.

Vi siete appoggiati a qualche sindacato all’inizio?

Noi all’inizio eravamo CGIL, della FLAI. Con noi si sono comportati benissimo, ci hanno aiutato nel periodo più brutto dove siamo stati costretti a spendere soldi per andare in giro ecc.

Ora ti raccontiamo noi una storia. All’inizio di Marzo, a Massa, alla Rational (che produce lavatrici industriali) ai suoi 24 operai è arrivata una lettera di licenziamento il venerdì per il lunedì, in cui l’azienda diceva che non poteva più sostenere l’apertura della fabbrica dato che Banca Intesa aveva chiuso il fido bancario di 300mila euro. Questi operai non se la sono “bevuta” e da subito hanno iniziato un presidio permanente avanti all’azienda per evitare che portassero via i macchinari e smantellassero la fabbrica, aprendo una vertenza. La Rational esiste dal 1956, lavorano ancora operai storici, maestranze di un certo livello, e c’è anche un attaccamento importante all’azienda, gli operai stessi la sentono loro. Dopo una serie di incontri hanno scoperto che c’era l’accordo tra il padrone e la banca per chiudere l’azienda, nonostante il lavoro ci fosse (la produzione andava bene, c’erano commesse ecc). Hanno fatto quindi tutta una serie di iniziative (si sono legati ad altri operai in lotta, presidi, cortei ecc) e da qualche settimana hanno occupato l’azienda e riavviato la produzione. Giustamente ora stanno ragionando su come dare continuità all’azienda da un punto di vista produttivo. Hanno raccolto e stanno raccogliendo tanta solidarietà, e anche loro vogliono costituirsi in cooperativa. A partire dal bilancio della vostra esperienza, che consigli dai agli operai Rational nel proseguo della loro lotta?

Innanzitutto non bisogna far portare via i macchinari dall’azienda, non perdere lo stabilimento e le sue strutture. E’ poi difficilissimo risalire la china. Noi abbiamo dovuto rifare tutto da zero.

Ancora posso dire loro che se formano una cooperativa devono essere coscienti di quello che fanno. Perchè devi creare un processo unitario, anche con le famiglie degli operai. Noi ci riuniamo tutti, sempre, anche con le famiglie. Alle volte nemmeno lasciamo lo stabilimento per vederci e ragionare, e con tutte le famiglie alimentiamo la forza interna al gruppo di lavoratori della cooperativa. Non ci deve essere un “capo” , il presidente deve essere un operaio come tutti gli altri, non ci deve essere differenza economica e di retribuzione tra tutti. Quando c’è questa differenza, cominciano ad esserci i primi problemi: attriti, concorrenza ecc. Bisogna riunirsi per tutti i problemi che ci sono, a prescindere dalla gravità. Mai nascondersi le cose, affrontarle sempre in maniera aperte essendo consci delle differenze tra tutti. Ancora, la solidarietà da sviluppare: sarebbe bello creare un circuito nazionale di tutte queste aziende recuperate, una economia che si sposta a sostegno di queste realtà autogestite. Creare una struttura nazionale dove l’economia gira in questi stabilimenti.

Mi piacerebbe creare una filiera. Tra il produttore locale, l’azienda che trasforma il prodotto, il trasportatore e il distributore, in maniera solidale. Con la fondazione comunità Messina, dato che ci sono tanti terreni confiscati alla mafia, sto cercando di creare posti di lavoro rivalutando queste terre e producendo il malto che ci serve per le birre, darlo da fare ai giovani e creare posti di lavoro.

Stiamo facendo anche iniziative di solidarietà in città, sostenendo associazioni come “Nemo”, che si occupano della ricerca per le malattie infantili gravi. A Maggio usciamo con una campagna di sostegno, attraverso la vendita della birra e la sottoscrizione di parte del ricavato. La politica dei piani alti però non mi piace e non è entrata. Uccellacci, approfittatori, sono venuti in diversi (senatori anche nazionali) che ho cacciato via perchè sono venuti con tanto di corredo di pubblicità e scorta.


Ci viene da dire che è un’esperienza di lotta, condotta con tutta una serie di metodi che hanno portato a dei risultati. Credo che il contributo migliore che potete dare agli altri, dato che la crisi mette in condizioni sempre più persone di ritrovarsi senza lavoro, è proprio quella di trasmettere la vostra esperienza.

Certo, se decisi e convinti i risultati si raggiungono. Da quando ci siamo costituiti in cooperativa abbiamo anche migliorato la qualità del prodotto, lavoriamo con più tranquillità e nemmeno ci accorgiamo se dobbiamo lavorare un’ora in più. Ora il problema principale è pagare i debiti, ma non ci spaventiamo. Non mi vergogno a dire che non abbiamo ancora lo stipendio, io e i miei compagni prendiamo tutti, indistintamente, mille euro giusto per vivere e con il resto paghiamo i debiti. Entro questo anno pagheremo il grosso dei debiti e così avremo anche la possibilità di assumere, di dare nuovi posti di lavoro.

Siete quindi la dimostrazione della forza che possono avere gli operai se organizzati.

Quando c’è volontà, c’è un collettivo, un gruppo che è compatto e vuole tirare avanti, senza discriminazioni, che si da delle regole (non siamo tutti santi, le regole servono per far funzionare la cooperativa), si raggiungono risultati. Siamo felici ora nonostante tutto sia ancora in salita.

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