Stefania Fantauzzi è una compagna operaia alla FCA di Termoli dell’USB che durante un’assemblea sindacale è stata aggredita fisicamente da un altro operaio iscritto alla FIM-CISL. Il 12 aprile il P.CARC ha emesso un comunicato in sua solidarietà e la Redazione di Resistenza l’ha contattata per rinnovare la solidarietà e sapere se c’erano stati sviluppi della vicenda. Al netto della rabbia per l’aggressione subita, in poche battute emerge bene che Stefania pensa come un’operaia avanzata e agisce di conseguenza, in particolare non si lascia intimidire da quella che è una dimostrazione di debolezza del famigerato “metodo Marchionne.

Stefania, quali reazioni ci sono state all’aggressione che hai subito? C’è stata solidarietà nei tuoi confronti?
Non c’è stata una dimostrazione “ufficiale” di solidarietà in fabbrica, a parte quella della mia struttura sindacale, l’USB. In FCA c’è un vero e proprio clima di terrore alimentato dall’azienda, questo ha spinto decine di colleghi a esprimermi  solidarietà, ma in via informale, diciamo a livello personale. Per quanto riguarda l’aggressione non credo che procederemo oltre: in caso di denuncia di un litigio, facilmente scatta il licenziamento per tutti e due, anche se poi magari viene applicato in una direzione sola… inoltre l’aggressore è una pedina che fa il gioco di qualcuno più in alto di lui, che sarebbe pure pronto a scaricarlo in caso di necessità… quindi per ora la cosa è rimasta ferma. È un episodio che, in maniera diretta o indiretta, alla fine è frutto del terrorismo come metodo di direzione aziendale.

Quali iniziative promuovete per contrastare la repressione aziendale e mobilitare gli altri lavoratori?
E’ un lavoro decisamente difficile per il clima in fabbrica, ma facciamo continuamente attività di diffusione e volantinaggio per informare gli operai delle varie problematiche e sentire da loro quali sono quelle che più li colpiscono. Sicuramente fra le criticità maggiori ci sono i 20 turni (stesso problema emerso dall’intervista all’operaio di Cassino su Resistenza n°4/2017 – ndr), che di fatto impediscono alle famiglie di riunirsi a volte per settimane intere: è sicuramente un ambito su cui è possibile costruire una lotta. Quando riconoscono le giuste parole d’ordine, i lavoratori rispondono; anche se apparentemente reagiscono molto poco alle nostre sollecitazioni, poi ci “stupiscono” con partecipazioni agli scioperi che arrivano al 70%. Sono numeri importanti, tenendo conto anche delle minacce, della repressione o degli atti illegali che mette in campo l’azienda, come indicare in busta paga l’assenza ingiustificata al posto dello sciopero.
Ci vengono a cercare anche iscritti ad altri sindacati o alcuni che non hanno tessere; noi li spingiamo a prenderla, cerchiamo di organizzarli, ma anche in questo caso “l’occhio del padrone” li tiene sotto tiro e questo li spinge a non fare il necessario passo di mobilitarsi a livello sindacale. Voglio aggiungere che noi non ci arrendiamo di fronte alle tante difficoltà, spendiamo molte energie in questa attività ma sono convinta che non ci sia alternativa, non ci possiamo mettere a sedere. Nonostante la rassegnazione e la sfiducia che ogni tanto mi prendono, il mio appartenere alla classe operaia mi spinge a stare in prima fila nella lotta per difendere i diritti. Spero sempre e lavoro perché altri seguano la mia strada.

Se parti dalla tua esperienza, rassegnazione e sfiducia si possono superare, giusto?
Ma certo! Guarda, io stessa solo pochi anni fa non mi interessavo affatto di sindacato o di politica; poi mi sono “svegliata”, cominciando a studiare la materia per essere capace di affrontarla e sono poi entrata attivamente nel sindacato. Di certo è necessario studiare. E poi guardare e andare anche oltre ai cancelli della fabbrica: è importante ragionare sulla realtà complessiva della società per poterla trasformare.

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