Per il clima di repressione e intimidazione che si vive nella fabbrica di Brescia (un centinaio di dipendenti, soprattutto donne) dove lavorano queste operaie, pubblichiamo l’intervista in forma anonima. A qualcuno sembrerà un eccesso di “paranoia”, ma si moltiplicano i casi di provvedimenti disciplinari – anche licenziamenti – per ciò che un lavoratore scrive su Facebook o comunque comunica all’esterno dell’azienda e per quello che fa sul posto di lavoro, anche se è nel suo pieno diritto. Pertanto, che sembri eccessivo o meno, anche questa precauzione è esemplificativa di una situazione come probabilmente, anzi sicuramente, ce ne sono tante altre, nascoste dietro i cancelli e i muri delle fabbriche, degli uffici, dei supermercati. Fra i compiti dei comunisti c’è anche quello di “scovarle”, conoscerle e imparare a leggervi i germi del nuovo che nasce sulle rovine del vecchio e sostenerli. Quello che segue è un esempio utile a tanti, ma in particolare a chi vuole darsi da fare e iniziare, dal suo “piccolo”, a organizzare la riscossa che parte dalle aziende e investirà tutto il paese.

 

Siete tutte donne, come e perché si è formato il vostro gruppo?
Tutto è partito da una provocazione da parte di un “capetto” che ci prendeva di mira perché eravamo attive sindacalmente come RSU e come semplici iscritte. L’intento era di isolarci per il nostro essere ribelli e, in una certa misura, politicizzate. Da un fatto specifico e particolare, una provocazione appunto, abbiamo tratto la spinta per fare un passo avanti contro il regime che vige in fabbrica. Diciamo che abbiamo capito persino meglio che avevamo un interesse comune molto concreto, che poi non è chissà che, ma semplicemente il lavorare in sicurezza, avere i propri diritti, cose di questo genere… quindi ci siamo unite ancora di più e così è nato il gruppo.

 

Quali sono le difficoltà che avete incontrato nella vostra attività?
Alcune di noi erano RSU, ma siamo state obbligate a dimetterci perché la direzione ci ha mobilitato contro la maggior parte degli operai, utilizzando intimidazioni e calunnie, tipo che la crisi dell’azienda era colpa nostra, che creavamo situazioni che mettevano a rischio il futuro dell’azienda, ecc. Il sindacato ci ha consigliato di rinunciare alla carica per evitare ritorsioni peggiori, anche se noi avremmo voluto continuare. È stata un po’ una ritirata…. Da noi vige una specie di regime: manca qualsiasi tipo di libertà, che sia esprimere opinioni o leggere un’informativa. Anche durante le assemblee sindacali era impossibile avere un confronto libero, perché erano presenti alcuni capi che facevano azioni di disturbo e plateali intimidazioni. Questo ha portato molti a non partecipare più. Agli scioperi le minacce erano prassi corrente: la direzione convocava le lavoratrici in ufficio, da sole, senza tutele e con richiami più o meno formali le minacciava di non proseguire su una linea o condotta altrimenti sarebbe arrivato il licenziamento. Minacce anche campate in aria, ma spesso l’ignoranza in termini di diritti le rendeva efficaci. Del resto informarsi era impossibile: se attaccavamo volantini alla bacheca, dopo mezz’ora venivano fatti sparire. Abbiamo tentato anche di diffonderli di nascosto, ma anche così dopo un paio d’ore siamo state richiamate dalla direzione che sosteneva fosse proibito volantinare in azienda.

Ecco, la prima difficoltà è far aprire gli occhi ai colleghi sulla situazione perché molti si accontentano, la paura di perdere il lavoro favorisce questo problema, ma così la situazione peggiora. Chi si ribella si trova fra l’incudine e il martello perché anche alcuni colleghi sembrano vedere solo intenti “polemici” nelle proteste, dicono che si è sempre andati avanti così e non vedono prospettive.

 

State descrivendo una situazione di terrorismo vero e proprio…
La ragione dell’azienda viene fatta valere con intimazioni e pressioni, facendo leva sui soggetti più deboli, sulla paura della crisi e su chi magari in famiglia ha già problemi con il marito che ha perso il lavoro: in questi casi la minaccia di licenziamento o di chiudere la fabbrica fa decisamente il suo effetto.

La disorganizzazione è totale, tutto ricade sulle spalle dei lavoratori. Per il padrone, finché i conti tornano, di problemi non ce ne sono e c’è gente che si ammazza di lavoro per sopperire a questa mentalità del dover produrre anche in condizioni che ti ostacolano. Produrre, produrre, produrre anche a discapito della salute, questa è la situazione.

La violenza psicologica, inoltre, va “a go go”. Abbiamo casi di colleghe che si devono curare per i nervi che saltano. Ma è il caso di perdere la salute per accettare questo ricatto? Ad aumentare la pressione, il fatto che il capitalista ti vede come una merce: quando hai problemi di salute, quando non sai più stare in piedi, quando non ci sei più con la testa ti dice “stai a casa, che non ci servi più”. C’è quindi una tensione latente, anche fra colleghi a volte si rischia di venire alle mani. Ci sono lavoratori di serie A e di serie B. La questione è che i nervi saltano perché c’è questo clima e l’azienda lo favorisce facendo fioccare anche i richiami disciplinari. In casi di diatribe fra operai viene colpito quello con la tessera sindacale. Anche in caso di errori nel lavoro: sbagliano due operai e magari ne sanzionano solo uno. Come mai questa differenza? Lo fanno per mettere uno contro l’altro due operai che lavorano insieme. Noi abbiamo capito questa tattica. Anche contro il nostro gruppo tentano queste cose. Una di noi, ad esempio, viene trattata meglio, sembrano più gentili: secondo noi perché tentano lo stesso tipo di gioco, di lavorarsela un po’. Ecco, questa era la situazione e in parte è ancora così.

 

Cosa è cambiato o cosa sta cambiando? E come agite?
Quando eravamo RSU avevamo questo piccolo potere e lo usavamo per ottenere qualcosa di positivo per i lavoratori, ad esempio sul tema della sicurezza qualcosa la proprietà è stata obbligata a fare e tutt’ora è difficile tornare indietro. E questo ci ha fatto mantenere prestigio, in un certo senso. Ma nel momento in cui abbiamo toccato dei nervi scoperti, la direzione ci ha fatto terra bruciata e in parte ci è riuscita, anche se il nostro gruppo è rimasto coeso.

Alcune operaie hanno iniziato a porsi domande, vediamo che alcune reagiscono, ci sono piccoli segnali, qualche collega inizia ad alzare un po’ la testa, anche se di nascosto, diciamo. La smania repressiva della direzione riusciamo a volgerla a nostro favore, perché le operaie colpite vengono a chiedere aiuto e noi le sosteniamo. Chiaro che la direzione, continuando ad attaccare i lavoratori, li spinge verso di noi. Anche i più pacifici a lungo andare si stufano, si stanno fortificando anche quelli che vengono presi di mira di continuo, perché ritenuti più deboli. Ci sono casi di colleghe che vediamo crescere in consapevolezza, che iniziano a tirare fuori le unghie contro i soprusi. Questo è possibile perché sanno che c’è un gruppo che le appoggia, che non sono sole. Se le nostre colleghe vedono che non abbiamo paura di reagire, allora si sentono appoggiate. Noi teniamo d’occhio e seguiamo le persone più deboli che hanno problemi e ci adoperiamo a tutela dei compagni di lavoro. Rivoltiamo contro la direzione le sue stesse mosse, trasformiamo in opportunità i tentativi di impedire la nostra iniziativa. Il tentativo di debellarci esautorandoci come RSU, ad esempio, ha portato risultati positivi: si può dire che i colleghi quasi ci vedono più adesso come rappresentanti rispetto a prima, ci cercano di più, ci chiamano per i loro problemi. Così, il tentativo di separarci assegnandoci turni diversi, spostandoci in reparti diversi, cambiandoci le mansioni, ecc. ci consente di “coprire” con la nostra presenza due turni invece che uno solo. Ora abbiamo due gruppi, anche se piccoli, così veniamo a conoscere tante cose che prima ci sfuggivano; allarghiamo il nostro bacino di influenza e questa cosa piano piano si sta ritorcendo contro la direzione, abbiamo potenziato un lavoro di squadra che ci permette di mettere assieme le scoperte e gli elementi che raccogliamo. In questa fase la direzione tende a evitarci per non sostenere delle discussioni con noi. Questo evidenzia già una loro debolezza, una “crepa” nel regime.

 

Una crepa che può diventare una voragine…
Una crepa che ci permette di guardare avanti con fiducia e tirare dritte per il nostro obiettivo: unire più persone in questo “gruppo” e diventare forti davvero. Ma senza eccessi di entusiasmo… Abbiamo avuto quell’esperienza di cospirazioni organizzate, dove l’azienda è riuscita a mobilitare tante nostre colleghe contro di noi. Noi le sosteniamo, ma per accoglierle appieno serve avere più fiducia. È importante che chi si avvicina comprenda che noi le sosteniamo e che il loro sostegno verso di noi è importante, per vincere questa battaglia. Perché in realtà noi vogliamo fare una cosa costruttiva, unendoci e risolvendo i problemi che riguardano tutti.

 

Oltre che ai rapporti in fabbrica, pensiamo anche alla gestione dei rapporti familiari: ci sono delle particolari problematiche da affrontare come operaie e come donne?
Con una famiglia è più complicato perché i doveri familiari solitamente sono sulle spalle delle donne, in una società dove i ritmi sono sempre più serrati e stressanti. Da parte dei familiari e dei mariti c’è un sostegno verbale, ma non c’è una collaborazione attiva. È difficile far comprendere la situazione che viviamo e, sentendo le cose dall’esterno, spesso c’è la tendenza a sminuire, a ridimensionare, a cercare di sdrammatizzare, a dire che bisognerebbe cercare di fregarsene, di fare il proprio lavoro senza badare a queste cose, di lasciare stare. C’è sempre un freno, che magari è dettato dal tentativo di preservarti da guai e ritorsioni, ma credo che in realtà se una è convinta di quello che fa dovrebbe essere sostenuta.

In fabbrica le donne portano più problematiche: i figli, il ciclo, la stanchezza – perché lavorano anche a casa – ecc. La nostra esperienza dice che il trattamento della direzione rispetto agli uomini che cercano di alzare la testa è quasi lo stesso: il padrone usa un criterio di classe. Ma è vero che riserva attenzioni maggiori verso le donne.

 

Questa intervista è il racconto di un processo in atto e dimostra l’importanza di formare organizzazioni operaie, cioè di organizzarsi direttamente senza aspettare o contare sull’intervento del sindacato (che nella fabbrica di cui si parla, non fa neanche le “cose base” di un’organizzazione sindacale degna di questo nome: si limita a dire alle operaie di stare attente e sottomettersi alle pressioni del padrone per evitare ritorsioni peggiori, quindi aiuta il padrone nell’opera di intimidazione). Emergono molti spunti e crediamo possa infondere coraggio e sentimenti di riscossa in tanti lavoratori e lavoratrici che ogni giorno lavorano in condizioni difficili e si dannano nella ricerca di una strada per cambiare il corso delle cose, in fabbrica e fuori. Mettiamo in luce tre aspetti:

  1. pur non essendo una RSU, questo gruppo di operaie è diventato il punto di riferimento dei lavoratori e questo può succedere ovunque;
  2. ogni attacco del padrone può essergli rivoltato contro, se si opera con ottica di prospettiva e senza far dipendere tutto da una singola battaglia;
  3. darsi i mezzi della propria politica vuol dire trovare i modi e le forme per perseguire i propri obiettivi nelle condizioni concrete in cui ci si trova.

 Infine, l’elemento che sintetizza il tutto è una legge universale della lotta di classe: finché persiste l’oppressione del capitale, nessuna forma di repressione può impedire che emergano avanguardie che cercano e trovano strade per portare avanti la lotta, in fabbrica e fuori.

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