Lamentarsi e disperarsi non serve: combattere è necessario

Con ogni mezzo la borghesia imperialista ha inquinato il cuore e la mente delle masse popolari per inculcare la certezza che non esiste, che non siamo capaci di costruire, una società superiore al capitalismo. Ma il capitalismo è un modo di produzione che per sua natura crea i presupposti del suo superamento, crea le condizioni per l’ulteriore sviluppo dell’umanità. Finché esisterà il capitalismo, continueranno a crearsi le condizioni oggettive per la rivoluzione socialista e la necessità della trasformazione della società capitalista in società comunista. Le condizioni soggettive per la rivoluzione socialista sta a noi comunisti crearle. Il comunismo è il futuro dell’umanità come il diventare adulto è il futuro di ogni bambino. E’ una metafora semplice, ma appropriata: nessun essere umano può rimanere bambino per sempre o evitare il percorso per cui da bambino diventa adulto. E’ nella sua natura e soltanto cause nefaste possono impedire questa evoluzione: per un bambino solo la morte prematura, per l’umanità la guerra imperialista, la via per cui la borghesia distrugge e devasta le condizioni dell’esistenza per poterle creare e ricreare in un nuovo processo di valorizzazione del capitale. E’ ciò che è accaduto nei paesi imperialisti con la Prima e con la Seconda Guerra Mondiale con cui il capitalismo ha superato la sua prima crisi generale; è ciò che il movimento comunista ha impedito accadesse 100 anni fa in Russia con la Rivoluzione d’Ottobre (vedi l’articolo Lenin: posizioni di principio sul problema della guerra, a fianco) trasformando la guerra imperialista in cui lo Zar aveva trascinato le masse popolari, in mobilitazione rivoluzionaria fino all’instaurazione del socialismo.

Le distruzioni della Prima e della Seconda Guerra Mondiale hanno consentito ai capitalisti di avviare una nuova fase di valorizzazione del capitale (1945 – 1975), ma il modo di produzione non è cambiato e oggi il mondo si trova in una situazione analoga a quella di 100 anni fa: una crisi irreversibile, ma con un potenziale enormemente più sviluppato (il capitale da distruggere è di molte centinaia di volte superiore per qualità e quantità, il mondo intero è unito in un’unica rete politica, commerciale ed economica). Questi sono i fattori che rendono la situazione odierna tanto gravida di prospettive di progresso, quanto grave è la minaccia che incombe.

Due vie al socialismo. La classe dominante non può impedire all’umanità di avanzare verso il comunismo, quali siano i modi e la forza con cui vi si oppone: o la mobilitazione rivoluzionaria delle masse popolari nei paesi imperialisti anticipa e scongiura la guerra imperialista attraverso la rivoluzione socialista oppure la mobilitazione reazionaria e la guerra imperialista (vedi l’articolo a fianco) produrranno la rivoluzione socialista nei paesi imperialisti, al prezzo di distruzioni e devastazioni senza precedenti.
Chi pensa che esista un’altra strada vive di speranze vane: la borghesia ha perso ogni vocazione e ruolo democratico e progressista (vedi l’articolo A chi giova la tesi che siamo in un regime di moderno fascismo? a pag. 3), ritornare al “capitalismo dal volto umano” è un’illusione perché non esistono più le condizioni che lo resero possibile (il “boom” economico dovuto alla ricostruzione dopo le guerre mondiali, il campo dei primi paesi socialisti che terrorizzava i capitalisti e alimentava la combattività delle masse popolari nei paesi imperialisti). Il presente è cattivo e il futuro sarà peggiore, se lasciamo mano libera alla classe dominante, se le masse popolari non la rovesciano e prendono il potere politico.
Lamentarsi del cattivo presente, dei misfatti e dei crimini della classe dominante, delle ingiustizie del capitalismo  non basta a far fronte alla situazione. L’umanità è chiamata a compiere un passo in avanti nel suo processo evolutivo, la parte più avanzata delle masse popolari deve pensare e agire in modo conforme al passo che bisogna compiere: progredire nella rivoluzione socialista, instaurare la dittatura del proletariato e avanzare verso il comunismo.

Questo cammino l’umanità lo ha già iniziato. La Rivoluzione d’Ottobre cento anni fa e poi quella cinese, le lotte di liberazione delle colonie e delle semicolonie in ogni angolo del mondo (vedi Perché la Corea del Nord non vuole cedere sul programma nucleare? a pag.2), la vittoria sul nazifascismo, la prima ondata della rivoluzione proletaria mondiale, sono state il primo tentativo e la scuola luminosa del futuro cammino. Un cammino che l’umanità deve riprendere e riprenderà, superando i limiti che lo hanno momentaneamente interrotto. Il prossimo passo, il primo fra tutti, sarà instaurare il socialismo in almeno uno dei paesi imperialisti.

 

Pensare e agire in modo conforme al passo che bisogna compiere. Il nemico principale contro cui combattere sono la borghesia imperialista e il suo clero, che ai lavoratori e alle masse popolari appaiono lontani, onnipotenti e intoccabili a causa dei mille problemi quotidiani a cui devono far fronte per cercare di mantenere una vita dignitosa per loro e per le loro famiglie. Far fronte alle mille incombenze quotidiane è la principale lotta in cui ognuno è mobilitato, il vortice in cui ognuno è inghiottito. Ma i problemi di ognuno, qualunque sia la forma in cui si manifestano, hanno una causa comune: il sistema economico e sociale, il dominio della borghesia imperialista e del suo clero sulla società.

Basandosi sulle sue sole forze, sulle sue singole capacità, sui suoi valori e sulla sua morale, nessuno può resistere da solo e tanto meno può salvarsi dalla crisi. Alla lunga, in un modo o in un altro, tutti finiscono, singolarmente, per cedere  al nemico. Il che, per come lo intendiamo qui, non significa “passare dalla sua parte”, ma abbandonarsi allo scetticismo, alla rassegnazione, alla sfiducia; contrapporre le cose che ognuno “nel suo piccolo e nel suo quotidiano può fare” con le cose che bisogna che impari a fare (pensare e agire), che sono invece grandi e straordinarie. Come quelle necessarie a scrivere la storia di un paese imperialista come l’Italia, succhiato e smunto da parassiti millenari come il Vaticano e dal 1945 anche dai suoi alleati USA, oppresso dalle leggi dei capitalisti e dei banchieri, dissestato dai progetti di grandi opere inutili e dannose, distrutto da disastri naturali e prevenibili come i terremoti e più ancora dall’incuria e dalla speculazione di politicanti e palazzinari, umiliato da una classe politica e dirigenziale di amici degli amici, avvelenato dall’impunità e dal clientelismo, usato come discarica o come territorio per esercitazioni militari… Dobbiamo scrivere di nuovo la storia di un paese che si libera a opera delle sue donne e dei suoi uomini, dei suoi giovani e dei suoi anziani, a opera di chi per vivere deve lavorare altrimenti è costretto a una vita di stenti perché considerato e trattato come “un esubero”.

Sono grandi cose, quelle che dobbiamo fare, che sembrano impossibili a chi porta nel cuore e nella mente il peso dello scetticismo. “Mah… le masse popolari hanno questa forza e questo coraggio o sono delle pecore sottomesse e servili?”.

E’ vero che nella storia di questo paese ci sono venditori di pentole che sono diventati milionari potenti al servizio della classe dominante, tanti lecca-scarpe che sono diventati dirigenti, tanti abietti che sono diventati onorevoli e cavalieri del lavoro. Ma la storia di questo paese insegna che quando le masse popolari si sono unite alla classe operaia e al suo partito comunista, sono diventate la forza capace di imprese che sono scritte nella storia della lotta di liberazione di tutti i popoli del mondo.

Sono grandi cose, quelle che dobbiamo fare, che sembrano impossibili a chi porta nel cuore e nella mente il peso della sfiducia. “Lottiamo, lottiamo, ma resteremo sempre dannati e oppressi”. Chi è convinto di questo dimostra quanto nel nostro paese è forte il peso della concezione clericale del mondo. E dimostra di quali danni sono stati responsabili i revisionisti moderni, quelli che hanno ereditato il movimento comunista più forte d’occidente che aveva combattuto e vinto il nazifascismo, ma anziché fare la rivoluzione si sono accodati ai padroni per ottenere “migliori condizioni di vita e maggiori libertà democratiche”. Quelle libertà che, lungi dall’essere state utili a instaurare il socialismo, oggi pure vengono smantellate dai vertici della Repubblica Pontificia che prima le hanno ingoiate, stante la forza del movimento comunista e del movimento popolare. La storia di questo paese, anche recente, insegna che l’unico errore che le masse popolari possono compiere è delegare a qualche portavoce della borghesia, sia pure progressista e democratico, le scelte su cosa è giusto o sbagliato, far decidere ad altri per i loro interessi. Nessuna trasformazione del mondo è possibile senza il protagonismo delle masse popolari organizzate. Chi propone di barattarlo con qualche conquista immediata è un truffatore o un ingenuo.

Sono grandi cose, quelle che dobbiamo fare, che sembrano impossibili a chi porta nel cuore e nella mente il peso della rassegnazione. “Lottare non serve a niente, combattere non serve a niente, la borghesia è troppo forte”. Chi in cuor suo pensa che il nemico è troppo forte e che per le masse popolari e la classe operaia vincere è impossibile, non considera che ogni “successo” della classe dominante semina ribellione fra le masse popolari. La persistenza stessa della borghesia imperialista e del suo clero a capo della società è fattore di ribellione. Per quanto gli attacchi ai diritti e alle tutele si facciano più dispiegati, il restringimento degli spazi di agibilità politica avanzi, la democrazia e i diritti sui posti di lavoro si restringano, l’oppressione aumenti, la borghesia promuova la guerra fra poveri, per quanto il corso delle cose sembri disastroso – ed effettivamente lo è, dato che è la borghesia imperialista a dirigere la società, a detenere la ricchezza, a fare le leggi e ad avere il monopolio della violenza – questo corso delle cose alimenta la ribellione e la mobilitazione. E l’unico sbocco positivo di questa ribellione è farla confluire nella rivoluzione socialista. Non è la classe dominante a essere forte, sono la classe operaia e le masse popolari che devono imparare a far valere la loro forza.

 

Sono grandi cose quelle che dobbiamo fare, come quelle che stanno imparando a fare gli operai della Rational di Massa (vedi l’articolo a pag.1), i lavoratori della Grande Distribuzione Organizzata dell’outlet di Serravalle Scrivia e gli operai di Alessandria (vedi l’articolo a pag.4), come quelle che stanno imparando a fare gli operai della FCA di Termoli, le operaie di Brescia (vedi l’articolo a pag.5); le donne che lottano contro discriminazioni, patriarcato e oppressione di genere e per questo vengono denunciate, come Stefania Favoino (vedi l’articolo a pag.5). Sono cose che si imparano a fare facendole, cercando una prospettiva diversa e nuova che non si limita al manifestare dissenso, ma vuole essere, prima di tutto, strada attraverso cui si impara a dirigere parti crescenti della vita sociale, cioè strada attraverso cui la classe operaia, i lavoratori e le masse popolari imparano a diventare classe dirigente del paese attraverso la lotta di classe, imparano a fare la rivoluzione socialista.

 Cento anni fa gli operai e i contadini russi, guidati dal partito comunista, hanno aperto al mondo la strada che oggi disfattisti e rassegnati, scettici e ingenui indicano come “impossibile”, “troppo difficile”, “roba d’altri tempi”, “roba da sognatori”. Per milioni di operai e contadini analfabeti, impregnati di credenze, superstizioni e pregiudizi, immersi in un clima di abbrutimento materiale e morale ben peggiore di quello che oggi si vive nelle nostre città, la rivoluzione socialista è stata la culla della riscossa per cui i loro figli e le loro figlie sono passati da essere reietti diseredati, con il futuro da criminali e prostitute già scritto, a essere operai specializzati, ingegneri, astronauti, medici, musicisti, campioni sportivi, scrittori. Hanno bonificato territori ostili ed edificato città, elaborato e realizzato prodigi della scienza e della tecnica. Il concetto di “troppo difficile”, “impossibile”, “roba da sognatori” non era contemplato nel loro modo di pensare e di agire. Oggi i disfattisti, i rassegnati, gli scettici e gli ingenui si comportano come se avesse un qualche senso logico guardare alla Russia di 100 anni fa come a qualcosa che è “roba d’altri tempi” anziché ciò che quell’esperienza è stata concretamente: l’anticipazione del futuro che possiamo conquistare.
Oggi milioni di operai e lavoratori, di giovani, donne, immigrati, studenti e pensionati del nostro paese devono superare scetticismo, sfiducia e rassegnazione e dare le migliori energie che hanno, le risorse morali, intellettuali e materiali alla rinascita del movimento comunista e alla rivoluzione socialista.
Da una parte, le condizioni politiche lo impongono: o si afferma la via della mobilitazione rivoluzionaria, oppure la classe dominante ci trascinerà in un nuovo macello della guerra mondiale.
Dall’altra, il P.CARC e la Carovana del (nuovo)PCI aprono loro le porte, si assumono la responsabilità di imparare dalla loro esperienza pratica, di valorizzare quello che già fanno e ciò che già sono e di insegnare loro quello che hanno scoperto studiando la lotta di classe, la storia del movimento comunista e mettendo in pratica ciò che le forze ci consentono oggi.

Il P.CARC chiama ogni operaio avanzato, ogni lavoratore avanzato, ogni uomo, donna, giovane delle masse popolari, italiano o immigrato, a diventare protagonista della costituzione del Governo di Blocco Popolare, la via più breve attraverso cui rinasce il movimento comunista cosciente e organizzato nel nostro paese.

Tutte le grandi cose che dobbiamo fare partono sempre da piccoli passi, ma concreti e continuativi, come ogni grande cammino è fatto di un passo dopo l’altro. Ognuno può compierli e chiamare altri a compierli, ognuno può farli organizzandosi con altri sul lavoro, a scuola, nel quartiere per farli insieme.

Il P.CARC chiama ogni operaio avanzato a costituire nella sua azienda un’organizzazione operaia che si occupi dell’azienda (a partire dal discutere e trovare soluzione per i problemi più semplici fino a conoscere il processo produttivo e diventare capaci di farla funzionare senza la presenza del padrone e dei suoi preposti) e che esca dall’azienda (a partire dal sostenere le mobilitazioni delle masse popolari, dei disoccupati, degli studenti della zona fino a diventare essa stessa il centro autorevole di organizzazione e mobilitazione delle masse popolari della zona). Non occorre “essere in tanti”, per iniziare bastano anche due o tre operai, è decisivo che siano disposti a farlo e disposti a imparare a farlo.

Il P.CARC chiama ogni lavoratore avanzato a costituire nella sua azienda pubblica un’organizzazione popolare che deve funzionare secondo i criteri, i principi e le funzioni delle organizzazioni operaie delle aziende capitaliste: la cooperazione di organizzazioni operaie delle aziende capitaliste e di organizzazioni popolari delle aziende pubbliche permette la creazione di un centro autorevole e ramificato di orientamento, mobilitazione e organizzazione capace in molti casi di indicare le misure necessarie per far fronte subito agli effetti più gravi della crisi, capace di chiamare le masse popolari alla mobilitazione per attuarle.

Il P.CARC chiama gli elementi avanzati delle masse popolari a organizzarsi in organizzazioni popolari tematiche o di zona per raccogliere la disponibilità alla mobilitazione di chi è già disposto a darsi da fare per invertire il corso delle cose fin dagli aspetti contingenti e di vita quotidiana: la lotta contro il degrado e la disoccupazione, la lotta contro il razzismo, contro il carovita, per servizi pubblici efficienti e gratuiti, per il diritto alla salute e a vivere in un ambiente sano.

 

La rete di organizzazioni operaie e popolari è la base per la costruzione della nuova governabilità del paese e le sue iniziative sono il fattore decisivo per imporre ai vertici della Repubblica Pontificia un governo di emergenza delle masse popolari organizzate.
La costituzione di questo governo è la strada immediata attraverso cui, stante la crisi del capitalismo e le spinte della classe dominante alla mobilitazione reazionaria e alla guerra imperialista, rinasce il movimento comunista e avanziamo nella rivoluzione socialista.

 

Ognuno può avere mille ragioni per “aspettare che inizi qualcun altro”, ma nessuna di queste è buona a giustificare scetticismo, sfiducia e rassegnazione: il P.CARC e la Carovana del (nuovo)PCI hanno imboccato questa strada e ne sono alla testa. Procedere su questa strada, formare operai e lavoratori avanzati a diventare operai e lavoratori comunisti, formare gli elementi più avanzati e generosi delle masse popolari a diventare comunisti sono i compiti per questa fase.
Combattere è necessario, vincere è possibile. Con la forza del collettivo, con la solidarietà di classe e con la scienza del movimento comunista, il primo passo da compiere è osare.

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