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E’ notizia di oggi che un gruppo di operai che lavorano in Italia sono stati pagati in “leu”, valuta rumena. È accaduto in un’azienda logistica di Stradella, nell’Oltrepò Pavese: i contratti di una settantina di dipendenti sono stati redatti in rumeno e gli stipendi pagati appunto non in euro ma in leu.

É una notizia che fa riflettere, che deve far riflettere chi oggi vuole cambiare il corso delle cose e non sa da dove partire. È una notizia che deve far riflettere tutti quelli che sono alla ricerca “della classe rivoluzionaria” senza mai trovare una sintesi. Una delle manifestazione dell’attuale debolezza del movimento comunista è la confusione e l’ignoranza rispetto all’analisi di classe della nostra società. Allora iniziamo a fare chiarezza. Oltre all’articolo de Il Manifesto di oggi, proponiamo la lettura di un articolo presente su La Voce 35 del (n)PCI “Il capitale fittizio e i comunisti dogmatici”.

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Logistica, lavorano in Italia ma vengono pagati in valuta rumena

Pavia. Il caso in un’azienda di Stradella: la Guardia di finanza sta indagando su una settantina di contratti interinali. La Cgil chiede l’intervento del ministero e dei servizi ispettivi

Lavorano in Italia ma sono stati pagati in leu, valuta rumena. È accaduto in un’azienda logistica di Stradella, nell’Oltrepò Pavese: i contratti di una settantina di dipendenti sono stati redatti in rumeno e gli stipendi pagati appunto non in euro ma in leu.

Si tratta della filiale di una multinazionale olandese che opera nel campo della logistica e dei trasporti: i lavoratori sarebbero stati assunti tramite un’agenzia interinale di Lodi, ma in una fase sarebbe entrata in campo anche una agenzia rumena. Sul caso sono in corso accertamenti da parte della Guardia di finanza, che ha acquisito alcuni documenti.

«Ci aspettiamo l’immediato intervento del ministero del Lavoro e dell’Ispettorato – dice Claudio Treves, segretario generale Nidil Cgil – Chiediamo la messa al bando dell’agenzia interinale rumena e una severa sanzione per quella italiana, di Lodi, che si sarebbe prestata a fare da “passacarte” nei confronti dell’utilizzatore per poi ri-appaltare l’attività al soggetto romeno. Ricordo ai lavoratori coinvolti – ha aggiunto – che, ai sensi delle leggi italiane, in presenza di somministrazione irregolare possono richiedere al giudice il riconoscimento di un rapporto di lavoro a tempo indeterminato».

«Il fatto è di una gravità unica», commenta la Filt Cgil, che chiede «un immediato intervento delle istituzioni preposte ai controlli, a partire dal ministero del Lavoro e dai Servizi ispettivi, nei confronti dei soggetti responsabili come il committente e l’appaltatore». «Si conferma – prosegue il sindacato – ciò che denunciamo da tempo», tanto che venerdì scorso a Pavia era stato «organizzato uno sciopero dei lavoratori impiegati nell’appalto che ha prodotto l’allontanamento dell’agenzia interinale rumena che in alcuni rapporti non applicava il contratto di lavoro italiano e violava gli obblighi di contribuzione Inps e Inail».

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Il capitale fittizio e i comunisti dogmatici (VO 35 – luglio 2010)

Uno dei tratti naturali (propri della natura) della crisi per sovrapproduzione assoluta di capitale, consiste nel fatto che una parte crescente del capitale che i borghesi vengono accumulando, non può essere investito nella produzione di merci, pena la diminuzione della massa del plusvalore prodotto: un capitale maggiore C + ∆C se impiegato tutto nella produzione di merci, darebbe luogo alla produzione di una massa di plusvalore minore di quella prodotta dal solo capitale C. Quindi i borghesi non impiegano tutto il capitale nella produzione di merci, ma ne valorizzano una parte crescente nei traffici finanziari e nella speculazione finanziaria.

Il capitale finanziario è nato molti decenni fa, come supporto del capitale produttivo di merci. Nella sua analisi del modo di produzione capitalista Marx lo chiamò capitale fittizio, in contrapposizione al capitale impiegato nella produzione di merci, cioè nel ciclo di valorizzazione danaro – merci – lavoro – nuove merci – più danaro (D – M – L – M’ – D’) – Marx usò il termine fittizio dato che quel particolare capitale svolgeva ancora (non eravamo ancora entrati nella fase imperialista del capitalismo) un ruolo secondario rispetto al capitale impiegato nella produzione di merci ed era il primo ad essere colpito e annullato in caso di crisi (era la parte più precaria del capitale).

Nell’epoca imperialista il capitale finanziario si rende autonomo dal capitale produttivo di merci e poi lo subordina a sé. Il capitale fittizio cresce più velocemente del capitale reale (mezzi di produzione, edifici, tecnologia, forza-lavoro, prodotti e altri fattori dell’economia reale). Ma nella società moderna il capitale fittizio è altrettanto influente, anzi è più influente (più reale) che il capitale reale: surclassa e domina il capitale reale (il capitale impiegato nella produzione di merci). Con grande disperazione e incomprensione dei materialisti volgari. Essi si ostinano anche a sostenere che le idee sono fattori modellatori, trasformatori della realtà meno efficaci (meno reali) che le spade o le bombe. Mentre Mao afferma che “la linea politica decide di tutto”, anche del possesso e dell’uso di bombe e di spade.

La speculazione finanziaria, le bolle finanziarie, il gonfiamento del capitale finanziario e delle sue operazioni è una valvola di sfogo (temporanea, ma reale, efficace e salutare) che evita l’esplosione della crisi nell’economia reale. È quello che è avvenuto nei 30 anni prima del 2008. Gonfiandosi, e deve gonfiarsi perché la massa del capitale fittizio che si riversa nella speculazione aumenta e deve per forza di cose aumentare senza posa, dà luogo prima o poi a crisi reali di dimensioni enormi: tanto il capitale fittizio è reale. È quello che sta avvenendo dal 2008 in qua.

La crisi dei subprime USA non è una crisi ciclica. È una (particolare) crisi nel capitale speculativo. Essa ha agito da detonatore della fase terminale (iniziata quindi nel 2008) della crisi generale per sovrapproduzione assoluta di capitale iniziata a metà degli anni ’70. Nel 2008 la crisi si è riversata nell’economia reale: nella produzione di merci. Questa 1. grazie alla speculazione, alla globalizzazione e ad altri avvenimenti determinati dalla seconda sovrapproduzione assoluta di capitale sopravvenuta a partire dalla metà degli anni ’70 e 2. grazie all’inglobamento dei primi paesi socialisti nel sistema imperialista mondiale, non era stata sconvolta, prima del 2008, nella misura in cui lo è oggi e che si aggrava (tra oscillazioni, tra alti e bassi, tra accelerazioni e pause, stop and go) di giorno in giorno.

Tutto questo per i dogmatici è un’eresia. Essi sentenziano che il capitale fittizio è fittizio, che il profitto è plusvalore prodotto dal pluslavoro e quindi il capitale non può valorizzarsi tramite le operazioni finanziarie e la speculazione, ma solo estorcendo pluslavoro. Cerchiamo di capire le loro ragioni, per capire il loro errore.

Nel periodo in cui il movimento comunista nasceva, la prima metà del secolo XIX, i socialisti attaccavano il capitalismo in nome di principi morali o giuridici borghesi, comunque sulla base o della concezione borghese o della concezione clericale del mondo. Essi discutevano di cosa era giusto e di cosa non era giusto. La Giustizia (eterna, in realtà le concezione morale corrente) era la loro bussola. Non concepivano, se non alcuni e vagamente, le classi e gli interessi di classe. Il materialismo storico esulava dal loro orizzonte mentale. Nel capitolo III del Manifesto del partito comunista (1848), Marx illustra il socialismo feudale e il socialismo borghese. Alcune di queste teorie attribuivano al capitale il potere taumaturgico di generare il profitto. In realtà giustificavano o negavano in nome della morale e del “diritto di proprietà” che faceva parte della mentalità borghese, il buon diritto del capitalista a incassare il profitto. Una delle idee correnti era che i fattori della produzione erano la terra, il capitale e il lavoro e quindi ognuno di questi fattori aveva diritto a partecipare alla ripartizione del prodotto. Per questo il proprietario terriero incassava la rendita, il capitalista incassava il profitto, il proletario incassava il salario. Il problema di cui si discuteva era quale era la “giusta” ripartizione del prodotto tra i tre fattori.

Contro queste teorie Marx fece valere l’analisi scientifica del modo di produzione capitalista: come era nato e come si svolgeva. Dimostrò che la produzione capitalista nasceva dalla produzione mercantile. Il valore della merce era solo la veste mercantile del lavoro impiegato per produrla. Il plusvalore era la veste capitalista del pluslavoro a cui il capitalista costringeva il proletari ricattandoli per fame. Quindi il profitto e la rendita non erano che pluslavoro estorto dai capitalisti ai proletari che producevano merci. Questa spiegazione dava ragione della storia e delle varie forme e aspetti delle società borghesi, dei rapporti tra le classi, delle crisi economiche, del denaro, ecc. Da allora l’idea che il capitale producesse profitti è stata giustamente derisa da tutti i marxisti e si è perpetuata nei manuali di economia degli apologeti borghesi.

Ma proprio quel meccanismo sociale descritto da Marx sviluppandosi ha, in un senso ben definito, prodotto il suo contrario. Ha prodotto il capitale finanziario, ha prodotto il denaro fiduciario e ha portato il capitale finanziario a dominare il capitale reale. I capitalisti moltiplicano il loro danaro a mezzo di denaro, benché nello stesso tempo i capitalisti continuino a “rubare tempo di lavoro altrui”, a estorcere pluslavoro: il ricatto di Marchionne agli operai di Pomigliano lo ha ricordato con grande clamore anche a chi se n’era dimenticato. La quantità di ricchezza (intesa come beni e servizi) prodotti dipendono sempre meno dal tempo di lavoro e sempre più dalla tecnologia e dalla scienza: eppure i capitalisti innalzano l’età pensionabile, buttano nella disoccupazione milioni di giovani e rubano persino i minuti sulle pause degli operai. Ed effettivamente senza produzione mercantile, senza estorsione di pluslavoro, il capitale finanziario non sta in piedi. Il capitale finanziario resta ancora oggi una sovrastruttura del capitale produttivo di merci. Ma ridurlo al capitale produttivo di merci o spiegarlo con il capitale produttivo di merci è come voler spiegare l’arte di un grande scrittore con la scrittura, il comportamento di un adulto con la sua infanzia: benché in tutti questi casi, in modo diverso, il punto d’arrivo sia inspiegabile e incomprensibile senza la storia che lo ha formato e che in un senso ben definito, diverso per ognuno dei tre casi considerati, è ancora alla base della sua esistenza attuale che però si svolge secondo forme e in modi suoi propri.

Di fronte a questo mondo che si è rovesciato nel suo contrario i dogmatici vogliono interpretare i singoli passaggi e aspetti, il funzionamento di questo mondo direttamente con le figure e le relazioni grazie alle quali e con le quali è nato. Ovviamente ripetono formule che, per la realtà oggi corrente, sono frasi vuote.

Ciro L.

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