L’11 giugno circa mille comuni saranno chiamati alle elezioni amministrative. Rispetto a quelle del 2016, in cui andarono al voto le principali città del paese (Torino, Milano, Roma, Napoli), in questo caso i grandi comuni sono pochi (Genova, Palermo), ma l’esito della tornata, nel contesto di sommovimento politico generale, è importante per i seguenti motivi:

man mano che nei vertici della Repubblica Pontificia si è affermata la linea di accentramento dei poteri, sottomissione delle autonomie locali e dei vari centri di potere di cui Renzi è stato ultimo paladino con tanto di attacco alla Costituzione, fra le amministrazioni locali si è sviluppato un movimento di resistenza, contraddittorio ma ampio, alimentato dal ruolo assunto da sindaci e amministratori in opposizione alle politiche del governo centrale. I sindaci di molti comuni della Val Susa sono stati i più decisi e in un certo modo hanno aperto la strada, a loro si sono aggiunti sindaci di varie zone del paese in cui la resistenza ha preso la forma di rifiuto delle grandi opere inutili e dannose e delle conseguenze dello Sblocca Italia, del rifiuto della reintroduzione della tassa sulla prima casa o comunque del rifiuto di diventare esattore per conto del governo di tasse che rapinano le masse popolari, disobbedienza al Patto di Stabilità. Lo sviluppo della resistenza dei sindaci e delle Amministrazioni all’accentramento dei poteri è in questi giorni evidente dal ruolo assunto dai sindaci del Salento contro il TAP, picchiati da Polizia e Carabinieri per sgomberare il cantiere dalle proteste, meno evidente, ma altrettanto significative, le reti e i coordinamenti che varie Amministrazioni hanno creato negli ultimi anni per fare fronte comune. La guerra che i vertici della Repubblica Pontificia conducono contro le amministrazioni del M5S, in particolare a Roma, è invece dimostrazione di come siano allarmati che la disobbedienza arrivi a contagiare le grandi città: il ruolo che l’Amministrazione De Magistris sta assumendo nella resistenza e disobbedienza al governo centrale è un esempio che devono eliminare o almeno limitare. Con le elezioni dell’11 giugno, al contrario, la prospettiva che queste tendenze si rafforzino e si sviluppino è concreta: questo è fattore di preoccupazione per i vertici della Repubblica Pontificia e anche occasione per le masse popolari organizzate per rafforzarle e svilupparle.

I partiti dei vertici della Repubblica Pontificia sono tutti, in modo e in grado diverso, alle prese con gli effetti della crisi politica e in fase di disgregazione. Il PD è quello che meglio rappresenta la situazione: in preda alla guerra per bande che ha portato alla fuoriuscita di una parte dei notabili che proprio nelle amministrazioni locali hanno il loro centro di potere o comunque il centro dei loro traffici (Bersani, Rossi), alle prese con un congresso che più di tutto dimostra l’emorragia di iscritti e la debolezza del partito nella vita reale (fuori dal mondo della diversione e dell’intossicazione dei media di regime), alle prese con inchieste che riguardano o hanno riguardato praticamente tutto il gruppo dirigente (le inchieste sono una manifestazione della guerra per bande interna e della guerra per bande con altre fazioni dei vertici della Repubblica Pontificia: è la politica fatta tramite la Magistratura). Le elezioni dell’11 giugno sono la prima occasione per misurare, per quanto parzialmente, gli effetti della batosta che Renzi ha preso con il referendum del 4 dicembre e sono strumento di regolamento di conti interni.

La sinistra borghese è in questa fase in grande fermento. Le elezioni dell’11 giugno sono un banco di prova per i notabili che sono usciti dal PD e sono terreno per sperimentare alleanze e alchimie elettoraliste con Sinistra Italiana, PRC e altri frammenti che vi si sono nel tempo distaccati che oggi tornano a ventilare alleanze per “un progetto alternativo”: qua si coalizzano con il PD, là si presentano con coalizioni variamente composte che “aprono” al PRC al PCI di Alboresi o ad altri, in altri posti si combinano in liste civiche. Tutto in nome delle “condizioni concrete”, ma tutto, in verità, per sperimentare strade possibili in vista delle elezioni politiche del 2018. La grossa contraddizione di questo campo è fra chi vuole aspettare l’esito del congresso del PD per tornare ad allearsi (e “influenzarlo per intervento interno”) e chi è più deciso a dare vita a una alleanza che formalmente esclude il PD, ma che in sostanza lo sosterrà in nome del pericolo di una deriva di destra del paese (il sempreverde “meno peggio”).

E’ nostro obiettivo trasformare le elezioni amministrative dell’11 giugno in occasione di mobilitazione e organizzazione delle masse popolari che, valorizzando anche gli esponenti dei tre serbatoi (vedi “Condizioni e contesto della lotta per la costituzione del Governo di Blocco Popolare” a pag. 2) costituiscono amministrazioni locali di emergenza e favoriscono così la costituzione del Governo di Blocco Popolare. Come?
Eccetto casi particolari, specifici e circoscritti, come fu il caso della lista Riscossa Popolare a Cassino nel 2016, non presenteremo liste autonome e non candideremo nostri compagni e compagne in liste specifiche, useremo la campagna elettorale per unire e coordinare ciò che l’elettoralismo divide. Quanti si candidano, al di la della loro buona fede, necessariamente tendono a contrapporre ognuno il proprio “orticello” e a concorrere per raccogliere voti dallo stesso bacino, le masse popolari. Questa logica elettoralista, tipica del teatrino della politica borghese, mette le masse popolari in condizione di subalternità. Intervenire su candidati “concorrenti” per spingerli all’unità di azione su temi selezionati e stabiliti dalle masse popolari ribalta il rapporto fra candidati ed elettori: il candidato risponde di quanto fa o non fa rispetto al programma deciso dalle masse popolari, che raccoglie le loro aspirazioni e i loro obiettivi e sintetizza i loro interessi. In questo modo le masse popolari diventano l’aspetto principale di tutto il processo. Interverremo dunque su candidati diversi, di liste diverse e anche concorrenti e contrapposte, per affermare il programma comune delle masse popolari contro il programma comune dei partiti della Repubblica Pontificia.

Senza nessuna eccezione e senza alcuna pregiudiziale, spingeremo chi si candida (molti sono alla prima esperienza, ma molti sono navigatori di lungo corso della politica locale) ad attivarsi da subito, senza aspettare di essere eventualmente eletto, a fare ciò che promette nei suoi programmi e che si impegna a fare una volta eletto. Affrontare l’emergenza abitativa? Non occorre aspettare di essere eletti per opporsi praticamente a sfratti e sgomberi, per aprire appartamenti sfitti e vuoti. Affrontare l’emergenza della disoccupazione? Non serve aspettare di essere eletti per fare dichiarazioni di impotenza, ogni candidato può e deve attivarsi per sostenere l’organizzazione e la mobilitazione dei disoccupati, deve impiegare i soldi che spenderebbe per la campagna elettorale (quei ridicoli “santini” e quegli osceni manifesti, tanto per fare un esempio) per retribuire il lavoro di chi fa gli scioperi al contrario. I campi in cui i candidati possono e devono darsi da fare subito e praticamente sono infiniti, caso per caso e zona per zona devono essere le masse popolari organizzate a indicare le misure pratiche: le necessità, i bisogni, l’ingegno e la creatività offrono infiniti spunti.

 Senza nessuna eccezione e senza alcuna pregiudiziale, spingeremo chi si candida a dover scegliere fra i discorsi retorici e la pratica: applicare da subito e senza riserve, anche violando le leggi eversive della Repubblica Pontificia, le parti democratiche della Costituzione, mobilitando le masse popolari a farlo a loro volta, organizzandole, sostenendole e incoraggiandole con l’esempio. La campagna elettorale per le amministrative di un comune, coinvolge direttamente o indirettamente anche le masse popolari che vivono nei comuni vicini e le Amministrazioni dei comuni vicini, per questo sono occasione per costruire coordinamenti per amministrare il territorio dal basso che durano anche dopo le elezioni e qualunque sia il loro esito.

Questo è, sinteticamente, il nostro piano per le elezioni amministrative 2017. E’ rivolto principalmente ai lavoratori e alle masse popolari: la loro organizzazione, la loro iniziativa e il loro protagonismo sono i pilastri attorno a cui gira tutto il resto. Ad attuarlo nella pratica, arricchirlo e svilupparlo chiameremo, caso per caso e zona per zona dove ciò sarà possibile, quei sei aggregati che hanno in embrione le potenzialità per concorrere alla formazione di un Comitato di Salvezza Nazionale, perché è il governo del territorio è ingrediente essenziale del governo del paese alternativo ai vertici della Repubblica Pontificia e alle loro emanazioni.

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