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In un suo articolo pubblicato su http://www.lintellettualedissidente.it Matteo Fais espone un’interessante analisi della serie televisiva Sex and the city. In questo scritto rientrano svariati argomenti e spunti di riflessione intorno agli strumenti del regime della controrivoluzione preventiva (lo spieghiamo a seguire), la condizione in cui vivono le masse popolari e le donne delle masse popolari (doppia oppressione), le retoriche sull’amore libero e l’emancipazione femminile nel sistema capitalista. È un pezzo che fornisce un’analisi esaustiva in ampi stralci ma che lascia un interrogativo grande quanto una casa che aleggia in tutta la lettura: come uscire da tutto questo?

Di seguito analizziamo alcuni passaggi del testo di Fais (che riportiamo in integrale a seguire), cercando di tirar fuori principi e criteri più generali che consentano di comprendere meglio quanto l’autore afferma con lucidità ma che nel pezzo in questione resta legato, ovviamente, all’oggetto di cui scrive: la serie televisiva Sex and the city.

Quando Fais scrive: «La sensazione che resta, dopo un’attenta visione, è di essere rimasti imbambolati a fissare un mastodontico e coloratissimo cartellone pubblicitario […] Del resto, perché soggiogare un popolo con le manganellate, quando è possibile farlo evitando di sporcarsi le mani, semplicemente assumendo vesti allettanti e facendo ammiccare una donna da un cartellone pubblicitario?» di fatto ci dà modo di introdurre il tema del Regime di Controrivoluzione Preventiva[1], quel sistema sviluppatosi per la necessità da parte della borghesia imperialista di deviare le masse popolari e la classe operaia dal fare la rivoluzione socialista.

Il sistema si compone di cinque pilastri e in particolare il primo descrive in pieno quanto afferma Fais. Esso prevede, infatti, l’intossicazione delle coscienze, delle idee e dei sentimenti delle masse popolari tramite media, religioni, saturazione del tempo libero con attività inutili, il mondo virtuale ecc. Le manganellate saranno necessarie alla borghesia imperialista tanto più le masse popolari usciranno via via dal pantano di intossicazione morale e intellettuale in cui la classe dominante le ha ridotte per più di un secolo. Il processo attraversi cui lo faranno non cadrà dal cielo, lo faranno sviluppando un esperienza pratica sempre più avanzata partecipando alla lotta di classe in corso. La crisi generale del sistema capitalista pone condizioni ancora più favorevoli in termini di mobilitazione delle masse popolari, contro cui la borghesia è obbligata a disporre maggiori restrizioni in termini di libertà di organizzazione e movimento (vedi decreti ministeriali come quelli di Minniti) ma anche ulteriori investimenti nel campo dell’intossicazione delle coscienze delle masse popolari (miliardi di euro vengono spesi ogni anno per il mantenimento di strumenti come internet, televisione, social network ecc.).

Successivamente, invece, il giornalista scrive: «Sex and the City è a tutti gli effetti uno dei più grandi manifesti politici a cavallo tra i due millenni. Ho detto manifesto politico, ma si tratta di un’imprecisione. Un manifesto, per logica, palesa una certa serie di intenzioni. Il più noto, quello di Marx per intendersi, non lascia dubbi, anche nei meno preparati, su quali debbano essere i veri obiettivi di un partito comunista. Dimostrando in questo senso di essere molto più accorti di qualsiasi pensatore passato, o in circolazione, i creatori della serie in questione non propongono alcuna intenzione evidente». Questo passaggio tiene dentro più aspetti. Innanzitutto fa emergere il principio che la borghesia non solo non panifica e non ha una visione complessiva in cui far andare il mondo ma, badate bene, non può averlo! La classe dominante non è altro che l’insieme di gruppi imperialisti, poteri forti e vari centri di potere minori che hanno tra loro un rapporto contraddittorio: sono uniti per impedire alle masse popolari di prendere il potere, sono in concorrenza tra loro per valorizzare il proprio capitale a scapito degli altri. Una classe del genere non può pianificare nel lungo termine, vive alla giornata, al massimo si organizza su cosa fare la mattina seguente. Sex and the city come tutti gli altri dispositivi di deviazione simili esprime esattamente questo.

L’altro passaggio importante che emerge è che c’è chi invece ha una visione precisa di cosa sia l’umanità e la società entro cui vivono gli uomini ma soprattutto dove questa stia andando e debba andare: i comunisti. Nel pensiero di Marx, Lenin e Mao Tse Tung, vive la pratica di miliardi di persone delle masse popolari che nel corso della storia hanno costruito, al netto dei limiti di cui discutere e fare bilancio, gli unici esempi di società alternative al capitalismo ma soprattutto la dimostrazione che l’alternativa al capitalismo è una e si chiama rivoluzione socialista. Le masse popolari guidate dalla classe operaia che ha come sua avanguardia il Partito Comunista sono le uniche capaci di rompere con l’oppressione e spezzare le catene. Il Regime di Controrivoluzione Preventiva serve esattamente a questo, il comunismo è il primo sistema economico che non nasce spontaneamente dal fluire dal fluire della storia, ma viene prima pensato e poi realizzato dall’umanità. Questo perché il capitalismo è l’ultimo stadio della fase infantile dell’umanità, il comunismo e l’avvio della sua fase matura e consapevole, libera e senza classi. Impedire alle masse popolari di pensare, quindi, è battaglia campale per la classe dominante al fine di guadagnare piccoli scampoli di sopravvivenza.

Questa caratteristica resta evidente anche se guardata da un’altra angolazione. Quest’incapacità di analizzare il corso della storia dell’umanità, di quello che era ieri, è oggi e domani sarà, da parte della borghesia, si traduce nel fatto che la classe dominante non può fare a meno, per affermare la sua forza destinata a sgretolarsi, che dichiarare e dichiararsi come il punto finale della storia, come la classe eterna, nulla c’è stato prima e nulla ci sarà dopo la borghesia. Questa è con evidenza un’assurdità che pure Fais vede quando scrive: «attenzione alla sottigliezza: quel genere di vita fatta di notti brave, cataste di relazioni da una botta e via, e acquisti compulsivi, non viene posta come fine, o modello verso il quale tendere. Il mondo di Sex and the City non è un’irraggiungibile idea platonica di società ideale, ma lo specchio di un ben preciso stato di cose presentato come dato e inemendabile».

Vendere false idee e illusioni a buon mercato è quanto di più funzionale al Regime di Controrivoluzione Preventiva. In questo scorcio di ragionamento l’idea che le donne delle masse popolari possano emanciparsi all’interno del sistema capitalista è una balla clamorosa che la storia del movimento femminista conferma inesorabilmente. Le donne delle masse popolari sono state libere nella misura in cui hanno combattuto e vinto la principale delle oppressioni: l’oppressione di classe. Mai come con l’avvento della Rivoluzione d’Ottobre lo sviluppo dei diritti di genere fu così florido e inimmaginabile, perfino per le donne dei paesi imperialisti. In questo senso le idee di emancipazione piccolo borghese e libertine come quelle dell’amore libero e delle libertà sessuali sono deviazioni e inquinamento che contribuisce a distogliere le masse popolari dalla lotta principale, liberarsi dall’oppressione di classe.

Fin quando esisterà lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo non potrà esistere amore libero, emancipazione di genere, orientamento sessuale e di provenienza etnica. Fais questo punto lo dice in due passaggi importanti, il primo: «La sessualità che attraverso la serie viene promulgata è del tutto in linea con quelle false libertà di cui il sistema si fregia per far meglio accettare le sue reali volontà di dominio». Ancor meglio in seguito quando afferma: «il Capitalismo […] non vi spiattellerà in faccia i call center dove si lavora per quattrocento euro al mese, o i negozi di lusso delle grandi firme nei quali una commessa deve farsi abbassare le mutandine dal titolare per conservare il posto di lavoro. In tutto ciò, comunque, voi avrete assimilato una rosea visione del neoliberismo. Non potrete avere un tenore di vita alla Carrie & company, ma certo vi illuderete che sia una gran cosa lavorare tutto il mese per pagare le rate di una serie di beni compensatori, quali il nuovo modello di smartphone e l’abitino griffato da mostrare il sabato sera in discoteca».

Lo scenario desolante che delinea Fais tiene conto di quello che è il mondo oggi e di quello che la classe dominante è e fa, c’è una parte che aleggia ma che non esce in chiaro (se non nel riferimento, prima evidenziato, a Marx): qual è la soluzione? Fermarsi all’esistente vuol dire ancora una volta accettare l’idea che il capitalismo è inizio e fine della storia, prima e dopo nulla ha avuto luogo e nulla avrà luogo. È questa una visione che non salva dall’oppressione della classe dominante anche se descrive con ampi passaggi di lucidità analitica quelle che sono le ricadute concrete della classe dominante sulla vita delle masse popolari, che però, così facendo, ci appariranno come asservite, stupide, ignoranti e incapaci di costruire un’alternativa allo stato di cose presenti.

Il limite della sociologia e di una sua celebre corrente che si è definita marxista ma che marxista non era, la Scuola di Francoforte (di cui nell’articolo sono citati una serie di celebri esponenti), è quello di fotografare l’esistente con categorie della classe dominante e di far discendere ricette e soluzioni della classe dominante come quelle più rivoluzionarie e concrete per lo sviluppo della lotta di classe, a patto che questa sia condotta da chi pensa e parla bene. Se pensiamo (anche in maniera non consapevole) che le masse popolari non possono fare la rivoluzione perché ignoranti e in balia dei messaggi di morte e disgregazione di una classe morente e in crisi come quella borghese, allora finiamo per pensarla come la borghesia, finiamo per pensare delle masse popolari quello che la borghesia pensa e quello che la borghesia vuole che le masse pensino di se stesse.

L’articolo di Fais è un importante e stimolante punto di partenza per ragionare sul che fare oggi a fronte di un paese che si muove, in cui l’ingovernabilità si diffonde e sempre più tende a trasformarsi in nuova governabilità, in governabilità delle masse popolari che si organizzano. Gli esempi sono centinaia e il processo è in corso. Come sempre le strade sono due: borghesia o proletariato. Applicando questa distinzione sostanziale trovano posto e spazio tutte le altre forme d’oppressione: razzismo, omofobia, sessismo, xenofobia e altro. Le masse popolari hanno in mano il potere di trasformare la storia, di cambiare le sorte dell’esistente e di sovvertire lo stato di cose presenti. La rivoluzione è in corso. Non sono i padroni ad essere forti, sono le masse popolari che ancora non fanno valere fino in fondo la loro forza!

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Tratto dal sito http://www.lintellettualedissidente.it

Sex and the City: manifesto per la donna neoliberista

Forse la serie che maggiormente è rimasta scolpita nell’immaginario collettivo. A quasi dieci anni dalla sua uscita, un tentativo di lettura sociologica per capire se Sex and the City sia stato solo una forma di intrattenimento, oppure un ingegnoso strumento di propaganda volto a imporre un nuovo modello di donna per il terzo millennio.

Un successo planetario. Sei stagioni trasmesse dal 1998 al 2004. Innumerevoli repliche. Due film successivi a suggellarne la già consolidata popolarità. Cofanetti di dvd. Trasmissioni in ogni angolo del mondo. Praticamente qualunque donna nell’occidente postindustriale (e non solo), ne ha visto almeno un episodio. Sex and the City è stato incontestabilmente un incredibile fenomeno sociale e di costume. Il suo seguito fa impallidire la maggior parte dei prodotti culturali affini – l’ultimo episodio ha avuto ben 11 milioni di telespettatori. In sostanza, la serie televisiva è stata e resta per molti versi una sorta di rituale di massa, non meno della messa domenicale per i fedeli. Su Sex and the City molta critica si è profusa in sperticati elogi per gli azzardi intellettuali delle note eroine Carrie Bradshaw, Samantha Jones, Charlotte York, Miranda Hobbes. È stato salutato con giubilo il crollo di ogni tabù sessuale a opera di queste ultime: “finalmente le donne che parlano di sesso come gli uomini”.

Pareva insomma che con questa serie televisiva il femminismo avesse toccato il suo zenit, passando da Simone de Beauvoir a Carrie Bradshaw, divenendo così nuovo femminismo, o femminismo di terza generazione per dirla con la filosofa Carola Barbero (vedi Sex and the City e la filosofia, Il Melangolo, Genova 2010). Già, finanche la filosofia si è cimentata nel prendere le difese e tentare di conferire una ratio ai discorsi camerateschi e un po’ da bar delle quattro ragazze.

Ma cos’è precisamente che piace tanto di Sex and the City? In effetti, a guardarlo con occhi scevri dalla lente del pregiudizio – quale la convinzione che sia uno spettacolo per sole donne – ci si ritrova stupiti nel riconoscere che la serie in questione risulta gradevole. È brillante, molto ben scritta, ha un ritmo incalzante, intrattiene in modo indolore, fa sorridere e quasi mai sguaiatamente (a volte con finezze linguistiche che ricordano il miglior Woody Allen), induce piacevolmente a protrarre la visione di episodio in episodio, di stagione in stagione. La cura stilistica e formale, dal punto di vista cinematografico, è stimabile. Da cosa nasce la perplessità, allora?

La sensazione che resta, dopo un’attenta visione, è di essere rimasti imbambolati a fissare un mastodontico e coloratissimo cartellone pubblicitario

Del resto la pubblicità, salvo che non sia quella progresso (?) sui pacchetti di sigarette, è bella e induce un senso di piacevolezza estetica. I maschi sognano la perfettissima e photoshoppatissima modella, dalla innaturale assenza di cellulite, che fissa un punto imprecisato con sguardo languido e altero; le femmine, seppur con un certo rammarico, favoleggiano – non tutte, per carità! – di essere affisse un giorno su giganteschi manifesti, come icone, al cui cospetto i maschi sbavino e le altre donne si rodano il fegato. Sarebbe disonesto sostenere il contrario, la pubblicità è ammaliante e per molti versi quasi artistica. Però…

Le nuove forme di dittatura, come insegnava il Marcuse di L’uomo a una sola dimensione, sono scaltramente poco propense a farsi accettare dalle masse a mezzo di violenti strumenti coercitivi. Del resto, perché soggiogare un popolo con le manganellate, quando è possibile farlo evitando di sporcarsi le mani, semplicemente assumendo vesti allettanti e facendo ammiccare una donna da un cartellone pubblicitario? Perché sottrarre libertà, quando si possono gentilmente elargire ampi margini di manovra che torneranno utili a lasciare le cose esattamente come stanno?

Molte volte, anche se si medita poco su simili dati di fatto, vale più un Sex and the City qualsiasi del migliore manifesto, o discorso politico. Le masse cercano divertissement di ogni tipo, prova ne sono i vari programmi di cucina. Se si vuole veicolare un pensiero e far sì che diventi virale tra la gente, niente è più funzionale alla causa dell’inserirlo come messaggio subliminale all’interno di uno spettacolo che induca rilassatezza e serenità nella popolazione lavoratrice, in cerca di svago a fine giornata. Lo stesso Renzi, che pure – bisogna dargliene atto – ha avuto l’ardire di esporre il suo pensiero (?) in qualche libro, quando ha voluto meglio reclamizzare le sue idee (?), ha indossato un giubbino in stile Happy Days e si è recato in un qualche programma della De Filippi per recitare la parte dell’amico ganzo.

Insomma, Sex and the City è a tutti gli effetti uno dei più grandi manifesti politici a cavallo tra i due millenni. Ho detto manifesto politico, ma si tratta di un’imprecisione. Un manifesto, per logica, palesa una certa serie di intenzioni. Il più noto, quello di Marx per intendersi, non lascia dubbi, anche nei meno preparati, su quali debbano essere i veri obiettivi di un partito comunista. Dimostrando in questo senso di essere molto più accorti di qualsiasi pensatore passato, o in circolazione, i creatori della serie in questione non propongono alcuna intenzione evidente. Anzi, somministrano il prodotto come qualcosa di scherzoso e inoffensivo, un sano passatempo ideale prima di andare a dormire. Tutto appare estremamente semplice: quattro donne, quasi tutte intorno ai trentacinque, alle prese con simpatiche vicende amorose mai troppo tormentate – non un suicidio d’amore, o una disperazione esasperata. Solo dubbi amletici su quali scarpe acquistare, tra quelle che ammiccano dalle scintillanti vetrine della Fifth Avenue, e su oziose questioni da signore infoiate che si recano in comunella dalla parrucchiera. Attenzione alla sottigliezza: quel genere di vita fatta di notti brave, cataste di relazioni da una botta e via, e acquisti compulsivi, non viene posta come fine, o modello verso il quale tendere. Il mondo di Sex and the City non è un’irraggiungibile idea platonica di società ideale, ma lo specchio di un ben preciso stato di cose presentato come dato e inemendabile.

Come in quella poesia di Trilussa, ma senza alcuna amarezza, ogni puntata sembra dire “così va il mondo”. Cioè, come? Come deve andare una società neoliberista lanciata senza freno verso il tracollo e l’annichilimento

Ed eccovi servite quattro donne single e in carriera – loro, sia chiaro, certo non voi! – che lavorano – poco, ma guadagnano enormemente – e passano di festa in festa e di amore facile in amore facile. Com’è ovvio che sia, sono egoiste – ma loro si definiscono “autonome” –, non si interessano di alcun problema rilevante – alle discussioni sul welfare state preferiscono sicuramente una dissertazione sul vibratore. Non stupisce minimamente insomma che questa serie abbia ricevuto tanti apprezzamenti. In particolare, non stupisce sia stata tanto diffusa e pubblicizzata dal sistema e dai suoi organi di distrazione di massa. Sex and the City compendia nelle sue quattro eroine la quintessenza della donna perfetta per il sistema consumista e neoliberale. Encomiabile operazione senza pari poi, a opera del pensiero dominante, è quella di riuscire a far figurare tali personaggi come pregevoli esempi di trasgressione.

Lo squallore dei loro discorsi, in cui gli uomini vengono trattati con la stessa sensibilità che un macellaio al mattatoio userebbe nella scelta dei tagli di carne, è appena offuscato dallo sfavillante luccichio dei loro abiti carichi di lustrini. Eppure è squallido, squallido e intollerabilmente disumano. È appena il caso di precisarlo che simili chiacchiere non potranno mai avere alcunché di trasgressivo, ma rientrano semmai (e come non mai) nell’ordine di una visione del mondo da capitalismo del terzo millennio. Infatti, come previsto dalle logiche di mercato, le quattro tardo adolescenti appena un po’ troppo cresciute sono donne che passano da un animale da monta all’altro di giorno in giorno, o quando va bene di mese in mese. Solitamente lo scelgono all’interno del cotè della Manhattan bene. Si tratta sovente di manager, investitori finanziari, costruttori e via dicendo. Quando non trovano qualcuno con il quale sfogare gli eccessi ormonali, la loro libido le guida verso il più vicino negozio di Manolo Blahnik, o griffe analoghe. Insomma, la loro vita si svolge tutta sull’onda del consumo sessuale, o dell’acquisto di beni superflui. Che si tratti di scarpe, o di uomini, la cosa è del tutto incidentale nell’ottica di una compulsività ossessiva per l’accumulo fine a se stesso. Non si capisce quindi dove starebbe la disubbidienza nelle loro azioni. La risposta è semplice: da nessuna parte. Il popolo dei telespettatori se l’è semplicemente bevuta, senza alcuna consapevolezza della tossicità del liquido ingerito.

Chiaramente, voi donne o uomini comuni non vivrete mai una vita del genere. Non diventerete una giornalista che scrive cretinate una volta alla settimana sui gusti sessuali della classe alta e voi maschi non sarete il fascinoso e prestante Mister Big, che alterna meeting aziendali a incontri occasionali con qualche modella stratosferica, attraversando Manhattan in limousine. Il Capitalismo, nel propagandare se stesso, starà ben attento di mostrarvi unicamente la dorata rappresentazione di coloro i quali, entro la sua logica, sono risultati vincitori. Certo non vi spiattellerà in faccia i call center dove si lavora per quattrocento euro al mese, o i negozi di lusso delle grandi firme nei quali una commessa deve farsi abbassare le mutandine dal titolare per conservare il posto di lavoro. In tutto ciò, comunque, voi avrete assimilato una rosea visione del neoliberismo. Non potrete avere un tenore di vita alla Carrie & company, ma certo vi illuderete che sia una gran cosa lavorare tutto il mese per pagare le rate di una serie di beni compensatori, quali il nuovo modello di smartphone e l’abitino griffato da mostrare il sabato sera in discoteca. Vi divertirete, finché la giovinezza ve lo consentirà, nel rimorchiare e farvi rimorchiare, durante il fine settimana. Sarete flessibili – tanto non avete famiglia, né relazioni stabili che vi leghino – e potrete passare di lavoretto in lavoretto. In due parole, la vostra vita andrà avanti inutilmente, senza conseguire alcuno dei tradizionali grandi obiettivi, ma dandovi l’illusione di essere un vip, quando avrete semplicemente riproposto un’esistenza da telefilm in una patetica declinazione per morti di fame.

Onde evitare di essere additato come un bigotto, represso sessuale, sessista che non tollera la libertà femminile e la parità di genere, è il caso, adesso, di far notare un paio di veri esempi di trasgressione, in cui sia contemplata la dimensione sessuale, ma che esulano dalle logiche di produzione capitalistiche. Si potrebbe considerare il noto Il diavolo in corpo, il romanzo di Raymond Radiguet – il Rimbaud della prosa. È la storia di un ragazzo appena quindicenne che intrattiene una relazione clandestina con una ragazza più grande di lui e già sposata, mentre il marito di questa è impegnato sul fronte durante la prima guerra mondiale. Al contempo, gli si potrebbe affiancare Luna di fiele, il romanzo di Pascal Bruckner, portato sul grande schermo in una mirabile trasposizione da Roman Polanski. In questo caso, la vicenda narra le sorti di una coppia parigina. Lui è un aspirante scrittore, lei una semplice parrucchiera dalla incomparabile bellezza. La loro relazione si evolverà in una spirale di perversione che andrà risolvendosi in una situazione senza uscita.

Non è importante adesso approfondire le trame delle singole opere. Quel che conta è concentrarsi sulle differenze che sussistono tra queste due e la serie televisiva summenzionata. Ciò che proprio salta all’occhio è che, in ambo i romanzi, l’attaccamento sensuale ed emotivo dei personaggi porta alla creazione di una dimensione chiusa ed eminentemente esclusiva rispetto al resto della realtà circostante. Entrambe le coppie dei diversi racconti danno vita insomma a un mondo altro che va a costituire un contraltare critico rispetto a quello diffuso nelle dinamiche antropologiche che li circondano. I protagonisti di Il diavolo in corpo, per esempio, nel segreto della notte, possono finalmente abbandonarsi alla passione che i costumi borghesi dell’epoca sembrano negare loro data la differenza di età e lo status sociale di sposa che grava sulla donna. Oscar e Mimì in Luna di fiele, a loro volta, finiscono per non uscire più dalla dimora di lui, dopo i primi tempi. La passione soppianta tutto il resto. Finanche l’amore estremo che sperimentano è qualcosa di differente dalla comune perversione indistinta che anima la persona affetta da patologie sessuali. La loro è esclusiva, limitata al rapporto a due. Bisognerebbe poi leggere le parole con cui la descrive Oscar. Quella che solitamente nei siti porno viene definita come golden shower, nel suo racconto diventa “il mio Rubicone sessuale, il mio Gange, un nuovo battesimo”.

Ecco le differenze con Sex and the City! La prima la dice il titolo stesso e sta nel rapporto tra la sessualità e l’ambiente circostante. La carnalità, in quella sua particolare inclinazione usa e getta, non ha bisogno di cercare nascondigli, di creare dimensioni parallele. Può serenamente palesare se stessa e spandersi per tutto l’immenso perimetro della città. Perché? Per il semplice motivo che, appunto, è in linea con l’universo sociale entro il quale si dispiega, ovvero l’America consumistica e neoliberale. Non costituisce mai con le sue dinamiche una reale possibilità di messa in discussione delle logiche dominanti. Per esempio, non rende improduttive le protagoniste. Lo si può tranquillamente praticare alla fine dell’orario di lavoro, andandosi a sedere al bancone di un bar, consumando un Cosmopolitan, e aspettando lo sguardo del maschio giusto con il quale poi passare la notte. Anzi, quello sfogo probabilmente aiuta a essere maggiormente efficienti il mattino successivo. Al contrario, in Il diavolo in corpo, il protagonista tralascia senza remore i suoi studi. In Luna di fiele, addirittura, Oscar chiede a Mimì di abbandonare il lavoro per non doversi mai separare da lei.

È quest’ultimo testo, poi, a fare da paradigma a livello lessicale nella contrapposizione con la nota serie televisiva. Si sono evidenziati velocemente alcuni dei vertici poetici e delle immagini che il narratore attribuisce al protagonista maschile – e ce ne sarebbero una miriade disseminati lungo il testo. Nel caso di Sex and the City, al contrario, si nota come il linguaggio usato rispetto ai maschi sia di un cinismo e di una piattezza disarmante.

Gli uomini, nelle categorizzazioni delle protagoniste, sono solitamente “dotati, o microscopici; di successo, o falliti” e via dicendo. Quasi nessuno viene descritto per una qualche peculiarità d’animo che lo renderebbe veramente distinguibile dagli altri

Di solito una storia, quando sembra non funzioni nel giro di qualche giorno, viene immediatamente accantonata per fare largo alla successiva. Nessun maschio costituirà mai una questione di vita o di morte. Come si sarà dunque rilevato, Sex and the City non fornisce assolutamente alcun catalogo di trasgressioni rispetto ai dettami del pensiero unico oggi tanto in voga. Anzi, come paventava il già citato Marcuse, parlando delle nuove forme di dominio, la sessualità che attraverso la serie viene promulgata è del tutto in linea con quelle false libertà (“desublimazione repressiva”) di cui il sistema si fregia per far meglio accettare le sue reali volontà di dominio. Addirittura, più o meno come in Il nuovo mondo di Aldous Huxley, l’erotismo libero e spregiudicato viene imposto come unica opzione per le masse. Non per niente, è il legame che si crea a seguito dell’esclusività affettiva o sessuale a costituire un problema, una deviazione, una possibilità di alienarsi dal circuito della propaganda.

Ma senza scomodare grandi esempi letterari, si possono trovare, nel resto della produzione televisiva degli ultimi decenni, pregevoli esempi di contrapposizione alle storture della modernità. Spicca su tutti la serie Black Mirror, apocalittica riflessione sulla nefasta influenza di tutti gli strumenti dotati di schermo interattivo (da qui il titolo di specchio nero) che letteralmente pervadono la nostra esistenza. C’è stato poi, immediatamente successivo a Sex and the City, l’intramontabile Desperate Housewives. In esso sì, finalmente, le contraddizioni, i cortocircuiti, e il malessere del sistema americano sono stati messi in luce con spietata indagine critica (almeno nelle prime stagioni). A quasi dieci anni dalla sua messa in onda, quel che resta è oramai unicamente un’arma datata di persuasione di massa. Ciò non toglie che studiare il fenomeno, le sue implicazioni e influenze sul costume sia fondamentale per capire la condizione di disarmo attuale. A rischio di suonare iperbolici, Sex and the City va considerato un Mein Kampf dalla nostra epoca scritto in immagini. Anche la propaganda si è evoluta con l’avanzare dei tempi.

Post scriptum per i non convinti: C’è solo una cosa più sciocca di Sex and the City ed è l’atteggiamento borioso e ottuso di chi ritiene non si debba (o non si possa) trattare in modo serio e critico qualcosa di simile. Lo stolto assunto di base sostiene tacitamente che esisterebbero argomenti alti sui quali spendere le proprie doti intellettuali e altri indegni di essere trattati da uno studioso della società e dei costumi, o di qualsivoglia altro ambito codificato dalle scienze umane. Chiunque possieda un poco di acume sa bene, invece, che non esistono argomenti degni o indegni, ma solo modi validi o meno di prenderli in esame.

[1] Per approfondire il Regime di Controrivoluzione Preventiva, leggi: http://www.nuovopci.it/scritti/mpnpci/01_03_03_contrivol_prev.html

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