La lotta per bande in corso tra i gruppi imperialisti europei, americani e sionisti si sviluppa con forza e con essa assumono un ruolo superiore anche caporioni della mobilitazione reazionaria e dei suoi finti antisistema alla Salvini: vedi scontro De Magistris-Salvini degli ultimi tempi dopo che le masse popolari della città di Napoli hanno presentato il foglio di via al leghista. Dall’altro lato si sviluppa la lotta interna al PD e la disgregazione, riaggregazione dei poteri forti all’interno del Partito di Renzi. Proprio lui, Renzi e la sua lotta tesa a dimostrare ai gruppi imperialisti europei, americani e sionisti ma anche agli esponenti nostrani e particolari dei poteri forti, di essere anche lui l’uomo su cui puntare, il garante di tutti questi interessi, la sintesi migliore che allo stato attuale, vista la mole di forze anti sistema che si sviluppano nel paese, la borghesia imperialista può permettersi sul piano politico.

Tante sono le mosse che l’ex premier sta muovendo in preparazione del congresso del PD e in contrasto alla diaspora che si muove alla sua sinistra, dove residuati del vecchio PCI dichiarano fallimento e si muovono verso nuovi lidi, scissioni, alleanze e listoni che in ogni caso non si allontanano troppo dalla casa base. Mostra i muscoli Renzi e non può fare diversamente se vuole mantenere intatto il suo ruolo sociale. Dal sottopancia dell’articolo dal titolo “E Renzi si prende tutto, a cominciare da Poste” pubblicato nell’edizione del 19 marzo su Il Manifesto, si legge chiaramente: “Il candidato segretario del Pd non fa prigionieri nelle aziende pubbliche, anche Padoan e Boschi all’angolo. Scontro sulle privatizzazioni di Poste, cacciato tutto il cda (tranne Rao). Defenestrato Moretti (Leonardo) nonostante risultati record. Al suo posto Alessandro Profumo, l’ex capo di Unicredit e di Mps. Nulla cambia a Eni ed Enel”.

Nella sua prima esperienza al governo Renzi non è riuscito a portare a casa vari obiettivi che si rendevano e rendono necessari per attuare il programma comune della borghesia imperialista, che in generale consiste nel ritiro delle conquiste che le masse popolari hanno raggiunto con la prima ondata della rivoluzione proletaria mondiale nel secolo scorso. In particolare l’obiettivo di accentramento del potere contro le autonomie locali e le istituzioni territoriali è franato davanti alla risposta che milioni di cittadini hanno dato al Referendum del 4 dicembre. Renzi e suoi, inoltre, sono inciampati nel non essere riusciti a cacciare De Magistris da Napoli e nel perdere le amministrazioni comunali di Roma e Torino e con affanno hanno tenuto botta Milano e Bologna.

Dopo la disfatta momentanea, resta però in piedi il programma dei gruppi imperialisti europei, americani, sionisti e del Vaticano, così come aperta è la parte che Renzi deve fare per non essere spazzato via. Questa solo una fetta, certamente la più corposa, di poteri forti e individui che si fanno garanti dei loro interessi, i quali vanno necessariamente in contrasto con quelli delle masse popolari del nostro paese e del mondo. La borghesia imperialista e i suoi uomini vedono il proprio mondo sgretolarsi pian piano sotto i piedi, per cui corrono al riparo costruendo o rafforzando uomini garanti del sistema e uomini apparentemente anti sistema, per incanalare la mobilitazione crescente delle masse popolari su una strada diversa da quella della Rivoluzione Socialista.

La rivoluzione socialista, però, per quanto ci si affanni a celare è in corso e se le masse popolari che sempre più si mobilitano, organizzano e coordinano contro il procedere della crisi si legheranno con quegli esponenti delle amministrazioni di rottura, del mondo culturale e sindacale che godono della fiducia stessa delle masse popolari, la costruzione di una governabilità alternativa dei territori procederà inesorabilmente fino a costituire un nuovo governo d’emergenza che non applichi misure straordinarie per favorire banche, affaristi e speculatori ma che applichi misure straordinarie che rispettino il volere e gli interessi della masse popolari e delle loro organizzazioni. Questa l’unica strada per costruire la rivoluzione socialista nel nostro paese date le particolari condizioni economiche, storiche e politiche in cui ci troviamo, questa la strada su cui via via si stanno incanalando e spingendo, consapevolmente o meno, tutti quelli che non sono soddisfatti dell’esistente, che si organizzano sui territori senza cadere nell’inganno della guerra tra poveri e dei nuovi nazionalismi, rispetto ai quali, a dire il vero, nel nostro paese abbiamo già dato.

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Da Il Manifesto del 19.03.2017

E Renzi si prende tutto, a cominciare da Poste

Nomine. Il candidato segretario del Pd non fa prigionieri nelle aziende pubbliche, anche Padoan e Boschi all’angolo. Scontro sulle privatizzazioni di Poste, cacciato tutto il cda (tranne Rao). Defenestrato Moretti (Leonardo) nonostante risultati record. Al suo posto Alessandro Profumo, l’ex capo di Unicredit e di Mps. Nulla cambia a Eni ed Enel

Formalmente è un privato cittadino, senza incarichi di governo né di partito. Le nomine per la guida delle partecipate però le ha decise lui, Matteo Renzi, secondo il metodo collaudato nei tre anni a Palazzo Chigi: piazzare dirigenti di fiducia nei posti chiave, privilegiando il criterio politico a danno di quello industriale.

Le sole mediazioni sono state con il potente alleato interno, Franceschini, e con il ministro Padoan, che comunque esce sconfitto.

ALLE POSTE È UNA RIVOLUZIONE. Al posto di Francesco Caio, l’ad che pure aveva realizzato l’anno scorso ottimi risultati, arriva dal vertice di Terna Matteo Del Fante, fiorentino, formazione JP Morgan, manager che gode della piena fiducia di Renzi. Anche la presidente Luisa Todini lascia il posto a Maria Bianca Farina, già ad dei gruppi assicurativi Poste Vita e Poste Assicura.

Ma il terremoto non riguarda solo il vertice. La lista del Mef prevede l’azzeramento dell’intero cda: resterà solo Roberto Rao.

I vicedirettori Bruschi e Marchese dovrebbero essere promossi nel prossimo futuro direttori generali. È stato l’asse tra loro, ex dalemiani, e il viceministro franceschinano Giacomelli a spianare la strada all’epurazione, che porta quindi le firme congiunte di Renzi e Franceschini.

In gioco c’era la privatizzazione della seconda tranche di Poste, sponsorizzata da Padoan, Gentiloni e Caio, contrastata dai due signori del Nazareno.

Il posto lasciato vacante da Del Fante a Terna sembrava dovesse andare ad Alberto Irace, oggi Acea, il candidato della sottosegretaria Boschi. Ma a sorpresa, in serata, il cda di Cassa depositi e prestiti, a cui spetta la nomina, ha scelto invece Luigi Ferraris, direttore finanziario di Poste, il candidato di Padoan. Evidentemente lo smacco subito dal ministro con la defenestrazione di Caio doveva essere in qualche modo compensato.

Cambia molto, anche se in questo caso non tutto, anche nella ex Finmeccanica, oggi Leonardo. Resta presidente l’ex superpolizotto Gianni De Gennaro, quello che comandava la polizia ai tempi del G8 di Genova, mentre viene messo alla porta Mauro Moretti, nonostante risultati da record nel suo triennio. Questione di «opportunità politica», essendo stato condannato in primo grado per la strage di Viareggio, avvenuta quando era a capo delle Ferrovie.

Lo spostamento pare fosse stato richiesto dallo stesso Mattarella, anche se qualche esitazione prima di sostituire un dirigente con alle spalle ottimi risultati alla testa del più importante asset italiano sarebbe stata giustificata.

SOPRATTUTTO PERCHÉ al suo posto va l’ex banchiere Alessandro Profumo, che in materia di difesa è poco ferrato e soprattutto poco fornito dei necessari contatti internazionali. In compenso è un esperto in materia di liquidazioni, il che qualche sospetto inevitabilmente lo desta.

TUTTO INVARIATO invece per quanto riguarda Enel ed Eni. Restano i tandem Emma Marcegaglia presidente e Claudio Descalzi all’Eni, Patrizia Grieco con Francesco Starace Ad all’Enel. Entrambe le squadre erano state scelte da Renzi nella primavera 2014, ma in continuità con le gestioni precedenti.

All’Enav, infine, è stata confermata l’ad Roberta Neri, mentre alla presidenza Ferdinando Falco Beccalli lascerà il posto a Roberto Scaramella.

Le proposte avanzate ieri dal Mef verranno ratificate dalle singole assemblee di approvazione dei bilanci a partire da Eni, il 13 aprile, per concludersi a metà maggio con Leonardo.

Più che le conferme, prevedibili, a fare scalpore sono i ricambi, soprattutto perché non giustificati neppure in minima misura da considerazioni industriali ma dettate solo da logiche politiche, con sullo sfondo lo scontro in atto tra governo e vertici del Pd sulle privatizzazioni e sugli interventi ai conti pubblici richiesti dall’Europa, dei quali la manovra aggiuntiva imposta entro il 30 aprile è il primo atto, o forse soltanto un prologo.

IL PIÙ DURO NELL’ATTACCARE la regia di Renzi nella selezione dei vertici delle partecipate è stato Beppe Grillo dal suo blog: «Lo scandalo Consip è come se non esistesse per Renzi. Adesso si sta dedicando, senza avere alcun titolo, a gestire le nomine e a piazzare i suoi uomini. È grave, intollerabile e pericoloso».

Attacca frontalmente anche Sinistra italiana, con Stefano Fassina: «Le scelte del governo presentano aspetti incomprensibili. Il criterio delle performance raggiunte è applicato in modo inspiegabilmente discontinuo. Il ministro venga in aula per fare chiarezza».

Più sfumati gli scissionisti dell’Mdp. Per Epifani ci sono «luci e ombre», queste ultime essendo rappresentate dalla cacciata di Caio e dalla scelta di Profumo.

Ma la vera ombra che emerge dalle nomine di ieri è che Renzi è sempre uguale a se stesso. Come pure il suo metodo: l’occupazione secca del potere.

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